Porta a porta, a ben guardare i conti tornano…
A prima vista sembra difficile districarsi nella quantità di numeri e di dati inerenti la sperimentazione del Porta a Porta a Forlimpopoli forniti da HERA.
Tuttavia basta non scoraggiarsi e analizzando voce per voce si possono già vedere cifre molto interessanti.
Confrontando il preventivo 2008 con Cassonetto Stradale (ATO) e il porta a porta fatto dalla cooperativa(ATI), la somma fra il costo operativo e il costo d’uso del capitale (ammortamento attrezzature), la differenza è di soli +16.864€. (ATO 1.225.810€, ATI 1.242.674€). Questo dato estremamente significativo indica che, già dai primi dati trasmessi da HERA, i costi connessi direttamente con le operazioni di raccolta, smaltimento, trattamento e acquisto delle attrezzature del servizio (raccolta, smaltimento e ammortamento attrezzature) per effettuare il Porta a Porta rispetto alla raccolta stradale con cassonetto costa solo 16.864€ in più all’anno, una cifra sinceramente irrisoria! E su questi conti, bisogna verificare attentamente i costi delle raccolte non porta a porta effettuate da HERA, che mostrano costi dell’ordine dei 95.000 euro ancora da definire in modo puntuale!
Questi costi si potranno ulteriormente abbassare con le modifiche al ciclo di raccolta di prossima attuazione, che porteranno risparmi di circa 50.748 € e un migliore servizio per i cittadini attenti alla raccolta differenziata.
Inoltre rispetto al preventivo proposta nel 2005 da HERA al Comune per il porta a porta, i costi con la cooperativa sociale sono più bassi di 103.507 €.
E’ evidente che l’analisi fatta da Città Nuova Forlimpopoli è molto incoraggiante e favorevole. I dolori, se così si può dire, iniziano, quando si prendono in considerazioni i “Costi Comuni” che sono aggiunti a quanto evidenziato sopra, 140.391€ per ATO e 285.684€ per ATI, che sono la parte preponderante dei 162.158€ di incremento dei costi emerso dai rendiconti di HERA. Ovvero il maggior costo del rendiconto è imputabile ai costi interni alla struttura di HERA e non certo derivanti, se non in minima parte, dalla raccolta porta a porta.
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ATO |
ATI |
DIFFERENZA ATI-ATO |
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Costi operativi |
1.073.692€ |
1.170.055€ |
+96.363€ |
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Costi d’uso capitale |
152.118€ |
72.619€ |
-79.499€ |
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Totale parziale |
1.225.810€ |
1.242.674€ |
+16.864€ |
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Costi comuni |
140.391€ |
285.684€ |
+145.293€ |
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TOTALE |
1.366.201€ |
1.528.358€ |
+162.157€ |
Rammentiamo e sottolineiamo che l’obiettivo del progetto è ipotizzato al 53,3%, mentre sin dall’inizio si è raggiunto quasi il 70%. Ciò implica che il materiale da avviare al recupero e riciclaggio e sono stati creati otto posti di lavoro.
Si deve inoltre sottolineare un decremento dei costi di trattamento e smaltimento dell’indifferenziato di 284.483€, in quanto col porta a porta si è passati da 437 Kg/abitante_anno a 185 Kg/abitante_anno!
Città Nuova Forlimpopoli chiede maggior chiarezza nell’esposizione dei dati e soprattutto chiede che quelle voci che fanno “sballare” i conti (costi comuni e non solo) siano giustificati con chiarezza cristallina al centesimo di euro.
Collinelli Andrea
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[...] Lettera aperta di Andrea Collinelli: qui [...]
[...] Ambiente: Sulla raccolta differenziata [...]
Presi troppo spesso dal piccolo cabotaggio della politica, imperniata sulle questioni nominalistiche e di riassetto, ci dimentichiamo delle questioni cruciali di cui dovrebbe farsi carico la politica. E l’articolo che qui traggo dalle agenzie di oggi dovrebbe essere lo scenario di riferimento per ogni politica, la cura dell’ambiente prima di tutto, con tutto quel che ne consegue in termini di azioni, gesti, atti concreti.
L’imperativo dovrebbe essere uno solo: sobrietà e *riduzione* dei consumi, una sorta rivoluzione copernicana. Questa l’innovazione più radicale da mettere al cuore del PD, se vorrà essere partito del XXI secolo. E l’ambientalismo non lo si apprende nel giro di poche: è una cultura e una sensibilità che va coltivata, nel tempo, e con atti concreti.
ONU, ALLE FUTURE GENERAZIONI SOLO UN PIANETA DISTRUTTO
L’umanita’ sta cambiando il clima cosi’ rapidamente e sta consumando le risorse della terra con una tale voracita’ che lascera’ alle future generazioni un pianeta devastato. Questa la fosca previsione dell’Agenzia delle Nazioni Unite sull’ambiente (Unep) nel IV rapporto sulle prospettive globali della terra ‘GEO-4′ realizzata sulla base dei dati raccolti da 390 esperti negli ultimi 20 anni. Nelle 570 pagine del documento gli esperti ipotizzano che dopo le cinque estinzioni di massa verificatesi negli ultimi 450 milioni di anni, di cui l’ultima 65 milioni di anni fa, “la sesta e’ in corso e questa volta causata dall’uomo” Il clima sta cambiando piu’ velocemente ora che negli ultimi 500.000 anni. La temperatura media si e’ innalzata di 0,74 gradi nel secolo scorso e crescera’ invece da 1,8 a 4 gradi entro il 2100. A partire del 1850 undici degli anni piu’ caldi si sono registrati negli ultimi 12 anni. La responsabilita’ e’ da attribuire agli oltre sei miliardi di abitanti del pianeta, cosi’ tanti che “l’ammontare delle risorse necessarie a sostenerle supera quelle disponibili”. Questo anche in vista del 2050 quando si stima che sulla terra si raggiungera’ il picco tra 8 e 9,7 miliardi di abitanti. Il 60% dell’ecosistema e’ stato danneggiato ed e’ ancora sfruttato a livelli insostenibili. Tra le emergenze “l’ Africa dove il degrado della terra e la desertificazione sono una vera minaccia e dove la produzione di cibo pro capite e’ scesa del 12% dal 1981″. Non solo. Gli africani che vivono sotto la linea della poverta’ sono aumentati negli ultimi 20 anni passando dal 47,6% del 1985 al 59% del 2000.
Questioni ambientali,
leggendo i giornali di oggi, seppure a tarda sera, emergono alcune questioni piuttosto interessanti e credo degne di attenzione a proposito di questioni ambientali, anche perchè vanno da una dimensione “micro” ad una dimensione fortemente “macro”:
- su tutti i quotidiani locali viene riportata la *fine dell’ipotesi di una mega centrale a biomasse* a Forlimpopoli: è stato presentato un nuovo progetto di riconversione dell’ex zuccherificio SFIR, incentrato sul confezionamento e sull’introduzioni di nuove linee per altre produzioni. Tutti salvi i posti dei lavoratori, attualmente cassintegrati. Come ha assai opportunamente sottolineato Luca Monti (consigliere comunale ind. del comune artusiano), grandissima vittoria del Sindaco di Paolo Zoffoli - che da oltre un anno e mezzo chiedeva un progetto alternativo, supportato dalle Amministrazioni di Bertinoro, Cesena e Forlì, nonchè della Provincia. A volte le cose vanno diversamente rispetto a chi mette solo il più alto profitto al centro delle propria azione. Buon segno.
- sulle pagine del Corriere Romagna, in una bella lettera (”Rifiuti, si può cambiare rotta”), un fine intellettuale e analista sociale come Giampaolo Bassetti torna sulla questione della raccolta differenziata e si chiede cosa si stia facendo a livello del Comune Capoluogo in materia di *raccolta differenziata* dopo che il Consiglio comunale nel giugno scorso ha approvato un ordine del giorno che impegnava la Giunta comunale a valutare tutte le iniziative utili al fine di raggiungere al meno l’obiettivo del 50% di raccolta differenziata, “avviando la raccolta differenziata “porta a porta” in alcune relatà del territorio comunale”. L’esperienza di Forlimpopoli dimostra che si può camnbiare rotta, e non è certamente un caso che il Comune di Cesena si stia avviando con convinzione verso lo stesso modello (due domeniche fa proprio il Sindaco Conti prendeva Forlimpopoli come modello in tema di smaltimento dei rifiuti). E a Forlì cosa si intende fare? Prevarranno i soliti timori degli sviluppisti che sostengono - in forma assai miope e conservatrice - che l’ambiente viene sempre dopo? Come se lo svilupppo potesse essere ancora sganciato dalla qualità della vita….anche su questo si apre una bella sfida dentro il Pd…
- altra controversia di questi giorni quella del *passante Nord di Bologna*, anche qui controversia dentro al PD: con Della Seta (componente dell’esecutivo nazionale appena nominato da Veltroni) e Legambiente da un lato, il quale critica fermamente da tempo la realizzazione, e altre componenti di rilievo del centrosinistra, dall’altro (con numerosi deputati dell’Emilia romagna che ripresentano un emendamento in Finanziaria). Su un punto credo che Dalla Seta abbia nettamente ragione: “è inutile rincorrere la viabilità su asfalto con passanti, tangenziali, autostrade. L’unico modo moderno è rafforzare il trasporto su rotaia. Purtroppo in Italia non l’abbiamo ancora capito”. Anche qui una bella partita in gioco dentro al PD per capire se esso possa davvero avere - come in molti auspichiamo - un’anima ecologista, eppure capace di stare dentro i processi della modernità.
- entro una visione globale, e dunque assolutamente macro, emerge in questi giorni un’altra questione assolutamente crucuale (per quanto accuratemnte oscurata): il Programma per lo Sviluppo dell’ONU nel suo rapporto 2007/2008 sullo Sviluppo Umano rileva come a pagare il prezzo più alto e drammatico dei *mutamenti climatici dovuti ai gas serra* saranno qualcosa come un miliardo di poveri (quando ovviamente la parte più ricca del mondo è quella che causa l’aumento della temperatura media del pianeta e i suoi effetti). Il rapporto sottolinea come l’unica alternativa per far fronte alla situazione sia un cambio di rotta da parte dei paesi ricchi che hanno risorse, finanziarie e tecnologiche, per favorire l’adattamento alle trasformazioni in corso, ma soprattutto la possibilità di scegliere di “cambiare rotta” e dunque di **ridurre** l’emissione di gas serra (si ipotizza - per avere qualche buon risultato - il 30% entro il 2030 e l’80% entro il 2050). Anche su questo sarebbe interessante capire quale visione del mondo, e dunque dell’ambiente nel suo complesso, sarà capace di elaborare il partito democratico, che - a mio avviso - o sarà ecologista o altrimenti faticherà ad essere forza interprete del progresso, quello autentico e di qualità.
a queste questioni si aggiungono - con un peculiare rilievo anche dal punto di vista della politica amministrativa locale - l’uscita dei Verdi dalla maggioranza di centro-sinistra che governa il Comune di Forlì e le dimissioni dell’Assessore Sandra Morelli. La centro, come noto, le vicende della mobilità e della riduzione del traffico nel centro storico. Anche qui nodi complessi da sciogliere ma comunque rinviano all’idea di sistema urbano ( e di ambiente ) che si intende perseguire. Su questa vicenda però lascio che la discussione magari prenda corpo, invitando a intervenire, come già ha fatto Giulio Marabini, soprattutto coloro che stanno seguendo la vicenda nei dettagli da diverso tempo.
La vicenda forlivese è una doppia sconfitta: da un lato per la maggioranza di centro-sinistra che ha dimostrato un deficit di cultura ecologista dall’ altra parte per i Verdi che hanno dimostrato una debole cultura riformatrice.
Da un lato l’arrendevolezza verso il minimo prurito dei commercianti (non dimentichiamoci che quando si pedonalizza in tutta Europa si incrementa del 30% il valore della propria attività) dall’altro lato l’incapacità di rinunciare alle proprie posizioni di principio, accettando cambiamenti graduali.
Noi abbiamo scritto nel nostro documento che vogliamo rilanciare il dialogo con Verdi e Sinistra Democratica.
Io mi auguro che il PD tra pochi mesi possa avere a che fare non con quattro partiti ma con una Sinistra unita perchè per il 2009 abbiamo bisogno di di un centro-sinistra plurale che sappia cogliere le istanze civiche.
Ambientalismi
Nella giornata di ieri si sono intrecciati fatti e situazioni che mi inducono alcune riflessioni che gradirei fossero spunti di discussione aperta su questo blog o altrove: centro storico, Hera, le deleghe assegnate dopo le dimissioni dell’assessore verde.
Si intrecciano quando, ad esempio, per la presentazione finale del Progetto del Centro Storico di Forlì manca in platea la rappresentanza di esponenti verdi. Una assenza tattica, naturalmente.
L’assenza di chi all’indomani della fuoriuscita dalla giunta ha pubblicamente sostenuto che: “Avevamo ritenuto possibile una svolta in questa città, che si rivela politicamente arretrata, e scommesso sulla possibilità di un cambiamento da un punto di vista ambientale. Ma Forlì, invece di andare avanti, torna indietro…” (S.Turroni) …infatti “con il provvedimento per la sosta gratis il sabato e dopo le 18 si è scelto di smontare l’intera strategia”…(S.Morelli).
Gli strateghi si saranno accorti che i problemi ambientali e quelli del centro storico non si affrontano sciabolando sull’entità della sosta prenatalizia ma risolvendo più vaste criticità che presuppongono un lavoro lungo, concreto fatto di piccoli ma costanti passi? che parlare di viabilità dentro il centro non significa niente se non lo si rapporta con il traffico fuori dal centro; che è necessario, piano piano delocalizzare quello che non ha più senso rimanga nel centro del centro (uffici statali, regionali, provinciali, tribunale, catasto ecc…);
che non è possibile che le norme del Piano regolatore riguardanti il centro storico siano sostanzialmente immutate da 20 anni; che non è ammissibile permettere di trasformare gli edifici in “residence” composti esclusivamente da mono e bilocali; che in città non ci sia una rete decente, volevo dire moderna, di piste ciclabili;
che i grandi sprechi di energia (ancora caldaie a petrolio, coibentazioni inadeguate, impianti elettrici ed elettronici antiquati, ecc…) derivano in larga parte da edifici pubblici;
che il piano regolatore vigente, trasformi enormi aree agricole in smisurate zone industriali e artigianali con strade e parcheggi pubblici da illuminare, gestire ecc…;
che mentre nelle altre città sono operanti e si intersecano le varie forme di commercio, dal vicinato alla grande distribuzione, ancora si faccia la lotta alla nascita dei centri commerciali, malgrado oramai da anni la normativa impone localizzazioni fortemente adeguate, apposite infrastrutture, il controllo mediante screening ambientali rigorosi; e il commercio in centro, che di fronte ai grandi centri commerciali di solito, dopo i primi momenti di sofferenza, prende forza, e si trasforma elevando la qualità e i servizi (si unisce, trova nuove forme, avete presente il mega?), resterà ancora per molto agonizzante e pure insopportabilmente lagnoso; che esistono tanti sprovveduti, ma tanti (evidentemente) che a furor di benzina, diesel ecc…ogni fine settimana migrano verso i parchi commerciali limitrofi, portando altrove denaro che resterebbe nella nostra città;
“Pensiamo anche – conclude Turroni – che si tratti di una ritorsione per il nostro ruolo nella vicenda dell’Iper, su cui tutti erano d’accordo, anche l’opposizione, tranne noi”. Bravo…d’altronde chi sono questi tutti? sono mica difensori dell’ambiente!
che ancora a Forlì e provincia si brucino indifferenziatamente i rifiuti. Penso ad Hera…
I fatti si intrecciano quando, guarda caso, proprio ieri sera, presso il Palafiera, Hera festeggiava l’imminente Natale con lo spettacolo di cui tutti i giornali hanno riferito. Scandalizzati di non so cosa.
Io mi scandalizzo per altro: perché a Forlì, città governata anche dagli ambientalisti, non si sia riusciti a introdurre la raccolta differenziata, neanche in un quartiere, neanche a mò di sperimentazione.
Allora penso a ciò che sta succedendo nel comune vicino, in cui risiedo, e dove non si odono, a piè sospinto clamori ambientalisti ma dove una buona politica ha permesso:
raccolta differenziata in tutto il territorio comunale dall’ottobre 2006;
concertazione coi cittadini sul piano del traffico comunale compresa regolamentazione sulla sosta a pagamento;
realizzazione del nuovo parco urbano;
progressivo allargamento della pedonalizzazione del centro storico; recupero della piazza e dei corsi storici con nuovi sottoservizi e arredo urbano;
introduzione di bus navetta ecologici per il collegamento delle frazioni al centro e ai comuni limitrofi;
progetti di estensione delle piste ciclabili dal centro della città fino al centro delle frazioni;
la realizzazione di un centro commerciale di importante dimensione sovracomunale comprensivo di alzata di scudi da parte di commercianti, cittadini ecc…il quale, dopo qualche anno di esercizio altalenante, e dopo fisiologica crisi del commercio tradizionale (che già pativa pessima salute), ha stabilito un normale rapporto con la città che, credo, ancora è in grado di scegliere tra le varie offerte e credo sia pronta per un più qualificato commercio di vicinato;
la valorizzazione della tradizione, della storia e della cultura, non solo con parole ma con i fatti: leggansi soprattutto la realizzazione della Città Artusiana;
l’adozione del R.U.E., nuovo Piano regolatore comunale che innalza la superficie minima degli alloggi e che limita la realizzazione di soli appartamenti di piccolo taglio;
ha permesso di opporsi a una sfida che appariva senza molte speranze, riguardo al destino della SFIR e alla sua riconversione come richiesto dalla società, caldeggiata a livello regionale e nazionale, avendo avuto anche l’approvazione del Ministero delle politiche agricole e forestali cioè la costruzione di una centrale elettrica a biomasse da 22 Mw sul territorio. (sulla quale sostenibilità tralascio per mancanza di spazio). Ora è prevista la realizzazione di una nuova catena di produzione di alimenti per consumi fuori casa, destinati al cosiddetto canale Ho.Re.Ca (hotel, ristorazione, catering), la realizzazione di una moderna piattaforma logistica, funzionale alle attività produttive (non solo della Sfir, ma anche di altre aziende del territorio) e di una struttura di packaging e distribuzione della società; lo sviluppo della ricerca di prodotti alimentari salutistici, dell’integrazione del reparto di confezionamento dello zucchero esistente nel sito con le nuove attività. I tempi di realizzazione sono previsti in 36 mesi e l’occupazione in 45-50 unità. I restanti lavoratori dell’ex zuccherificio (una decina) troveranno impiego in altre attività della Sfir; una battaglia vinta perché si sono serrate le fila, senza cedimenti da una parte o dall’altra perché tizio voleva 2 parcheggi in più, e caio voleva 200 metri di ztl in più.
E’ evidente che ciò non dispensa l’amministrazione dal rendere conto di disfunzioni, sprechi, trasformazione intensa di territorio ecc… così come sono tante le voci di cittadini ed operatori commerciali e non, sempre sul piede di guerra e comunque insoddisfatti.
Credo comunque che idee buone e serena disponibilità da parte di tutti possano fare progredire un territorio.
Richi B.
La politica assolve alla sua funzione se sta un passo avanti la società, sa comprendere per tempo le tendenze e le contraddizioni predisponendo le risposte positive.
Giusto venti anni fa una politica ancora sveglia capì che Forlì aveva bisogno, ambientalmente, non solo del sistema tangenziale, iniziando dal primo lotto dell’asse di arroccamento, di grandi spazi verdi, cominciando dal parco urbano-fluviale, di acqua potabile di buona qualità e a contenuto energetico attivo, Ridracoli e Quarto, ma pure di progettare e realizzare un centro storico accessibile a tutti sostanzialmente senza traffico motorizzato.
Da qui l’idea di fare dell’ex area Mangelli una occasione per un quartiere moderno, con pochi edifici (alti) e il 60% del terreno impegnato dal verde, un grande parcheggio sotterraneo da 1.500 a 2.500 posti auto (parte a servizio dell’insediamento di superficie) collegante in sotterraneo con tapis roulant Piazza del Carmine e Piazza XX Settembre, cioè il cuore della città.
Una idea concordata dal Comune con i proprietari maggioritari dell’area, tradotta in un plani volumetrico (da perfezionare) e con una società di Milano disponibile a realizzare a sue spese l’infrastruttura sotterranea alla condizione della stipula di un accordo per la sua gestione (con relativo ticket di utenza) per un numero di anni da definire, restringendo progressivamente, fino alla chiusura, l’accesso motorizzato privato al centro storico.
Dalla parte opposta della città, nell’area vincolata a Parco urbano dietro Villa Serena e fino all’altezza di Piazza Gialli del Calvario un parcheggio sotterraneo da 500 posti auto (sfruttando il dislivello esistente)con sopra spazi verdi attrezzati, collegato con percorso pedonale e ciclabile a Piazza Guido da Montefeltro.
Questo progetto unitario per una città vivibile è stato considerato negli anni successivi, quando si poteva partire, utopico e segno di megalomania, quindi messo nel cassetto al pari di altri in Romagna.
Di conseguenza, come si era intravisto, a parte la bruttura dell’insediamento nella ex Mangelli, il centro storico è diventato progressivamente una camera a gas e i mini interventi, ovviamente, non hanno risolto il problema centrale per il suo rilancio : quello della vivibilità ambientale.
La soluzione alternativa a quella impostata nella seconda metà degli anni 80, come l’Associazione Forlì-Romagna ha proposto con documenti e iniziative pubbliche gli scorsi anni, è quella di costruire un sistema di parcheggi a ridosso del centrostorico - raddoppio in altezza di quello esistente in Viale V. Veneto e realizzazione di quelli previsti nell’area ex Mangelli, a ridosso di Viale Salinatore, in Viale Italia ecc. - e di istituire un servizio di trasporto pubblico, esclusivamente con bus elettrici, funzionale all’accesso al centro storico.
Fatto questo, si è detto e scritto, si potrà procedere ad ampliare la zona pedonale e quelle a traffico limitato evitando di fare apparire, come recentemente è avvenuto, provvedimenti parzialissimi, molto opinabili per alcuni aspetti e comunque di scarso effetto concreto, come una concessione al partito dei Verdi in vista delle prossime elezioni amministrative.
Purtroppo si è fatto diversamente e la parziale ritirata viene in generale considerata come una capitolazione di fronte alle proteste dei commercianti scesi sul sentiero di guerra.
Mentre il rapporto con i Verdi e con un vasto numero di cittadini, medici, associazioni e persone di comune buon senso andrebbe recuperato riaprendo il confronto sulle tematiche ambientali - raccolta e smaltimento dei rifiuti, vivibilità urbana, acqua, energia, territorio, infrastrutture - sulle quali ritengo esistano ragioni e possibilità di intese se si ascolta, riflette e propone qualcosa di diverso rispetto il recente passato. O si deve continuare a essere succubi di Hera, ignorare le conseguenze dell’inquinamento, esaltare i consumi di energia e l’acqua sporca, pianificare con le varianti e gli accordi di programma piuttosto che con il P.R.G., continuare a considerare la SS 67 l’ultimo dei problemi per una città vitalmente interessata ai rapporti con Ravenna e Firenze.?
Torno a ripetere che il PD non nasce bene se in questi mesi, con le elezioni tra un anno, non si discute dei problemi che incalzano.
Giorgio Zanniboni pone degli stimoli giusti. Penso che le assemblee di circolo, comunali e territoriale del PD che si celebreranno tra gennaio e marzo debbano essere degli eventi in cui si parla più di strategie che di nomi.
Il nostro territorio ha bisogno di pensieri lunghi, la mera gestione dell’esistente porta molto spesso, com’è capitato a Castrocaro, alla vittoria del centro-destra.
E’ tempo di tornare a pensare, progettare, definire un orizzonte.
C’è senza dubbio la necessità di pensare oltre l’esistente, come sostengono gli ultimi interventi, Questo sia sul livello locale che nazionale. D’altra parte se alla fine del processo organizzativo del PD non si fossero messi anche alcuni punti fermi rispetto al quadro valoriale, sarebbe stato davvero un lavoro del tutto inutile, anche perchè senza valori condivisi non si crea una forza politica.
Se alcune questioni ci sono aspetti già profondamenti condivisi nel PD, su altre non è così. Sui valori condivisi penso in particolare al tema dei diritti sociali e della solidarietà, dove trenta anni di politiche sindacali sostanzialmente unitarie, anche se con differenziazioni che considero sostanzialmente degli arricchimenti,hanno fatto scuola.
Per non parlare della concezione democratica della società,su cui non vedo contrapposizioni, qui tra l’altro le radici politiche affondano ancora più indietro nella esperienza resistenziale e nella scrittura della costituzione democratica, perciò direi che stiamo tranquilli. Ciò che invece mi preoccupa, è l’aspetto che riguarda i temi eticamente sensibili e più in generale la concezione della laicità dello stato. Basta che ci si indirizzi a livello di governo o di singoli ministri verso azioni ed orientamenti che differiscono da quella che è l’ortodossia religiosa in Italia, che subito si scatenano reazioni pressochè inconsulte delle gerarchie ecclesiastiche, seguite a ruota dai nostri esponenti teodem. Mi riferisco alla previsione del divorzio breve ( che stante i fatti di cronaca in cui l’uccisione delle ex-mogli sembra diventata la norma, è solo un fatto di civiltà) ; ma anche alle dichiarazioni del ministro Turco sulla necessità di modificare la legge 40 dopo le sentenze della magistratura.Io credo che su argomenti come questi, si dovrà certo discutere in modo pacato ed approfondito, ma dovrà essere chiaro per tutti che una cosa sono i principi e le convinzioni morali e religiose individuali, altra cosa sono le leggi di uno stato. A meno che qualcuno non pensi ad uno stato teocratico, che nell ‘Europa recente sarebbe davvoro una novità, non lo è stato completamente neppure l’Italia in piena era DC! Se ci saranno posizioni inconciliabili, allora chi è in minoranza ne dovrà prendere atto ed adeguarsi in qualche modo alle scelte compiute dalla maggioranza. che non potranno nè dovranno certo impegnare certo le coscienze individuali, ma i comportamenti politici sì. E qui penso al non voto della Binetti sulla fiducia, di cui abbiamo discusso sul blog qualche tempo fa.
Maria Maltoni
LIBERARE LA GENTE PERBENE DI NAPOLI
Io credo che non sia sostenibile ancora per molto tempo il persistere di almeno “due Italie” di cui Napoli con il suo dramma rifiuti di questi giorni (ma la cosa è risaputa da tanto tempo!) è l’emblema.
Io credo che sia arrivato il momento di dire basta a questa situazioe con forza e con un coro unico, il coro del trionfo del buon senso rispetto all’approccio ideologico partitico o quello di un NORD leghista che in queste circostanze si sente sempre più legittimato a liberarsi dal peso del SUD. Io credo che sia di primaria e assoluta necessità chiedere il massimo impegno del governo (lo stesso lo chiederei anche se vi fosse un altro premier) per LIBERARE la gente perbene di Napoli, assediata dal malgoverno e dal malaffare.
La richiesta non può però fermarsi a dichiarazioni di principio e a risposte roboanti con … faremo, presidieremo, ….. che da sempre non vengono mantenute, ma atti concreti e coraggiosi che devono essere messi in atto con una tenacia e perseveranza non inferiore a quella portata avanti durante gli anni bui del terrorismo.
Il primo passo a mio avviso è la RIMOZIONE dei vertici delle strutture di governo che da anni gestiscono Comune, Provincia e Regione. In questo mi associo (anche se a malincuore) alla richiesta di Di Pietro.
Certo se penso a quello che è successo da noi per problematiche ambientali di rango immensamente inferiore a quello del napoletano, che hanno visto l’impiego di centinaia di carabinieri e polizia anche con elicotteri e l’arresto di persone in base a prove indiziarie che a distanza di tempo ancora non sembrano trovare elementi di riscontro e penso all’inerzia delle strutture che a Napoli dovrebbero organizzare, presidiare e controllare il normale svolgimento della vita civile (a partire dall’elementare dovere per un Comune di raccogliere e smaltire l’immondizia e dei magistrati di indagare sul perchè questo non avviene come in qualsiasi altra parte del mondo “civile”) mi viene da pensare che andrebbero azzerati i vertici non solo della Regione e del Comune, ma tanti altri ancora!!!!!
Strano paese questo in cui da un lato se non emetti lo scontrino fiscale vieni bastonato dalla Finanza e dall’altra parte le peggiori nefandezze (DOCUMENTABILI/DOCUMENTATE) passano impunite in un silenzio assordante. Come è possibile che un paese normale tolleri senza incazzarsi mai le storie raccontate nel programma REPORT e non ci sia un moto di ribellione civile che indichi a chi ci governa che occorrono scelte drastiche, immediate che invertano la tendenza che da molti anni è in atto e cioè un lento inesorabile suicidio collettivo!
Come è possibile che ancora non si attui veramente un controllo del territorio serio per prevenire i fenomeni, forse non era possibile leggere nel napoletano i sintomi di un disastro annunciato ??
Credo che partendo proprio dalla situazione di Napoli si debba riprogettare per l’Italia un modello di “rinascita” politica e civile per fare riemergere aspetti che forse erano una caratteristica di una società più povera economicamente ma complessivamente con una ricchezza di valori alquanto superiori a quelli che oggi vanno per la maggiore, in particolare l’approccio contadino ai problemi con buon senso, realismo e buoni esempi (indipendentemente dallo schieramento politico). Ci vorrà molto tempo e forse non basteranno due/tre legislature, ma bisogna pur cominciare … l’alternativa dietro l’angolo è la barbarie!!
Sandro Mazzotti
La responsabilità di ciò che sta accadendo non è dei cittadini che non vogliono la discarica, nè del fondamentalismo degli ecologisti, è di chi non ritiene la raccolta
differenziata centrale e a questo proposito c’è una retromarcia sui
“termovalorizzatori” in molte democrazie avanzate.
Negli Stati Uniti, almeno 280 proposte di inceneritori sono state bocciate o
abbandonate.
Philadelphia, Seattle, Portland, Austin, San Diego, il Rhode Island,
Baltimora hanno approvato delle moratorie.
Così come lo stato dell’Ontario ha bandito la costruzione di impianti di
incenerimento, dopo una lunga fase di studio, conseguente soprattutto
all’analisi dei danni ambientali provocati dall’incenerimento nell’area dei
Grandi Laghi.
Nelle Fiandre è stata approvata una moratoria di cinque anni. La Aja ed
Amsterdam hanno abbandonato i loro progetti.
Vi assicuro che non è che io sia diventato un ecologista fondamentalista perchè vivo a meno di un chilometro da un inceneritore.
Il problema è che gli ecologisti in Italia non hanno attuato le politiche di ripensamento del ciclo rifiuti. sulla base delle esperienze delle democrazie
liberali.
Oggi si dice tanti nel PD a partire da Letta e Bersani che ci raccontano che i “termovalorizzatori” sono l’unica via.
A questo proposito segnalo un bell’articolo del Wall Steet Journal (che non si può certamente definire ecologista fondametalista) dell’11 agosto del 1993.
”Gli organismi pubblici che hanno incoraggiato la costruzione di inceneritori hanno posto scarsa attenzione agli aspetti economici dell’incenerimento dei rifiuti. In sintesi, il bilancio economico di questo trattamento é terribile, in quanto costringe gli utenti ed i contribuenti a pagare migliaia di milioni di dollari all’anno in più, rispetto ai costi per il trattamento tradizionale dei rifiuti (la discarica, n.d.t.). Infatti, il costo medio del trattamento rifiuti, tramite incenerimento, è di 56 dollari a tonnellata, il doppio del costo medio del trattamento in discarica. Il problema é questo: nei primi anni ‘80, città e comuni statunitensi furono oggetto d’ una pesante campagna di informazione sulla mancanza di spazi per nuove discariche e sull’incenerimento quale unica soluzione a questa carenza.
Forti di questa emergenza, le compagnie che gestivano inceneritori proponevano contratti in cui si costringevano i governi locali, per tutto il periodo d’ attività degli impianti (20 anni) o a garantire una quantità fissa di rifiuti da trattare nei loro impianti (a scapito del riciclaggio e di politiche finalizzate alla riduzione della produzione di rifiuti, n.d.t.), oppure a pagare costose penali.
La crisi dei rifiuti - affermava il Wall Street Journal- era più fittizia che reale, realizzata ad arte per agevolare in vari modi i produttori di inceneritori. Ad esempio, nella costruzione d’ impianti per la produzione di elettricità dai rifiuti, il settore pubblico s’ accolla i rischi finanziari dell’operazione, mentre le compagnie che forniscono e gestiscono gli impianti impongono alle municipalità norme contrattuali “capestro”, quali l’invio agli impianti di una costante quantità di rifiuti ad un prezzo prefissato (ovviamente rimunerativo per le aziende; n.d.t.).
Ma il futuro economico degli inceneritori -proseguiva il Wall Street Journal - potrebbe peggiorare, per i seguenti motivi: 1) le città stanno affrontando costi crescenti per adeguare i loro impianti di incenerimento alle più stringenti norme anti-inquinamento. Gli inceneritori sono importanti fonti inquinanti. In sintesi, un inceneritore é un impianto che, pur trattando materiali relativamente innocui (i rifiuti urbani), produce, con la combustione, numerose sostanze tossiche. I maggiori costi per rendere ecologicamente compatibili i vecchi inceneritori costringeranno i Comuni a raddoppiare le tasse sui rifiuti.
2) Le compagnie elettriche ostacolano una legge federale che, per favorire gli inceneritori, le obbliga a comprare l’elettricità prodotta dagli inceneritori a costi superiori a quelli di mercato. Mentre l’elettricità prodotta da petrolio e carbone costa da 1 a 3 centesimi a kilowattore, l’elettricità prodotta da un inceneritore é fatta pagare dai 6 a 11 centesimi di dollaro .
3) La Corte Suprema degli Stati Uniti deve decidere se le ceneri degli inceneritori sono, dal punto di vista legale, un rifiuto pericoloso. Non esiste dubbio sul fatto che le ceneri siano effettivamente rifiuti pericolosi, in quanto contengono grandi quantità di metalli tossici (piombo, cadmio, arsenico,..).
Il problema é che, negli anni ottanta, per agevolare (ancora una volta: n.d.t.) la costruzione di inceneritori, molti Stati hanno dichiarato le ceneri degli inceneritori “legalmente” non pericolosi. Questo accorgimento formale ha permesso un vantaggio economico a favore degli inceneritori, in quanto se le ceneri dell’inceneritore sono classificate come pericolose il loro smaltimento costerebbe dieci volte di più. Questo fatto costringerebbe gli inceneritori a triplicare le loro tariffe e questa circostanza significa nient’altro che la definitiva chiusura di molti altri inceneritori.
4) La Suprema Corte si deve pronunciare anche sulla costituzionalità di un’altra agevolazione a favore degli inceneritori, ovvero obbligare i Comuni ad inviare i loro rifiuti al costoso inceneritore locale, piuttosto che ad una più economica discarica fuori comune. Per ovviare alla possibile bocciatura di questa norma, alcune municipalità hanno trovato la soluzione: mantenere bassi i costi dell’ incenerimento, per attrarre clientela, ma raggiungere il bilancio aumentando altre tasse.
Per vincere la concorrenza delle più economiche discariche, gli inceneritoristi criticano l’ EPA (Agenzia per la Tutela dell’Ambiente) per il favore che questo organismo di controllo dimostra nei confronti delle discariche, ma il Direttore della divisione rifiuti urbani ed industriali dell’EPA, Bruce Weddle, a tal riguardo, ha categoricamente ed autorevolmente affermato: “Gli inquinanti che un inceneritore manda nell’aria creano problemi sanitari a molte più persone di quante siano danneggiate dai reflui liquidi prodotti dalle discariche.”
Sui tentativi di discredito nei confronti delle discariche é interessante l’azione della contea di La Crosse (Wisconsin) contro alcuni suoi consulenti. Costoro, per favorire la costruzione di un inceneritore, avevano “erroneamente” stimato che il volume dei rifiuti prodotti dalla contea fosse molto superiore alla capacità della discarica in uso, per cui, in base a queste loro stime, entro pochi anni non avrebbe potuto più ricevere rifiuti.
Il giudice ha dato ragione all’amministrazione di La Crosse e costretto i consulenti “bugiardi” a pagare 2.6 milioni di dollari, come risarcimento danni.”
A proposito dell’argomento c’è un video su Corrieretv.it sul termovalorizzatore di Brescia, primo per tecnologia al mondo.
Invito a riflettere soprattutto sul fatto che fornisce energia a 190.000 famiglie ed acqua calda a 50.000 appartamenti.
Immaginate poter avanzare una proposta ai residenti tu accetti il termovalorizzatore io ti esento dal pagamento di energia elettrica, riscaldamento e tassa sui rifiuti, e provate ad immaginare quanti allora scenderebbero in piazza a protestare .
Sono convinto che anche i nuovi di Forlì faranno lo stesso (ah no?)
Saluti
Nell’articolo pubblicato sulla Voce domenica scorsa (6 gennaio) e in quello che verrà pubblicato sullo stesso giornale domani (13 gennaio) dico la mia su questo problema.
Ma ricordo che, a proposito di Forlì, diversi anni fa ed esattamente alla fine del 2000, ebbi modo di criticare (sollevando cori di dissenso) il progetto rifiuti varato dal CIS in accordo con il Sindaco - nuovo inceneritore da 120.000 ton. in aggiunta all’esistente da 60.000 in fase di straordinaria manutenzione - e la costruzione di una centrale termoelettrica da 800 MW non erano scelte ambientalmente compatibili e politicamente proponibili da un partito riformista.
Sono sempre stato un avversario degli ambientalisti fondamentalisti ma anche di coloro che non sanno guardare con equilibrio ai problemi e, specie dopo la nascita di Hera, faticano a capire che il business non si può fare sulla salute del pianeta e degli esseri viventi. Saluti
Su molte questioni sono su posizioni diverse da Giorgio Zaniboni, e soprattutto fatico a comprendere la profondità teorico-concettuale (nonchè pratico-politica) di un riformismo senza aggettivi e la retorica - spesso foriera di grandi equivoci e semplificazioni - che in questi anni hanno accompagnato questo termine (su questioni di questa natura credo andrebbe avviata una bella riflessione di cultura politica in seno al Pd e anche oltre). Tuttavia, di Giorgio ho sempre apprezzato la schiettezza nell’assumere posizioni, nel proporre riflessioni e nell’avanzare proposte. Ricordo bene anche le sue battaglie in seno al PDS/DS e il modo, davvero discutibile, in cui fu allontanato (non prendendone sul serio gli argomenti e semmai confutandoli ma indicandolo come un “nemico” - vecchia logica stalinista che supposti riformisti di ieri e di oggi dovrebbero aver abbandonato ad un passato che fu).
Sul punto - nello specifico - trovo le riflessioni proposte da Giorgio Zaniboni nel suo commento degne di rilievo e con rammarico noto ancora troppe resistenze, specie nell’amministrazione del comune capoluogo, su una fondamentale innovazione politica e ambientale quale quella rappresentata dallo smaltimento rifiuti porta a porta.
Ne approfitto per un’altra notazione: ieri ho ricevuto un invito ad un Convegno su “risorse idriche e uso pluirimo delle acque”, che si terrà il 25/01/08 all’Hotel della Città.
Come si può notare dalla locandina i partecipanti/invitati sono 38 (tre saranno le relazioni principali). Peccato che non sia invitato praticamente nessuno che non sia il dirigente di istituzioni, organismi, enti che gravitano attorno al problema acqua.
Forse una discussione più aperta (e perchè no, anche un pò di sano contradittorio) favorirebbe la messa a punto di buone prassi. Non sempre i dirigenti, ad ogni livello, specie su temi complessi che rappresentano nuove sfide anche per la politica come risorse idriche, rifiuti, sono in grado da soli di avre un quadro completo e di far fronte ai diversi elementi che caratterizzano un problema.
Su un tema di questo tipo con riferimento al territorio che tra i 38 invitati (!)- ove addirittura ci sono rappresentanti di associazioni che credo debbano avere, almeno, una nuova legittimazione al proprio interno - non ci sia Giorgio Zaniboni, e con lui altri esperti del tema capaci di stimolare riflessioni analitiche, mi pare che rappresenti un deficit dell’organizzazione e per la discussione. Peccato, anche perchè cantarsela e suonarsela sempre da soli - prassi ormai consolidata di alcuni ambienti amministrativi del nostro territorio (su precise tematiche) - non aiuta credo a far progressi o, se si vuole, a progettare importanti azioni *riformatrici* (e il mio riferimento qui è, con uno sguardo alla storia, quel grande riformatore socialista di Riccardo Lombardi).
Speriamo che il Partito dei democratici abbia la forza di aprire, anche nel nostro territorio, nuove aree e spazi di discussione dei problemi, ove ci sia effettivamente confronti tra rappresentanti istituzionali, soggetti politici e culturali, competenze diffuse (anche su posizioni differenziate): di qui passa - insieme alle altre - un’altra sfida di laicità. E un partito democratico o è laico, ovvero fa del confronto aperto e della discussione, il cuore del suo essere soggetto collettivo, oppure rischia di essere un’accozzaglia di correnti e correntine, ove la corrente più grande è quella di chi maneggia il potere (e di coloro che sperano di avere - presto o tardi - riconoscimenti per il fatto di essere ‘fedeli’, fedeli alla linea, fedeli a chi sta un po’ più in alto, fedeli alla “chiesa”).
Solo una richiesta al Sig.Zanniboni.
Può postare i suoi interventi anche sul blog?
Perchè scrivere su un blog per rimandare a contributi sui quotidiani è prassi anomala.
Ed anche se il suo contributo fosse di eccezionale levatura non mi inviterebbe all’acquisto de “La Voce”.
Grazie e saluti
Caro Riccardo, non sapendo esattamente come funziona un blog ho chiesto se era possibile inserire un commento all’emergenza rifiuti in Campania che avevo scritto il giorno prima per la Voce, giornale locale che pubblica regolarmente le mie opinioni senza cambiare una virgola pur decidendo il titolo.
Non ho affatto pensato di invitare qualcuno a comprare questo giornale anche perchè io invio regolarmente le mie meditazioni a circa 500 persone via Internet e d’altra parte sono presenti nel sito della mia Associazione ” http://www.forliromagna.it “. Comunque, dato che tecnicamente sono incompetente per questi nuovi strumenti, se qualcuno vuole spiegarmi come si può fare mi comporterò di conseguenza. Saluti a tutti.
Rifiuti : seminando vento si raccoglie tempesta
Il governo ha assunto nuove e più pressanti iniziative per tentare di porre fine all’emergenza rifiuti in Campania e di riavviare il percorso che entro pochi anni deve portare a realizzare gli obiettivi, indegnamente mancati, per gestire stabilmente e correttamente la “monnezza” prodotta nella regione nel segno della autosufficienza.
E’ chiaro a tutte le persone dotate di raziocinio, non fuorviate da pregiudizi razzistici o affette dalla peggiore patologia della politica - la strumentalizzazione delle situazioni socialmente più esplosive – che quanto accade a Napoli e dintorni ha una dimensione nazionale e perfino europea, quindi ognuno deve fare quanto può per risolvere il problema.
Un richiamo alla assunzione di responsabilità che giorno dopo giorno ci proviene dalle TV e dai giornali con le notizie sugli incendi, i blocchi stradali, le violenze contro i vigili del fuoco e le forze dell’ordine : quasi una guerra civile.
E’ del tutto evidente che dietro la legittima protesta dei cittadini agiscono bande di teppisti e uomini della camorra; per questo l’accesso e l’uso delle discariche vecchie e nuove sarà garantito dall’esercito come richiesto da Di Gennaro.
Ma mentre la malavita organizzata ribadisce in modo cruento che i rifiuti da sempre sono un suo business in Campania ecco che la mala-politica fa la sua parte, nonostante l’estrema gravità della situazione, per allontanare ogni soluzione.
Da una parte inasprisce la polemica nel tentativo di colpevolizzare l’avversario e disorientare la gente, dall’altra mira a impedire l’intervento solidale delle regioni invitate a collaborare per smaltire parte del pattume che invade le strade.
Intervento doveroso, secondo le possibilità di ciascuna di esse, sostenuto pure dalla Comunità europea con uno stanziamento finanziario straordinario; solidarietà che non deve mancare anche ricordando che tanti rifiuti, sopratutto tossici, sono stati esportati dal nord verso il sud venendo a patti, e pagando, le organizzazioni criminali.
Ma mentre la Sardegna da il buon esempio ecco la destra che contesta Soru e scatena i violenti : spettacolo indecente. !
Ho già sostenuto, la scorsa settimana, che le responsabilità politiche per l’emergenza campana sono indiscutibili e in primo luogo riguardano coloro che più a lungo hanno svolto e tuttora svolgono ruoli istituzionali di primo piano.
Ma non è accettabile, anzi è indecoroso, che tanti uomini politici si chiamino fuori e invochino le dimissioni di altri quando le loro responsabilità sono evidenti e comunque alcuni giornali le hanno esposte citando fatti, luoghi e date.
Contro le nuove discariche e i previsti inceneritori hanno marciato sia uomini e partiti di destra che esponenti e partiti di sinistra, compresi Verdi e Rifondazione, alla testa dei cortei si sono confusi sindaci di AN, alcuni parlamentari poi diventati ministri, preti e no global, con la benedizione di qualche vescovo e l’incitamento di Beppe Grillo.
Nel frattempo il primo pilastro della gestione dei rifiuti - la raccolta differenziata - che avrebbe dovuto impegnare tutti, a partire dagli ambientalisti, non è decollata (salvo lodevoli casi) nonostante l’assunzione di migliaia di persone da parte dei Commissari; e questo sia nei Comuni governati dal centrosinistra che in quelli amministrati dal centrodestra.
E così l’emergenza decretata quattordici anni fa non solo non è stata risolta ma è esplosa, e siamo al dramma attuale.
La verità ha però anche un’altra faccia, e qui il discorso diventa generale e va ben oltre la Campania.
E’ un fatto che potenti lobby di operatori privati e pubblici hanno spinto a una gestione dei rifiuti finalizzata al massimo utilizzo degli inceneritori, sostenuta da una legge (solo italiana) che allinea l’energia prodotta a quella delle fonti rinnovabili con relativi sostanziali contributi statali fatti pagare ai cittadini e alle imprese con le fatture Enel.
Per questo spesso viene trascurata o rallentata la raccolta differenziata contenendo il riuso-riciclo di materiali utili, si utilizza solo in parte l’impiantistica di selezione secco-umido dei rifiuti indifferenziati per aumentare surrettiziamente i quantitativi da incenerire, allo stesso scopo viene travisata la normativa per il superamento delle discariche sorvolando sul fatto che una quota di umido può essere biostabilizzata e poi sotterrata senza rischi futuri per l’ambiente.
Di conseguenza il ricorso eccessivo all’incenerimento ha suscitato e susciterà sempre di più proteste e movimenti di opposizione tra i cittadini, che giustamente non capiscono perchè le autorità sanitarie e gli amministratori locali non tengano conto adeguatamente delle emissioni inquinanti di questi impianti, specie del CO2 che provoca l’effetto serra.
Certo in Emilia-Romagna da una parte possiamo sentirci sollevati per una situazione diversa in positivo da quella della Campania ma dall’altra dobbiamo ragionare su entrambe le facce del problema inducendo la politica a dare risposte.
Chi sostiene che in questa fase si può fare a meno degli inceneritori anche per la frazione residuale di rifiuti gestiti correttamente è fuori della realtà; ma altrettanto lo è chi vuole bruciare più del necessario per mere ragioni di profitto.
Non è certo facile governare sballottati tra queste opposte impostazioni ma se occorre combattere i fondamentalismi altrettanto necessario è prendere le distanze da imprese private e pubbliche che chiaramente mirano al business.
I riformisti dovrebbero sapere che soltanto discutendo con la gente, armati di competenza e proposte sagge, disponibili ai giusti compromessi, si può evitare che i progetti dimensionati prima di tutto all’utilità economica immediata possano prima o poi diventare ingestibili e troppi cittadini in buona fede finiscano per passare dalla parte sbagliata.
Se gli Enti locali di Ravenna e Faenza hanno detto no a nuovi inceneritori, quelli di Ferrara vogliono ridurre il volume di rifiuti da bruciare vuol dire che qualcuno comincia a preoccuparsi (era ora) più dei cittadini che di Hera, senza per questo rinunciare a considerare gli inceneritori utili, oggi, ma solo per la quota di rifiuti strettamente necessaria.
Ricordiamoci che seminando vento si raccoglie tempesta: non si può dire solo no, il si va bene se si usa l’intelligenza.
12 gennaio 2008 Giorgio Zanniboni
Gentile Sig.Zanniboni mi sono permesso di postare il suo contributo (basta un semplice copia incolla) per allargare la discussione .
Condivido la maggior parte delle sue riflessioni, salvo un appunto.
Credo che nell’attribuzione delle responsabilità anche i cittadini di Napoli non vadano assolti.
Per una città che vede il problema rifiuti tornare ripetutamente di moda mi chiedo se alle elezioni comunali e regionali il cittadino non possa pretendere l’assunzione di misure di smaltimento che non lo ripropongano e sostenere quindi candidati che invece di vagheggiare di un presunto “rinascimento napoletano” propongano ricette, anche aspre ma risolutive.
E perchè alle buone prassi (come quella della differenziazione dei rifiuti) ci dovrebbe obbligare il nostro senso civico, non un sindaco o un presidente di regione.
Senso civico che dovrebbe anche portare alle dimissioni chi non ha risolto il problema (se penso che sono stati esclusi dal comitato dei 45 Errani e Chiamparino per Bassolino e Iervolino un pò mi vergogno).
Molti saluti
Questa mattina sul blog mi sarei aspettato un po’ di discussione sui due interventi che hanno animato ieri sera la TV; mi riferisco a “chetempochefa”.
Il primo intervento, quello del Prof. Veronesi, rivolto a chiarire come - secondo le sue risultanze - non vi sia alcun nesso tra aumento di malattie tumorali e inceneritori, anzi rileva come sia oramai appurato che vi sono maggiori emessioni inquinanti (es. diossina) in altre conosciute attività umane: riscaldamento, scarichi auto e centrali a olio e carbone, ma non per gli impianti di termovalorizzazione, soprattutto quelli di ultima generazione!
che dire, trattandosi di un personaggio stimabile, anzi molto stimabile che non credo voglia “sputtanarsi” dopo tanti anni di ricerche e di studi .. e di credito riconosciuto a livello internazionale, apriamo il dibattito o chiudiamo dicendo che mente e che è in mala fede, cosa ne pensano gli ecodem del PD ?
secondo intervento, quello dell’On. Casini. Questo per certi aspetti per me è ancora più emblematico e delicato!
Ho ascoltato con attenzione il suo discorso ed alla fine - a parte ovviamente la sua posizione circa la necessità di fare cadere il governo Prodi, che chiaramente non condivido - NON HO TROVATO NULLA DA RIDIRE SU CIO’ CHE HA AFFERMATO, anzi per la sua chiarezza e razionalità, ma anche per l’estrema franchezza anche per il modo di parlare “non in politichese” stretto, mi sono chiesto:
se le posizioni esplicitate dall’On. Casini sono largamente diffuse nel suo partito per quale motivo non si può trovare , anche mettendo da parte le antiche rivalità ideologiche, un accordo forte (un patto sociale) con il PD per invertire alla svelta la marcia prima che il baratro ci inghiotta?
Ci sarebbe anche un’altra interpretazione, ma la escludo per definizione: scoprire dopo tanti anni la mia radice democristiana non mi mette di buon umore!!
Certo qualcuno dirà che le valutazioni sono un po’ superficiali e forse un po’ da bar, ma la cosa strana è che la stessa sensazione che ho avuto io l’hanno avuta molte persone che questa mattina ho avuto modo di incontrare !!
Vogliamo aprire un dibattito ?
Sandro, non ho ascoltato ieri sera Pier Ferdinando Casini, ma sono contrario ad un PD che pensi al rapporto con il centro rappresentato da Casini.
Sui diritti civili, sulle politiche sociali, sulle politiche ambientali, PD e UDC hanno visioni spesso antitetiche.
Io penso ad un PD autosufficiente come lo ha disegnato Veltroni sabato a Orvieto.
Quanto a Veronesi credo che a volte, nonostante il suo grande equilibrio, sulla questione degli inceneritori sia un po’ superficiale.
Cito il caso delle emissioni del moderno inceneritore di Copenhagen (impianto di Verstforbraending) che tratta ogni anno 325.000 tonnellate di rifiuti, preventivamente selezionati alla fonte per ridurre la quantità di plastiche clorurate e metalli pesanti :
• Ossido di Carbonio 43 tonnellate/anno
• Carbonio organico 3,7 tonnellate/anno
• Polveri 6 tonnellate/anno
• Acido cloridrico 3,9 tonnellate/anno
• Anidride solforosa 70 tonnellate/anno
• Piombo 0,4 tonnellate/anno
• Acido fluoridrico 0,5 tonnellate/anno
• Mercurio e cadmio 0,08 tonnellate/anno.
Queste sono solo le emissioni in atmosfera delle sostanze misurate, cui si devono aggiungere quelle rilasciate nelle ceneri residue e nelle acque di scarico.
La mia stima nei confronti di Veronesi è intatta e sono vicino a lui sul tema dell’alimentazione, aborto, procreazione assistita ed eutanasia ma su questo abbiamo posizioni diverse.
Io concepisco il blog come una discussione da bar e quindi fai bene Sandro a stimolare questi dibattiti.
Snocciolare dati di questo tipo in questa maniera è abbastanza semplicistico…un pò come al bar!
Non capisco che significato hanno, se servono per impaurire i “favorevoli” ai termovalorizzatori per spiegargli che bruciare i rifiuti provoca inquinamento ambientale.
Ho provato ad interpretare i dati sull’inceneritore di Copenhagen (che non si dice se essere di nuova o vecchia tecnologia) e deduco avere un bacino di utenza di circa 1,5 -2.000.000 di abitanti. I quali abitanti, comunque ogni giorno consumano, e così producono residui tutte le attività a servizio dello stesso cittadino, ospedali, ristoranti, scuole, uffici, fabbriche ecc…Il calcolo delle emissioni riportato da alessandro sarebbe pari a 335 kg al giorno. (A prima vista mi sembra un dato un po sballato!) Ora, io non sono uno scienziato, nè un oncologo e quindi non posso determinare se sia una quantità fisiologica (bruci 890.410 kg al giorno, qualcosa da qualche parte rimarrà) o se sia una quantità assolutamente vera e quindi esorbitante. Non so ad esempio, in una metropoli come Copenhagen, quanti kg. di polveri si respirano o si depositano al giorno per i tubi di scappamento; quanti kg. per i fumi delle caldaiette (ricordiamo essere l’italia il regno dell’appartamento con “riscaldamento autonomo” e milioni di camini che emettono fumi della combustione e non solo di metano). Quanti kg. di inquinanti si respirano derivati dalla produzione di energia elettrica, che poi noi stupidamente cerchiamo di sprecare in tutte le maniere? Rapportiamo questi dati e cerchiamo di capire se Veronesi intendesse dire che il sorplus di inquinanti prodotti dall’incenerimento rispetto a quelli già presenti nell’atmosfera a causa dell’attività umana non sia responsabile dell’aumento di patologie.
In ultimo, ritengo sia uno scandalo parlare solo di impianti di smaltimento rifiuti senza mai, dico mai, parlare della necessità di RIDURRE i rifiuti, migliaia di tonellate di inutili rifiuti che ci inondano le case, gli uffici, che ci obbligano ad andare con un camioncino a comprare una stampante, che ci obbligano a smaltire 3 sportine di carta, una vaschetta di plastica, 2 film di cellophne per 4 olive, che siamo il paese dell’acqua minerale imbottigliata nella plastica e avanti così per ore! Dobbiamo iniziare a pensare tutti e seriamente che solo riducendo la richiesta di energia, lo spreco delle risorse, e la produzione di inutili materiali destinati a diventare subito rifiuto, si possa intravedere la soluzione dei problemi della sostenibilità ambientale.
Al secondo posto c’è il riuso e il riciclaggio da raccolta differenziata, che riesce a raggiungere ottime performance solo con i sistemi domiciliari e che può limitare al massimo le quantità di rifiuti da bruciare; dunque a Forlì, e questa è una vera vergogna, ancora non si da avvio alla raccolta porta a porta ed Hera sta tentando in tutti i modi di rendere difficile la strada intrapresa dal comune di Forlimpopoli nel porta a porta pretendendo maggiorazioni delle tariffe assolutamente ingiustificate. Vergogna!
E’ solo alla fine di questo processo compiuto di raccolta differenziata che si può parlare delle varie opzioni di smaltimento: e quindi il recupero energetico dalla frazione residuale dei rifiuti non altrimenti riciclabile, in impianti industriali adeguatamente ambientalizzati ma senza sovradimensionarne il numero e la taglia, lasciando alla discarica lo smaltimento dei materiali che davvero non possono avere altra destinazione possibile.
E’ evidente che una città come Forlì non possa avere 3 inceneritori ad un passo dal centro e contemporaneamente non avere dato neanche avvio ad una rigorosa politica di riuso e reciclaggio.
Comunque, chi ha maniera di tradurre diversamente i dati proposti da Alessandro, è invitato a darcene spiegazione…o qui o al bar.
Ricbacchi
Questa mi pare davvero un’ottima notizia e un buon segno per le politiche ambientali del nostro territorio.
Di certo si potrebbe anche estendere a raggiera e in modo più netto il sistemna del porta a porta, considerata la sperimentazione - pienamente riuscita - a Forlimpopoli, ma credo che un certo gradualismo possa comunque essere foriere di applicazioni più estese ed avanzate in un futuro immediato.
Di certo l’ “ambientalismo del sì” attraverso il quale unire oggi tutte le forze progressiste del paese in una prospettiva ecologista matura e praticabile muove, seppure con molti contrasti, passi anche nel territorio forlivese. Merito al PD e alle costanti sollecitazioni di Rifondazione comunista-Sinistra Europea (che si mostra ancora una volta alleato serio e attento al merito dei problemi) per questo risultato, che dovrebbe farne seguire altri.
RACCOLTA DIFFERENZIATA PORTA A PORTA AL RONCO DI FORLì ORDINE DEL GIORNO PD E RIFONDAZIONE
Forlì - 29 gennaio 2008
Un ordine del giorno per introdurre, entro l’estate 2008, il sistema di raccolta ‘porta a porta’ anche in un quartiere di Forlì. Lo hanno presentato oggi in consiglio comunale il Partito Democratico e Rifondazione Comunista. “La zona individuata è quella del Ronco — ha detto il capogruppo del Pd Marco Errani —, perché più vicina, anche territorialmente, a Forlimpopoli”. In calce al documento (che sarà votato domani) manca però la firma del consigliere dei Verdi Alessandro Ronchi. “Basta sperimentazioni. Quella di Forlimpopoli ha dato risultati positivi. Allarghiamo piuttosto il ‘porta a porta’ a tutto il territorio comunale”, il suo ragionamento. L’assessore Palmiro Capacci ha infine confermato che sarà avviata la raccolta differenziata con un maggiore numero di cassonetti in strada (per organico, carta e vetro) nel quartiere di Ca’Ossi.
sopra quando faccio riferimento a ostruzioni e azioni di contrasto rispetto alle politiche del “porta a porta” faccio naturalmente riferimento a Hera spa e alle varie organizzazioni economiche che inseguono ancora scenari sviluppisti senza tenere nel minimo conto l’impatto ambientale delle loro scelte. Ricordo bene lo scorso anno il levarsi delle loro voci a tutto campo contro la sperimentazione porta porta e la sua possibile estensione nel territorio. Far comprendere - con argomenti, dati e prospettiva progettuale - anche a questi soggetti la positività di tali scelte è uno dei compiti del Partito democratico e delle forze progressiste. Sarà un lavoro lungo e faticoso ma credo sia da svolgere e qualche segnale lo si vede…non resta che proseguire. La tutela dell’ambiente e della qualità della vita dei cittadini (che non si misura con il PIL) non viene dopo, ma prima di ogni altra politica.
Ambiente, nuovi paradigmi di relazione, sobrietà:
due spunti di riflessione
«Candidato, sii equo e solidale».
Primo sì da Veltroni
Si è svolto martedì a Padova l’incontro fra il candidato premier del Pd, Walter Veltroni, e i rappresentanti del terzo settore e delle ong italiane che si occupano di cooperazione allo sviluppo, promotori della campagna Un’Italia diversa, un commercio più giusto. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di chiedere a tutti i candidati di sottoscrivere un “patto preventivo” nel quale si impegnino a incontrare pubblicamente le organizzazioni del Commercio Equo e Solidale per affrontare i temi della sostenibilità, dell’attenzione ai diritti dell’ambiente e delle comunità. «Non è affatto vero - ha esordito Veltroni -che ci sia disinteresse da parte della gente ai temi internazionali. Moltissimi privati vogliono spendersi per fare qualcosa e quindi nel Paese c’è un’alta attenzione da parte dell’opionione pubblica e della società civile di cui la politica deve tenere conto». Veltroni ha quindi rassicurato gli interlocutori su diversi punti:«La prossima legislatura -ha detto fra l’altro - sarà per noi il tempo della realizzazione di concreti obiettivi», ha detto, «come la riforma della legge 49/87, con il pieno coinvolgimento di tutti coloro che sono partecipi dello sforzo di solidarietà e cooperazione internazionale; e l’istituzione di un’agenzia operativa per la cooperazione allo sviluppo, che permetta la realizzazione delle attività e la gestione dell’insieme degli strumenti della cooperazione italiana; l’incremento dei fondi destinati all’aiuto pubblico allo sviluppo, per raggiungere gli obiettivi dello 0,51% del Pil nel 2010 e dello 0,7% nel 2015, come stabilito dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite».
«Questo sarà il nostro impegno», ha concluso il candidato del Partito Democratico. «È anche attraverso la cooperazione internazionale che possiamo costruire un Paese migliore». Le associazioni promotrici della campagna, AGICES -Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale,ASSOBOTTEGHE - Associazione Botteghe del Mondo, FAIRTRADE ITALIA - Marchio di certificazione del Commercio Equo e Solidale, continueranno a sottoporre le loro richieste a tutti coloro che si candideranno alle prossime elezioni politiche del 13 e 14 aprile. Il prossimo incontro sarà a Roma il 18 marzo con Fausto Bertinotti.
§§§
Sobrietà e qualità.
Un’altra scelta rispetto al mito della crescita…
Cambiare il mondo con la spesa: i gruppi d’acquisto
Giovanna Nigi
Ridurre i consumi, porre attenzione agli acquisti, mettere un freno all’acquisto compulsivo e inutile, privilegiare il semplice e il sano, il durevole, eliminare imballaggi inutili e ridurre i rifiuti, riciclare è diventata un’esigenza di civiltà sempre più condivisa. E anche mangiare buono e sano senza spendere un’enormità. Così sono nati -ormai sono quasi quindici anni - i Gas, cioè i gruppi di acquisto solidale.
Sono ormai centinaia, sparsi in tutta Italia. Chiunque può dare vita a un Gas: basta mettersi insieme (da un minimo di 5-6 a un massimo di 40-50), e incominciare a cercare nel proprio territorio i produttori, cercando di creare filiere il più corte possibili.
Ci si rivolge ai piccoli produttori, solitamente vicini alla zona d’acquisto, per evitare lo spreco di carburante e le spese eccessive di trasporto, ma anche per poter verificare di persona i metodi di lavoro, magari con una gita domenicale collettiva. È la logica opposta a quella delle grandi catene di distribuzione, che privilegiano i prodotti delle multinazionali, noncuranti dell’ambiente e della salute dell’uomo, esportatrici di rifiuti pericolosi nel terzo mondo, sfruttatrici dei lavoratori, spesso colluse con commerci di armi.
Così si risparmia (i prezzi sono inversamente proporzionali al numero degli aderenti), si consuma biologico senza prosciugare il conto in banca, ci si riunisce, si discute, ci si aiuta. Come una volta, quando le comunità erano piccole e le distanze fra le persone più ridotte. I prodotti arrivano presso l’indirizzo degli aderenti che manifestano disponibilità a ospitare i pacchi di tutti, generalmente pochissimo imballati, per consentire un ulteriore risparmio al pianeta e al portafoglio. Poi ognuno va a prendersi la sua spesa, con la consapevolezza profonda che oggi non esistono prodotti ecologici, solo meno dannosi..
La storia dei G.A.S.(gruppi di acquisto solidale) è storia di grandi conquiste fatte con piccoli mezzi, un inno al “dio delle piccole cose”: il primo Gas nasce nel 1994 a Fidenza (Parma), in seguito a un incontro all’Arena di Verona del 19 settembre 1993 dal titolo “Quando l’economia uccide”. Alcune famiglie di Fidenza, presenti alla manifestazione, decidono di passare alle vie di fatto,partendo dalla loro esperienza personale, e privilegiando le categorie della solidarietà e dell’eticità nei consumi.
Il contagio avviene attraverso il passaparola e si estende a macchia d’olio: nel 2007 i Gas sono già 350 e oggi sono in continuo aumento in Italia, dal Nord al Sud, dove i gruppi che si organizzano trovano nei produttori che si oppongono alle regole dettate dalla mafia locale i principali interlocutori.
2,83 sono i pianeti che occorrerebbero per sostenere il nostro attuale stile di vita. È da questo dato che comincia la riflessione su un consumo più critico, che contenga i principi della sostenibilità, dell’etica, e della solidarietà. È un no secco a quel senso di inutilità e inadeguatezza che rischia di rendere vano qualsiasi tentativo di cambiamento: i Gas sono innanzitutto un’espressione di puro ottimismo. E i risultati, come sempre quando i tempi sono maturi, non si fanno attendere: riconosciuti dal Parlamento Italiano nella legge finanziaria 2008, i Gas diventano sempre più oggetto di studi e di tesi di laurea (www.retegas.org).
Solidarietà e semplicità sono qualità di bellezza, e la bellezza può davvero cambiare il mondo e il modo di viverlo. Solidarietà ai piccoli produttori, rispetto nei confronti della terra, dei suoi ritmi e tempi, rispetto nei confronti dell’uomo e dei modi di produzione, che devono essere tassativamente etici: questi i cardini del Gas-pensiero.
I nomi scelti sono divertenti, “Gasp”, “Banda Gassotti” “Gassiamoci”..li contatta chi se li va a cercare in Internet, o chi li incrocia fortuitamente grazie alla “soffiata” di un amico o alla loro partecipazione a eventi eco ed etici, dove spesso presentano i loro banchetti.
Ora che esistono anche per legge, e che l’esigenza di organizzare una spesa diversa è sempre più avvertita con la crisi economica, sembra sia cominciata una nuova era. Un tavolo comune con Coop e Conad, per studiare iniziative che garantiscano lavoro e dignità alla Locride, è stato avviato al convegno dei Gas italiani riunito a Marina di Massa lo scorso anno. Per la prima volta si è delineata la possibilità di una collaborazione con il nemico storico,la grande distribuzione, in nome del bene comune del territorio. La soluzione non è delle più facili: i Gas da una parte sono fortemente solidali, ma sono altrettanto persuasi dell’assoluta negatività della grande rete di distribuzione. La discussione rimane aperta.
E se in Calabria si intravede la possibilità di cominciare a dialogare con la grande distribuzione organizzata, in Toscana si lavora addirittura a un progetto di moneta locale… La stretta economica li aiuta, e i Gas organizzano e promuovono iniziative intese a restituire il potere d’acquisto perduto, grazie a progetti che controllano tutto, dalla produzione alla distribuzione. E, viste le attuali bollette, sono in cantiere contatti con società operanti nel campo dell’elettricità disponibili ad accogliere richieste e suggerimenti:poter contare su forniture di energia esclusivamente verde e certificata e a basso costo è una delle priorità della rete. Iniziative e discussioni fervono un po’ dappertutto…
L’AMBIENTALISMO DEL FARE…BENE.
segnalo da repubblica questo importante progetto innovativo.
Nasce in Puglia l’Italia ad idrogeno
Con Rifkin per l’energia pulita
Dal prossimo mese parte la costruzione di cinque distributori di idrometano
di ANTONIO CIANCIULLO
ROMA - “Questo è un grande momento per l’Italia: adesso l’obiettivo idrogeno è più vicino. Nascerà una rete di energia diffusa che alleggerisce il peso del trasporto, l’impatto inquinante e la bilancia commerciale. Si potrà viaggiare leggeri, con un carburante regalato dal sole e dal vento”. Jeremy Rifkin, il profeta della rivoluzione industriale verde, è a Roma per presentare un progetto messo a punto in tre anni grazie ai 5 milioni di euro investiti dal ministero dell’Ambiente e dalla Regione Puglia e al contributo tecnico dell’Università dell’idrogeno. Il prossimo mese partirà la costruzione di cinque distributori di idrometano, una miscela composta dal 70 per cento di metano e dal 30 per cento di idrogeno. In ogni provincia della Puglia sarà così possibile fare il pieno scegliendo fra tre opzioni: idrogeno puro, idrometano e metano.
In Italia circolano 600 mila auto a metano: almeno quelle omologate negli ultimi due anni possono utilizzare la nuova miscela senza dover fare alcun intervento sul motore e senza controindicazioni sul piano della sicurezza secondo le relazioni tecniche preparate dall’Università di Pisa e dai vigili del fuoco. Questa scelta inoltre consentirà di abbattere le emissioni inquinanti del 20 per cento e di guadagnare in potenza.
Nel mondo esistono una quindicina di distributori di metano per automobili, ma la filiera dell’idrogeno pulito, quello ottenuto da fonti rinnovabili, sta nascendo in Italia. E anche per l’idrometano è un debutto su scala mondiale. Particolarmente importante perché l’idrogeno ha una doppia funzione: fa da accumulatore, perché permette di immagazzinare l’energia che viene dal sole, dal vento, dalle biomasse, dall’acqua, e da vettore per il settore dei trasporti, un settore che in Italia è basato per oltre il 96 per cento sul consumo di prodotti petroliferi.
“Daremo a tutti la possibilità di fare il pieno con una miscela a base di idrogeno”, continua Rifkin, “e costruiremo anche un servizio pubblico di taxi basato sul sistema idrogeno, fuel cell, motore elettrico. Le auto pubbliche a idrogeno aspetteranno i loro clienti negli aeroporti pugliesi e, visto che in ogni città ci sarà un distributore a idrogeno, potranno fare il pieno su tutto il territorio regionale e tornare alla base. Voglio sottolineare che tutto l’idrogeno utilizzato sarà ricavato dall’acqua utilizzando fonti rinnovabili locali.
E’ questa la terza rivoluzione industriale: un modello di energia pulita e decentrata che segue il modello flessibile del web. Come le informazioni, l’energia deve essere presa e data in milioni di luoghi, in tutto il mondo, creando un sistema più democratico, più sicuro e più affidabile. Non è un sogno utopico: in Puglia abbiamo dimostrato che si può partire e che conviene”.
Inoltre, sottolinea Rifkin, costruendo le autostrade dell’idrogeno ci si può avvicinare all’obiettivo ambizioso fissato dall’Unione europea al 2020: 20 per cento di energia dalle fonti rinnovabili. Per l’Italia la strada è in salita visto che in 12 anni dobbiamo triplicare la nostra capacità di fornire energia pulita e che rischiamo di arrivare ancora una volta in ritardo, come è già accaduto per i tagli di gas serra previsti dal protocollo di Kyoto.
“La rete di distributori a idrogeno dimostra che la Puglia può diventare la California dell’Italia”, propone il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. “E non è un caso isolato: con le centrali solari ideate da Carlo Rubbia abbiamo già posizionato un altro tassello dell’energia verde. E’ questa la strada per far crescere il paese utilizzando le tecnologie più avanzate e spendendo i soldi in opere pubbliche che siano veramente utili. Noi lo chiamiamo l’ambientalismo del fare bene”.
(10 aprile 2008)
Ecco una battaglia da far vivere a tutti i livelli, perchè il paesaggio viene prima, e la qualità della vita senza il rispetto dell’ambiente e del paesaggio è monca ovvero dimezzata.
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http://notizie.alice.it/cronaca/paesaggi_sensibili.html
C’è un’Italia che ha bisogno di affetto
La campagna nazionale “Paesaggi sensibili” di Italia Nostra
Pubblicato il 18/09/08 in Cronaca:
paesaggi sensibili, italia nostra
Italia, i paesaggi sensibili
Cinquanta splendidi scenari, cinquanta tasselli di un patrimonio ancora da salvare.
Il 20 settembre parte la campagna nazionale “Paesaggi sensibili” di Italia Nostra, per riaffermare, nel 60° anniversario della Costituzione, l’impegno in difesa del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione che l’articolo 9 riconosce tra i fondamenti dell’identità del Paese.
La campagna consisterà in una serie di itinerari attraverso i patrimoni da salvare sul nostro territorio.
Italia Nostra invita i cittadini a riappropriarsi del paesaggio attraverso passeggiate, escursioni in battello o in treno, propone conferenze e dibattiti, presenta la “carta dei valori” e la “carta dei rischi” dei “paesaggi sensibili”, coinvolge i giovani e il mondo della scuola in un concorso per la riscoperta del paesaggio italiano.
L’associazione ha scelto 10 paesaggi simbolo: quello dello Stretto tra Sicilia e Calabria, la Murgia materana, il parco dell’Appia Antica, la necropoli di Tuvixeddu a Cagliari, la campagna senese, il paesaggio urbano di Torino, il parco del Delta del Po, il paesaggio palladiano di Vicenza, il parco di Monza e il lago di Garda.
In ognuno di questi luoghi dal 20 settembre vi sarà un presidio di Italia Nostra, che - ha riferito il segretario generale Antonello Alici - “si impegna a lavorare per un anno per elaborare una Carta dei valori e dei rischi da rimuovere”.
I luoghi indicati nella top ten non sono “quelli più meritevoli di tutela” - ha sottolineato il presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio - ma sono rappresentativi della varietà dei paesaggi italiani e dei pericoli a cui sono esposti; la mobilitazione vuole “trascinare un più vasto movimento di opinione perché la tutela del patrimonio non può essere affidata solo a una norma, come l’articolo 9 della Costituzione che resta peraltro inattuato, ma ha bisogno del sostegno nazional-popolare”.
Per Losavio, il paesaggio è “un valore assoluto”, “la priorità” a cui qualsiasi altro interesse è subordinato, ma visto lo stato in cui versa in Italia occorre “creare un vasto movimento di opinione che pretenda l’applicazione delle norme”.
La parola primarie sta giustamente acquisendo una forte centralità nel dibattito politico locale. Formalmente tutti si dicono d’accordo, ma vale la pena guardarci dentro. Se da un lato infatti sono rimasti ormai solo pochi oltranzisti a pensare, e sempre più a tenerselo per sé, che le primarie siano un danno per il Partito Democratico, dall’altro sono in aumento esponenziale i pronunciamenti di coloro che preferiscono fare “buon viso a cattivo gioco” e magari presentarsi come alfieri della necessaria verifica con gli elettori.
Alla base di tutto c’è un dato certo, di cui è essenziale tenere conto, cioè che l’effettuazione delle primarie non la può decidere né il Partito, né i candidati uscenti, né i nuovi candidati. L’effettuazione delle primarie è assicurata automaticamente dal realizzarsi di alcune condizioni precise previste statutariamente, e cioè:
- se un sindaco o presidente di provincia si ricandida, le primarie si faranno solo se un altro candidato raccoglierà il 30% delle firme dell’organismo corrispondente o il 15% degli iscritti;
- se invece non ci sono ricandidature, le primarie si faranno solo se ci saranno almeno due candidati che abbiano raccolto il 15% delle firme nell’organismo o il 3% delle firme fra gli iscritti.
Da questo dato di base deriva innanzitutto la verifica sull’ipocrisia di coloro che, ricandidandosi, annunciano di “volere le primarie”. Se infatti volessero davvero ciò dovrebbero semplicemente impegnarsi per facilitare la presenza di altri candidati e non per raccogliere firme, peraltro non richieste, a sostegno della propria ricandidatura (vedi Bulbi in Provincia).
Meglio sarebbe che ciascuno svolgesse il proprio ruolo senza tentare di arrovellarsi in complicate capriole comunicative capaci solo di disorientare gli elettori.
Una persona che si ricandida rende legittimamente di fatto più difficile lo svolgimento delle primarie (sono necessarie più firme) e al tempo stesso è indotto a sperare che nessun altro si candidi (qui comincia la sua vera battaglia, come per gli altri possibili candidati comincia alla raccolta delle firme).
Dopo di che ci sono anche coloro che sono “superprimaristi” quando non ci sono ricandidati e “antriprimaristi” quando questi ci sono. Che dire infatti di Cesena dove il Partito ha approvato un regolamento per le primarie in Comune (dove Conti non può ricandidarsi), che prevede addirittura la scelta di buona parte dei candidati consiglieri, ma per la provincia, dove Bulbi si ricandida, non ci si è nemmeno posti il problema.
Fatta questa premessa, e naturalmente sottolineato (è sempre bene farlo) che le primarie sono uno dei principali strumenti di partecipazione democratica e di rinnovo della classe dirigente, guardiamo cosa sta succedendo a livello locale.
Nel comune di Forlì le primarie ci saranno. La domanda di cambiamento è infatti così marcata che ormai, anche per i più restii, esse si presentano come il “male minore”, e per una grande componente del partito esse sono anche la condizione per vincere le elezioni.
Nel comune di Cesena le primarie di necessità indotte dalla non ricandidabilità di Conti, rischiano di non svolgersi se c’è una sola candidatura (che sembra una ricandidatura).
Della provincia nessuno se ne occupa: c’è la ricandidatura di Bulbi al quale tutto il partito sembra lasciargli campo libero, come se avesse governato bene, mentre in realtà è perché da un lato la sua permanenza fa il gioco degli equilibri fra i vecchi partiti e dall’altro perché il PD ha fatto la scelta sciagurata di confezionare due federazioni territoriali per una sola provincia, col risultato che fare politica a questo livello, più che a portare avanti un progetto per un territorio, corrisponde sempre di più a una compravendita reciproca in termini di denaro, infrastrutture, cariche, ecc..
E tutto ciò accade nel più totale disinteresse degli elettori sia per lo scarso rapporto diretto che hanno con tale ente, date le sue caratteristiche istituzionali, sia perché erroneamente tanti lo danno per spacciato (molti pensano che chiuderanno, ma il federalismo le rilancia addirittura come soggetto di imposizione fiscale).
E in più ciò accade anche nel disinteresse di quelle aree del partito più attente ai temi della democrazia e della partecipazione.
Tralasciamo poi il problema dei piccoli centri: tutti temono un Dovadola bis, e intanto non si preoccupano del Castrocaro bis. E anche qui le primarie sono rappresentate come un rischio diabolico, comunque.
Il quadro dunque sembra completo e, tutto sommato, un po’ desolante.
Anche perché si percepisce quanto complessivamente pesino ancora le vecchie metodologie di scelta della classe politica locale, a partire dall’idea spartitoria di sempre, secondo la quale se in comune c’era un sindaco “comunista” in provincia ci doveva essere un presidente “socialista”, poi se in comune c’era un sindaco del “pds” in provincia ci doveva essere un presidente “repubblicano”, poi se in comune c’era una sindaco “diessino” in provincia ci doveva essere un presidente della “margherita”, e via lottizzando.
E’ evidente che il sistema delle primarie, se adottato come prassi ordinaria, sconvolgerebbe questi meccanismi, se non altro perché i cittadini sarebbero spontaneamente portati a scegliere in rapporto al loro contesto territoriale prescindendo da equilibri ed incroci trasversali.
Il risultato dunque potrebbe essere: primarie nei due comuni e non in provincia, un risultato che ritengo del tutto negativo ed anche un po’ disastroso, se ragioniamo in termini di democrazia e partecipazione.
Certo colui che si ricandida potrebbe dire a pieno titolo “fatevi avanti” e in un certo senso avrebbe ragione, visto che a nessuno viene in mente né di candidarsi, né di cercare candidati, visto che chi ha cercato alcuni mesi orsono di accreditarsi come vicepresidente della Provincia (Daniele Alni) non sembra avere minimamente l’idea di proporsi, lasciando ai mugugni un po’ patetici di una personalità “fuori tempo massimo” il compito di rinfacciare il fallimento dell’operazione.
E la non presenza di una sua candidatura (almeno fino ad oggi) non fa che confermare che per certi politici è proprio inconcepibile l’idea che la propria collocazione istituzionale possa essere il frutto del pronunciamento di molte persone e non della pratica penosa e sempre più inaccettabile dei rimpasti.
E poi voglio aggiungere un’amarezza, diciamo così “tutta forlivese”. Da vent’anni il presidente dalla provincia è cesenate, la Forlì democratica, al contrario di Cesena, non ha parlamentari, consiglieri e assessori regionali. Forse ci sono colpe anche nostre, ma non sarebbe opportuno un segnale di discontinuità? Non sarebbe opportuno (mi rivolgo soprattutto ai frequentatori di questo blog) provare a cercare una donna, forlivese, giovane, competente, di larghe vedute, per candidarla in elezioni primarie provinciali?
Non sarebbe opportuno realizzare quanto prima quell’incontro fra le due Direzioni provinciali del PD di Forlì e Cesena, che il segretario ha promesso, ma di cui non si ha notizia, per cominciare a porre delle basi serie di un confronto, certamente scomodo a molti, ma indispensabile?
Un’ultima nota, anch’essa amara, sulle primarie e sulla raccolta di firme. Questa non è ancora cominciata, ma se ne parla. Non avrei mai creduto di incontrare tanti timori, tanti opportunismi, tante paure, dentro una classe dirigente che sembra irrimediabilmente malata dal dover sempre qualcosa a qualcuno, dal dover sempre sperare nella bonarietà di qualcun altro, che sa vivere solo aggravando in continuazione la potenziale “leggerezza” delle proprie idee col peso delle condizioni materiali della propria esistenza.
Scusate la lunghezza, ma ho dovuto recuperare un po’ di mio silenzio sul blog. Gli amanti della comunicazione a spot non me ne vogliano.
Carlo Giunchi
AMBIENTE E SALUTE
Giovedì 11 alle ore 20,30
SALA CIRCOSCRIZIONE 3 - Foro Boario (FORLI’)
Proiezione film sulla storia di Gabriele Bortolozzo, operaio della Montedison di Porto Marghera che, praticamente da solo, ha lottato contro l’azienda per l’uso del CVM, una sostanza cancerogena costata la vita a decine di operai.
Oggi il CVM è stato trovato anche in pozzi di Forlì. Non è il caso di aspettare decine di morti per fare qualcosa…
PROIEZIONE DEL FILM/DOCUMENTARIO “Porto marghera, inganno letale”
REGIA DI PAOLO BONALDI
IL CVM
(Cloruro di Vinile Monomero),
UN PERICOLO PER LA SALUTE DEI LAVORATORI E DEI CITTADINI
IL FILM SERVIRÀ DA SPUNTO PER
ALCUNE RIFLESSIONI:
SUL DIRITTO ALLA SALUTE NEL LAVORO
ASSIEME a
Dr. Carlo SORGI
(magistrato)
SULL’INQUINAMENTO NEI POZZI DI FORLI’
ASSIEME A
Dr. Pierantonio MARONGIU
(biologo)
E A
Dr. Gianni GREGORIO
(Dipart. Unità Ambiente Comune di Forlì)
ORGANIZZANO:
COMITATO QUARTIERE CORIANO
CLAN-DESTINO
Una Città (mensile di interviste)