La “fuga dei cervelli”
Mario Capecchi, di origini italiane, da una vita negli Stati Uniti, vince il Nobel 2007 per la medicina. Fino ad ora erano 17 i premi nobel italiani (10 in ambito scientifico, 6 per la letteratura e 1 per la pace). Non so se Mario Capecchi potrà essere considerato il diciottesimo. Sta di fatto che, se consideriamo solamente i nobel italiani in abito scientifico, su 10 vincitori (Rubbia, Fermi, Giacconi, Giorgi, Modigliani, Montalcini, Marconi, Natta, Dulbecco e Luria) solo 2 (Camillo Giorgi per la medicina nel 1906 e Giulio Natta per la Chimica nel 1963) hanno lavorato prevalentemente in Italia.
Prendo spunto da questa considerazione, se vogliamo un po’ banale e non molto significativa, per fare alcune riflessioni ed introdurre un argomento sul quale il Partito Democratico credo dovrà probabilmente lavorare molto: la ricerca scientifica in Italia. Essendo l’argomento molto vasto, mi voglio soffermare su un aspetto in particolare, che però ritengo cruciale: la cosiddetta “fuga dei cervelli” (non solo dalle Università, ma anche dalle imprese, dai giornali, in politica, e più in generale dai luoghi di produzione del sapere).
La “fuga dei cervelli”, in realtà, non è un problema nuovo, è una storia antica. Ma negli ultimi 10-15 anni è cresciuta in modo esponenziale, al punto da trasformare persino il carattere stesso dell’emigrazione italiana all’estero. Il numero di italiani che emigrano in altri paesi è rimasto stabile intorno alle trentamila unità all’anno, ma la composizione demografica e la tipologia dell’emigrazione italiana si è profondamente modifica negli ultimi anni. Volendo semplificare, una volta emigravano i ristoratori, oggi gli ingegneri. Negli anni novanta il numero di laureati che ogni anno hanno spostano all’estero la propria residenza è aumentato di quasi 5 volte (circa 1000 laureati nel 1990 contro quasi 5000 nel 1998) e il dato è in crescita anche negli ultimi anni. Esportiamo sempre più talento. In modo sistematico stiamo perdendo tutte le ipotesi di classe dirigente che il nostro Paese è riuscito a costruire negli anni. Allo stesso tempo non riusciamo ad attrarre laureati stranieri. L’Italia in ambito Europeo (fra le nazioni più sviluppate: Francia, Germania, Spagna e Inghilterra) è contemporaneamente il Paese con il massimo tasso di emigrazione intellettuale e quello con la più bassa capacità attrattiva.
A tutto questo si unisce, o forse ne è causa, l’inesorabile invecchiamento di buona parte dell’attuale classe dirigente. Oggettivamente esiste una “questione generazionale” che non riguarda solo la politica ma anche le imprese, l’università, ecc. ecc. Per fare un semplice esempio, la percentuale di docenti universitari con età inferiore ai 44 anni era pari al 60% nel 1990 mentre è circa il 29% nel 2004! (fonte: vision) Questa situazione si riflette inevitabilmente in scarse prestazioni della ricerca, ma anche nello sviluppo sociale ed economico del nostro Paese nei confronti internazionali. Certo l’esperienza, le conoscenze acquisite e le capacità dei professionisti più anziani e meritevoli deve essere valorizzata, ma la gestione e l’indirizzo delle attività devono essere trasferite ai giovani, che sono maggiormente dinamici e intellettualmente produttivi. L’invecchiamento della classe dirigente e l’impossibilità da parte dei giovani di accedere a ruoli di responsabilità conduce immediatamente al problema della “fuga dei cervelli”!
A questo punto però bisogna tenere conto di una cosa. Non si può considerare di per sé negativo il fatto che i migliori “cervelli” italiani emigrino all’estero. La possibilità di effettuare una esperienza internazionale rappresenta un’occasione importante di crescita e sviluppo delle proprie conoscenze e competenze. Allora, paradossalmente, questa massiccia emigrazione intellettuale può diventare uno straordinario vantaggio competitivo per l’Italia nei confronti degli altri paesi. Se sapremo creare una rete di rapporti, di risorse e di strutture di eccellenza che possono favorire il “rientro” e il “ritorno”, più o meno definitivo, allora potremmo trasformare un problema in una opportunità. Creare una classe dirigente estremamente competitiva ed attrezzata per affrontare le sfide del futuro: dallo sviluppo sostenibile e alla globalizzazione con tutte le difficoltà, i vantaggi e i problemi che introduce. Un esempio lo abbiamo anche qui da noi: l’IRST di Meldola, di fresca inaugurazione, può avere anche un obiettivo di questo tipo. Ma l’ambito sanitario non è l’unico settore nel quale possiamo competere, bisogna lavorare per promuovere e favorire l’insediamento sul nostro territorio di strutture ed aziende, pubbliche e private, ad elevato contenuto tecnologico ed intellettuale. Più nello specifico cosa possiamo fare, e cosa NON dobbiamo fare, per favorire la costruzione di questa rete e fornire una possibilità di rientro per questa classe dirigente “mancata” nel nostro Paese? Possiamo ragionarci assieme, però permettetemi di dare due indicazioni o suggerimenti:
1) dobbiamo evitare le assunzioni di massa, come quelle avvenute in passato, che non siano basate su procedure altamente meritocratiche;
2) non possiamo pensare che siano sufficienti incentivi monetari per stimolare il “rientro”, bisogna dare la possibilità, a chi rientra e a chi ha mostrato talento, di incidere realmente nelle scelte, nel governo delle strutture di ricerca, delle imprese e anche del Paese in generale.
Samuele Branchetti
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La questione della ricerca è l’ennesimo esempio che descrive il funzionamento delle cose in Italia: i soldi teli danno se c’è garanzia che ritornino a breve e in maggiore quantità. Con questo andamento non si investe nella ricerca che invece formerebbe un solido substrato dell’economia di un paese, solide basi per garantire lo sviluppo futuro più a lungo termine. Senza fondamenta il paese richia di trovarsi svuotato di risorse, senza la formazione di giovani ricercatori nei prossimi decenni mancherà la forza che spinge in avanti l’economia italiana con nuove idee che comportino nuovi ed innovativi prodotti e servizi.
La “fuga di cervelli” deve diventare un “lancio a molla di cervelli”. L’esperienza all’estero è quindi fondamentale perchè permette di imparare una nuova lingua e conoscere realtà diverse da quella italiana, ma poi i cervelli devono tornare a casa. Purtroppo invece chi mette il naso fuori dal nostro paese incontra quas sempre realtà più floride, trattamenti migliori e a casa non ci vuole tornare.
La politica futura deve creare strutture all’avanguardia nella ricerca che funzionino con individui capaci e motivati.
Per fare questo ci vogliono investimenti che diano gli strumenti e soprattutto un po’ più di soldi per lo stipendio dei ricercatori.
Se si vuole c’è anche un elemento di romantica ed epica sfida in questa fuga necessaria quanto difficoltosa (se non altro a livello umano).. come se oltre al cervello servissero anche le palle.
Forse questa fuga potrebbe essere vista come tappa ineludibile (per noi Italiani) di crescita, come uletriore filtro di selezione intellettuale.
Poi un ritorno in patria, dove certe cose non funzionano, ma dove chi non torna non merita di tornare
Ringrazio Matteo ed Alessando per i loro contributi. Molto bella l’immagine del “lancio a molla dei cervelli” in contrapposizione alla “fuga di cervelli”.. Qui di seguito posto un Editoriale di Pierluigi Visci (Resto del Carlino – Domenica 18 Novembre 2007).
Illusi e beffati nelle università: cervelli di nuovo in fuga da un’Italia che non li merita
Ricerca e innovazione. Perché un Paese, e soprattutto l’Italia, non compete se non dà priorità a questo binomio. La politica consuma progetti e promesse, specie in campagna elettorale. Poi, tutto più o meno finisce lì. E i “cervelli” italiani continuano a fuggire verso lidi stranieri più ospitali e munifici. Gli ultimi dati: con la “legge Moratti” del 2001, 466 ricercatori sono rientrati, speranzosi di poter fare ricerca e insegnamento in Italia. E contando sull’imminente bando di un concorso nazionale. Dopo sei anni, solo 45 (con una spesa di 52 milioni di euro. Che affare) continuano a lavorare nelle nostre università, con un contratto da associato. Gli altri sono già andati via o stanno per farlo, angosciati da contratti a termine sempre in bilico. Di quel concorso si è persa traccia e le chiamate dirette restano un tabù. La Spagna ha richiamato 800 “cervelli” e ne ha stabilizzati 400. Nonostante leggi, incentivazioni alle università, sollecitazioni a fare spazio a chi aveva avuto una significativa esperienza all’estero, le baronìe nostrane hanno fatto muro, per tutelare i fedelissimi (altre vittime di un sistema perverso) che da anni sgobbano gratis per raccogliere qualche briciola. E così si scopre, ad esempio, che nei 200 dipartimenti di economia più importanti al mondo, dieci ricercatori su 100 sono italiani. Al Boston College, ad esempio, il 18 per cento, l’11 a Cambridge. C’è anche una questione di soldi. Il ministro dell’Università, Mussi, qualche giorno fa ha detto che il reddito dei ricercatori è più basso del salario operaio: borsisti a 800 euro, assegnasti a 1.100, ricercatori a 1.200. La grande battaglia dei medici specializzandi (studiano, sostengono esami e fanno regolare attività assistenziale in reparto) ha ottenuto un miglioramento economico (da 900 euro a 1300 euro circa), ma ora devono pagare le regioni e qui cominciano i problemi. Al di là degli aspetti specifici, è la solita storia: chiediamo ai giovani di crescere, uscire di casa (i “bamboccioni” di Padoa-Schioppa), studiare di più e meglio, poi chiudiamo le porte. I giovani invecchiano, saltano le generazioni, muore il rinnovamento. La politica, con leader e gregari sempre ai loro posti, eterni e mummificati, è lo specchio di questa Italia immobile. Altro che ricerca e innovazione.
Cara Samuele il tuo e gli altri interventi qui sopra riportati mi han fatto pensare a diverse questioni.
Proverò a presentare gli esempi che mi sono venuti in mente e poi vedrai anche come la penso essendo italiana ma studiando all’estero.
Un primo caso che questa discussione mi ha fatto ricordare è quello USA: possono piacere o no ma a livello di ricerca sono AVANTI, e questo è un dato di fatto. Se un’università americana ti accetta per un dottorato di ricerca quasi di conseguenza ti da una borsa di studio con cui puoi vivere degnamente. (c’è anche chi è abbastanza ricco da pagare un enormità di soldi e quindi di studiare senza borsa, ma sappiamo che sono pochissimi e la persona in questione sa già che la sua ricerca non è stata riteuta interessante). La mentalità è la seguente: ti danno una borsa di studio se la tua ricerca è degna di attenzione ed originale (alcune università non vogliono nemmeno vedere il tuo reddito o quello della tua famiglia). A loro interessa quanto vali e se dimostri di valere, sei seguito e incentivato, hai tutte le possibilità economiche e di reperimento materiale ma, dall’altro lato, vogliono vedere i risultati concreti. Certo è un sistema meritocratico ma chi vale si vede.
Durante i tuoi anni di studio tu studi, devi pubblicare articoli, insegnare a portare avanti la tua tesi. Qualunque cosa hai fatto sarà riportato al fatto che tu vieni da quella università e se tu diventi qualcuno, crescela fama dell’università dove hai studiato. Ecco perchè quando si parla di gente che ha studiato negli USA si menziona SEMPRE l’università in cui ha studiato, è una credenzile per la persona e pubblicità per l’università.
Le università quindi investono nelle persone ma se la persona riesce, quello è il loro premio ovvero la credibilità che acquistano: é la tal università che ha scoperto e creduto nel tal genio quando ancora non era nessuno!
Poi c’è il Giappone che investe un sacco per far studiare gli studenti all’estero affinchè tornino e importino in patri le nuove conoscenze ma questo non è solo ora. Questa tendenza è nella storia del Giappone
da decenni.
Poi ci sono un sacco di italiani che ho conosciuto qui in Finlandia e che mi dicono tutti la stessa cosa: “Perchè devo tornare in Italia? Non mi offre nemmeno la metà di quello che trovo qui (parlo a livello lavorativo)”
Ce ne sono alcuni che ogni tanto provano a tornare in Italia cercano e vedono quello che offre il panorama italiano… e in genere scelgono di tornare all’estero se tengono alla carriera e al lavoro postuniversitario.
Io studio a Helsinki, in Finlandia e non ho mai pensato a me stessa come un cervello in fuga ma forse faccio parte di questa migrazione ma non so cosa farò una volta completato il mio percorso di studi. So che qui si respira aria di apertura, io come straniera mi sento accolta e benvoluta. Sento la Finlandia un Paese che progredisce, che avanza, che attrae stranieri e che mette molti sforzi ed energie in questo. Non ho mai avuto questa sensazione in Italia. E’ stranissima la sensazione di un Paese che evolve, che cerca che da spazio alla ricerca ma che nello stesso tempo è molto umile e osserva e ascolta cosa hanno da dire gli altri Paesi o gli stranieri.
E poi guardo l’Italia… e non sento nulla di tutto questo. In Italia la cultura è qualcosa di troppo pesante per stare al passo con la ricerca scientifica odierna ma anche in campo umanistico. Siamo purtroppo un pò vecchi e non riusciamo a svecchiarci e a rinnovarci. Ricordo quando il mio relatore di tesi mi disse più o meno le stesse cose e io mi arrabbiai tantissimo poichè nonostante tutto amo l’Italia. Ma ora amaramente mi rendo conto che è così, e ti fa male dentro.
Quando io in classe mi confronto con altri studenti stranieri mi rendo conto che ho una buona base di partenza, la parlantina non mi manca ma molto spesso mi amncano gli strumenti che tedeschi, austriaci, olandesi, danesi, svedesi, giapponesi, finalndesi hanno perchè le loro università glieli hanno dati. Allora mi arrabbio con la mia poichè ho sempre fatto tutto quello che dovevo fare con buoni risultati ma … se è l’università che non ti daà abbastanza non è colpa nostra. E’ qui che si capisce che l’Università italiana va svecchiata, ci sono metodi troppi vecchi (spesso questo riguarda anche le scuole superiori) bisogna che le riforme partano dalla base. Bisogna comicniare ad osservare cos’è che funziona all’estero e cominciare a essere un pòpiù umili e a farlo nostro. Avere l’umiltà di dire perchè tutti gli studenti parlano correntemente almeno 2 lingua straniere (in Finalndia la media si alza a 3 o molto spesso anche 4 lingua straniere) e gli italiani sono i soliti somaroni. Ma allora ci vogliamo fare qualcosa?
IO vedo e sento tante lamentele ma nessuna proposta concreta, nessun progetto e nessuna volonta della classe dirigente di vero cambiamento.
Ovviamente voluterò la possibilità di tornare in Italia ma voglio vedere anche cosa mi può offrire il mio Paese, non come genio che ritorna ma come giovane italiana con potenzialità e esperienza diverse.
Io so che me la posso giocare, vedremo come andràla partita.
Ciao
Corinna
Gentile Corinna,
molte grazie per la tua bella e articolata testimonianza, grazie davvero!
Ci offre uno spaccato reale - ma assai poco esaminato e anzi oscurato - dei problemi e delle difficoltà della ricerca e del sistema universitario italiano, nonchè una reale dimostrazione di quanto la meritocrazia sia un valore ancora poco approfondito nel nostro paese.
Speriamo tu possa proseguire in questo dialogo a distanza con noi, anche perchè consente una forte apertura nell’esaminare i problemi del nostro paese, uno stimolo per progettare soluzioni da parte dei partiti politici e di quelle che dovrebbero essere le classi dirigenti del nostro paese.
Assai utile è infine il taglio della testimonianza che ci hai offerto, ciò che in questo spazio aperto di discussione, dibattito, approfondimento apprezziamo moltissimo.
grazie ancora e a presto, Thomas Casadei
P.S. Dove svolgi la tua attività in Finlandia, e in quale ambito?
Un dato assai interessante dal Rapporto Censis appena pubblicato
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/economia/censis-rapporto/internet-tecnologie/internet-tecnologie.html
La diffusione della banda larga ha moltiplicato con grande rapidità il numero degli utenti di Internet: secondo il 41° Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis nel 2007 gli utenti della Rete hanno raggiunto una quota pari al 45,3 per cento della popolazione. Prendendo in considerazione solo gli utenti abituali, quelli cioè che si connettono almeno tre volte alla settimana, si è passati dal 28,5 per cento del 2006 al 38,3 del 2007. Per i giovani l’indice di penetrazione è del 68,3 per cento, per le persone di età compresa tra i 18 e i 29 annui il tasso sfiora l’80 per cento. Mentre gli anziani che navigano in Rete sono solo l’11,7 per cento della popolazione.
Inutile dire che la politica deve mettersi al passo con queste trasformazioni, è ancora straordinariamente arretrata, fiacca, pigra….il Pd su questo versante si gioca certamente una delle sue maggiori sfide sul piano dell’innovazione, nonchè della sperimentazione di nuove forme di partecipazione, discussione, trasparenza, azione…”rete e territori”, “circoli in rete”, “rete dei circoli” non sono semplici slogan ma prassi di attuare fin da subito, solo così si potrà tentare di coinvolgere i tanti giovani impegnati, potenzialmente interessati, in attesa di segnali che potrebbero trovare spinta e motivazione all’impegno. Ma vecchie ritualità e vecchi metodi (persone che parlano per ore, spesso andando fuori tema, riunioni che non si chiudono con un quadro di riepilogo, riunioni non interattive e relazionalmente stimolanti) sono ostacoli da superare, occorre un forte slancio, altrimenti la politica sarà ferma di fronte di fronte a trasformazioni che la superano continuamente.
Sempre sul Rapporto Censis, segnalo la stimolante e “radicale” analisi di De Rita
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/economia/censis-rapporto/derita-intervento/derita-intervento.html
altro che RETORICA DEL RIFORMISMO, qui occorrono prassi riformatrici, ma soprattutto un diverso approccio alle sfere sociali, non alla società intesa con un tutto, vecchio approccio sociologico, da cui ancora i dirigenti del PD paiono faticare ad ad uscire…
Sono assolutamente in sintonia con il manifesto degli scienziati della Sapienza che reputano un “evento incongruo” l’intervento del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università La Sapienza di Roma, giovedì 17, definendolo non in linea con la laicità della scienza.
Giustamente questi importanti scienziati, molto meno presenti nelle televisioni e nei media del pontefici e di tante esponenti delle gerarchie ecclesiastiche, osservano quanto segue:
Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un’affermazione di Feyerabend: “All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”.
Sono parole queste che, per scienziati fedeli alla ragione e per docenti che dedicano la loro vita all’avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, offendono e umiliano.
Proseguono i suddetti: “In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato”.
Aggiungo poi: se il papa decide di andare in un luogo pubblico ad un appuntamento fuori dalla normale attività liturgica, alla presenza di persone non di fede cattolica è normale che possa venire contestato per le idee - spesse schiettamente politiche - che esprime da tutti quelli hanno idee diverse e trovano intollerabile l’asfissiante presenza sua e delle gerarchie cattoliche nella vita pubblica italiana.
Fino a prova contraria in democrazia c’è liberta di parola e di opinione, ciò che NON esiste all’interno delle gerarchie ecclesiastiche dove “l’obbedienza è sempre una virtù” (e chi non obbedisce fa la fine di Don Milani, o dei tantissimi teologi della liberazione sudamericani, solo per fare un paio di esempi eclatanti).
Nel merito ho sentito il rettore affermare di aver invitato il papa, come logica presenza rispetto al tema scelto cioè la pena di morte.
A riguardo trovo veramente fuori luogo questo riferimento dato lo scarso apporto dato dal Vaticano alla moratoria sulla pena di morte approvata all’ONU salvo strumentalizzarla (ed è cronaca recentissima) per tentare di mettere in discussione la legge - sacrosanta - sull’aborto (che ha fatto nettamente diminuire gli aborti clandestini, cosa che il Papa nelle sue tante passerelle si dimentica di dire).
Spero che i cristiani di buona volontà - che sono più numerosi di quel che sembra - tornino presto in questo paese a far sentire la loro voce, e a prendere nettamente le distanze da una guida che sceglie continuamente lo scontro, bacchettando a destra e a manca. Mi piacerebbe sentire ogni tanto parole nette, ferme, ricorrenti sui roghi e sugli eccidi perpetuati dalla chiesa cattolica, sulle sue dolorosissime discriminazioni e violenze, mi piacerebbe sentire dire che - purtroppo - è nella famiglia che si perpetua il maggior numero di delitti e stupri, e che è in certe chiuse stanze che persone represse si macchiano del reato di pedofilia, e ancora mi piacerebbe sentire avanzare una proposta: per aiutare chi ha più bisogno, noi esponenti delle gerarchie ecclesiastiche COMINCIAMO A PAGARE L’ICI DI TUTTI I NOSTRI POSSEDIMENTI. non succederà, ahimè…e le gerarchie continueranno ad essere una *casta*, separata, chiusa, assai potente, forte di uno status che comunque i “fedeli” - più o meno in buona fede - continuano ad assegnare a chi ritengono “superiore” e comunque non criticabili.
per fortuna che ci son tanti, tantissimi, cristiani di base che fanno della speranza una prassi quotidiana e che vivono umilmente cercando di praticare lo spirito evangelico. Spero prima o poi che tutte queste belle persone prima o poi generino uno scisma da chi ha ormai ratificato, e in Italia ciò è emblematico, della religione uno strumento di potere e di privilegi.
La democrazia riconosce la libera espressione di fedi e culture, ma da sempre contrasta i privilegi. Vedremo se un partito che si definisce -geneticamente- democratico saprà muoversi nella direzione di una progressiva riduzione dei privilegi.
Intanto - in democrazia la critica è cosa sana - pieno sostegno alla protesta degli scienziati della Sapienza. Eventualmente Joseph Ratzinger si faccia scortare da personaggi, atei devoti, come Giuliano Ferrara.
Laicità sì, anticlericalismo controproducente no. L’epilogo di questa vicenda, da cui occorre sicuramente trarre insegnamento, è che Il papa non andrà all’Università, ma tutto il mondo politico senza distinzioni, gli sta esprimento solidarietà e questo porta acqua solo al mulino del Vaticano. Credo che invece che farsi prendere la mano dagli organizzatori di contestazioni di tipo goliardico, sarebbe stato più serio per docenti e soprattutto per gli studenti che le stavano organizzando, essere un po’ più sobri, limitandosi all’appello - le cui motivazioni sono in gran parte coindivisibili- e poi contestando nel merito le considerazioni di Ratzinger, tanto ce ne sarebbe stato sicuramente motivo. Gli atteggiamenti offensivi sul piano personale non pagano mai, spero di aver capito male la notizia che la Turco parteciperà ad una veglia di solidarietà nei confronti del papa, ma temo che sia vera. D’altra parte è vero che per chi è cattolico è comunque una autorità religiosa e le convinzione individuali vanno rispettate, anche quelle dei ministri. Sempre che, invece, sul piano di governo non abbandonino la necessaria visione di separazione tra questioni pubbliche e convinzioni religiose che è alla base di ogni equilibrato rapporto tra stato e chiesa.
Il Papa è il Vescovo di Roma, certo. Il Papa interviene su tutto e sul contrario di tutto nella politica italiana come mai i suoi predecessori avevano fatto.
Pochi giorni fa il Papa ha attaccato (su suggerimento di Ruini più che di Bertone) il sindaco di Roma per il degrado della città.
Lo ha fatto con una precisa volontà sbarrare la strada del Sindaco di Roma alla guida del Paese.
Un Paese che non è il Suo Paese, perchè il Papa è di un altro Stato: Città del Vaticano.
Questo è un Papa che di concerto con l’estrema destra del Salvador ha bloccato il processo di beatificazione di monsignor Romero, che già fu vittima dell’indifferenza di Woytila e Casaroli e , contestualmente ha betificato (come sapete le beatificazioni sono processi complessi e non collettive)in un sol giorno di concerto con l’Opus Dei gli oltre 400 “martiri” della guerra civile spagnola, dimenticando che i molti sacerdoti cooperarono oltre che nella lotta armata contro un regime democraticamente eletto nella sottrazione dei figli dei repubblicani che furono strappati alle famiglie come tra il 1976 ed il 1982 in Argentina questo metodo ancor più scientificamente fu attuato con i figli delle desaparecidas con la complicità del Nunzio Apostolico Pio Laghi.
L’elenco sarebbe lungo ma mi fermo qui.
Stasera ci sarà la gara a solidarizzare con il papa bavarese, la campagna del TG2 e delle reti Mediaset è violenta, ma questa è una bella serata.
Per chi non si vergogna del suo laicismo, ed è da sempre in dialogo con persone e aree di fede cristiana e cattolica, questa è una bellissima serata.
Una protesta del tutto legittima - espressione sana della democrazia (non mi risulta che a Roma ci siano stati incidenti e che la protesta sia stata del tutto pacifica)- di 67 professori e di moltissimi studenti e mondi del mondo della culturale ha condotto ad un risultato del tutto plausibile: l’annullamento della presenza del capo di una Chiesa - non della Chiesa o di tutte le chiese del mondo - ad un momento fondamentale dell’istituzione universitaria: l’inaugurazione dell’Anno Accademico. Joseph Ratzinger non doveva partecipare ad un dibattito a più voci o ad un confronto con uno studioso di cultura o fede diversa, come ha magistralmente osservato questa sera Stefano Rodotà, su questo non ci sarebbero stati elementi ostativi alla sua presenza. La forzatura - enorme - di averlo interlocutore unico, in una istituzione pubblica e laica - una delle più note del paese - come la Sapienza, in questa fase politica e culturale e per l’inaugurazione dell’anno accademico, è stata giustamente stigmatizzata da cittadini della Repubblica italiana.
Trovo, in questo caso, deprimenti le parole di Romano Prodi, e davvero preoccupanti quelli di Pierluigi Bersani e Livia Turco (chi è orfano di una ideologia, dietro al paravento del riformismo, ha bisogno di altro, ahimè), nonchè della quasi totalità dei leader del partito democratico. E tutti a parlare di censura, di atti indegni, e via discorrendo: indegno - per un’istituzione accademica laica (e dove i docenti non giurano davanti a nessuno testo: lì è arrivato solo il regime liberticida fascista) - era quello che stava per accadere.
Ringrazio i 67 docenti e tutti coloro che con schiena dritta alla Sapienza e non solo hanno difeso l’autonomia delle istituzioni accademiche e la sana virtù della democrazia: ovvero, quando si è in dissenso, è legittimo dimostrare e marcia pacificamente, nei mille modi, anche goliardici, che l’uomo sa creare. Joseph Ratzinger - come osserva giustamente Alessandro Pilotti - si sta fin dal suo insediamento comportando da uomo politico, a capo di un piccolo stato. Se così si pone, in democrazia, legittima è la protesta, la critica, la messa in risalto di contraddizioni e limiti. il Papa può non essere ritenuto infallibile e non sempre morale, da chi non si riconosce nella fede cristiana e cattolica. Che ci si stupisca di questo è un segno assai triste della repubblica italiana.
Ma chi lotta, da sempre, per istituzioni laiche e repubblicane non ha mai temuto di tenere la schiena dritta. certo ci vuole coraggio e serietà. Qualcosa ancora nell’accademia italiana si muove in tal senso.
Consentitemi - ma in tv si sente solo una voce - e i blog servono anche a dare voce ai tanti mondi sommersi. Ancora una serie di battute, prendendo spunto da un articolo di repubblica.
“ROMA: il Papa, alla Sapienza, non andrà. Non è per motivi di sicurezza ma per opportunità. Nessuna segnalazione di minacce.
L’annullamento - si apprende da fonti vaticane - sarebbe dovuto a motivi di opportunità legati alle prennunciate contestazioni.
In mattinata l’aula del Senato accademico è stata occupata da un gruppo di un centinaio di studenti. Dopo una lunga mediazione - condotta da un funzionario di polizia del commissario Trevi, Marcello Cardona - il Rettore aveva concesso ai ragazzi uno spazio davanti all’ingresso dell’università dove avrebbero potuto manifestare giovedì mattina. Ma i filmati della contestazione avrebbero fatto il giro del mondo e il Vaticano ha ritenuto un danno all’immagine insopportabile per Benedetto XVI”
**** Ecco la vera motivazione: il timore della contestazione. Non altro. Da uomo politico, Ratzinger, ha capito che ciò arrecava più danno che non la presenza dominante nel cuore dell’istituzione accademica più nota d’Italia. e così ha deciso di soprassedere.
“Qualche altro leggerà per lui il suo intervento giovedì all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza”.
**** Dunque non c’è assolutamente censura: le idee di Ratzinger verranno anzi esposte, e - aggiungo - senza alcun altro interlocutore… e questa mi pare già una concessione e una forzature.
“è bufera nel mondo politico. Rincrescimento per la decisone del Papa è stata espresso da destra, ma anche la sinistra avanza delle perplessità.
“Il premier condanna “chi ha provocato tensioni”:
**** qui Romano Prodi - sempre equilibrato in materie che attengono il problematico rapporto tra fede e politica, e tra credenze religiose e istituzioni - dimentica che a provocare tensioni è stata l’inopportunità e l’incongruità (come hanno osservato i 67 docenti de La Sapienza firmatari di un sobrio ed essenziale appello) della presenza all’inaugurazione dell’anno accademico di un uomo presente come espressione di una parte.
> “Nessuna voce deve tacere nel Paese, a maggior ragione quella del Papa”.
*** certamente, ma occorre anche capire quale è il contesto. E nel Paese non devono tacere neppure esimi scienziati e docenti come Marcello Cini o come organizzazioni studentesche riconosciute dai nostri ordinamenti.
Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, riferendosi ai 67 docenti che hanno chiesto al Rettore di annullare la visita del Papa, denuncia allarmato: “Se questi sono i maestri dei nostri figli, c’è da aver paura per il nostro futuro”.
*** io ho paura di un paese in cui uno come Casini è leader di una coalizione, a capo di un partito e ritenuto persona ‘affidabile’: un personaggio che va in piazza per la famiglia e a difesa del matrimonio e della morale cattolica ed è divorziato (e dunque manco potrebbe - ad essere ortodossi - presenziare alle messe del suo paese). Casini dovrebbe solo stare in silenzio quando si parla di religione, di cattolicesimo e di rapporti tra istituzioni e fede.
“Eppure la sicurezza sarebbe stata garantita al mille per cento” ha detto il ministro degli Interni Giuliano Amato. Ci tiene a ribadirlo il Viminale che la scelta del Vaticano nulla c’entra con il timore per l’incolumità del Pontefice. Piuttosto “non era il caso di accettare l’invito” spiegano fonti vaticane: “Se si riceve un invito da parte di una famiglia, ma poi quella famiglia comincia a dividersi, e accade quello che è successo in questi giorni, non è più il caso di accettare”.
**** quando mai l’istituzione accademica è stata una **famiglia**?
L’argomento non regge ed è di una povertà intellettuale che imbarazza.
Prima la lettera dei 67 docenti di Fisica che ricordavano la frase su Galileo citata da Ratizinger quando era cardinale in un intervento pronunciato nel marzo 1990 a Parma. Un’affermazione del filosofo Paul Feyerabend: Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto. “Parole che ci offendono e ci umiliano”, scrissero i professori. Poi la vivace protesta degli studenti aderenti ai collettivi di facoltà Rete Autoformazione, i manifesti nel campus, le scritte sulla statua della Minerva all’ingresso dell’università: “Fra Giordano è bruciato, Galileo ha abiurato, noi resisteremo contro il Papato”.
**** queste sono verità storiche. GIORDANO BRUNO è STATO BRUCIATO PER COLPA E RESPONSABILITà DELLA CHIESA CATTOLICA. COSI COME LA CHIESA CATTOLICA è STATA CONNIVENTE - NEL NOVECENTO ANCHE NEGLI SETTANTA E OTTANTA - CON REGIMI TOTALITARI E LIBERTICIDI (si vedano le note vicende legate a Pio Laghi, e tanti altri esempi).
Quando si aprirà una riflessione seria su questi temi: ovvero tra i cortocircuiti, reali ed effettivi, tra spirito evangelico ed istituzioni e gerarchie ecclesiastiche?
Stamane l’occupazione del Rettorato, un’occupazione pacifica, lontana dalla violenta reazione di 30 anni fa quando nella Sapienza occupata fu cacciato Luciano Lama, ma decisa e convinta. Poi l’annuncio della Santa Sede intorno alle 17, quando gli studenti erano riuniti in assemblea per decidere la “settimana anticlericale”. E’ scoppiato un applauso. “Ha vinto il corpo vivo dell’università”, dicono alcuni, ma altri, gli studenti cattolici, si sono radunati nella cappella della Sapienza per una veglia di preghiera che proseguirà tutta la notte.
**** tutto legittimo: l’esultanza e la preghiera nella cappella. Perchè appunto, l’invito al Papa, non è stato fatto nella cappella adiacente alla Sapienza, dagli studenti cattolici? Ci sarebbero stati meno clamori, e l’atto non sarebbe stato pur nulla incongruo.
W la Repubblica democratica, W la Costituzione, W l’istituzione accademica laica, indipendente, aperta a tutte le fedi e culture.
A volte, anche in Italia, l’aria è più respirabile.
Voglio ricordare il discorso tenuto dal Nunzio Apostolico Pio Laghi a Buenos Aires il 27 giugno 1976, tre mesi dopo il golpe militare: «Il Paese ha un’ideologia tradizionale e quando qualcuno pretende di imporre altre idee diverse ed estranee, la Nazione reagisce come un organismo, con anticorpi di fronte ai germi, e nasce così la violenza. I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d’Aquino, il quale insegna che in casi del genere l’amore per la Patria si equipara all’amore per Dio».
Secondo me si è esagerato in un senso e nell’altro e voglio ben sperare che dietro la lettera degli scienziati ci sia qualcosa di più concreto delle cazzate spese a suo tempo sul processo di Galileo.
Perchè chi richiama la coerenza politica come valore allora dovrebbe boicottare allo stesso modo il discorso di fine anno del Presidente Napolitano per le enormi stronzate dette sull’invasione Ungherese.
Mi auguravo che dopo la sonora batosta del referendum sulla procreazione assistita ci si rendesse conto che per convenienza politica alcune battaglie è meglio farle con il cervello e non con la pancia (farlo andare e regalargli un libro di Dan Brown non era più divertente? Magari “Angeli e demoni” in cui il pontefice è assassinato dal camerlengo).
Saluti
PERCHE’ A QUESTO MONDO NESSUNO STA AL SUO POSTO?
FORSE CI SAREBBE MENO CONFUSIONE ,CHIACCHIERICCIO,BLABLABLA DI SALOTTO E I PROBLEMI DELLA VITA DI TUTTI SAREBBERO MENO PERSI DI VISTA.
SE FOSSI COMUNQUE STATA DOCENTE ALLA SAPIENZA,AVREI CONTESTATO ANCH’IO,LA LECTIO MAGISTALIS DEL PONTEFICE
Caro Thomas,
condivido la tua esultanza per l’Italia Democratica, ma stasera al tg1 ,mons Bagnasco ha avuto la possibilità di rammaricarsi del mancato evento alla Sapienza con tempi e modi che altri,per così dire la parte laica della nostra cara Res-publica non ha avuto l’onore di avere …e al tg3 regionale è statoa data lettura del rammarico del Rettore di Modena che ha detto che il Papa sarà il benvenuto ,nel caso volesse fare visita all’università di codesta città.
ora le pagine dei giornali e dei tg sarannonei prossimi giorni tempestate dal tema della mancanza di dialogo,quando lor signori dal cupolone non si fanno scrupolo di entrare a pie pari nella vita politica dello stato,dettandone precetti,leggi,e quanto altro…e nessuno si ricorderà se non per breve notizia che si continua a morire sul lavoro,oggi un altro lavoratore è morto a san Giovanni in Marignano,i bambini stranieri non vengono accolti nelle scuoleandando contro i principi sanciti dalle carte onu, ,molte persone sono alla ricerca del lavoro,le donne devono rimboccarsi le maniche per lottare ancora contro chi fa le crociate avverso la 194,devono sopportare la vergogna delle violenze sessuali,gli operai devono elemosinare quattro miseri euro per poter arrivare forse con dignità alla terza settimana e mi fermo qui se no mi deprimo
patrizia
Sono esterrefatto:
Mussi dice “non è un attentato al principio di laicità… il fatto che il Papa possa prendere la parola in questa sede. Io non sono un credente e non appartengo alla chiesa cattolica. E non capisco perché‚ il Papa Benedetto XVI non possa qui pronunziare di persona il suo discorso”.
Mussi furbeggia: la questione non è questa, il papa poteva benissimo prendere la parola in un dibattito a più voci o in qualsiasi convegno organizzato alla Sapienza.
L’inaugurazione dell’anno accademico per uni’istituzione LAICA come l’Università è qualcosa di molto divero e non si può ammettere un affronto come quello che stava per essere sferrato al corpo docente della facoltà di Fisica.
«Questa cerimonia - ha aggiunto Veltroni - si svolge in una situazione particolare: ciò che è successo per un democratico inaccettabile».
Trovo inaccettabili - da democratico - le parole di Veltroni. L’opportunismo in queste situazioni danneggia anche chi mostra in genere equilibrio come Valter Veltroni. In democrazia, prima di tutto, come lui sa bene è la tutela della critica e del dissenso, venuta meno questa istanza costitutiva la democrazia deperisce.
Urge - e la auspico - rettefica dal Segretario del PD.
Ringrazio nuovamente i 67 docenti della Sapienza, uno per uno, ed Enrico Boselli per la sua presa di posizione unica voce fuori da un coro *ipocrita* ed *assordante* quale quello del ceto politico italiano riguardo - nel caso specifico - ad un capo politico del piccolo stato vaticano.
la democrazia e le istituzioni accademiche sono una cosa seria. e anche gli eventi in esse hanno valenze che non possono essere banalizzate.
rettifico, scusate:
In democrazia, prima di tutto, come lui sa bene ciò che è fondamentale è la tutela della critica e del dissenso, venuta meno questa istanza costitutiva la democrazia deperisce. Veltroni da democratico dovrebbe tornare a leggere qualche classico del pensiero liberale, nonchè dotarsi di una più accurata biblioteca di testi capitali del pensiero laico e laicista quello che - contro la reazione delle gerarchie eclesiastiche - ha generato le istituzioni democratiche.
Consiglio di leggere il bell’articolo di Paolo Flores D’Arcais su Repubblica di oggi.
Un esempio intransigente, senza alcun livore, di laicità.
Mi sarebbe piaciuto ascoltar qualche voce del PD che non lasciasse solo Boselli solo nella tutela delle posizioni laiche.
concordo, in queste ore il livore si sta riversando - da tutti i versanti, attraverso un inaudito bombardamento mediatico - nei confronti di coloro che in questo paese provano a tenere fermi i principi alla base delle istituzioni laiche, quali in primis quelle accademiche.
Per fortuna che ascolto cattolici seri dire con molta naturalezza che era sbagliato far intervenire il papa ex cathedra all’inagurazione dell’anno accademico (di questo si trattava). Tutti indistintamente sono amareggiati e delusi per le prese di posizione del PD.
Livia Turco che aderisce e partecipa alla veglia promossa da Ferrara la dice lunga sullo stato confusionale di certi ministri e dirigenti di primo piano (ma la Turco non era esponente di spicco dei democratici e socialisti che dovrebbero tenere alti i principia della laicità nel PD?).
La situazione è preoccupante e mentre tanto clamore si dedica alle vicende papali, nessuno si preoccupa dei veri problemi dell’Università, nonchè - politici del PD in primis - delle sorti del governo Prodi.
Peccato davvero che si stiano perdendo tante occasioni…
Secondo la ricerca il 50% dei nuclei vive con meno di 1.900 euro. Il 15% non ce la fa. Redditi più bassi tra gli anziani e al sud Istat, una famiglia su sette
non arriva a fine mese.
L’allarme di Veltroni: “E’ questa la notizia di oggi che ci deve preoccupare”
ROMA - E’ la fotografia di un disagio. Che se non cresce, resta però a livelli preoccupanti. Sono tempi duri per le famiglie italiane. I dati dell’Istat lo dicono senza possibilità di dubbio: il 50% dei nuclei vive con meno di 1.900 euro al mese: esattamente con meno di 1.872 euro, 22.460 euro l’anno. Il 14,6% dichiara di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese. Il 28,4 per cento di non essere in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 600 euro. In pratica, dice l’indagine sui redditi e sulle condizioni di vita in Italia (2005-2006), una famiglia su tre è in difficoltà.
Ecco i leader del costituendo PD immergano le loro energie in queste questioni. E Veltroni pensi a quel che il papa - da capo politico - ha detto sul disagio sociale a Roma. E Joseph Ratzinger di cosa si priva e cosa concretamente fa per ridurre il disagio sociale?
Dialogo significa anche umilta’,essere disposti a mettere in discussione se stessi e le proprie idee,rinunciando alla presunzione di essere depositari della verita’,ma non mi sembra proprio sia questo l’atteggiamento della chiesa.Anche Lama venne avvisato che alla Sapienza ci sarebbero state delle contestazioni,ma non rinuncio ad intervenire ,perche’il vero dialogo non ha mai ucciso nessuno.POCHE LENZUOLATE DI CONTESTAZIONE POI….
Mi inserisco sinteticamente nella discussione relativa alle ben note vicende che sono accadute, o meglio che non sono accadute, in questi giorni alla Sapienza di Roma…
Faccio seguito agli ottimi e puntuali interventi che si sono succeduti su questo blog e che ho potuto leggere in maniera appassionata, ritenendoli a vario titolo buoni spunti per discussioni future intorno al manifesto valoriale del PD.
Vorrei aggiungere solo due osservazioni in merito ai punti cardine che in queste ore hanno consentito al pensiero debole di gran parte dell’arco sociale (e politico) di criticare le posizioni prese dai celeberrimi 67, avvalendomi di un poco di buona filosofia e forse un pizzico di logica
A – Tolleranza (la spontanea rinuncia del prof. Ratzinger è un sintomo di altrui intolleranza)
Pare ci si stia dimenticando del valore del parole, o almeno, così si deduce, di ciò che esse denotano.
Il termine tolleranza non è affatto un sintagma neutro, né, tantomeno, neutrale. La tolleranza è una buona prassi, non un concetto evocato per prestabilire l’equipollenza di ogni posizione. La tolleranza è un preciso impegno, una continua azione sociale volta ad impedire pratiche intolleranti. Tesa ad evitare che posizioni apertamente irrispettose ed intransigenti si impongano uninominalmente e con una valenza superiore sulla società.
Essere tolleranti, pertanto, significa agire prasseologicamente contro ogni intolleranza, non accettare aprioristicamente ogni posizione come valida o come equivalente ad ogni altra.
Quando si afferma che l’omosessualità è una patologia da curare,
quando si deplora la possibilità di stabilire pari diritti per coppie non unite in matrimonio,
quando si operano campagne culturali contro la contraccezione e sinanco contro vaccini che possono impedire la contrazione di tumori uterini perché ritenuti immorali,
quando si impedisce aprioristicamente che la ricerca sulle cellule staminali possa essere improntata in maniera seria e serena,
quando si dogmatizza la supremazia della fede sulla ragione,
quando si continua a relegare il genere femminile ad un semplice accessorio delle istituzioni ecclesiastiche, o, peggio, a considerare le donne come semplici genitrici alle quali togliere il diritto a decidere sulla propria vita e salute,
quando si attacca tutta la tradizione filosofica post-illuministica come becero relativismo,
quando si compiono aperti gesti di irrispettosa arroganza nei confronti delle altre confessioni,
chi è l’intollerante?
Chi opera per la tolleranza non può accettare ogni posizione come equipollente ed essere sempre neutrale. Oggi, come per il caso Calas che ispirò Voltaire, agire per la tolleranza è contrastare fermamente ogni forma di intolleranza con l’ausilio della forma dialogica auspicata da chi ha ritenuto inopportuno il monologo teologale.
A – Dialogo
Già è stato detto di come la dichiarazione di inopportunità della presenza del Prof. Ratzinger fosse vincolata alla mancanza di un reale momento dialogico di riflessione e non alla sua presenza in quanto tale…
…aggiungo tuttavia una considerazione auspicando di non essere frainteso…
premesso che il dialogo rappresenta la condizione stessa del nostro essere sociale è necessario constatare, come fecero i positivisti logici e gli analitici inglesi, che scienza e fede non hanno, allo stato attuale, alcun vocabolo in comune col quale comunicare. Ciò di cui parla l’una risulta incomprensibile per la semantica dell’altra, ma soprattutto, dobbiamo serenamente partire dalla considerazione che il dialogo non avviene in una condizione di simmetria.
Il dialogo tra scienza e fede è eminentemente impari.
La fede è una assuefazione dogmatica che richiede una acritica adesione: non vi è nulla di fenomenologico che possa porla in discussione.
La scienza no. Essa è, per sue stessa natura, aprioristicamente falsificabile, fallibile, umile. Essa non conosce papi, né dogmi, né sovrani cui deve obbedienza.
La scienza è la più democratica delle imprese umane: ciascuno può parteciparvi, l’unico diritto di cittadinanza è l’avere buone idee e buone argomentazioni per sostenerle.
Tra tutte le vicissitudini umane la scienza è la più rivoluzionaria ed insieme la più umile, da sempre ha rappresentato, lei ed i suoi esponenti, un fermo baluardo contro ogni forma di degenerazione sociale, politica, fidestica.
In quanto falsificabile, in quanto fallibile, in quanto eminentemente umana, la scienza si trova in una posizione di superiorità logica rispetto alla fede alla quale gli argomenti della logica non appartengono…
Se poi a negazione di tale disparità si vorrà sentenziare che la fede si sottrae ai domini della logica, che le sue sfere sono altre, dirò che la logica è l’unico strumento universale che è dato alla mente umana, se ci si vuol porre fuori di essa, oltre di essa, si esautora la stessa natura umana e la possibilità di intavolare qualsivoglia confronto
Se non può dirsi neppure ciò che solo può dirsi allora nulla può dirsi….
Dal discorso alla Sapienza (la parte relativa alla politica)
«i rappresentanti di quel pubblico “processo di argomentazione”
sono - lo sappiamo - prevalentemente i partiti come responsabili
della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno
_immancabilmente_ di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze
e con ciò baderanno _quasi inevitabilmente_ ad interessi che
promettono di soddisfare; tali interessi sono però spesso
particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per
la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per
gli interessi» (_corsivi_ miei).
sottolineo anche la sintonia con le parole che seguono:
«Ma chi non vede e non sente pienamente che una società di uomini
sciolta dai vincoli della religione e della vera giustizia non può
avere altro proposito fuorché lo scopo di acquisire e di accumulare
ricchezze, e non può seguire nelle sue operazioni altra legge fuorché
un´indomita cupidigia di servire alle proprie voluttà e comodità?»
L’autore è Pio IX, _Quanta cura_, 1864.
credo e spero che la politica, anche senza religione, sia qualcosa di più del soddisfacimento degli interessi del proprio Campanile.
Difficile non sottolineare - come ha fatto opportunamente il ministro Ferrero - come quella di oggi all’Angelus sia stata a tutti gli effetti una *manifestazione politica* e come proprio questa continua sovrapposizione tra dimensione di fede e dimensione politica sia all’origine dell’insofferenza che emerge nella societa’ italiana nei confronti del Vaticano.
La pretesa di poter intervenire continuamente nella dialettica politica senza che le proprie posizioni vengano contestate (cosa vitale per una democrazia: il diritto al dissenso e alla critica, ovvero il nucleo fondativo del pensiero laico), in nome del fatto che si tratterebbe di posizioni non politiche ma religiose, mi pare una pretesa eccessiva, priva di fondamento e al di fuori della lettera e dello spirito del Concordato, che regola i rapporti tra la Chiesa Cattolica e lo Stato Italiano, “ognuno nel proprio ordine indipendente e sovrano”.
Anche per questo e’ sempre piu’ urgente varare una legge sulla liberta’ religiosa in Italia, superando la legislazione sui “culti ammessi” del 1929.
del resto che la vicenda sia tutta *politica* lo dimostra il fatto che NESSUNO ha impedito al Papa di parlare, cosa che si sente dire da più parti e che dicono anche diversi esponenti del Pd (di maggior o minore, o in alcuni casi infimo, rilievo), ciò che Joseph Ratzinger e i suoi strateghi politici (in primis il Cardinale Ruini) non hanno voluto accettare era il principio stesso della democrazia, ovvero la possibilità di esprimere il dissenso. Ma del resto le gerarchie ecclesiastiche sono state per lunghissimo tempo, contriaramente ai cristiani e agli evangelici di diverse aree geografiche, ostili ai principi della democrazia e alla sua realizzazione. Dunque perchè stupirsi, stupisce solo che chi tende alla costruzione di un partito democratico non abbia chiare queste cose, che attengono ai principi del liberalismo e della democrazia.
Nessuno ha impedito al Papa di parlare, semplicemente egli ha preferito - da leader politico quale è - non essere contestato.
E’ stato bello vedere nella stessa piazza il convertito Francesco Rutelli, il razzista Borghezio, la fascista Santanché (la ricordate quella che a migliaia di ricercatori precari - forse anche questo dovrebbe essere un tema di cui occuparsi a proposito di Università - “fece il dito”, il *divorziato* Casini con tanto di famigliola al seguito (ma una persona normale potrebbe permettersi tanta ipocrisia, e soprattutto verrebbe ammessa regolarmente alle funzioni nella sua chiesa?), i cosidetti teodem, coloro che sono contrari allo spirito del vangelo in nome del mero profitto (vari esponenti liberisti di Forza italia), atei devoti di ogni specie (una categoria davvero da studiare questa, e sempre più influente nel nostro paese), Cicchitto (iscritto documentato alla loggia P2), l’ottimo Mastella….non cè che dire …una bella compagnia di gente (parti fondamentali della *casta*) che strumentalizzando la religione cerca visibilità e consensi politici.
E’ bello constatare che tanti cattolici maturi non erano lì e soprattutto leggere quanto scrivono le comunità cristiane di base italiane di Enzo Mazzi:
“la chiamata a raccolta in piazza San Pietro divide il mondo cattolico non meno di quello politico e dell’intera società. Non è una bella cosa.
Guardando alla sostanza sia la manifestazione indetta da Ruini sia le polemiche intrecciate riguardanti il rapporto tra il papa e l’Università la Sapienza vista dai luoghi del non potere, dove le comunità di base da sempre tendono a collocarsi subendo esse stesse ESCLUSIONE, appaiono una diatriba tra caste chiuse ed escludenti.
la grande massa della gente è da sempre esclusa dai “templi castali” sacri e laici:
- i giovani eternamente precari considerati nulle negli stessi luoghi della ricerca scientifica
- gli operai su cui si scarica la competizione liberista del mondo globalizzato e che non hanno voce alcuna nei luoghi della produzione
- gli insegnanti senza strumenti per influire su programmazioni didattiche decise da burocrazie senza volto e ostacolati nella sperimentazione di forme democratiche di condivisione del sapere
- gli anziani relegati nelle discariche sociali
- la base ecclesiale impedita di ogni espressione che non sia obbedienza supina e che si vede di nuovo voltare le spalle del celebrante in nome di una sacralità altalenante e, per concludere un elenco senza fine,
- le donne private in quanto genere perfino del potere di decisione sul proprio corpo e sulla capacità generativa, colpevolizzate, esautorate e zittite nella società, nella politica e soprattutto nella Chiesa”.
Grazie davvero, da un laico e laicista, alle Comunità di base italiane per questa umile e splendida testimonianza di spirito evangelico che diviene parola, gesto, invito all’azione.
Di fronte a Voi mi inginocchio con estremo rispetto (e schiena dritta) senza congiungere le mani: le mie mani cercano di stringere le vostre verso un orizzonte di speranza.
Lasciamo alle caste - ecclesiastiche e politiche - il compito di tenere le mani ferme, o in tasca, di fronte ai mali del mondo.
Il “papa day” di oggi è stata senza dubbio una manifestazione, oltre che politica, di ipocrisia totale, considerando il vissuto di molti dei personaggi noti e dei politici presenti.La larga presenza di rappresentanti del PD, mi fa preoccupare rispetto al fatto che sia possibile trovare in prospettiva un convergenza sui tanti temi sui quali come partito dovremo esprimerci, visto che il “richiamo vaticano” risulta sempre così forte. E’ più che evidente che dal punto di vista mediatico le gerarchie vaticane hanno segnato un punto a loro favore. A maggior ragione perciò mi chiedo se la questione della visita all’università, non potesse essere più utilmente gestita in modo diverso, con meno clamore prima e con una efficace critica sui contenuti, dopo. Per chi ha una concezione laica della politica e dello stato, infatti, la necessità di criticare le posizioni vaticane ormai è quotidiana, non solo legata ad occasioni specifiche come la preventivata visita all’università !
Ricevo dall’amico Raoul Mosconi il discorso di Ratzinger alla Sapienza.
“Magnifico Rettore, autorità politiche e civili, illustri docenti e personale tecnico amministrativo, cari giovani studenti!
E’ per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della Sapienza - Università di Roma in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo.
Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo.
Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un “nuovo umanesimo per il terzo millennio”.
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università “Sapienza”, l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale.
Certo, la “Sapienza” era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato.
Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola “vescovo” - episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a “sorvegliante”, già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme.
In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo - il Pastore - è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù - e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura - grande o piccola che sia - vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità.
Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa - le sue crisi e i suoi rinnovamenti - agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.
Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perchè si pone qui la questione assolutamente fondamentale: che cosa è la ragione? Come può un’affermazione - soprattutto una norma morale - dimostrarsi “ragionevole”? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione “pubblica”, vede tuttavia nella loro ragione “non pubblica” almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono.
Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato.
Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale - la sapienza delle grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: e che cosa è l’università? Qual è il suo compito? E’ una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità.
In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio - per menzionare soltanto un testo - alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ? Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b - c). In questa domanda apparentemente poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino - i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.
Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.
E’ necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theorìa, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene.
Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perchè ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.
Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come “arte” che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza.
Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo?
A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. E’ la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jurgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti.
Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). E’ detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico “processo di argomentazione” sono - lo sappiamo - prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme.
La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla “ragione pubblica”, come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza.
Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente.
Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda - in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. E’ merito storico di san Tommaso d’Aquino - di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico - di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il “sì” alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine.
Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca.
Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta “Facoltà degli artisti”, fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa.
Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza separazione”. “Senza confusione” vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità.
La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione” vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino.
Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile.
E’ vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una “comprehensive religious doctrine” nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso.
In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale - per parlare solo di questo - è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo.
Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.
Se però la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.
Dal Vaticano, 17 gennaio 2008
BENEDICTUS XVI
“Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.”
Mi dispiace che Raoul e con lui tutti i teo-lab, neo-catt, catt-dem, teo-dem non comprendano che il discorso del Papa alla Sapienza è un discorso che attacca il pensiero filosofico da Spinoza ai giorni nostri.
E lo fa con la consueta intelligenza. E lo fa in maniera strumentale piegando John Rawls, scomparso recentemente e che quindi non può replicare e puntualizzare, alla sua idea della religione forza purificatrice della ragione.
Invito Raoul a leggere John Rawls, filosofo preferito da Zapatero e da me, è non le interpretazioni arbitrarie della Theory of Justice di un grande uomo di comunicazione che è Ratzinger.
CROLLO DI FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI
Forse questo è il nodo vero del nostro vivere associato, e forse di questo dovrebbero occuparsi coloro che hanno responsabilità.
le caste di ogni sorta, invece cercano di far fronte ai problemi per altre vie…
DA REPUBBLICA DI OGGI
“Crolla la fiducia nelle istituzioni
Sotto il 50% anche la Chiesa
Sondaggio Eurispes: solo il 25% degli italiani è convinto del governo
‘Tiene’ solo il presidente della Repubblica, ‘approvato’ dal 58,5%
Arretra molto anche la scuola, mentre si registra grande apprezzamento per il volontariato
di ROSARIA AMATO
ROMA - Solo un quarto degli italiani ha fiducia nel governo, meno di un quinto del Parlamento. Ma la grave crisi di sfiducia che ha travolto gli italiani negli ultimi 12 mesi, attestata da un sondaggio pubblicato oggi dall’Eurispes, travolge anche le istituzioni non politiche: meno della metà degli italiani si fida della Chiesa, che arretra di oltre dieci punti, della scuola, della magistratura.
Ad aver perso fiducia nella generalità delle istituzioni è la metà degli italiani (49,6 per cento).
‘Tiene’ solo il presidente della Repubblica, che gode ancora della fiducia di un’ampia maggioranza dei cittadini (58,5 per cento). Le percentuali sono particolarmente basse tra i giovani.
La fiducia nelle istituzioni. Il 49,6 per cento degli italiani, secondo il sondaggio dell’Eurispes, ha perso fiducia nelle istituzioni. Per il 40,7 per cento la fiducia è invariata, solo per il 5,1 per cento è aumentata. La percentuale di chi crede meno nelle istituzioni è più alta tra gli elettori di destra e di centrodestra (rispettivamente 70,5 e 60,9 per cento). Ma anche gli elettori di sinistra (43,9 per cento) e centrosinistra (39 per cento) si fidano meno. E comunque rispetto ai dati del Rapporto precedente, il senso di sfiducia degli elettori di sinistra è aumentato di 19 punti percentuali.
Governo e Parlamento. Il 75,3 per cento degli intervistati dichiara di avere poca o nessuna fiducia nel Parlamento: rispetto al 2007 si registra un ulteriore calo del 9 per cento; i fiduciosi sono il 19,4 degli intervistati. Solo un cittadino su quattro si fida del governo (nel 2007 la percentuale era del 30,7 per cento). Solo il 14,1 per cento degli intervistati dichiara di fidarsi dei partiti. Ma non sono troppo popolari neanche i protagonisti dell’antipolitica: personaggi pubblici come Beppe Grillo o Nanni Moretti ottengono un consenso di poco superiore al 20 per cento, comunque superiore al 17 per cento medio dei politici di professione.
La magistratura. Anche la magistratura si colloca sotto il 50 per cento: si fidano di giudici e procuratori il 42,5 per cento degli intervistati, più del 2007, comunque (39,6 per cento). I giovani dai 18 ai 24 anni dimostrano ancora meno fiducia nella magistratura (17,3 per cento).
La Chiesa. Tra le istituzioni non politiche scivola sotto il 50 per cento anche la Chiesa, che raccoglie la fiducia del 49,7 per cento degli intervistati (perdendo oltre 10 punti rispetto all’anno precedente).
Il 41,4 per cento degli intervistati dichiara di non fidarsi di nessuno.
I carabinieri meglio della polizia. Tra le forze dell’ordine, gli italiani si fidano dei carabinieri (57,4 per cento) più che della polizia (50,7 per cento). Il 46,3 per cento ripone fiducia nella guardia di finanza.
Arretra la scuola. Arretra moltissimo anche la fiducia nella scuola, che si attesta al 33 per cento contro il 47,1 per cento del 2007. Le associazioni di volontariato riscuotono molto consenso (71,6 per cento) ma sempre meno dell’anno scorso (78,5 per cento).
Metolologia. La rilevazione è stata realizzata attraverso un campione di 1042 interviste dirette ed è stata conclusa agli inizi del gennaio 2008.
Invio per conoscenza il testo della lettera che i firmatari che vedete in calce hanno inviato ai giornali. finora solo la Voce ha avuto la compiacenza strumentale di ospitarci sulle proprie colonne.
Sono allibito dalle prese di posizione su questo tema di tanti del PD. Sapevo che attraversavamo tutti quella che è stata definita “La notte della Repubblica” ma non immaginavo tanto buio!! Tanto poco rispetto della verità, della ragione. Tanta frettolosa ansia di conformismo e omologazione!
Ciao a tutti Denio
A FIANCO DELLA “SAPIENZA”
In questi tristissimi giorni nei quali un’intera classe politica pare aver smarrito il senso della verità; dove chi non è ossequiente alla superiore potestà Vaticana, o osa minimamente porla in dubbio, è trattato da piccolo “Goebbels”o tacciato di essere un “talebano” o peggio un “cattivo maestro”del ’68; dove i mezzi di informazione mettono alla gogna chi è colpevole di manifestare il proprio dissenso e un coro “bipartisan” alza il dito verso chi semplicemente esprime un pensiero non omologato all’ipocrisia dominante, sia consentito a chi non vuole far di sé un tappetino di conformismo, di esprimere solidarietà ai docenti della Sapienza e agli studenti.
Certo sono stati pochi, come ha detto il rettore Guarini, ma del resto questo paese ha visto spesso, in tante occasioni , pochissimi alzare la schiena.
Oggi in sessantaquattro dicono che il pluralismo culturale è un bene e non una iattura, che la scienza e la filosofia non sono e non possono essere ancelle della fede e che la Sapienza di Roma è una Università statale.
Ma che tempi sono questi , che a dire queste semplici verità si è accusati di essere “anticlericali ottocenteschi”?
Leo Longanesi diceva: “Non è difficile trovare la libertà. Difficile è trovare uomini liberi”.
Tali hanno dimostrato di essere quelli della Sapienza. Per questo ci sentiamo di dichiararci al loro fianco.
Andrea Brigliadori insegnante
Ilaria Casadei insegnante
Thomas Casadei docente universitario
Denio Derni insegnante
Alessandro Frattini impiegato
Marco Frattini musicista
Chiara Quadrelli insegnante
Franco Ronconi imprenditore
Gabriele Attilio Turci insegnante
non condivido molte cose dette sul discorso del Papa Ratzinger alla Sapienza.
Secondo me le parole del Papa sono state strumentalizzate un pò troppo.
E’ vero, che molte volte sia il Papa che altri clericali dovrebbero parlare meno e pregare di più, però è vero che molte volte la Chiesa Cattolica è stata attaccata ingiustamente.
Il Papa è il Capo della Chiesa è un uomo e come tale può anche sbagliare come tutti noi e come tutti noi è libero di dire la sua.
Io invece mi preoccupo quando vedo scritto Papa = Satana( una vergogna) o chi viene in Italia e pretende che sia tolto il Cocifisso dalle aule delle scuole,(e ce chi dice che ha ragione) chiamandolo addirittura cadaverino o i scrittori come Dan Brawn e altri…..
Perchè nessuno (mass-media) ha commentato quando il Papa ha criticato la globalizzazione e la politica dei stati più potenti….. cerchiamo di non commentare solo le volte che sbaglia…..
Mi piacerebbe Entela avviare una riflessione su Ratzinger riprendendo il libro di Leonardo Boff, un Papa difficile da amare.
L’altra sera ho incontrato un monaco benedettino brasiliano che mi ha spiegato tutte le difficoltà che ha attraversato lui, e con lui gli altri Teologi della Liberazione prima con Giovanni Paolo II e poi con Ratzinger.
Tu sei nata nel 1980, cioè dopo la rivoluzione conservatrice di Giovanni Paolo II e non puoi ricordare cosa sia stata la Chiesa negli anni successivi al Concilio.
Mi sembra giusto però approfondire questo tema in una discussione non sul blog.
Concordo nell’approfondire l’argomento e nell’avviare uuna discussione molto aperta su questi argomenti. Rispetto profondamente quanto scrive Entela, anche se dissento su alcuni punti con lei.
Di certo Entela dice una cosa giustissima - ma spesso occultata dai cattolici - “il papa può sbagliare”, già proprio qui sta un nodo della vicenda e, più in generale, del rapporto tra istituzioni pubbliche e gerarchie ecclesiastiche.
Quanto al resto, ahimè, forse troppi esponenti di spicco della gerarchia cattolico-vaticana negli ultimi anni hanno lanciato battaglie di natura prettamente politica e si sono presentati più che uomini di fede, uomini di potere. Di qui, credo, la legittimità della critica, del dissenso e della contro-proposta da parte di chi non si riconosce nelle loro posizioni.
I teologi della liberazione, punta avanzata del cristianesimo mondiale, sono stati duramente contrastati dagli ultimi due papi, e Joseph Ratzinger prima di divenire pontefice ne è stato uno dei principali avversari. Sono questi teologi, immersi nella prassi e nella vita quotidiana di migliaia di persone, che cercano di contrastare in concreto gli effetti devastanti della globalizzazione neo-liberista e la logica di guerra che sovente ad essa si accompagna.
Non sarebbe male se a queste voci si prestasse un poco di ascolto, anche da parte del Papa, che parla molto e bacchetta ancora di più e - contrariamente a quanto affermano grandi figure del cristianesimo contemporaneo - poco si dedica al silenzio.
Penso che sarebbe interessante un dibattito, condivido la proposta di Alessandro, anche extra blog sul tema del rapporto tra politica e religione , in particolare cattolica, dato che siamo in Italia e dato che in questo momento c’è una incredibile strumementalizzazione al riguardo. Basta pensare alle dichiarazioni di oggi di Berlusconi, sulla necessità di difendere papa ed religione , così “sotto attacco ” a suo parere in Italia, come se buona parte di ciò che la Chiesa ha denunciato ieri l’altro rispetto al ruolo dei media nella perdita di valori, non fosse colpa soprattutto delle sue tv e di come hanno imbarbarito anche il sistema televisivo pubblico gli stili importati da Mediaset. C’è in questo momento, soprattutto nella Curia vaticana, un problema forte legato alla perdita di consenso che il cattolicesimo sta avendo nel mondo.La risposta a ciò, è il rafforzamento dei legami di ordine politico, e questo è particolarmente evidente in Italia. Sembra che la questione principale diventi quella di mantenere i benefit ottenuti dal sistema politico ( ici,scuole parificate, insegnanti di religione ecc). La reazione alle indagini pubblicate su La repubblica, di cui l’ultima di ieri sullo IOR e le finanze Vaticane, è illuminante. Tutto ciò con buona pace di chi vive la propria fede ed il proprio sentimento religioso cercando di conciliarlo con il buon senso ed una visione progressista del mondo, come Entela, delle cui opinioni e sollecitazioni ho il massimo del rispetto. Non è facile, però, in questo momento gli integralismi religiosi sono quelli che stanno prendendo più piede, rispetto invece a impostazioni più basate sul dialogo interreligioso, che non a caso si è arenato, per quanto riguarda il mondo cristiano.
Mi preoccupano anche i continui cedimementi rispetto alla laicità dello stato. Il fatto per esempio che l’Olanda abbia reso possibile l’uso del burqa, secondo me è inconcepibile. Una cosa è rendere accettati i simbolo religiosi ( che per esempio in Francia non lo sono nei luoghi pubblici di lavoro ecc.) una cosa è accettare aspetti culturali che però interferiscono con la vita e la salute delle persone. come è ampiamente dimostrato nel caso del burqa. Fra un po’ qualcuno rilancerà la proposta - che si è già sentita - di consentire le mutilazione genitali femminili nelle strutture pubbliche come male minore ! Per favore , fermiamoci prima e ritorniamo a visioni meno radicali delle questioni. E qui ritorno alla questione papa, offese e intolleranze non sono mai accettabili nei confronti di nessuno.
SUI TEMI DELLA RICERCA
Condividendone lo spirito, e avendo sottoscritto l’appello in quanto componente della variegata rete dei lavoratori della conoscenza, segnalo questa comunicazione/invito dell’Osservatorio della ricerca.
§§§§
Cari Tutti,
in queste settimane si è avviata la campagna elettorale per decidere
chi governerà l’Italia nei prossimi anni.
A noi pare che da questa sfida elettorale siano CLAMOROSAMENTE
ASSENTI I TEMI DELLA RICERCA e delle straordinarie influenze che essa
può avere sull’innovazione e sulla qualità dello sviluppo.
Problematiche, queste ultime, che dovrebbero agitare le iniziative (e
forse anche i sonni) dei politici che stanno confrontandosi per il
Governo del Paese.
Come Osservatorio sulla Ricerca abbiamo sempre creduto che la
comunità scientifica dovesse porsi come classe dirigente ed operare
di conseguenza.
In questo senso riteniamo nostro dovere PORTARE ALL’ATTENZIONE DELLE
FORZE POLITICHE E DELL’OPINIONE PUBBLICA la necessità di pensare ad
un futuro del Paese che NON sia distante dai temi della conoscenza.
Per questa ragione sottoponiamo un APPELLO all’attenzione degli
scienziati e dei ricercatori nazionali. L’appello fa parte dei
materiali preparatori di una GIORNATA DA NOI ORGANIZZATA IL 7 APRILE
A ROMA per riflettere sulle questioni della ricerca, dell’innovazione
e della qualità dello sviluppo incontrando alcuni attori economico-
sociali assieme alle forze politiche che si confrontano nella
campagna elettorale in corso.
Puoi sottoscrivere l’appello all’indirizzo:
http://www.osservatorio-ricerca.it
Invitiamo tutti a partecipare alla giornata di cui trovate le
informazioni sempre alla pagina
http://www.osservatorio-ricerca.it
Cordialmente,
Osservatorio sulla Ricerca
Ricevo questa mail dall’osservatorio nazionale della ricerca e la condivido con i lettori di questo blog interessati alle politiche della ricerca.
All’incontro partecipa Laura Pennacchi (resp. Ricerca e Innovazione della Segreteria del PD), già ospite nel luglio scorso di un’iniziativa sul PD e le generazioni nell’ambito della Festa dell’Unità Provinciale di Forlì.
§§§§
Cari Tutti,
l’appello che abbiamo lanciato lo scorso 20 marzo a favore di un
significativo protagonismo della ricerca e dell’innovazione nella qualità
dello sviluppo ha superato le 1100 adesioni. Un importante successo.
Invitiamo chi non l’ha ancora fatto a sottoscrivere
(www.osservatorio-ricerca.it).
L’appello è anche stato sottoscritto dalla FLC-CGIL.
A seguito di questo appello, come programmato, il prossimo 7 aprile a Roma,
Palazzo Marini, Via del Pozzetto, 158, dalle 9.30 alle 14.00 si svolgerà il
Convegno:
IL FUTURO IPOTECATO! COME SE NE ESCE?
La politica della ricerca negli ultimi 15 anni, le esigenze della società
le proposte delle forze politiche su Ricerca, Innovazione e Qualità dello
Sviluppo
L’idea è di valutare/confrontare le esigenze della società con i programmi
degli schieramenti che si contendono il governo del Paese.
Tra le altre cose sarà presentato un sondaggio sulla percezione
dell’innovazione e delle sue influenze nella vita quotidiana da parte dei
cittadini.
Hanno confermato la presenza:
Marco BROCCATI (CGIL)
Augusto PALOMBINI (ADI - Associazione Dottorandi e Dottori di ricerca
Italiani)
Laura PENNACCHI (Partito Democratico)
Maurizio PESSATO (Amministratore Delegato SWG)
Gianfelice ROCCA (Responsabile settore “Education” di Confindustria)
Alba SASSO (la Sinistra l’Arcobaleno)
Siamo in attesa di risposta da:
Bruno TABACCI (UDC)
Paolo BONAIUTI (Popolo delle Libertà)
Cordialmente,
Osservatorio sulla Ricerca
P.S.: abbiamo aggiunto nel nostro sito una pagina di varie iniziative
politiche sulla ricerca che ci sono state segnalate e che hanno attinenza
con la campagna elettorale, ma non solo.
“J Care”: non è un mero slogan, resta nel tempo….”time after time”
Da tempo un caro amico mi ha fatto conoscere questa bella iniziativa: mi spiace non essere con lui e altri amici oggi, sotto le insegne di una delle associazioni di cui faccio parte, ma idealmente li accompagno. In questi “destri tempi” - come dice il mio amico - ogni testimonianza progressiva è un buon segno.
Domenica 18 maggio 2008
VIIª edizione della marcia di Barbiana
La marcia in diretta su internet
Domenica 18 maggio, dalle ore 10 alle ore 15, la Marcia sarà trasmessa in diretta streaming video sul sito della Bottega della Comunicazione e della Didattica di Napoli.
Il 18 maggio saremo di nuovo insieme, in salita verso la scuola di Barbiana. Un appuntamento che ogni anno si tinge d’impegno e alimenta la speranza, mai rituale.
Lo scorso anno, quarantesimo della “Lettera a una professoressa” e della morte di Don Lorenzo, ci ha arricchito con stimoli, incontri, spunti di riflessione; ma soprattutto ci ha confermato che il messaggio partito da Barbiana arriva con forza lontano, parla al nostro presente e mobilita le coscienze ponendo nuove, aspre domande, costringe chi lo ascolta ad uscire dagli schemi abitudinari, a fare i conti con l’oggi perché solo così può raccogliere la sua preziosa eredità.
A Barbiana dal 2001 abbiamo sperimentato con la marcia che “la memoria genera speranza”: abbiamo visto volti nuovi accanto ai protagonisti delle prime marce, sono echeggiati nuovi interrogativi Chi è, oggi, Gianni? Come applicare la difficile lezione della politica e “sortire insieme” dai nuovi problemi posti dalla globalizzazione? Come educare i nostri giovani alla meta ambiziosa di diventare tutti (nessuno escluso) cittadini sovrani? Abbiamo cercato le risposte nel confronto tra prospettive ed esperienze. Così tornare ai valori che hanno segnato l’esperienza di Barbiana vuol dire per noi condividere un percorso impegnativo e sempre affascinante, trovare alimento per le esperienze diffuse che cercano di dare la parola agli ultimi, coltivare la speranza. Barbiana manda un messaggio forte ad ognuno di noi ma parla anche alla crisi della politica e delle istituzioni.
Barbiana diventa ogni anno che passa un punto di riferimento per tessere una rete tra coloro che ogni giorno si applicano per costruire e qualificare “la scuola di tutti e di ciascuno”. L’appuntamento di maggio diventa così un momento nell’arco di un cammino comune che continua nel tempo, nel quale le occasioni di incontro, di scambio, di rafforzamento reciproco sono numerose e che trova nella marcia l’occasione per ritrovare vecchi compagni di strada, allacciare nuovi rapporti, farsi toccare da inedite sollecitazioni, in un incontro fecondo tra generazioni, territori, sensibilità, esperienze anche molto diverse tra loro. Un incontro non tra reduci né tra amici casuali, ma capace di parlare ancora a tutto il paese per confermare quanto siano cruciali l’eguaglianza sociale dell’istruzione e la crescita della cultura democratica, come unico futuro possibile e sensato a fronte delle banalità di una modernità sempre con meno speranza e più paure del futuro.
La strada è lunga e la salita a tratti ripida, ma c’è una certezza che accompagna i nostri passi: i tempi cambiano, i linguaggi anche, si trovano nuove parole per nuove emergenze; continua e si consolida la necessità dell’impegno di tanti per promuovere lo sviluppo della persona, contrastare la dispersione e il disagio, contribuire a costruire un mondo migliore attraverso la scuola e i processi educativi…e allora il passo si fa più spedito e leggero, il cammino si snoda nel verde, l’orizzonte si allarga e si vede più lontano.
Una volta ancora, insieme, per darci la forza e l’entusiasmo necessari per progettare il futuro!
Il Sindaco del Comune di Vicchio Elettra Lorini
Il Sindaco del Comune di Calenzano Giuseppe Carovani
Il Sindaco del Comune di Montespertoli Antonella Chiavacci
Il Sindaco del Comune di Firenze Leonardo Domenici
Il Presidente della Comunità Montana Mugello Stefano Tagliaferri
Il Presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi
Il Presidente della Regione Toscana Claudio Martini
Contributo politico e programmatico
Sul dopo elezioni premono alcune esigenze:
1. Costituzione degli organi dirigenti, con metodo democratico, rispettando competenze e componenti.
2. Analisi del voto, ragioni della sconfitta nazionale e della perdita di voti a livello locale.
3. Elaborazione del programma, che tenga anche conto del giudizio degli elettori, in vista del 2009.
4. Sulla base del programma apertura di un confronto politico in vista di nuove e coese alleanze.
Punti di riferimento essenziali:
a) Il programma elettorale e di governo, il codice etico e la carta dei valori del PD nel segno del cambiamento, la necessità di dare al partito una chiara identità riformista.
b) La situazione economica e sociale del paese, in particolare quella locale, le idee e le proposte del PD per contribuire a risolvere i problemi della popolazione, nell’immediato e per il futuro.
In questo contesto va in primo luogo data risposta alle questioni poste dagli elettori, in particolare con il forte consenso alla Lega Nord e a Italia dei Valori che, come singoli partiti, sono gli unici vincitori.
Una risposta nel segno della innovazione politica e programmatica, di una più adeguata strategia su problematiche importanti, senza buttare a mare esperienze positive tuttora valide ma introducendo elementi di discontinuità e cambiamento di significativa rilevanza.
Il contributo che segue non ha la pretesa di delineare un nuovo programma complessivo bensì di affrontare alcune questioni sulle quali occorre intervenire in modo nuovo o più accentuato.
Dando per scontato che per alcune di esse, ad esempio immigrazione, si pongono problemi di ordine nazionale e locale quali il governo dei flussi, la lotta alla delinquenza, le politiche di integrazione ecc.
I. La moralità della politica
Il PD è impegnato a costruire le condizioni dell’autofinanziamento delle sue attività nella prospettiva del superamento del finanziamento pubblico, a portare avanti con decisione interventi volti a ridurre i costi del sistema istituzionale, di enti e aziende a presenza pubblica, della politica in generale.
Nella vita del partito la competenza, il merito dimostrato con i risultati, l’impegno personale sono i fattori determinanti per la formazione dei gruppi dirigenti e l’attribuzione degli incarichi di lavoro.
La scelta dei candidati alle cariche elettive va fatta con il metodo delle primarie, che sempre e comunque devono essere precedute da un ampio dibattito in tutte le istanze del partito per definire i contenuti dei programmi, che poi i candidati possono integrare.
Per il secondo mandato la consultazione dovrà partire da una analisi dei risultati ottenuti e delle criticità emerse, da sottoporre a una adeguata discussione ai vari livelli del partito.
Il PD sviluppa l’iniziativa politica coinvolgendo tutta la sua organizzazione, gli iscritti e i simpatizzanti, ma anche consultando i cittadini con apposite iniziative sui temi più rilevanti.
I rappresentanti del partito nelle istituzioni, enti e aziende partecipate discutono nei massimi organi elettivi e con la popolazione le scelte più importanti che intendono portare avanti.
Il codice etico viene applicato da subito; per le nomine in enti e aziende pubbliche vanno prima definite procedure trasparenti, indicate le competenze necessarie, richiesti i curriculum personali.
Il PD è impegnato a combattere i conflitti di interesse che possono pregiudicare il corretto svolgimento delle attività politiche e l’esercizio di funzioni di governo nelle istituzioni, negli enti e aziende pubbliche.
Nepotismo e carrierismo sono estranei alla cultura del partito.
II. Sicurezza e legalità
Il PD innanzitutto rileva che manca la sicurezza per l’integrità fisica e la salute dei lavoratori in tante attività produttive, sia riguardo infortuni e incidenti, sia rispetto malattie professionali.
Questa è la più importante emergenza sociale in quanto ogni anno perdono la vita, diventano invalidi, si infortunano, si ammalano a causa del lavoro centinaia di migliaia di italiani e immigrati.
Dunque il primo impegno va in questa direzione, e fermo restando che il rispetto delle leggi in materia è compito di enti specificatamente preposti (con la partecipazione dei lavoratori e dei sindacati) gli Enti locali studieranno e decideranno forme di intervento volte a migliorare la prevenzione.
Il problema della sicurezza dei cittadini e della tranquillità di vita nei luoghi pubblici e nelle abitazioni, rispetto i fenomeni di disturbo e violenza (specie verso le donne) di furti e rapine, non va sottovalutato anche in realtà come la Romagna dove la situazione è meno preoccupante.
La risposta non è quella delle “ronde” di cittadini volonterosi, che oltre tutto presenta vari rischi.
Va invece prevista una maggiore presenza delle forze dell’ordine nel territorio, accentuando il coordinamento dei vari corpi di polizia e dei vigili urbani (con specifiche mansioni) e la vigilanza nelle zone a rischio, in modo da rassicurare e proteggere la popolazione.
A questo fine si pone l’obbiettivo di dislocare nel territorio almeno il 30% del personale attualmente addetto a servizi di ufficio, che andranno diversamente svolti.
In tema di legalità e rispetto delle regole deve essere considerato il diffuso malcontento esistente in relazione all’accesso delle famiglie agli alloggi di edilizia popolare e dei bimbi agli asili-nido, servizi che comunque dovranno essere ulteriormente potenziati.
Vanno verificati ed aggiornati i meccanismi delle graduatorie e i relativi punteggi, sia riguardo gli anni di residenza e di presenza nelle liste, sia per accertare accuratamente il reddito, a volte alterato a vantaggio di chi svolge lavoro sommerso: tra questi immigrati dal sud Italia e dall’estero.
III. Condizione sociale e tariffe dei servizi
L’impoverimento di lavoratori dipendenti, pensionati e strati di ceto medio è un fatto indiscutibile.
Consegue a questo l’acutizzazione dei problemi sociali e l’accentuazione dell’insicurezza delle famiglie mentre l’economia è condizionata in negativo: i risultati elettorali sono anche riflesso di tale situazione.
Il PD ritiene che il miglioramento delle condizioni di vita di tanti cittadini debba rappresentare una priorità per l’azione di governo a tutti i livelli istituzionali, a partire dal riconoscimento che occorre ridurre la tassazione generale e anche quella locale specie su salari e pensioni.
La contrattazione tra imprese e sindacati deve portare a premiare maggiormente il lavoro e la produttività, tenuto conto che da molti anni i profitti sono aumentati a scapito dei salari.
La spirale inflazionistica, che penalizza pesantemente il reddito delle famiglie, tra le sue varie facce presenta anche quella del costo crescente, a ritmi più che sostenuti, di servizi pubblici primari come quelli relativi a gas metano, energia elettrica, acqua e rifiuti.
Sul costo di questi servizi, a parte le materie prime, incidono le gestioni monopolistiche e quelle dominanti che impediscono o limitano gravemente la concorrenza a danno degli utenti.
Oggi la quota di uno stipendio medio assorbita dal costo degli indicati servizi varia dal 15 al 20% e quindi costituisce una spesa condizionante la vita delle famiglie.
A parte le considerazioni più generali che seguiranno nell’apposito capitolo dei servizi pubblici locali si pone il problema, rispetto la politica finora praticata da Hera (ma anche da altre aziende similari in Italia) di ridurre le tariffe di acqua e rifiuti in quanto servizi gestiti in condizione di monopolio.
E tenuto conto che la remunerazione del capitale investito ha raggiunto il massimo previsto dalle norme in materia, norme che tuttavia tenevano conto della liberalizzazione e quindi della concorrenza.
Essendo evidente che attualmente non c’è mercato e non ci sono rischi d’impresa, anche perchè gli ATO riconoscono in tariffa il totale ritorno degli investimenti, è del tutto legittimo proporre la riduzione alla metà del tasso di remunerazione del capitale per abbassare le tariffe a vantaggio degli utenti.
Del resto questa misura sarebbe in linea con riconosciuti criteri di valutazione economica e la “mission” di imprese pubbliche o prevalentemente pubbliche impegnate nei servizi a rete.
E non va dimenticato che nel 2004 i Comuni hanno già deciso tale dimezzamento per Romagna Acque.
IV. Una strategia riformista
Lo spessore dei problemi del nostro tempo richiede ad ogni livello un approccio strategico, quindi la costruzione di progetti di medio e lungo periodo, uscendo dalle logiche ristrette della contingenza pur se si devono intrecciare risposte immediate e soluzioni strutturali proiettate al futuro.
Lo sviluppo della economia e il recupero di produttività e competitività del sistema produttivo, la connessa esigenza di crescita sociale e della qualità della vita, oggi più di ieri hanno necessità di coniugarsi con l’uso razionale e non dissipativo delle risorse naturali: aria, acqua, territorio.
La sostenibilità ambientale dello sviluppo è perciò decisiva e condiziona l’economia e la vita di tutti.
Su un diverso versante le liberalizzazioni e i mercati concorrenziali, la lotta ai monopoli, alle posizioni dominanti e alle corporazioni in generale, sono parti qualificanti dell’azione di un partito riformista e condizione importante per la conquista di un vasto consenso sociale e politico.
La questione energetica è diventata primaria per l’economia, la vita civile e l’equilibrio dell’ecosistema planetario, in particolare l’effetto serra (CO2, ecc.) induce gravissimi sconvolgimenti climatici.
Il PD e i suoi rappresentanti nelle istituzioni sono impegnati a fare avanzare, coerentemente, politiche di risparmio ed efficientamento energetico, di sviluppo della produzione da fonte rinnovabile (acqua, vento, sole, geotermia) e per l’abbattimento delle emissioni di CO2 e di altri inquinanti.
Le nuove normative incentivanti lo sfruttamento delle fonti rinnovabili introdotte dal governo Prodi costituiscono un decisivo stimolo per una politica energetica amica dell’ambiente e quindi verranno fatte conoscere e sostenute anche dalla iniziativa degli Enti locali.
Particolare attenzione sarà dedicata, fin dalla fase della progettazione, alla costruzione di nuove abitazioni e alla ristrutturazione delle esistenti, altrettanto per gli edifici industriali, terziari e agricoli.
Questo, adottando standard di qualità energetica elevati per abbattere i consumi e spingere all’auto produzione di energia e calore.
L’utilizzo delle biomasse e di altri materie per la produzione di energia andrà commisurato all’effettivo bilancio energetico e comunque non pare sostenibile per impianti di elevata potenza.
Il problema della qualità dell’aria è oggi una delle emergenze sanitarie del paese, e anche dell’Emilia-Romagna e di Forlì, specie nei centri urbani, nelle zone industriali e lungo i principali assi viari.
Il PD è consapevole che il problema è risolvibile solo a scala nazionale e per alcuni aspetti europea, specie per l’inquinamento prodotto dal traffico motorizzato e dall’apparato energetico che usa fonti non rinnovabili: ciononostante considera irrinunciabile una coerente politica di interventi locali.
Tra questi, sistemi tangenziali viari che allontanino il traffico di passaggio dalle città, crescente pedonalizzazione dei centri storici, parcheggi esterni e sviluppo delle piste ciclabili, misure per incentivare l’uso di automezzi a carburante non inquinante, piani per il teleriscaldamento, la cogenerazione e il superamento di impianti a olio combustibile e gasolio.
In questo quadro occorre perseguire con decisione, vincendo le resistenze di Hera, la politica di massimo sviluppo della raccolta differenziata dei rifiuti puntando al recupero e riuso delle materie.
E deve essere rivisto con urgenza l’attuale Piano provinciale per ridurre del 50% - come è tecnicamente possibile e ambientalmente necessario - la quantità di rifiuti indifferenziati che si intende incenerire utilizzando pienamente l’impianto di preselezione secco-umido di Forlì e costruendone uno nuovo nel Cesenate, soluzione che tra l’altro ridurrebbe drasticamente il trasporto dell’immondezza.
La politica delle acque deve essere ridefinita a livello romagnolo a fronte delle ricorrenti emergenze, accentuate dai mutamenti climatici che riducono le precipitazioni e le concentrano temporalmente e territorialmente: l’ambientalismo del fare va dimostrato e non solo annunciato.
Dal lato della domanda idrica si deve operare per il risparmio, che per gli usi produttivi e specie in agricoltura ha larghe possibilità di successo, mentre per l’utilizzo civile è irrealistico pensare a una riduzione dei consumi pur attuando misure di contenimento posto che l’andamento demografico, la qualificazione dell’offerta turistica e la ricerca del benessere delle persone agiscono in senso opposto.
Per il PD la fonte idropotabile di eccellenza continua ad essere quella appenninica, che può fornire il 100% della risorsa per otto mesi l’anno, mentre l’integrazione estiva e le fasi siccitose richiedono il ricorso alle falde posto che saranno sgravate per gli usi produttivi (circa il 70% dei prelievi) dal sistema Po-Cer .
Bidente, Rabbi e Savio, pur senza derivazioni in estate e rispettando i deflussi vitali, sono in grado di fornire oltre l’80% della risorsa media necessaria alla Romagna e un significativo contributo energetico.
Questo senza nuove opere impegnative, garantendo una incisiva tutela idrogeologica e ambientale dei bacini sottesi e sviluppando le politiche di valorizzazione della montagna avviate con Ridracoli.
Si deve quindi lavorare per rivedere il Piano 2006 di Romagna Acque, che punta sul Po-Cer e impianti che tra l’altro non conferiscono acqua alla cerniera idraulica di Monte Casale.
Il che comporta la distribuzione di risorse di pessima qualità organolettica, elevatissimi costi operativi e quindi un aumento esponenziale della tariffa di acquedotto, consumi energetici di grande rilevanza in contrasto con l’esigenza del risparmio, esposizione di molti Comuni al rischio emergenza impiantistica.
Il ricorso all’acqua del Po, tenendo conto del crescente impoverimento estivo della sua portata, va ricondotto all’uso previsto dalla costruzione del Cer – fondamentalmente agricoltura, poi industria e utilizzi non potabili – estendendo le reti distributive che oggi servono una parte minima dell’utenza.
La pianificazione d’uso del territorio deve tendere a contenere i sovra dimensionamenti e l’utilizzo dissipativo del suolo sia per gli impianti industriali e terziari, sia per le abitazioni civili.
Nel primo caso va notato che le aree di insediamento autorizzate presentano vasti spazi non edificati e manufatti non utilizzati, nel secondo che alcuni standard paiono esuberanti a danno del territorio.
Il PD sottolinea che lo strumento fondamentale di pianificazione urbanistica è il P.R.G., articolato nei suoi vari momenti attuativi, e a questo va ricondotta la politica di tutela e uso dei suoli.
Gli accordi di programma, qualora concepiti fuori dalla originale funzione – realizzazione di opere pubbliche o di interesse pubblico primario coinvolgendo privati – hanno la caratteristica di strumento attuativo di progetti di interesse privato richiedenti varianti urbanistiche.
L’inserimento di interventi compensativi richiesti dalla pubblica amministrazione non muta la sostanza.
Di fatto essi costituiscono una opportunità agevolata, concessa a chi ha potere economico e non alla massa dei cittadini: quindi danno luogo a disparità di trattamento e a sperequazione sociale.
L’ingente plusvalore economico determinato dalla variazione d’uso dei terreni solo in minima parte viene impiegato per finanziare le opere richieste dalla pubblica amministrazione e il ricorso a tale strumento per trasformare terreni agricoli in industriali o terziari contrasta con una valida pianificazione, impone costi aggiuntivi per i servizi e si sovrappone alla funzione di Enti come Sapro.
Per queste ragioni gli accordi di programma aventi le descritte finalità non verranno più considerati, diversamente da quelli rispondenti all’interesse pubblico secondo la legge originaria.
Infrastrutture e logistica vanno ripensate in chiave strategica e a livello romagnolo, facendo perno sul porto di Ravenna, gli aeroporti di Forlì e Rimini, lo scalo merci ferroviario di Villa Selva e il potenziamento del trasporto su rotaia lungo l’asse Milano-Bologna-Ancona-Bari.
Il rafforzamento del tracciato viario Venezia-Ravenna-Cesena-Roma, con la prevista autostrada, e il passante nord della A14 a Bologna, che allungherà e renderà ancora più costosa la mobilità delle persone e delle merci dalla Romagna a Firenze e viceversa, pone con rinnovata forza il problema dell’ammodernamento della S.S. 67 da Ravenna a Forlì e Firenze, cioè il cuore della Toscana.
Per Forlì questo tracciato diventa fondamentale sia per una maggiore integrazione tra porto di Ravenna e aeroporto di Forlì, le rispettive zone industriali e il distretto nautico articolato che si vuole costruire tra le due città per valorizzare i poli esistenti.
Fermo restando altre scelte di grande viabilità, in particolare il completamento del sistema tangenziale di Forlì, che peraltro è parte del progetto di ristrutturazione della S.S. 67 (corridoio interregionale Romagna-
Toscana) il PD sostiene la priorità strategica dell’ammodernamento di tale asse viario, che andrà portato avanti unitamente allo sviluppo dell’aeroporto e al rafforzamento del polo aeronautico.
I servizi pubblici locali sono fondamentali per la condizione civile e l’economia del territorio, nello stesso tempo la loro evoluzione nel tempo presenta problemi che vanno affrontati e risolti.
Con la nascita di Hera, il suo approdo in Borsa e la mancata liberalizzazione delle gestioni del servizio idrico e dei rifiuti si è determinata una privatizzazione il cui tratto saliente è costituito dall’esercizio in condizione di monopolio di tali servizi e dalla sostituzione della funzione pubblica, attenta ai problemi sociali, con la logica del massimo profitto in funzione di alti dividendi e del valore delle azioni.
D’altra parte, con la proprietà delle reti la gestione del servizio gas di fatto determina una posizione dominante che limita la concorrenza e inoltre offre vantaggi per l’acquisto e vendita di energia elettrica.
Fin dall’inizio delle sue attività Hera ha tramutato le sinergie di accorpamento interaziendale in profitto d’impresa, senza ridurre le tariffe applicate alle utenze e senza migliorare la qualità dei servizi.
Una politica consentita dalla gestione in larga parte monopolistica, per acqua e rifiuti protetta dagli ATO (conflitto di interessi dei Comuni) e sostenuta dagli Enti azionisti in vario modo.
Enti che hanno anche sacrificato Romagna Acque: ad esempio assegnando a Hera fino al 2023 la gestione ( gratuita ! ) degli impianti locali di produzione idrica, ciò in contrasto con il passaggio della proprietà di tali impianti a Romagna Acque e l’attribuzione ad essa del ruolo di “società delle fonti”.
Il PD, coerentemente con il suo programma nazionale e i disegni di legge presentati dal governo Prodi, ritiene si debba riaprire la stagione delle liberalizzazioni perchè senza concorrenza i servizi pubblici locali (questo vale anche per i trasporti) non migliorano come qualità e impongono costi sempre più elevati agli utenti, siano essi famiglie, attività professionali o imprese.
Nell’immediato vanno rivisti i livelli di remunerazione del capitale (vedasi apposito capitolo) costituita una Autorità regionale di regolazione per acqua e rifiuti necessariamente indipendente dagli Enti proprietari, avviata la dismissione di azioni in mano pubblica per fare scendere la quota di partecipazione ben sotto il 50%; operazione già fatta a Milano con reinvestimento in opere pubbliche.
I Comuni non devono fare gli imprenditori ma dedicarsi, in piena autonomia, alle preminenti funzioni di indirizzo, programmazione e controllo, a lato e non in contrasto con le Autorità di regolazione, avendo come unici obbiettivi lo sviluppo dei servizi e la tutela dei cittadini.
V. L’assetto istituzionale della Romagna
La vittoria della destra alle elezioni del 13-14 aprile e la ripresa di iniziativa dei partiti ora al governo per la costituzione della Regione Romagna pone fin d’ora più pressanti problemi al PD in Emilia-Romagna.
Occorre capire che tale tema potrebbe giocare un ruolo molto importante nella campagna elettorale amministrativa del 2009: da qui l’esigenza di non rimanere arroccati nella difesa dell’assetto esistente.
D’altra parte l’avanzare di un sistema di relazioni economiche e sociali sempre più vasto, che va anche oltre le frontiere del paese, ha fatto maturare l’esigenza del superamento dei tradizionali localismi romagnoli e di assetti istituzionali incongrui rispetto le nuove esigenze.
Il PD ritiene che vada ripresa e portata a compimento l’idea di un sistema istituzionale riformato, strutturato in modo da renderlo più unitario, efficiente e meno costoso.
Ciò al fine di imprimere maggiore slancio allo sviluppo superando gli ostacoli costituiti dalla frammentazione e dando alle istituzioni locali nuovi poteri all’interno della regione Emilia-Romagna.
In questa direzione va aperto un dibattito per verificare la disponibilità delle forze politiche, delle organizzazioni sociali e dei cittadini riguardo la costituzione dell’Area Metropolitana della Romagna (Area Policentrica, a differenza di quello Monocentriche previste) che richiede una modifica parlamentare della legge in materia, ordinaria e non costituzionale, che ne determini le condizioni.
Questa soluzione consentirebbe l’esercizio di importanti poteri in varie materie oggi di pertinenza della Regione, la soppressione delle tre Province, una riorganizzazione delle competenze tra i Comuni e la nuova istituzione, un minore costo complessivo degli apparati pubblici.
In tale contesto si pone anche il problema del riordino delle Comunità montane, che deve auspicabilmente portare a una sola Comunità per la Romagna mentre oggi sono cinque.
Ma tutta la presenza pubblica e parapubblica – sanità, autorità di bacino, consorzi di bonifica, ATO, fiere, aeroporti, ecc – va rivista nel segno dell’accorpamento o di assetti semplificati e sinergici.
E cogliendo l’occasione per riformare le funzioni e rimettere a punto le politiche: ad esempio, per l’ATO non più organismo formato dagli Enti locali ma una Autorità indipendente, per le Comunità montane bene la riduzione del numero ma occorre rimettere a punto un progetto di valorizzazione della montagna, per i Consorzi di bonifica meno proliferazione e un più stretto rapporto con le istituzioni.
14 maggio 2008
Contributo politico e programmatico
Sul dopo elezioni premono alcune esigenze:
1. Costituzione degli organi dirigenti, con metodo democratico, rispettando competenze e componenti.
2. Analisi del voto, ragioni della sconfitta nazionale e della perdita di voti a livello locale.
3. Elaborazione del programma, che tenga anche conto del giudizio degli elettori, in vista del 2009.
4. Sulla base del programma apertura di un confronto politico in vista di nuove e coese alleanze.
Punti di riferimento essenziali:
a) Il programma elettorale e di governo, il codice etico e la carta dei valori del PD nel segno del cambiamento, la necessità di dare al partito una chiara identità riformista.
b) La situazione economica e sociale del paese, in particolare quella locale, le idee e le proposte del PD per contribuire a risolvere i problemi della popolazione, nell’immediato e per il futuro.
In questo contesto va in primo luogo data risposta alle questioni poste dagli elettori, in particolare con il forte consenso alla Lega Nord e a Italia dei Valori che, come singoli partiti, sono gli unici vincitori.
Una risposta nel segno della innovazione politica e programmatica, di una più adeguata strategia su problematiche importanti, senza buttare a mare esperienze positive tuttora valide ma introducendo elementi di discontinuità e cambiamento di significativa rilevanza.
Il contributo che segue non ha la pretesa di delineare un nuovo programma complessivo bensì di affrontare alcune questioni sulle quali occorre intervenire in modo nuovo o più accentuato.
Dando per scontato che per alcune di esse, ad esempio immigrazione, si pongono problemi di ordine nazionale e locale quali il governo dei flussi, la lotta alla delinquenza, le politiche di integrazione ecc.
I. La moralità della politica
Il PD è impegnato a costruire le condizioni dell’autofinanziamento delle sue attività nella prospettiva del superamento del finanziamento pubblico, a portare avanti con decisione interventi volti a ridurre i costi del sistema istituzionale, di enti e aziende a presenza pubblica, della politica in generale.
Nella vita del partito la competenza, il merito dimostrato con i risultati, l’impegno personale sono i fattori determinanti per la formazione dei gruppi dirigenti e l’attribuzione degli incarichi di lavoro.
La scelta dei candidati alle cariche elettive va fatta con il metodo delle primarie, che sempre e comunque devono essere precedute da un ampio dibattito in tutte le istanze del partito per definire i contenuti dei programmi, che poi i candidati possono integrare.
Per il secondo mandato la consultazione dovrà partire da una analisi dei risultati ottenuti e delle criticità emerse, da sottoporre a una adeguata discussione ai vari livelli del partito.
Il PD sviluppa l’iniziativa politica coinvolgendo tutta la sua organizzazione, gli iscritti e i simpatizzanti, ma anche consultando i cittadini con apposite iniziative sui temi più rilevanti.
I rappresentanti del partito nelle istituzioni, enti e aziende partecipate discutono nei massimi organi elettivi e con la popolazione le scelte più importanti che intendono portare avanti.
Il codice etico viene applicato da subito; per le nomine in enti e aziende pubbliche vanno prima definite procedure trasparenti, indicate le competenze necessarie, richiesti i curriculum personali.
Il PD è impegnato a combattere i conflitti di interesse che possono pregiudicare il corretto svolgimento delle attività politiche e l’esercizio di funzioni di governo nelle istituzioni, negli enti e aziende pubbliche.
Nepotismo e carrierismo sono estranei alla cultura del partito.
II. Sicurezza e legalità
Il PD innanzitutto rileva che manca la sicurezza per l’integrità fisica e la salute dei lavoratori in tante attività produttive, sia riguardo infortuni e incidenti, sia rispetto malattie professionali.
Questa è la più importante emergenza sociale in quanto ogni anno perdono la vita, diventano invalidi, si infortunano, si ammalano a causa del lavoro centinaia di migliaia di italiani e immigrati.
Dunque il primo impegno va in questa direzione, e fermo restando che il rispetto delle leggi in materia è compito di enti specificatamente preposti (con la partecipazione dei lavoratori e dei sindacati) gli Enti locali studieranno e decideranno forme di intervento volte a migliorare la prevenzione.
Il problema della sicurezza dei cittadini e della tranquillità di vita nei luoghi pubblici e nelle abitazioni, rispetto i fenomeni di disturbo e violenza (specie verso le donne) di furti e rapine, non va sottovalutato anche in realtà come la Romagna dove la situazione è meno preoccupante.
La risposta non è quella delle “ronde” di cittadini volonterosi, che oltre tutto presenta vari rischi.
Va invece prevista una maggiore presenza delle forze dell’ordine nel territorio, accentuando il coordinamento dei vari corpi di polizia e dei vigili urbani (con specifiche mansioni) e la vigilanza nelle zone a rischio, in modo da rassicurare e proteggere la popolazione.
A questo fine si pone l’obbiettivo di dislocare nel territorio almeno il 30% del personale attualmente addetto a servizi di ufficio, che andranno diversamente svolti.
In tema di legalità e rispetto delle regole deve essere considerato il diffuso malcontento esistente in relazione all’accesso delle famiglie agli alloggi di edilizia popolare e dei bimbi agli asili-nido, servizi che comunque dovranno essere ulteriormente potenziati.
Vanno verificati ed aggiornati i meccanismi delle graduatorie e i relativi punteggi, sia riguardo gli anni di residenza e di presenza nelle liste, sia per accertare accuratamente il reddito, a volte alterato a vantaggio di chi svolge lavoro sommerso: tra questi immigrati dal sud Italia e dall’estero.
III. Condizione sociale e tariffe dei servizi
L’impoverimento di lavoratori dipendenti, pensionati e strati di ceto medio è un fatto indiscutibile.
Consegue a questo l’acutizzazione dei problemi sociali e l’accentuazione dell’insicurezza delle famiglie mentre l’economia è condizionata in negativo: i risultati elettorali sono anche riflesso di tale situazione.
Il PD ritiene che il miglioramento delle condizioni di vita di tanti cittadini debba rappresentare una priorità per l’azione di governo a tutti i livelli istituzionali, a partire dal riconoscimento che occorre ridurre la tassazione generale e anche quella locale specie su salari e pensioni.
La contrattazione tra imprese e sindacati deve portare a premiare maggiormente il lavoro e la produttività, tenuto conto che da molti anni i profitti sono aumentati a scapito dei salari.
La spirale inflazionistica, che penalizza pesantemente il reddito delle famiglie, tra le sue varie facce presenta anche quella del costo crescente, a ritmi più che sostenuti, di servizi pubblici primari come quelli relativi a gas metano, energia elettrica, acqua e rifiuti.
Sul costo di questi servizi, a parte le materie prime, incidono le gestioni monopolistiche e quelle dominanti che impediscono o limitano gravemente la concorrenza a danno degli utenti.
Oggi la quota di uno stipendio medio assorbita dal costo degli indicati servizi varia dal 15 al 20% e quindi costituisce una spesa condizionante la vita delle famiglie.
A parte le considerazioni più generali che seguiranno nell’apposito capitolo dei servizi pubblici locali si pone il problema, rispetto la politica finora praticata da Hera (ma anche da altre aziende similari in Italia) di ridurre le tariffe di acqua e rifiuti in quanto servizi gestiti in condizione di monopolio.
E tenuto conto che la remunerazione del capitale investito ha raggiunto il massimo previsto dalle norme in materia, norme che tuttavia tenevano conto della liberalizzazione e quindi della concorrenza.
Essendo evidente che attualmente non c’è mercato e non ci sono rischi d’impresa, anche perchè gli ATO riconoscono in tariffa il totale ritorno degli investimenti, è del tutto legittimo proporre la riduzione alla metà del tasso di remunerazione del capitale per abbassare le tariffe a vantaggio degli utenti.
Del resto questa misura sarebbe in linea con riconosciuti criteri di valutazione economica e la “mission” di imprese pubbliche o prevalentemente pubbliche impegnate nei servizi a rete.
E non va dimenticato che nel 2004 i Comuni hanno già deciso tale dimezzamento per Romagna Acque.
IV. Una strategia riformista
Lo spessore dei problemi del nostro tempo richiede ad ogni livello un approccio strategico, quindi la costruzione di progetti di medio e lungo periodo, uscendo dalle logiche ristrette della contingenza pur se si devono intrecciare risposte immediate e soluzioni strutturali proiettate al futuro.
Lo sviluppo della economia e il recupero di produttività e competitività del sistema produttivo, la connessa esigenza di crescita sociale e della qualità della vita, oggi più di ieri hanno necessità di coniugarsi con l’uso razionale e non dissipativo delle risorse naturali: aria, acqua, territorio.
La sostenibilità ambientale dello sviluppo è perciò decisiva e condiziona l’economia e la vita di tutti.
Su un diverso versante le liberalizzazioni e i mercati concorrenziali, la lotta ai monopoli, alle posizioni dominanti e alle corporazioni in generale, sono parti qualificanti dell’azione di un partito riformista e condizione importante per la conquista di un vasto consenso sociale e politico.
La questione energetica è diventata primaria per l’economia, la vita civile e l’equilibrio dell’ecosistema planetario, in particolare l’effetto serra (CO2, ecc.) induce gravissimi sconvolgimenti climatici.
Il PD e i suoi rappresentanti nelle istituzioni sono impegnati a fare avanzare, coerentemente, politiche di risparmio ed efficientamento energetico, di sviluppo della produzione da fonte rinnovabile (acqua, vento, sole, geotermia) e per l’abbattimento delle emissioni di CO2 e di altri inquinanti.
Le nuove normative incentivanti lo sfruttamento delle fonti rinnovabili introdotte dal governo Prodi costituiscono un decisivo stimolo per una politica energetica amica dell’ambiente e quindi verranno fatte conoscere e sostenute anche dalla iniziativa degli Enti locali.
Particolare attenzione sarà dedicata, fin dalla fase della progettazione, alla costruzione di nuove abitazioni e alla ristrutturazione delle esistenti, altrettanto per gli edifici industriali, terziari e agricoli.
Questo, adottando standard di qualità energetica elevati per abbattere i consumi e spingere all’auto produzione di energia e calore.
L’utilizzo delle biomasse e di altri materie per la produzione di energia andrà commisurato all’effettivo bilancio energetico e comunque non pare sostenibile per impianti di elevata potenza.
Il problema della qualità dell’aria è oggi una delle emergenze sanitarie del paese, e anche dell’Emilia-Romagna e di Forlì, specie nei centri urbani, nelle zone industriali e lungo i principali assi viari.
Il PD è consapevole che il problema è risolvibile solo a scala nazionale e per alcuni aspetti europea, specie per l’inquinamento prodotto dal traffico motorizzato e dall’apparato energetico che usa fonti non rinnovabili: ciononostante considera irrinunciabile una coerente politica di interventi locali.
Tra questi, sistemi tangenziali viari che allontanino il traffico di passaggio dalle città, crescente pedonalizzazione dei centri storici, parcheggi esterni e sviluppo delle piste ciclabili, misure per incentivare l’uso di automezzi a carburante non inquinante, piani per il teleriscaldamento, la cogenerazione e il superamento di impianti a olio combustibile e gasolio.
In questo quadro occorre perseguire con decisione, vincendo le resistenze di Hera, la politica di massimo sviluppo della raccolta differenziata dei rifiuti puntando al recupero e riuso delle materie.
E deve essere rivisto con urgenza l’attuale Piano provinciale per ridurre del 50% - come è tecnicamente possibile e ambientalmente necessario - la quantità di rifiuti indifferenziati che si intende incenerire utilizzando pienamente l’impianto di preselezione secco-umido di Forlì e costruendone uno nuovo nel Cesenate, soluzione che tra l’altro ridurrebbe drasticamente il trasporto dell’immondezza.
La politica delle acque deve essere ridefinita a livello romagnolo a fronte delle ricorrenti emergenze, accentuate dai mutamenti climatici che riducono le precipitazioni e le concentrano temporalmente e territorialmente: l’ambientalismo del fare va dimostrato e non solo annunciato.
Dal lato della domanda idrica si deve operare per il risparmio, che per gli usi produttivi e specie in agricoltura ha larghe possibilità di successo, mentre per l’utilizzo civile è irrealistico pensare a una riduzione dei consumi pur attuando misure di contenimento posto che l’andamento demografico, la qualificazione dell’offerta turistica e la ricerca del benessere delle persone agiscono in senso opposto.
Per il PD la fonte idropotabile di eccellenza continua ad essere quella appenninica, che può fornire il 100% della risorsa per otto mesi l’anno, mentre l’integrazione estiva e le fasi siccitose richiedono il ricorso alle falde posto che saranno sgravate per gli usi produttivi (circa il 70% dei prelievi) dal sistema Po-Cer .
Bidente, Rabbi e Savio, pur senza derivazioni in estate e rispettando i deflussi vitali, sono in grado di fornire oltre l’80% della risorsa media necessaria alla Romagna e un significativo contributo energetico.
Questo senza nuove opere impegnative, garantendo una incisiva tutela idrogeologica e ambientale dei bacini sottesi e sviluppando le politiche di valorizzazione della montagna avviate con Ridracoli.
Si deve quindi lavorare per rivedere il Piano 2006 di Romagna Acque, che punta sul Po-Cer e impianti che tra l’altro non conferiscono acqua alla cerniera idraulica di Monte Casale.
Il che comporta la distribuzione di risorse di pessima qualità organolettica, elevatissimi costi operativi e quindi un aumento esponenziale della tariffa di acquedotto, consumi energetici di grande rilevanza in contrasto con l’esigenza del risparmio, esposizione di molti Comuni al rischio emergenza impiantistica.
Il ricorso all’acqua del Po, tenendo conto del crescente impoverimento estivo della sua portata, va ricondotto all’uso previsto dalla costruzione del Cer – fondamentalmente agricoltura, poi industria e utilizzi non potabili – estendendo le reti distributive che oggi servono una parte minima dell’utenza.
La pianificazione d’uso del territorio deve tendere a contenere i sovra dimensionamenti e l’utilizzo dissipativo del suolo sia per gli impianti industriali e terziari, sia per le abitazioni civili.
Nel primo caso va notato che le aree di insediamento autorizzate presentano vasti spazi non edificati e manufatti non utilizzati, nel secondo che alcuni standard paiono esuberanti a danno del territorio.
Il PD sottolinea che lo strumento fondamentale di pianificazione urbanistica è il P.R.G., articolato nei suoi vari momenti attuativi, e a questo va ricondotta la politica di tutela e uso dei suoli.
Gli accordi di programma, qualora concepiti fuori dalla originale funzione – realizzazione di opere pubbliche o di interesse pubblico primario coinvolgendo privati – hanno la caratteristica di strumento attuativo di progetti di interesse privato richiedenti varianti urbanistiche.
L’inserimento di interventi compensativi richiesti dalla pubblica amministrazione non muta la sostanza.
Di fatto essi costituiscono una opportunità agevolata, concessa a chi ha potere economico e non alla massa dei cittadini: quindi danno luogo a disparità di trattamento e a sperequazione sociale.
L’ingente plusvalore economico determinato dalla variazione d’uso dei terreni solo in minima parte viene impiegato per finanziare le opere richieste dalla pubblica amministrazione e il ricorso a tale strumento per trasformare terreni agricoli in industriali o terziari contrasta con una valida pianificazione, impone costi aggiuntivi per i servizi e si sovrappone alla funzione di Enti come Sapro.
Per queste ragioni gli accordi di programma aventi le descritte finalità non verranno più considerati, diversamente da quelli rispondenti all’interesse pubblico secondo la legge originaria.
Infrastrutture e logistica vanno ripensate in chiave strategica e a livello romagnolo, facendo perno sul porto di Ravenna, gli aeroporti di Forlì e Rimini, lo scalo merci ferroviario di Villa Selva e il potenziamento del trasporto su rotaia lungo l’asse Milano-Bologna-Ancona-Bari.
Il rafforzamento del tracciato viario Venezia-Ravenna-Cesena-Roma, con la prevista autostrada, e il passante nord della A14 a Bologna, che allungherà e renderà ancora più costosa la mobilità delle persone e delle merci dalla Romagna a Firenze e viceversa, pone con rinnovata forza il problema dell’ammodernamento della S.S. 67 da Ravenna a Forlì e Firenze, cioè il cuore della Toscana.
Per Forlì questo tracciato diventa fondamentale sia per una maggiore integrazione tra porto di Ravenna e aeroporto di Forlì, le rispettive zone industriali e il distretto nautico articolato che si vuole costruire tra le due città per valorizzare i poli esistenti.
Fermo restando altre scelte di grande viabilità, in particolare il completamento del sistema tangenziale di Forlì, che peraltro è parte del progetto di ristrutturazione della S.S. 67 (corridoio interregionale Romagna-
Toscana) il PD sostiene la priorità strategica dell’ammodernamento di tale asse viario, che andrà portato avanti unitamente allo sviluppo dell’aeroporto e al rafforzamento del polo aeronautico.
I servizi pubblici locali sono fondamentali per la condizione civile e l’economia del territorio, nello stesso tempo la loro evoluzione nel tempo presenta problemi che vanno affrontati e risolti.
Con la nascita di Hera, il suo approdo in Borsa e la mancata liberalizzazione delle gestioni del servizio idrico e dei rifiuti si è determinata una privatizzazione il cui tratto saliente è costituito dall’esercizio in condizione di monopolio di tali servizi e dalla sostituzione della funzione pubblica, attenta ai problemi sociali, con la logica del massimo profitto in funzione di alti dividendi e del valore delle azioni.
D’altra parte, con la proprietà delle reti la gestione del servizio gas di fatto determina una posizione dominante che limita la concorrenza e inoltre offre vantaggi per l’acquisto e vendita di energia elettrica.
Fin dall’inizio delle sue attività Hera ha tramutato le sinergie di accorpamento interaziendale in profitto d’impresa, senza ridurre le tariffe applicate alle utenze e senza migliorare la qualità dei servizi.
Una politica consentita dalla gestione in larga parte monopolistica, per acqua e rifiuti protetta dagli ATO (conflitto di interessi dei Comuni) e sostenuta dagli Enti azionisti in vario modo.
Enti che hanno anche sacrificato Romagna Acque: ad esempio assegnando a Hera fino al 2023 la gestione ( gratuita ! ) degli impianti locali di produzione idrica, ciò in contrasto con il passaggio della proprietà di tali impianti a Romagna Acque e l’attribuzione ad essa del ruolo di “società delle fonti”.
Il PD, coerentemente con il suo programma nazionale e i disegni di legge presentati dal governo Prodi, ritiene si debba riaprire la stagione delle liberalizzazioni perchè senza concorrenza i servizi pubblici locali (questo vale anche per i trasporti) non migliorano come qualità e impongono costi sempre più elevati agli utenti, siano essi famiglie, attività professionali o imprese.
Nell’immediato vanno rivisti i livelli di remunerazione del capitale (vedasi apposito capitolo) costituita una Autorità regionale di regolazione per acqua e rifiuti necessariamente indipendente dagli Enti proprietari, avviata la dismissione di azioni in mano pubblica per fare scendere la quota di partecipazione ben sotto il 50%; operazione già fatta a Milano con reinvestimento in opere pubbliche.
I Comuni non devono fare gli imprenditori ma dedicarsi, in piena autonomia, alle preminenti funzioni di indirizzo, programmazione e controllo, a lato e non in contrasto con le Autorità di regolazione, avendo come unici obbiettivi lo sviluppo dei servizi e la tutela dei cittadini.
V. L’assetto istituzionale della Romagna
La vittoria della destra alle elezioni del 13-14 aprile e la ripresa di iniziativa dei partiti ora al governo per la costituzione della Regione Romagna pone fin d’ora più pressanti problemi al PD in Emilia-Romagna.
Occorre capire che tale tema potrebbe giocare un ruolo molto importante nella campagna elettorale amministrativa del 2009: da qui l’esigenza di non rimanere arroccati nella difesa dell’assetto esistente.
D’altra parte l’avanzare di un sistema di relazioni economiche e sociali sempre più vasto, che va anche oltre le frontiere del paese, ha fatto maturare l’esigenza del superamento dei tradizionali localismi romagnoli e di assetti istituzionali incongrui rispetto le nuove esigenze.
Il PD ritiene che vada ripresa e portata a compimento l’idea di un sistema istituzionale riformato, strutturato in modo da renderlo più unitario, efficiente e meno costoso.
Ciò al fine di imprimere maggiore slancio allo sviluppo superando gli ostacoli costituiti dalla frammentazione e dando alle istituzioni locali nuovi poteri all’interno della regione Emilia-Romagna.
In questa direzione va aperto un dibattito per verificare la disponibilità delle forze politiche, delle organizzazioni sociali e dei cittadini riguardo la costituzione dell’Area Metropolitana della Romagna (Area Policentrica, a differenza di quello Monocentriche previste) che richiede una modifica parlamentare della legge in materia, ordinaria e non costituzionale, che ne determini le condizioni.
Questa soluzione consentirebbe l’esercizio di importanti poteri in varie materie oggi di pertinenza della Regione, la soppressione delle tre Province, una riorganizzazione delle competenze tra i Comuni e la nuova istituzione, un minore costo complessivo degli apparati pubblici.
In tale contesto si pone anche il problema del riordino delle Comunità montane, che deve auspicabilmente portare a una sola Comunità per la Romagna mentre oggi sono cinque.
Ma tutta la presenza pubblica e parapubblica – sanità, autorità di bacino, consorzi di bonifica, ATO, fiere, aeroporti, ecc – va rivista nel segno dell’accorpamento o di assetti semplificati e sinergici.
E cogliendo l’occasione per riformare le funzioni e rimettere a punto le politiche: ad esempio, per l’ATO non più organismo formato dagli Enti locali ma una Autorità indipendente, per le Comunità montane bene la riduzione del numero ma occorre rimettere a punto un progetto di valorizzazione della montagna, per i Consorzi di bonifica meno proliferazione e un più stretto rapporto con le istituzioni.
14 maggio 2008
Contributo politico e programmatico
Sul dopo elezioni premono alcune esigenze:
1. Costituzione degli organi dirigenti, con metodo democratico, rispettando competenze e componenti.
2. Analisi del voto, ragioni della sconfitta nazionale e della perdita di voti a livello locale.
3. Elaborazione del programma, che tenga anche conto del giudizio degli elettori, in vista del 2009.
4. Sulla base del programma apertura di un confronto politico in vista di nuove e coese alleanze.
Punti di riferimento essenziali:
a) Il programma elettorale e di governo, il codice etico e la carta dei valori del PD nel segno del cambiamento, la necessità di dare al partito una chiara identità riformista.
b) La situazione economica e sociale del paese, in particolare quella locale, le idee e le proposte del PD per contribuire a risolvere i problemi della popolazione, nell’immediato e per il futuro.
In questo contesto va in primo luogo data risposta alle questioni poste dagli elettori, in particolare con il forte consenso alla Lega Nord e a Italia dei Valori che, come singoli partiti, sono gli unici vincitori.
Una risposta nel segno della innovazione politica e programmatica, di una più adeguata strategia su problematiche importanti, senza buttare a mare esperienze positive tuttora valide ma introducendo elementi di discontinuità e cambiamento di significativa rilevanza.
Il contributo che segue non ha la pretesa di delineare un nuovo programma complessivo bensì di affrontare alcune questioni sulle quali occorre intervenire in modo nuovo o più accentuato.
Dando per scontato che per alcune di esse, ad esempio immigrazione, si pongono problemi di ordine nazionale e locale quali il governo dei flussi, la lotta alla delinquenza, le politiche di integrazione ecc.
I. La moralità della politica
Il PD è impegnato a costruire le condizioni dell’autofinanziamento delle sue attività nella prospettiva del superamento del finanziamento pubblico, a portare avanti con decisione interventi volti a ridurre i costi del sistema istituzionale, di enti e aziende a presenza pubblica, della politica in generale.
Nella vita del partito la competenza, il merito dimostrato con i risultati, l’impegno personale sono i fattori determinanti per la formazione dei gruppi dirigenti e l’attribuzione degli incarichi di lavoro.
La scelta dei candidati alle cariche elettive va fatta con il metodo delle primarie, che sempre e comunque devono essere precedute da un ampio dibattito in tutte le istanze del partito per definire i contenuti dei programmi, che poi i candidati possono integrare.
Per il secondo mandato la consultazione dovrà partire da una analisi dei risultati ottenuti e delle criticità emerse, da sottoporre a una adeguata discussione ai vari livelli del partito.
Il PD sviluppa l’iniziativa politica coinvolgendo tutta la sua organizzazione, gli iscritti e i simpatizzanti, ma anche consultando i cittadini con apposite iniziative sui temi più rilevanti.
I rappresentanti del partito nelle istituzioni, enti e aziende partecipate discutono nei massimi organi elettivi e con la popolazione le scelte più importanti che intendono portare avanti.
Il codice etico viene applicato da subito; per le nomine in enti e aziende pubbliche vanno prima definite procedure trasparenti, indicate le competenze necessarie, richiesti i curriculum personali.
Il PD è impegnato a combattere i conflitti di interesse che possono pregiudicare il corretto svolgimento delle attività politiche e l’esercizio di funzioni di governo nelle istituzioni, negli enti e aziende pubbliche.
Nepotismo e carrierismo sono estranei alla cultura del partito.
II. Sicurezza e legalità
Il PD innanzitutto rileva che manca la sicurezza per l’integrità fisica e la salute dei lavoratori in tante attività produttive, sia riguardo infortuni e incidenti, sia rispetto malattie professionali.
Questa è la più importante emergenza sociale in quanto ogni anno perdono la vita, diventano invalidi, si infortunano, si ammalano a causa del lavoro centinaia di migliaia di italiani e immigrati.
Dunque il primo impegno va in questa direzione, e fermo restando che il rispetto delle leggi in materia è compito di enti specificatamente preposti (con la partecipazione dei lavoratori e dei sindacati) gli Enti locali studieranno e decideranno forme di intervento volte a migliorare la prevenzione.
Il problema della sicurezza dei cittadini e della tranquillità di vita nei luoghi pubblici e nelle abitazioni, rispetto i fenomeni di disturbo e violenza (specie verso le donne) di furti e rapine, non va sottovalutato anche in realtà come la Romagna dove la situazione è meno preoccupante.
La risposta non è quella delle “ronde” di cittadini volonterosi, che oltre tutto presenta vari rischi.
Va invece prevista una maggiore presenza delle forze dell’ordine nel territorio, accentuando il coordinamento dei vari corpi di polizia e dei vigili urbani (con specifiche mansioni) e la vigilanza nelle zone a rischio, in modo da rassicurare e proteggere la popolazione.
A questo fine si pone l’obbiettivo di dislocare nel territorio almeno il 30% del personale attualmente addetto a servizi di ufficio, che andranno diversamente svolti.
In tema di legalità e rispetto delle regole deve essere considerato il diffuso malcontento esistente in relazione all’accesso delle famiglie agli alloggi di edilizia popolare e dei bimbi agli asili-nido, servizi che comunque dovranno essere ulteriormente potenziati.
Vanno verificati ed aggiornati i meccanismi delle graduatorie e i relativi punteggi, sia riguardo gli anni di residenza e di presenza nelle liste, sia per accertare accuratamente il reddito, a volte alterato a vantaggio di chi svolge lavoro sommerso: tra questi immigrati dal sud Italia e dall’estero.
III. Condizione sociale e tariffe dei servizi
L’impoverimento di lavoratori dipendenti, pensionati e strati di ceto medio è un fatto indiscutibile.
Consegue a questo l’acutizzazione dei problemi sociali e l’accentuazione dell’insicurezza delle famiglie mentre l’economia è condizionata in negativo: i risultati elettorali sono anche riflesso di tale situazione.
Il PD ritiene che il miglioramento delle condizioni di vita di tanti cittadini debba rappresentare una priorità per l’azione di governo a tutti i livelli istituzionali, a partire dal riconoscimento che occorre ridurre la tassazione generale e anche quella locale specie su salari e pensioni.
La contrattazione tra imprese e sindacati deve portare a premiare maggiormente il lavoro e la produttività, tenuto conto che da molti anni i profitti sono aumentati a scapito dei salari.
La spirale inflazionistica, che penalizza pesantemente il reddito delle famiglie, tra le sue varie facce presenta anche quella del costo crescente, a ritmi più che sostenuti, di servizi pubblici primari come quelli relativi a gas metano, energia elettrica, acqua e rifiuti.
Sul costo di questi servizi, a parte le materie prime, incidono le gestioni monopolistiche e quelle dominanti che impediscono o limitano gravemente la concorrenza a danno degli utenti.
Oggi la quota di uno stipendio medio assorbita dal costo degli indicati servizi varia dal 15 al 20% e quindi costituisce una spesa condizionante la vita delle famiglie.
A parte le considerazioni più generali che seguiranno nell’apposito capitolo dei servizi pubblici locali si pone il problema, rispetto la politica finora praticata da Hera (ma anche da altre aziende similari in Italia) di ridurre le tariffe di acqua e rifiuti in quanto servizi gestiti in condizione di monopolio.
E tenuto conto che la remunerazione del capitale investito ha raggiunto il massimo previsto dalle norme in materia, norme che tuttavia tenevano conto della liberalizzazione e quindi della concorrenza.
Essendo evidente che attualmente non c’è mercato e non ci sono rischi d’impresa, anche perchè gli ATO riconoscono in tariffa il totale ritorno degli investimenti, è del tutto legittimo proporre la riduzione alla metà del tasso di remunerazione del capitale per abbassare le tariffe a vantaggio degli utenti.
Del resto questa misura sarebbe in linea con riconosciuti criteri di valutazione economica e la “mission” di imprese pubbliche o prevalentemente pubbliche impegnate nei servizi a rete.
E non va dimenticato che nel 2004 i Comuni hanno già deciso tale dimezzamento per Romagna Acque.
IV. Una strategia riformista
Lo spessore dei problemi del nostro tempo richiede ad ogni livello un approccio strategico, quindi la costruzione di progetti di medio e lungo periodo, uscendo dalle logiche ristrette della contingenza pur se si devono intrecciare risposte immediate e soluzioni strutturali proiettate al futuro.
Lo sviluppo della economia e il recupero di produttività e competitività del sistema produttivo, la connessa esigenza di crescita sociale e della qualità della vita, oggi più di ieri hanno necessità di coniugarsi con l’uso razionale e non dissipativo delle risorse naturali: aria, acqua, territorio.
La sostenibilità ambientale dello sviluppo è perciò decisiva e condiziona l’economia e la vita di tutti.
Su un diverso versante le liberalizzazioni e i mercati concorrenziali, la lotta ai monopoli, alle posizioni dominanti e alle corporazioni in generale, sono parti qualificanti dell’azione di un partito riformista e condizione importante per la conquista di un vasto consenso sociale e politico.
La questione energetica è diventata primaria per l’economia, la vita civile e l’equilibrio dell’ecosistema planetario, in particolare l’effetto serra (CO2, ecc.) induce gravissimi sconvolgimenti climatici.
Il PD e i suoi rappresentanti nelle istituzioni sono impegnati a fare avanzare, coerentemente, politiche di risparmio ed efficientamento energetico, di sviluppo della produzione da fonte rinnovabile (acqua, vento, sole, geotermia) e per l’abbattimento delle emissioni di CO2 e di altri inquinanti.
Le nuove normative incentivanti lo sfruttamento delle fonti rinnovabili introdotte dal governo Prodi costituiscono un decisivo stimolo per una politica energetica amica dell’ambiente e quindi verranno fatte conoscere e sostenute anche dalla iniziativa degli Enti locali.
Particolare attenzione sarà dedicata, fin dalla fase della progettazione, alla costruzione di nuove abitazioni e alla ristrutturazione delle esistenti, altrettanto per gli edifici industriali, terziari e agricoli.
Questo, adottando standard di qualità energetica elevati per abbattere i consumi e spingere all’auto produzione di energia e calore.
L’utilizzo delle biomasse e di altri materie per la produzione di energia andrà commisurato all’effettivo bilancio energetico e comunque non pare sostenibile per impianti di elevata potenza.
Il problema della qualità dell’aria è oggi una delle emergenze sanitarie del paese, e anche dell’Emilia-Romagna e di Forlì, specie nei centri urbani, nelle zone industriali e lungo i principali assi viari.
Il PD è consapevole che il problema è risolvibile solo a scala nazionale e per alcuni aspetti europea, specie per l’inquinamento prodotto dal traffico motorizzato e dall’apparato energetico che usa fonti non rinnovabili: ciononostante considera irrinunciabile una coerente politica di interventi locali.
Tra questi, sistemi tangenziali viari che allontanino il traffico di passaggio dalle città, crescente pedonalizzazione dei centri storici, parcheggi esterni e sviluppo delle piste ciclabili, misure per incentivare l’uso di automezzi a carburante non inquinante, piani per il teleriscaldamento, la cogenerazione e il superamento di impianti a olio combustibile e gasolio.
In questo quadro occorre perseguire con decisione, vincendo le resistenze di Hera, la politica di massimo sviluppo della raccolta differenziata dei rifiuti puntando al recupero e riuso delle materie.
E deve essere rivisto con urgenza l’attuale Piano provinciale per ridurre del 50% - come è tecnicamente possibile e ambientalmente necessario - la quantità di rifiuti indifferenziati che si intende incenerire utilizzando pienamente l’impianto di preselezione secco-umido di Forlì e costruendone uno nuovo nel Cesenate, soluzione che tra l’altro ridurrebbe drasticamente il trasporto dell’immondezza.
La politica delle acque deve essere ridefinita a livello romagnolo a fronte delle ricorrenti emergenze, accentuate dai mutamenti climatici che riducono le precipitazioni e le concentrano temporalmente e territorialmente: l’ambientalismo del fare va dimostrato e non solo annunciato.
Dal lato della domanda idrica si deve operare per il risparmio, che per gli usi produttivi e specie in agricoltura ha larghe possibilità di successo, mentre per l’utilizzo civile è irrealistico pensare a una riduzione dei consumi pur attuando misure di contenimento posto che l’andamento demografico, la qualificazione dell’offerta turistica e la ricerca del benessere delle persone agiscono in senso opposto.
Per il PD la fonte idropotabile di eccellenza continua ad essere quella appenninica, che può fornire il 100% della risorsa per otto mesi l’anno, mentre l’integrazione estiva e le fasi siccitose richiedono il ricorso alle falde posto che saranno sgravate per gli usi produttivi (circa il 70% dei prelievi) dal sistema Po-Cer .
Bidente, Rabbi e Savio, pur senza derivazioni in estate e rispettando i deflussi vitali, sono in grado di fornire oltre l’80% della risorsa media necessaria alla Romagna e un significativo contributo energetico.
Questo senza nuove opere impegnative, garantendo una incisiva tutela idrogeologica e ambientale dei bacini sottesi e sviluppando le politiche di valorizzazione della montagna avviate con Ridracoli.
Si deve quindi lavorare per rivedere il Piano 2006 di Romagna Acque, che punta sul Po-Cer e impianti che tra l’altro non conferiscono acqua alla cerniera idraulica di Monte Casale.
Il che comporta la distribuzione di risorse di pessima qualità organolettica, elevatissimi costi operativi e quindi un aumento esponenziale della tariffa di acquedotto, consumi energetici di grande rilevanza in contrasto con l’esigenza del risparmio, esposizione di molti Comuni al rischio emergenza impiantistica.
Il ricorso all’acqua del Po, tenendo conto del crescente impoverimento estivo della sua portata, va ricondotto all’uso previsto dalla costruzione del Cer – fondamentalmente agricoltura, poi industria e utilizzi non potabili – estendendo le reti distributive che oggi servono una parte minima dell’utenza.
La pianificazione d’uso del territorio deve tendere a contenere i sovra dimensionamenti e l’utilizzo dissipativo del suolo sia per gli impianti industriali e terziari, sia per le abitazioni civili.
Nel primo caso va notato che le aree di insediamento autorizzate presentano vasti spazi non edificati e manufatti non utilizzati, nel secondo che alcuni standard paiono esuberanti a danno del territorio.
Il PD sottolinea che lo strumento fondamentale di pianificazione urbanistica è il P.R.G., articolato nei suoi vari momenti attuativi, e a questo va ricondotta la politica di tutela e uso dei suoli.
Gli accordi di programma, qualora concepiti fuori dalla originale funzione – realizzazione di opere pubbliche o di interesse pubblico primario coinvolgendo privati – hanno la caratteristica di strumento attuativo di progetti di interesse privato richiedenti varianti urbanistiche.
L’inserimento di interventi compensativi richiesti dalla pubblica amministrazione non muta la sostanza.
Di fatto essi costituiscono una opportunità agevolata, concessa a chi ha potere economico e non alla massa dei cittadini: quindi danno luogo a disparità di trattamento e a sperequazione sociale.
L’ingente plusvalore economico determinato dalla variazione d’uso dei terreni solo in minima parte viene impiegato per finanziare le opere richieste dalla pubblica amministrazione e il ricorso a tale strumento per trasformare terreni agricoli in industriali o terziari contrasta con una valida pianificazione, impone costi aggiuntivi per i servizi e si sovrappone alla funzione di Enti come Sapro.
Per queste ragioni gli accordi di programma aventi le descritte finalità non verranno più considerati, diversamente da quelli rispondenti all’interesse pubblico secondo la legge originaria.
Infrastrutture e logistica vanno ripensate in chiave strategica e a livello romagnolo, facendo perno sul porto di Ravenna, gli aeroporti di Forlì e Rimini, lo scalo merci ferroviario di Villa Selva e il potenziamento del trasporto su rotaia lungo l’asse Milano-Bologna-Ancona-Bari.
Il rafforzamento del tracciato viario Venezia-Ravenna-Cesena-Roma, con la prevista autostrada, e il passante nord della A14 a Bologna, che allungherà e renderà ancora più costosa la mobilità delle persone e delle merci dalla Romagna a Firenze e viceversa, pone con rinnovata forza il problema dell’ammodernamento della S.S. 67 da Ravenna a Forlì e Firenze, cioè il cuore della Toscana.
Per Forlì questo tracciato diventa fondamentale sia per una maggiore integrazione tra porto di Ravenna e aeroporto di Forlì, le rispettive zone industriali e il distretto nautico articolato che si vuole costruire tra le due città per valorizzare i poli esistenti.
Fermo restando altre scelte di grande viabilità, in particolare il completamento del sistema tangenziale di Forlì, che peraltro è parte del progetto di ristrutturazione della S.S. 67 (corridoio interregionale Romagna-
Toscana) il PD sostiene la priorità strategica dell’ammodernamento di tale asse viario, che andrà portato avanti unitamente allo sviluppo dell’aeroporto e al rafforzamento del polo aeronautico.
I servizi pubblici locali sono fondamentali per la condizione civile e l’economia del territorio, nello stesso tempo la loro evoluzione nel tempo presenta problemi che vanno affrontati e risolti.
Con la nascita di Hera, il suo approdo in Borsa e la mancata liberalizzazione delle gestioni del servizio idrico e dei rifiuti si è determinata una privatizzazione il cui tratto saliente è costituito dall’esercizio in condizione di monopolio di tali servizi e dalla sostituzione della funzione pubblica, attenta ai problemi sociali, con la logica del massimo profitto in funzione di alti dividendi e del valore delle azioni.
D’altra parte, con la proprietà delle reti la gestione del servizio gas di fatto determina una posizione dominante che limita la concorrenza e inoltre offre vantaggi per l’acquisto e vendita di energia elettrica.
Fin dall’inizio delle sue attività Hera ha tramutato le sinergie di accorpamento interaziendale in profitto d’impresa, senza ridurre le tariffe applicate alle utenze e senza migliorare la qualità d
Scusate l’errore ma il pc stamattina fa le bizze, cancellate le due copie in più. Grazie
PRIMA DEI FUNERALI DELL’UNIVERSITA’
in una situazione finanziaria ormai drammatica, l’Università italiana sta morendo sotto i colpi del governo autoritario di Silvio Berlusconi (altro che le riforme invocate da D’Alema, ma non gli sono bastate le sberle delle bicamerale???).
Forme di resistenza si stanno attivando un po’ ovunque, ma le energie non sono tantissime e solo il mondo dell’Università non può farcela, perchè sfiduciato, frammentato, minoritario e marginale nella concezione del Paese.
Un paese che non investe in conoscenza, innovazione, formazione è un paese destinato al declino.
In Italia siamo al tracollo, e potrebbe essere - in questa congiuntura - davvero quello esiziale.
Prima dei funerali dell’Università statale e pubblica italiana, spero che una “rete di tanti lilliputziani” si espanda fino a coinvolgere tutti i cittadini che credono che una repubblica democratica senza un sistema universitario adeguato non può sopravvivere a lungo.
Prima dei funerali forse qualcosa si può fare. Anche se la bara è già pronto, come scrive Stefano di Torino, nell’articolo che posta dall’Unità del 9.10.2008.
§§§§
La protesta a Torino:
«Mai visto tanta partecipazione studentesca»
Lorenzo Fracastoro *
Sono uscito dal negozio di abbigliamento da lavoro con uno scatolone con 87 camici monouso. Ho un budget di 200 euro: quanto raccolto a una festa dei Collettivi di Scienze. Abbiamo deciso di presentarci alla manifestazione con i camici bianchi e il lutto nero al braccio: in mezzo al corteo una bara di polistirolo nera adagiata sulle spalle di alcuni becchini vestiti di nero. Una scritta evocativa: “il futuro dell’Università”. Qualcuno porta i fiori da gettare sulla bara, la bara dell’Ateneo. Improvvisamente l’Università, che abbiamo vissuto finora in modo un po’ svagato, è un bene prezioso da difendere, a cui ci sentiamo attaccati. Noi studenti di Scienze non abbiamo certo uno spiccato senso di appartenenza. A chi ci chiede «che Facoltà fai», rispondiamo spesso “Biologia” o “Matematica”, rimandando cioè ai nostri corsi di laurea, che rappresentano meglio i nostri studi, e le cui sedi sparse per il territorio torinese disperdono la nostra identità. A settembre però, qualcosa è cambiato. Prima i professori, in un Consiglio di Facoltà infuocato dall’indignazione, hanno scritto un comunicato di comune accordo da leggere alle sessioni di laurea e in occasione della prima giornata di lezione. E così gli studenti sono stati risvegliati dal torpore della vita casa - lezione - esami, e sono stati messi di fronte alla dura realtà: l’Università così come l’hai vissuta fino a oggi ha i giorni contati”, diceva il comunicato. Quando è stato approvata la Legge 133, una manovra finanziaria emanata con richiesta di fiducia e quindi non sottoposta ad alcuna discussione parlamentare, era il 6 agosto ed eravamo in vacanza. Ora il duro risveglio: il Fondo di Finanziamento Ordinario, cioè i contributi statali agli Atenei, sarà ridotto di un miliardo e mezzo nel giro di 5 anni. Gli Atenei saranno spinti a convertirsi in Fondazioni, e a mettere in mano ai privati i loro beni immobili.
Altro elemento inquietante sarà la diminuzione dei ricercatori, docenti, e del personale tecnico - amministrativo, attraverso il blocco del turnover. Non è tanto il fatto di seguire lezioni con docenti che potrebbero essere i nostri nonni: è allarmante piuttosto veder calpestate le aspettative di dottorandi che vogliono diventare ricercatori, o ricercatori che vogliono diventare professori, di chiunque che si aspetta qualcosa di più della posizione che occupa. Ci troviamo tutti sulla stessa barca, una barca - l’Università - che da anni fa acqua da tutte le parti, che fa un metro avanti e tre indietro, che porta ancora le ferite delle riforme dei governi passati, che verrà affondata da un siluro devastante firmato Mariastella Gelmini.
Ora è venuto il momento di “scendere in campo”. In cinque anni di università non ho mai visto tanta partecipazione studentesca. Molti i Collettivi che hanno partecipato all’Assemblea No -Gelmini, molte le iniziative: a Scienze Politiche partirà una maratona didattica, in cui le lezioni si susseguiranno non-stop, anche in notturna, per 48-72 ore consecutive. Ad Agraria gli studenti hanno optato per una protesta originale: campeggiano con le tende. Vogliono occupare il Campus, ma più che bloccare la didattica, vogliono difenderla, perché hanno capito che è un bene di tutti e un diritto prezioso. Noi di Scienze faremo lezioni all’aperto dal 20. Queste sono alcune delle cose che stiamo vivendo a Torino come universitari e speriamo che cresca il coordinamento nazionale.
* Rappresentante studentesco nel consiglio di facoltà di Scienze Naturali, Matematica, Fisica
Pubblicato il: 09.10.08
Modificato il: 09.10.08 alle ore 21.54
Posto questo invito al convegno
“Quale futuro per l’università italiana?”
organizzato dal Centro Formazione Politica (www.formazionepolitica.org) e dal Centro Studi Politeia (www.politeia-centrostudi.org) in collaborazione con Astrid (www.astrid-online.it).
Il convegno si terrà a Milano l’1 dicembre 2008, presso il teatro Franco Parenti, via Pier Lombardo 14, dalle ore 14.30 alle ore 19.30.
CONVEGNO
Quale futuro per l’università italiana?
Milano, 1 dicembre 2008
ore 14.30 - 19.30
Teatro Franco Parenti, via Pier Lombardo 14
La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti
http://www.formazionepolitica.org
http://www.politeia-centrostudi.org
http://www.astrid-online.it
ore 14.30 registrazione dei partecipanti
ore 15.00 Problemi e proposte
Luciano MODICA, Università: stato dell’arte e prospettive
Giliberto CAPANO, La riforma della governance
Giuseppe CATALANO, Il finanziamento dell’università italiana
Daniele CHECCHI, Alcuni nodi per la ricerca in università
Andrea ICHINO, Reclutamento e carriere di docenti e ricercatori
Francesco MERLONI, Istruzione superiore, autonomia e
ruolo dello Stato
Modera Nicola PASINI
ore 17.00 “Tre più due” e oltre. Che cosa cambiare?
Umberto ECO
Marco SANTAMBROGIO
Salvatore VECA
Interventi di
Daniele BIGNAMI, Elisa REBESSI, Giuseppe TORRI
Modera Giovanna ZUCCONI
Daniele BIGNAMI, dottore di ricerca in pianificazione territoriale
Politecnico di Milano
Giliberto CAPANO, professore di analisi comparata delle
politiche pubbliche, Università di Bologna
Giuseppe CATALANO, professore di economia pubblica
Politecnico di Milano
Daniele CHECCHI, professore di economia del lavoro
Università degli Studi di Milano
Umberto ECO, professore emerito
Università di Bologna
Andrea ICHINO, professore di economia
Università di Bologna
Francesco MERLONI, professore di diritto amministrativo
Università degli Studi di Perugia
Luciano MODICA, professore di analisi matematica
Università di Pisa
Nicola PASINI, direttore
Centro di Formazione Politica, Milano
Elisa REBESSI, studentessa magistrale in amministrazioni
e politiche pubbliche, Università degli Studi di Milano
Marco SANTAMBROGIO, professore di filosofia del linguaggio
Università degli Studi di Parma
Giuseppe TORRI, dottorando in fisica teorica
Imperial College London
Salvatore VECA, vicedirettore
Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia
Giovanna ZUCCONI, giornalista
Comitato Scientifico
Antonella BESUSSI, professore di filosofia politica
Università degli Studi di Milano
Emilio D’ORAZIO, direttore
Centro Studi Politeia, Milano
Alessandra FACCHI, professore di filosofia del diritto
Università degli Studi di Milano
Segreteria organizzativa: via Cosimo del Fante, 13 - Milano
Tel. 02-58313988; 02-58325661
segreteria@formazionepolitica.org; info@politeia-centrostudi.org
UN ELEFANTINO IN METROPOLITANA per lEuropean Year of Innovation and Creativity
Un elefantino in metropolitana? Per lanno europeo della creatività la scrittrice per linfanzia Renata Franca Flamigni dona, a tutti i bambini, una delle sue nuove fiabe Un elefantino in metropolitana. La Commissione europea ha aperto la campagna di comunicazione per il 2009 Anno europeo della creatività e dellinnovazione con lo slogan “immaginare-creare-innovare” e la Emilia-Romagna risponde da Forlì.
Lanno europeo per linnovazione e la creatività (EYCI-European Year of Innovation and Creativity) punta ad accrescere la consapevolezza dellimportanza della creatività e dellinnovazione in quanto competenze chiave per lo sviluppo personale, sociale ed economico e le fiabe moderne di Renata Franca Flamigni ben si prestano a questa riflessione.
I messaggi positivi per leducazione a partire dalla relazione e dal gioco sono cercati, costruiti, messi in campo grazie anche alla direzione pedagogica che da anni Renata svolge per il gruppo Fantariciclando. Un elefantino in metropolitana parla di amicizia, fratellanza e rapporti interculturali e compare nellultima fatica editoriale di Renata Franca Strega Mentuccia e altre fiabe (Il Ponte Vecchio, Cesena) ed è la stessa fiaba che in forma di bozza è stata inviata con liniziativa di Comune di Forlì “Babbo Natale al telefono” (attività promossa da Auser Volontariato e Comune di Forlì-Circoscrizione 5) a tutti i piccoli partecipanti.
Un elefantino in metropolitana sarà integralmente e gratuitamente scaricabile in formato .pdf dal blog Fantariciclando (http://fantariciclando.splinder.com) a partire dal 10 febbraio 2009.
SCUOLA PRIMARIA: PIU’ SCELTA SULLE 30 ORE
Ancora una volta si dimostra che Berlusconi e i suoi governano a colpi di slogan e che la loro politica non è certo guidata nè da una conoscenza della realtà nè dalla necessità di risolvere i problemi del paese e di rispondere alle esigenze dei cittadini.
(ANSA) - ROMA, 1 MAR - Per il ministero dell’Istruzione la maggior parte delle famiglie che ha iscritto i figli alla prima elementare 2009/2010 ha scelto le 30 ore. Per tutti gli orari, dice il Ministero, la prima elementare avra’ maestro unico. Flc-Cgil: il governo mantenga gli impegni e trovi le risorse, i modelli a 30 e 40 ore da soli raccolgono il 90% delle preferenze. Cisl: ‘il maestro unico piace poco o nulla’, e la Uil: ‘Confermato il modello organizzativo delle scuole italiane degli anni precedenti’.
i gentori hanno recepito che la scuola con tempi più distesi permette diverse opportunita educative-didattiche,laboratori,uscite che attiva nei bambini apprendimenti diversificati,complessi,e forse più incisivi perchè fanno leva su interessi e motivazioni presenti nel percorso apprenditivo-formativo.
ma i tagli sono li nelle bozze di regolamento e non ci si scappa…da quest’altro anno noi già sappiamo all’ottavo circolo che mancheranno due collaboratori scolastici…e Cerini in diversi contesti ha detto che la scuola costerà in termini di salti di posti di lòavoro come tre ALITALIA.
se non ci si mobilita come partito sulla scuola…la scuola va a ramengo
allora virata di bordo sul segretario che sta incontrando ed intercettando i problemi più scottanti.
FACCIAMOGLIELO SAPERE:
LA SCUOLA DI BASE RISCHIA UN VIAGGIO NEL BUCO NERO DI UN PASSATO CHE NON C’E’ PIU’
patrizia
La festa della donna più che una “ricorrenza commerciale”, dovrebbe essere un momento di riflessione e di confronto, per rinnovare le alleanze tra tutti coloro che rifiutano la violenza e credono nella pace e nella solidarietà umana.
Auguri a tutte le donne che lavorano, sognano, ridono e piangono, che amano e odiano, che sono la metà del mondo: nonne, madri, figlie, sorelle, compagne, amiche. Auguri a tutte le donne che dedicano la loro vita alla famiglia e alla cura degli altri e che amano l’altra metà con la quale spesso si completano e si uniscono, come solo uomini e donne che si vogliono bene sanno fare.
Auguri alle donne e auguri agli uomini che amano e soprattutto “rispettano” le donne.
Desidero cogliere l’opportunità, di esaltare l’importanza delle donne, oggi come tutti i giorni inviando simbolicamente il fiore-simbolo di questa festa, la mimosa, in quanto il giallo esprime vitalità, forza e gioia; e rappresenta il passaggio dalla morte alla vita e ricorda le donne che si sono battute - pena la vita appunto - per creare un mondo di pace, più giusto e con più amore.
La festa della donna più che una “ricorrenza commerciale”, dovrebbe essere un momento di riflessione e di confronto, per rinnovare le alleanze tra tutti coloro che rifiutano la violenza e credono nella pace e nella solidarietà umana.
Auguri a tutte le donne che lavorano, sognano, ridono e piangono, che amano e odiano, che sono la metà del mondo: nonne, madri, figlie, sorelle, compagne, amiche. Auguri a tutte le donne che dedicano la loro vita alla famiglia e alla cura degli altri e che amano l’altra metà con la quale spesso si completano e si uniscono, come solo uomini e donne che si vogliono bene sanno fare.
Auguri alle donne e auguri agli uomini che amano e soprattutto “rispettano” le donne.
Desidero cogliere l’opportunità, di esaltare l’importanza delle donne, oggi come tutti i giorni inviando simbolicamente il fiore-simbolo di questa festa, la mimosa, in quanto il giallo esprime vitalità, forza e gioia; e rappresenta il passaggio dalla morte alla vita e ricorda le donne che si sono battute - pena la vita appunto - per creare un mondo di pace, più giusto e con più amore.
Sandro Zedda
Sandro Zedda
“Focus con i Docenti”. Leggo di un iniziativa con intestazione PD - Unione Territoriale Forlivese - Area Tematica Scuola :
Focus con i Docenti.
So che seguirà un Focus con i Dirigenti.
Prevedo, per logica conseguenza, un Focus con il personale A.T.A. (bidelli e personale di segreteria). Perché?
massimo dellavalle
SCUOLA: l’ennesima vergogna!
da Repubblica.
Tre mozioni - Pdl, Udc, Idv - con toni e cifre diverse chiedono più soldi
per le paritarie nella prossima Finanziaria. Mentre allle statali si tolgono 8 miliardi
I tagli alla scuola? Sì, se è pubblica
La Camera: più fondi alle private
di SALVO INTRAVAIA
Più soldi alle paritarie. Mentre l’Esecutivo taglia 8 miliardi (e 134 mila posti in tre anni) alla scuola pubblica il Parlamento impegna il governo perché nei prossimi mesi aumenti i finanziamenti alle scuole private. I promotori delle mozioni approvate dalla Camera durante la seduta dello scorso 6 maggio sanno che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sta predisponendo la Finanziaria per il 2010. Due delle tre mozioni che hanno incontrato il consenso dell’aula di Montecitorio, nella sostanza, chiedono dapprima di restituire alle scuole paritarie il “maltolto” (leggasi taglio effettuato con la legge finanziaria del 2009) e, successivamente, di allargare i cordoni della borsa.
Sull’esigenza di supportare le scuole paritarie, che vedono impegnata sul campo la chiesa cattolica, si è realizzato alla Camera un accordo abbastanza largo che ha coinvolto un pezzo dell’opposizione. La mozione che senza troppi preamboli chiede al governo di “incrementare le risorse destinate al sistema paritario” è quella sottoscritta da una trentina di deputati del Pdl (tra i quali Cicchitto e Cota, due uomini molto vicini al presidente del consiglio Berlusconi), della Lega e del Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo.
La questione viene affrontata partendo da molto lontano. Occorre “realizzare interventi - si legge nel testo - volti a facilitare e promuovere le condizioni per l’effettiva libertà di scelta educativa delle famiglie fra scuole statali e paritarie”. Una richiesta che potrebbe addirittura apparire legittima se non determinasse il fatto che per “realizzare tali condizioni” bisogna “incrementare, fin dal disegno di legge finanziaria per il 2010, le risorse destinate al sistema paritario”. Ma non solo. Per “facilitare la scelta educativa delle famiglie” è necessario “uno specifico strumento legislativo che, con risorse aggiuntive dello Stato, realizzi interventi speciali a sostegno della libertà di scelta educativa” dei genitori italiani.
I deputati hanno le idee chiare in merito. La risposta è data da “mix di strumenti quali: buoni scuola per la copertura, in tutto o in parte, dei costi di iscrizione e di frequenza in scuole paritarie; detrazioni fiscali a favore delle famiglie che iscrivono i figli presso scuole paritarie in misura adeguata a ridurre significativamente gli oneri, calibrate a scalare per le famiglie con i redditi più bassi”. Sarà d’accordo Tremonti che l’anno scorso ha fatto andare su tutte le furie i vescovi italiani tagliando 133,4 milioni al sistema paritario, per poi dovere tornare sui suoi passi e restituirne 120?
Ma non basta: mancano all’appello 13,4 milioni ai quali le scuole paritarie non intendono rinunciare. E con una formula piuttosto criptica i richiedenti invitano il governo “ad adottare iniziative per recuperare le risorse mancanti affinché la situazione dei finanziamenti alla scuola paritaria per l’esercizio finanziario del 2009 ammonti sostanzialmente a quelli assegnati nell’esercizio finanziario 2008″: circa 500 milioni. Cifra che ai gestori delle paritarie sembra insufficiente e che potrebbe essere incrementata di altri 100 milioni.
Anche l’Udc, con nove deputati, scende in campo a favore delle scuole paritarie chiedendo al governo di “garantire la certezza dei finanziamenti e dei tempi di erogazione delle risorse per le scuole paritarie” e “il ripristino integrale delle risorse sottratte alle scuole paritarie dalla manovra economica”. Ma non solo: i deputati di Pier Ferdinando Casini battono cassa per centinaia di milioni di euro. Occorre “ripristinare per il 2009 - si legge nella richiesta - il finanziamento di 240 milioni di euro per il sistema di istruzione e formazione professionale, recuperando, inoltre, i 440 milioni di euro relativi ai due anni precedenti”.
Più soft le richieste dell’Italia dei Valori, che ha proposto la terza mozione approvata dalla Camera. I deputati di Di Pietro chiedono al governo di “sostenere lo sviluppo dell’iniziativa privata nel settore formativo nell’ambito di una politica di sostegno dell’intero sistema scolastico nazionale, nel quale pubblico e privato siano coordinati nell’ottica di un sistema unico, parificato ma omogeneo”.
(11 maggio 2009)