I delegati stranieri: “Vogliamo fare e contare”
I delegati stranieri: “Vogliamo fare e contare”
di CLAUDIA FUSANI
Walter Veltroni e Rosy Bindi
ROMA - C’è Sibi Mani, l’ex portiere indiano a servizio fino a pochi mesi fa in un palazzo molto borghese del quartiere Parioli, il cuore ricco di Roma, che quando è stato eletto è stato chiamato al telefono “dal governatore del Kerala del Partito del Congresso. Mi ha fatto i complimenti. Mi ha anche detto, orgoglioso, che nello stesso giorno un altro indiano originario del Kerala era diventato governatore della Louisiana”. C’è Tharsan - “tamil” dello Sri lanka, precisa - che ha un ristorante nel cuore di Palermo e ancora cerca “Giada, la bambina che in prima media alla scuola Giuseppe Piazzi mi fece posto nel banco il primo giorno di scuola. E’ anche merito suo se sono rimasto in Italia e se adesso sono un costituente del partito democratico”. C’è Osama, 24 anni, tunisino, eletto in Lombardia. E Hajrije, 20 anni, albanese, il cui nome significa “tanta felicità”, che ha sbancato nelle primarie in Friuli. E poi Esohe, nigeriana, Farzaneh Yekani, iraniano, Kyenge Kashetu, originaria del Congo, che si fa chiamare Cecile.
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Giovani e immigrati, uno dei richiami per le primarie del partito democratico. Non si sa ancora che fine faranno, cosa resterà di Tharsan, Cecile e degli altri nei libri della cronaca politica, se tra loro salterà fuori un Fiorello La Guardia o un Rudolph Giuliani, emigrati o figli di emigrati dall’Italia a New York di cui poi sono diventati “i grandi” sindaci. Se qualcuno, insomma, ce la farà. Quello che è certo è che domani, nel padiglione 16 della Fiera Rho di Milano, tra le quasi tremila teste dell’assemblea costituente del Pd ci saranno anche loro, il drappello dei 22 stranieri-immigrati. Una goccia rispetto ai tre milioni di stranieri regolari che vivono in Italia, mezza goccia in nome di quel milione che ha meno di diciotto anni o di quel mezzo milione che frequenta le nostre scuole dell’obbligo. Ma qualcosa è sempre meglio di nulla.
Loro ci credono e ce la mettono tutta. I racconti su come sono arrivati fin qui e cosa si aspettano dal padiglione 16 raccontano un’Italia che è già quello che la politica istituzionale ancora non contempla: un paese con tante razze e altrettante culture. Una veloce istantanea, intanto, ci dice che gli immigrati in Costituente sono 22 di cui undici donne. La maggior parte vengono dalle liste di e per Veltroni. Ma tre sono in carico alla Bindi e altrettanti a Letta. Ci sono indiani, cingalesi, albanesi (2), nigeriani, iraniani. E, ancora, hanno rappresentanti il Congo e il Camerun, l’Ucraina e l’Iraq della guerra, la Bolivia, il Senegal, la Tunisia.
Rispondono al telefono un po’ timorosi ma sorridenti, la sensazione di stare per fare qualcosa di “importante”, emozionati perché orgogliosi di rappresentare il loro paese, preoccupati che finisca tutto in un bicchiere d’acqua. Condividono tre posizioni: anche se vengono da liste diverse, nessuno si sente “avversario di Veltroni”, tutti sono qui “per partecipare, fare e decidere”, ringraziano l’Italia per questa “grande opportunità”. .
L’ex portiere dei Parioli, ad esempio. Si chiama Sibi Mani Kumaramangalam, ha 40 anni, vive in Italia da quando ne ha 17 ed è una scoperta di Enrico Letta. “Sono emozionato come dovessi andare a un esame, sono un costituente, io lo so cosa vuol dire, ho studiato”. E’ il rispetto che nasce quando la consapevolezza del significato delle parole è una conquista. Sibi Mani si è licenziato, non fa più il portiere e investirà la liquidazione per finire il corso di laurea in ingegneria. La politica, per lui, è un modo di “partecipare alle scelte del paese in cui ho scelto di vivere”. Per questo ha seguito i seminari di Praxis, per questo ha conosciuto il lettiano Amedeo Piva che gli ha dato il posto come capolista. Di Prodi pensa che “voglia fare una rivoluzione per far ripartire l’Italia”. Ma per questo servono sacrifici e “gli italiani non ci sono abituati”. Sibi Mani non è minimamente attraversato dal dubbio: “Il governo deve andare avanti, una crisi sarebbe una iattura”.
Un po’ più ruspante sembra l’altro cittadino del subcontinente indiano, Sivatharsan Mahadevar, detto Tharsan, trent’anni, leader della comunità tamil di Palermo e della Sicilia dove è arrivato quando aveva undici anni. Era il 1988. “Mio padre era in Italia da quattro anni. Ha cercato casa, lavoro e poi ha chiesto il ricongiungimento familiare. Siamo arrivati noi, la mamma e cinque fratelli. Io sono il più piccolo, quindi il più fortunato perché ho potuto studiare, le elementari e poi le superiori”. Anche Tharsan è stato reclutato dai lettiani, scelta non difficile visto che a Palermo Tharsan è una specie di leader: ristorante in piazza Politeama, mediatore culturale, ditta di import ed export. Aveva un sogno: “Volevo conoscere a tutti i costi Massimo D’Alema: l’ho realizzato nel 2005″. Quando gli hanno detto “prova” si è messo quasi a ridere, “poi ho visto che la comunità straniera ci teneva”, un rappresentante per identificarsi e non essere più invisibili. E, sai com’è, “quando mi sento considerato do l’anima, mi sono messo a fare campagna elettorale e sono riuscito a battere gente come Sergio Mattarella e Crescimanno”. Adesso Tharsan sta facendo un book con i ritagli dei giornali che parlano di lui: “Lo devo mandare a mio padre che è emigrato in Canada, nel 2001, per trovare lavoro perché qui non bastava più e adesso è molto fiero di me. Prova a pensare: lui legge di me e dice “mio figlio ce l’ha fatta”. E Tharsan si emoziona un po’.
In Piemonte la lista “A sinistra con Veltroni” ha eletto due donne: Farian Sabahi, 40 anni, iraniana di madre italiana, giornalista professionista e autrice di saggi sul medio oriente; Esohe Aghatise, 44 anni, nigeriana, in Italia da quindici anni e presidente di Iroko onlus, associazione in favore delle donne vittime di violenze e della tratta. Esohe non è nuova a incarichi amministrativi, “ma non mi sono mai occupata di politica a livello istituzionale. Ero molto incerta - confessa - poi mi sono detta: provaci, se veramente ti fanno fare, ti ascoltano, è un’occasione unica”. Esohe vive ogni giorno la violenza contro le donne, “ce n’è tantissima, da non credere, e non solo contro le straniere. Io posso portare questo contributo di testimonianza quotidiana. Spero che riusciremo a fare, non vorrei solo parlare. C’è tanto bisogno di fare”. In Lombardia c’è stato il pieno: l’albanese Bruna Mekbuli e la poetessa ucraina Olha Vdovychenko (Bindi), l’iraniano Farzaneh Yekani, la boliviana Bayon Berta e Barbara Blasevich. La lista Melandri-Veltroni ha puntato su Osama al Saghir, tunisino di 24 anni, studente di Scienze politiche e presidente da tre anni del Gmi (Giovani musulmani d’Italia). Osama, già navigato alla politica, crede in una società italiana che diventi “interculturale e non multietnica”, che mescoli veramente e non crei ghetti, e ammette: “Sabato? Non succederà nulla salvo conoscerci, guardarsi in faccia, parlare, ma anche questa è la politica”. Se Osama ce l’ha fatta, è andata male, invece, a Roma a Tobia Zevi, il suo omologo alla guida dei Giovani ebrei italiani. In Friuli c’è una ragazzina albanese di Durazzo che ha vent’anni e s’è portata a casa il trenta per cento dei voti della regione. Hajrije è arrivata in Italia dieci anni fa, vive ad Aviano, studia legge e parla con una dolcissima cadenza del nordest: “Sabato vorrei andare lì per partecipare e non solo per fare la bella statuina. Tanti ragazzi, soprattutto italiani, mi hanno votato perché sono una che si dà da fare: rappresento anche loro oltre che i miei connazionali. Ecco, spero che il Pd sia il partito del fare. I giovani sono stufi di vedere tutto paralizzato da veti e correnti”.
Bologna ha eletto il camerunense Dessi Raymond, giornalista, voce della radio; Modena porta Kyenge Kashetu, nata a Kambowe, Congo, 43 anni fa, si fa chiamare Cecile, è un oculista e insegna all’università di Lubumbashi e di Reggio Emilia. Firenze manda a Milano Bushra Ibrahim (Sinistra per Veltroni) che viene da Bagdad; le Marche hanno eletto Seck Oulimata, senegalese. Ci saranno Jennifer Preite (in Puglia con la lista Veltroni), la francese Christine Lang (eletta nel Lazio con la Bindi) e la connazionale Leila Kechoud che vive in Abruzzo. Si metteranno tutti in viaggio tra stasera, i più lontani, e domattina, i più vicini a Milano. Sperano che li porti lontano. Buon viaggio.
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Che bello! Almeno per una volta non si parla di immigrati delinquenti,di sicurezza, ma si parla dei nuovi cittadini costituenti che sono andati a Milano con la speranza di cambiare le cose di rappresentare tutte quelle persone che si sentono dire “ti do la mia cantina in affitto (a 500,00 euro), ce un pò di umidità ma tanto nel tuo paese vivevi in una capanna; non hai diritto del bonus-bebe perchè non sei italiano; non hai diritto del accompagnamento perchè non hai la carta di soggiorno (perchè guarda caso il permesso di soggiorno non basta); non hai diritto del assegno sociale (per gli anziani oltre i 65 anni) perchè non hai la carta di soggiorno; ma hai il dovere di pagare le tasse (anche il cannone Rai e magari la tv ti è stato regalato);hai il dovere di pagare 57,50 euro (senza marca da bollo e le foto) ogni volta che rinnovi o aggiorni il permesso\carta di soggiorno e se per caso devi fare il ricongiungimento famigliare servono 44,00 per l’idoneità alloggiativa…… ma se tu sei un delinquente hai la possibilità di pagare bene un avocato e sei libero dopo poco tempo o magari scrivi un libro e diventi anche famoso…….
Io ritengo che la politica è uno strumento nobile per cambiare le cose e penso che con la partecipazione attiva dei nuovi cittadini alla vita politica si possano abbattere quei muri che hanno creato paura e diffidenza cosichè i nostri figli non debbano lottare per vivere in un mondo migliore senza pregiudizi.
Ancora tragedia nelle coste del mediterraneo! Fino a quando vedremo gommoni pieni di gente disperata che paga per arrivare in italia e molte volte vengono risucchiati dal mare.
com’è possibile che dal 1998 fino ad oggi il numero dei immigrati clandestini morti nel tentativo di raggiungere l’Europa è arrivato a dieci milla.
Qui assistiamo alla morte di chi ha perso ogni speranza di lotta e di vita nel suo continente.
E’ gente sconfitta che non riesce più ad immaginare un futuro nel proprio paese e che cerca, molte volte invano e disperatamente, di raggiungere l’occidente.
L’Europa deve intervenire. I criminali che fanno del traffico dei clandestini il loro mezzo di arricchimento vanno perseguiti.
Dalla stampa di oggi il bell’articolo di Michele Ainis
UN RUMENO NON E’ TUTTI I RUMENI
La legge Mancino punisce con tre anni di galera l’istigazione all’odio razziale: a prenderla sul serio, metà dei politici italiani dovrebbe finire in gattabuia.
Perché c’è una deriva razzista nella società italiana, e questa deriva viene ormai cavalcata da politici di destra e di sinistra, in cambio di qualche grammo di consenso a buon mercato.
Così il delitto di un singolo diventa il crimine di un intero popolo. Così la sfida della globalizzazione viene affrontata negando allo straniero la sua stessa identità di uomo: ogni romeno è un rom, ogni rom è un tagliagole. Da qui l’assalto di una folla linciante a 48 zingari rinchiusi in un centro d’accoglienza cattolico a Pieve Porto Morone, durante lo scorso mese di settembre. Da qui le ronde, i pestaggi, i raid dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani.
Noi, per lo più, non ci rendiamo conto del brodo razzista in cui nuotiamo. Perché il razzismo lentamente sta permeando la nostra cultura, i nostri atteggiamenti pubblici e privati, perfino le parole che usiamo per definire il mondo. Per dirne una, «extracomunitario» è un termine razzista, dato che non qualifica lo straniero in base alla sua comunità d’origine bensì solo alla nostra, alla comunità europea dalla quale lui è irrimediabilmente escluso. Ma è razzista anche il tg che racconta un incidente d’auto sparando la nazionalità dell’investitore quando si tratta d’un albanese o un tunisino, chiamandolo con nome e cognome se invece il colpevole è italiano. No, è pressoché impossibile accorgersi di un tumore che cova sottopelle. Tuttavia il medico da fuori può svelarlo e infatti nel 2006 la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza ha messo l’Italia all’indice, e altrettanto ha fatto il rapporto Amnesty 2007.
Ecco perché c’è urgenza di rispolverare i principi della nostra civiltà giuridica. La responsabilità penale è personale, afferma l’articolo 27 della Costituzione. Significa che a uccidere è stato Romulus Mailat, non i 22 milioni di suoi connazionali. E d’altronde si deve a una romena l’immediata denuncia del colpevole. Ogni generalizzazione non è soltanto ingiusta, è anche a propria volta criminale, giacché restituisce fiato e corpo all’emergenza ebraica coniata dai nazisti. Pensateci: uno tra i delitti più efferati apparsi nelle cronache - quello del «canaro» - fu commesso da un italiano. Se è per questo, pure Al Capone aveva sangue napoletano nelle vene. Ma non è affatto lecito desumerne che gli italiani siano tutti delinquenti. Dovremmo rammentarcene, e dovremmo rammentarlo a chi ci rappresenta nel Palazzo. Il razzismo non è la soluzione per le nostre insicurezze. Al contrario: propaga odio, e quindi genera nuove insicurezze.
Ainis è fine giurista e intellettuale impegnato, peccato che le sue parole non sia state pronunciate da qualche leader del costituendo Partito democratico. La questione delle sicurezzE (non meramente della sicurezza) e della legalità devono essere al centro dell’elaborazione del partito nuovo, occorre però un orizzonte di riferimento che consenta di affrontarle nella giusta maniera: lo spunto di Ainis è decisivo, speriamo che qualcuno lo colga.
Da diversi giorni sto riflettendo su questa cosa orrenda dell’uccisione della signora di Roma e su questo delirio,forse ancora più orrendo, che si è scatenato con le ronde leghiste, la criminalizzazione di intere comunità e le proposte di espulsioni di massa di intere etnie ventilate da Fini & co. Fino a qualche anno fa l’Italia non era stata interessata da fenomeni migratori di massa e la percentuale di popolazione straniera, tranne in poche realtà quali le grandi città, era davvero ridotta. Nulla a che vedere con la mescolanza di razze, religioni e costumi che è ormai da anni il quadro normale del resto d’Europa, a partire dalla grandi capitali. Che fossimo culturalmente impreparati a gestire la presenza di tanti “stranieri ” era facile prevederlo, che lo fossero anche le istituzioni, un po’ meno. Ma non dimentichiamo chi ci ha governato negli ultimi anni, cioè il centro-destra. Un monstrum quale la Bossi - Fini, non credo cha altri Paesi europei se la siano inventata. Mi ci sono trovata a convivere qualche anno fa, per problemi personali legati alla assistenza ad una persona di famiglia malata, e vi assicuro che è stato drammatico. Occorre muoversi su due binari paralleli, quello del rispetto della legalità , problema che purtroppo riguarda anche tanti, troppi italiani , e quello dell’accoglienza, che non può essere troppo spesso demandata ad interventi privati. Credo che l’ala della sinistra più radicale del governo, abbia sottovalutato nei mesi scorsi il problema della sicurezza e della sua percezione tra i cittadini. Se la gente ha paura di girare la sera, come accade da mesi a Bologna, dove le ragazze non osano più girare da sole, diventa per forza un problema politico. Avere approvato già prima e non dopo, sull’onda di quello che è successo, un pacchetto di misure sulla sicurezza, avrebbe dimostrato maggiore lungimiranza politica. Per fortuna, la maggior parte di chi , straniero, vive in Italia lo fa lavorando, avviando addirittura attività imprenditoriali, e contribendo allo sviluppo di tutti. C’è un problema però di integrazione, scambio e conoscenza tra le culture, che esiste fin dalle scuole. Chi insegna ad esempio lo sa benissimo. Occorre sostenere l’integrazione a partire da qui, dalle giovani generazioni, sostenendo ad esempio l’alfabetizzazione linguistica. Anche qui, spesso la scuola non ha mezzi sufficienti per farlo, lo fanno associazioni di volontariato private, perfino in una città come Forlì. Ci sono questioni, come la capacità di rispetto tra i sessi e tra i soggetti che presentano tra loro differenze, come i diversamente abili, o anche semplicemente le persone che appartengono a culture e razze diverse, che solo un intervento molto cospicuo e serio sulla scuola può contribuire ad affrontare e col tempo a risolvere. Deve essere una delle proprità che il PD porta avanti.
Mi permetto di esprimere un profondo disaccordo.
Siamo sinceri, è vero che l’ingresso di questi paesi è avvenuto durante il governo Berlusconi, ma se usiamo questa giustificazione per tutto allora è meglio lasciare perdere.Il governo Prodi compie due anni e cosa è stato fatto per questo tema?
Diciamocelo senza ipocrisie : NIENTE.
Solamente una massiccia sanatoria, con la giustificazione che tanto chi ha prestato domanda era già nel nostro paese e già lavorava in nero.
Porto il mio piccolo contributo di vita vissuta.
Io e mia moglie decidiamo di assumere in regola la ragazza che viene a fare le pulizie in casa nostra, che, è vero, già viveva nel nostro paese senza poterselo permettere ( avete mai sentito di una persona assunta per fotografia? ma se pensate che giustamente la legge sia stata fatta male pensate che non è ancora stata cambiata!).
Andiamo a prendere il modulo alle poste, pensiamo ingenuamente che un diploma (mio) e una laurea(di mia moglie) bastino a compilare un modello.Niente da fare, è semplicemente incomprensibile. Allora andiamo ad un patronato che ce lo compila in 10 minuti per la modica cifra di euro 100 (ma avremmo potuto spendere solo 50 se fossimo stati iscritti al sindacato - ed io che penso che per tutti gli stranieri compilare un modello incomprensibile per un italiano, con la scelta di iscriversi al sindacato o pagare 100 euro è una forma sottile di ricatto).
L’unica cosa comprensibile a me del modello era il riferimento al modello UNICO del titolare del rapporto che non deve essere inferiore alle 16.000 euro.
Altra ingenuità, porto copia del mio modello UNICO pensando si debba allegare. Ma , colpo di genio, non è da allegare la fotocopia della denuncia dei redditi (troppo semplice da controllare?), bensì scrivere in una casella l’importo, secondo la regola dell’autocertificazione.
Secondo voi quanti dei presenti la mattina della mia compilazione aveva i requisiti giusti alla richiesta?
Nessuno. Erano tutti stranieri che compilavano i moduli per parenti o amici e scrivevano, consigliati dagli addetti del patronato, cifre di reddito tali a non far respingere la domanda.
E la mia consolazione per aver fatto qualcosa di buono per una persona che lo merita se ne va accompagnata dal pensiero che il colonialismo dovrebbe essere un periodo trascorso.
L’ultima cosa .
Stare al governo con una compagine che dopo aver scoperto il valore della non violenza nel 2005 oggi scopre che non esiste violenza buona o violenza cattiva di certo non aiuta ad avere una visione obiettiva del problema.
O che appoggia il decreto sulla sicurezza solo se vengono tolte le clausole sulla certezza della pena ( cosa facciamo mister Fausto, facciamo decidere le pene alla giuria popolare di Forum con i sassi nella bilancia?).
Cordiali saluti
Riflettere sulla tragica aggressione di Roma e’ doveroso in quanto ha scatenato nei media forti fibrillazioni politiche sul tema sicurezza-migranti.La questione sicurezza e’ stata,in questi giorni ,strumentalmente connessa al fenomeno dei migranti.E’opportuna una analisi della questione piu’ approfondita che comporti una risoluta disgiunzione dei due fenomeni,collegabili solo attraverso facili slogan.Affrontare il problema sicurezza significa condannare chi si nmacchia di reati .Affrontare iltema dei lavoratori migranti,significa attuarepolitiche di integrazione analitiche e dettagliate .Permesso di soggiorno per i clandestini protagonisti della propria emersione a seguito di auto denuncia delle condizioni di lavoro in nero.Non mi piace fare del populismo ricordando ancora una volta che in tempi non molto lontani abbiamo vissuto una migrazione dal sud al nord del paese,senza arrivare piu’ lontano quando noi eravamo un popolo di migranti.Mi piacerebbe una sera vedere con ENTELA,un famosissimo film ”PANE E CIOCCOLATA”,lo diro’ a stefania di organizzare con le d
donne del forum una serata e le donne migranti.Un’altra cosa vorrei ricordare che in quelle baracche dove oggi vivono i Rumeni,rom ecc…vivevano gli emarginati degli anni 60 fino agli anni 80 ed erano i nostri operai che si spostavano dalla campagna e venivano in citta’ ,rileggiamo i libri di PASOLINI ,gli scritti che conosceva l’emarginazione che allora erano sottoproletari,oggi sono i migranti…..Scusate il doppio articolo non so cosa ho toccato….CIAO A PRESTO
Credo che questo articolo debba aiutare le nostre riflessioni.
da La Stampa del 9 novembre 2007, pag. 1
di Fabrizio Rondolino
La politica è fatta di scelte, ma vive di gesti simbolici. Veltroni, il leader
della sinistra italiana, anziché suggerire o sollecitare o tollerare che
l’inumana favela di Tor di Quinto fosse rasa al suolo, avrebbe dovuto visitarla.
Avrebbe dovuto parlare con chi ci abita, fermarcisi una notte, convocare le
telecamere e dire agli italiani due cose: come leader del Partito democratico,
spiegare che i non-italiani sono tanti e saranno sempre di più, e che è nostro
preciso dovere garantire loro condizioni di vita dignitose; come sindaco
di Roma, impegnarsi a trovare quanto prima un lavoro e una casa e una scuola per
tutti i disgraziati abitanti della baraccopoli. Che senso ha andare in
Africa se non ci si preoccupa delle migliaia di stranieri che vivono come bestie
in decine di agglomerati fatiscenti - Forza Italia ne ha contati ottanta
- sparsi per Roma? E che senso ha essere e dirsi «di sinistra» se non si
condivide e non si pratica l’accoglienza, la tolleranza, l’apertura, la pietà?
Non traggano in inganno le parole, che potranno suonare retoriche: siamo
talmente assuefatti al cinismo della sopravvivenza quotidiana e ai suoi
automatismi,
da non conoscere più neppure il lessico della convivenza civile. La questione
dei non-italiani è esemplare per molti motivi: ma soprattutto perché è un
esempio di come le soluzioni moralmente più ripugnanti - figlie dell’ondata
xenofoba di cui siamo vittime e artefici - siano anche le più stupide e
inefficaci.
In altre parole, la questione dei non-italiani dimostra che etica e politica
sono due aspetti di un medesimo progetto - la convivenza umana -, e che senza
un’etica robusta e condivisa la politica, semplicemente, sbaglia. Sia chiaro:
nessuno, quando si parla di «tolleranza», intende quella caricatura che ne
fa la destra. È ovvio che le leggi vanno rispettate, che la sicurezza va
garantita perché è il fondamento della libertà, e che chi sbaglia deve pagare.
Né il rispetto delle leggi è una concessione, o un privilegio, o un «giro di
vite»: è, semplicemente, un dovere di tutti, degli italiani e dei non-italiani.
Le leggi, a loro volta, non devono contraddire la lettera e lo spirito della
Costituzione, e devono essere uguali per tutti. Sono questi i principi dello
Stato liberale di diritto, e poiché tutti dicono di condividerli, non resta che
applicarli con scrupolo e coscienza.
Ma il punto non è questo. Forse sarebbe bastato qualche lampione in più per
salvare la vita di Giovanna Reggiani; forse il decreto del governo - che venga
votato o no dalla sinistra radicale, che venga bocciato o no dalla destra - non
impedirà a un altro assassino di alzare la sua mano omicida. È talmente
evidente che il punto è un altro, che fa persino rabbia l’incoscienza con cui i
politici si rimpallano le reponsabilità, per di più misurando queste
«responsabilità»
sul numero di espulsioni o di internamenti o di arresti e mai, nemmeno per
sbaglio, sulla qualità della convivenza, del rispetto, della dignità reciproca.
Proviamo invece a ragionare sulla realtà. Nel 2000, secondo uno studio condotto
dal World Institute for Development Economics Research delle Nazioni Unite,
l’1% degli adulti più ricchi del pianeta possedeva da solo il 40% della
ricchezza mondiale, e il 10% ne deteneva l’85%; al 50% più povero della
popolazione
adulta toccava invece l’1% della ricchezza globale. Sono dati ampiamente noti,
ed è improbabile che in questi sette anni la situazione sia migliorata.
Dunque è questo il nostro mondo, il mondo che abbiamo costruito, il mondo in cui
viviamo. Che quella metà del mondo che possiede, tutta insieme, soltanto
l’1% delle ricchezze, provi in qualche modo a spostarsi verso quell’area,
abitata dal 10% della popolazione, dove si trova l’85% della ricchezza, è del
tutto normale. Sarebbe strano che non accadesse. È una specie di legge dei vasi
comunicanti. Non abbiamo forse fatto così, noi italiani, partendo per
l’America,
per l’Australia, per il Belgio, per la Svizzera, per la Germania? E se io
desidero mandare mia figlia a studiare negli Stati Uniti perché abbia una
formazione
migliore, perché mai un ragazzo maghrebino o romeno o senegalese dell’età di mia
figlia non dovrebbe desiderare di venire in Italia per provare ad avere
una vita migliore?
Il pietismo ipocrita con cui mascheriamo la durezza del nostro cuore ci fa
parlare di «disperati»: ma chi varca il mare o attraversa il deserto per
cominciare
una nuova vita è al contrario una persona piena di speranze, proprio come lo
saremmo noi se potessimo salpare per un mondo migliore. Tutti coloro che
tentano
in ogni modo di venire da noi, dunque, hanno il diritto soggettivo di farlo
perché coltivano una speranza; e proprio perché coltivano una speranza sono
persone ricolme di dignità. Che risposta diamo a queste donne e a questi uomini?
La politica (e la sinistra) è prodiga di soluzioni per i criminali, ma
non sa dire una parola alle persone perbene, che sono, come in ogni gruppo
umano, la grande maggioranza.
La nostra ipocrisia non conosce limiti. Multiamo i lavavetri ma non muoviamo un
dito per stroncare il traffico indegno di ragazze dell’Est o dell’Africa
che vengono quotidianamente deportate, stuprate, percosse e uccise
esclusivamente per il nostro piacere, consumato a buon prezzo lungo i viali
mentre a
casa ci aspetta una famiglia affettuosa. Radiamo al suolo in diretta tv le
capanne di lamiera e stracci che hanno ospitato un presunto assassino, e non
ci poniamo nemmeno il problema di come hanno vissuto finora i «vicini di casa»
dello sciagurato Nicolae Romolus Mailat, e di come vivranno adesso. Coltiviamo
a tal punto la paura, da scordarci di avere a che fare con altri esseri umani. È
un errore concettuale pensare che esistano ancora le frontiere, i confini,
gli Stati. Il mondo somiglia a un gigantesco Sud Africa: è cioè una comunità
profondamente divisa (un’esigua minoranza bianca e ricca, una stragrande
maggioranza
«colorata» e povera), e tuttavia costretta a convivere.
Giusto o sbagliato, è così. Possiamo imboccare la strada dell’apartheid, per
esempio sgomberando le baraccopoli, procedendo a espulsioni di massa,
internando
chi non è in regola, modificando le leggi, pattugliando le coste, affondando le
barche che violano le nostre acque territoriali. Poiché il flusso migratorio
non può fermarsi, e dunque non si fermerà, è probabile però che la strada
dell’apartheid porti a una progressiva militarizzazione della nostra vita
quotidiana,
senza che la nostra sicurezza ne risulti accresciuta. Oppure, possiamo aprire
gli occhi alla realtà e, per esempio, scoprire che gli ideali antichi e le
parole dimenticate della sinistra non soltanto hanno un senso, ma addirittura
indicano la soluzione oggi più ragionevole, perché più pratica e più efficace.
È questo che si vorrebbe da Walter Veltroni: che il capo della sinistra attinga
alla grande tradizione di cui è oggi il custode e l’interprete più autorevole
per indicare l’unica soluzione compatibile: l’accoglienza, la tolleranza,
l’integrazione.
Il «buonismo» non c’entra niente, checché ne dica Casini rimproverando quei
cattolici che ancora sono capaci di dare un senso concreto alla propria fede:
c’entra invece, e molto, l’idea che si possa convivere in pace anziché in
guerra. Una terza possibilità non esiste. Agli stranieri che vengono in Italia
dobbiamo dare, nei limiti delle nostre possibilità, che peraltro sono molto
ampie, un lavoro, una casa, una scuola: dobbiamo dar loro una prospettiva.
È giusto, ed è utile. Non è detto che questa strada porti al successo. Nel
governare una società complessa, del resto, spesso limitare il danno è già un
grande risultato. Nessuno predica la pace universale: sarebbe bella, ma sappiamo
che non è possibile. È possibile invece sbagliare, e anzi accade sovente.
Ed è anche possibile provare a fare le cose in modo più serio, più giusto, più
utile, partendo dalla dignità di ogni singolo essere umano e impegnandosi
perché questa dignità dia i suoi frutti.
Se la sinistra non fa questo, oggi, subito, a che serve la sinistra?
Ritorno sul tema presenza di cittadini stranieri e rischi di xenofobia, perchè dagli interventi di alcuni amici ho la sensazione che il senso del mio intervento non sia stato compreso. E’ evidente che una violenza contro una donna, soprattutto quando arriva all’uccisione, non può che colpirmi profondamente, ma nell’articolo affermavo che mi hanno colpito ancora di più le reazioni xenofobe che si sono scatenate in tutto il Paese - non solo a Roma- e mi ponevo l’interrogativo di come andare avanti per affrontare il problema. Certo, condivido l’affermazione di chi ha detto che l’intervento su questi problemi non è stata fino a oggi una delle priorità del governo, posto che il problema non è nuovo. D’altra parte la situazione economica pubblica in cui si è mossa la finanziaria 2007 ha lasciato indietro parecchie questioni di ordine sociale ed anche alcune di quelle già previste , non hanno avuto poi decreti attuativi, come quelle sulla conciliazione vita familiare -lavoro. Perciò se da una parte condivido molte delle affermazioni fatte, prima fra tutte il richiamo al fatto che siamo un Paese di emigranti ( realtà che conosco bene perchè nella mia cerchia familiare abbiamo parenti sparsi in tutto il mondo) dall’altra mi sembra ingiusta la critica che l’articolo di Randolino attua nei confronti di Veltroni. Non sono riunscita a scaricarlo da internet, ma sostanzialmente condivido l’analisi che al riguardo ha fatto oggi Pirani sulla Repubblica, ricordando che il comune di Roma, con risorse proprie, negli ultimi anni è riuscito a trasferire da accampamenti degradati oltre 15.000 persone, a cui è stata data ospitalità in strutture abitabili, con servizio di pullman per portare i bambini a scuola, per una spesa di 12 milioni di euro che è interamente gravata sul bilancio comunale. Certo, si può sempre fare di più, ma credo occorra anche essere realisti e la situazione di ” emergenza” creatasi con l’arrivo non tanto di cittadini extracomunitari, ma dei cittadini recentemente entrati nell’Unione Europea, sia stata probabilmente sottovalutata. Certamente a livello di Governo, anche perchè questa coalizione discute troppo . a volte anche di cose futili e sembra non vedere sempre nella giusta ottica, i problemi del paese reale.
E’ anche evidente che i problemi legati alla immigrazione sono collegati a situazioni di emergenze internazionali per crisi in aree specifiche del mondo e squilibri dell’economia mondiale, che richiedono soluzioni ben più complesse di quelle che le discusse misure sulla sicurezza, decise a mio parere opportunamente dal governo , possono dare. D’altra parte il bisogno di sicurezza è un aspetto fortemente sentito, da tutti gli strati di popolazione e non può essere sottovalutato. Se le si sottovaluta, i rischi di derive xenofobe in parte della popolazione ed anche di spostamente politici in direzione di forze conservatrici , è molto concreto. Anche a me non sono piaciute affatto le immagini delle ruspe che demolivano i campi non autorizzati, perchè credo che il problema andasse affrontato con misure adeguate, prima e non sull’onda emotiva creatasi. Ma non mi piacciono neppure i bambini ed i diversamente abili costretti a chiedere l’elemosina e le ragazzine costrette a prostituirsi, anche quando sono incinte e purtroppo quando l’integrazione non si realizza, accadono anche queste cose . Non sono certo problemi facili da affrontare e questi sono solo alcuni, ma dato che per me la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri, credo che i relativismi culturali non possano giustificare nessuno. Ribadisco quindi, che accoglienza ed inclusione sociale, devono essere delle priorità per il nuovo PD e devono ispirarne l’azione di governo a tutti i livelli , in modo più mirato e cospicuo di quanto non si sia fatto fino ad oggi.
La moratoria sulla pena di morte decisa dall’ONU non so in quale capitolo può essere essere inscritta nel blog, quello dei diritti e delle sfide globali mi è sembrato alla fine più appropriato. A me pare una grande cosa, anche se per ora è un successo solo parziale, perchè dimostra che anche battaglie di principio impegnative , possono essere vinte se si ha la capacità di tessere una tela di confronto e avvicinamento progressivo agli altri soggetti in campo. Mi piace pensare che questa prima battaglia sia stata vinta soprattutto per merito del nostro Paese e della tenacia in particolare di alcune persone: Bonino e D’alema.
La moratoria, soprattutto se porterà alla abolizione definitiva della pena di morte in tutti paesi, segnerà davvero un grande passo in avanti sul tema dei diritti civili e di una diversa concezione della giustizia e del rapporto tra stato e cittadini.che non potrà non aver ripercussioni più ampie, sul tema dei diritti più in generale.
ciao a tutti!
Il 13 gennaio la Chiesa ha festeggiato “la giornata mondiale dei migranti”. anche a forlì è stata organizzata una messa dei popoli animata dalla comunità straniera del territorio. in questa occasione anche la diocesi è scesa in campo publicando una lettera aperta della Caritas e della Pastorale sociale e del lavoro. una lettera spedita alle autorita’, tramite la quale, la diocesi mette in campo tre proposte su ACCOGLIENZA, SICUREZZA e LEGALITA’.
Raoul Mosconi,del centro per la pastorale sociale e del lavoro,parla sulla necessità che nelle scuole dell’obligo ci sia una buona distribuzione, equilibrata, degli stranieri nelle classi cioè né scuole dove si formano gruppetti né scuole dove non ci sono immigrati, più attività nel doposcuola, tra apprendimento e socializzazione.
Ma a parere mio, il passagio più importante di questa lettera è la proposta di organizzare una volta al mese “la giornata della residenza”, nella quale, a tutti i nuovi forlivesi viene consegnata a casa il certificato di residenza e per l’occasione si organizzano degli incontri con il vigile di quartiere, il parroco, la circoscrizione, il comune, le maestre della scuola più vicina…..insomma fare conoscere le varie istituzioni e perchè la sicurezza cresce quando ci sono relazioni tra le persone.
Poi, per quanto riguarda l’illegalità, la pastorale sociale nella sua lettera, associa questo fenomeno alla povertà ed è per questo che ritiene fondamentale il coordinamento tra chi si occupa dell’ordine publico e chi promuove la solitarietà e l’integrazione.
Condivido pienamente queste proposte, ma penso sia un lavoro molto difficile ma non impossibile. la difficoltà secondo me, viene dal fatto che accanto a delle persone come Raoul Mosconi mancano i rapresentanti delle varie etnie, cioè dei mediatori, con tanta voglia di fare e capacità di aiutare i vari operatori a capire le diverse culture. Se non ci sarà la disponibilità anche di noi “nuovi cittadini” a dare una mano nelle varie iniziative è difficile portare avanti le proposte che si fanno.
L’iniziativa mi pare positiva, e il Presidente delle Acli Raoul Mosconi - così come i rappresentanti della Pastorale del Lavoro e della Caritas - in questo tipo di attività rappresentano esempio di cristianesimo impegnato nella società e nella cura dei suoi bisogni.
Mi piacerebbe molto se questi soggetti oltre a pensare al parroco di quartiere (laddove richiesto) pensassero anche alla possibilità appunto di coinvolgere mediatori e, sempre dove richiesto, figure rappresentative di altre culture e religioni. I migranti, oltre a poter essere cristiani, possono essere induisti, musulmani (di diverse interpretazioni), ortodossi, buddisti, e - con la stessa identica dignità - SENZA DIO. Ciò che accomuna tutti, migranti e italici (di diverse provenienze, culture, fedi, ecc.) - sono diritti e doveri di cittadinanza, ovvero la Madre Costituzione, il valori primo - e non secondo - di una paese Repubblica e Democratico. Le religioni - nello spazio pubblico - vengono dopo. Nonostante - purtroppo - ormai i politici - da destra a sinistra, e in con particolare vigore in ampi settori del costituendo PD - si faccia a gara per dimostrarsi fedeli, NON allo spirito del Vangelo, ma al Vaticano e al suo capo politico: Joseph Ratzinger, e ai suoi ministri (altrettanto politici).
Se i suddetti politici si sforzassero di essere fedeli ai principi del Vangelo….assumerebbero precisi provvedimenti, semplici e molto immediati, anzichè frastornarci di parole (e magari - vedi il ministro Rutelli - andare a messa nella cappella privata ben vestiti e con le mani giunte, in segno di solennità).
Nel Pd su questi temi spero che voci laiche e autenticamente cristiane sappiano trovare le giuste convergenze per mantenere in minoranza integralisti vari, convertiti dell’ultima ora, atei devoti, ipocriti da quattro soldi. Il ministro Rutelli e la consorte Barbara Palombelli svolgono davvero un cattivo servizio al cattolicesimo, spero che cristiani seri sappiano stigmatizzarne le posizioni strumentali. I laicisti - che non è una brutta parola, ma solo un degnissimo orientamento sul mondo - li conoscono ormai da qualche anno.
Oggi sulla Voce c’è un’intervista al vicesindaco di Forlì, Evangelista Castrucci, che interviene per un ripensamento della legge 194.
Le sue posizioni, è indispensabile che lo chiarisca, sono a titolo personale.
Ed è indispensabile, per evitare ulteriori equivoci, che l’Esecutivo del Partito Democratico si esprima, per evitare ulteriori speculazioni del giornale.
In questi giorni siamo tutti molto presi dalle vicende interne, ma devo dirvi che le cronache legate alla marea crescente dell’intolleranza e della violenza xenofoba, mi hanno colpito come un pugno allo stomaco. L’articolo a firma di Don Ciotti, sulla prima pagina dell’Unità di oggi, “Io chiedo scusa” metteva davvero il dito sulla piaga di quello che atteggiamenti intolleranti stanno producendo, e provocando la condanna di tutta l’Europa. Mi riferisco in particolare agli assalti ai campi nomadi a Napoli, e a quella foto , a corredo dell’articolo di don Ciotti, sempre sulla prima pagina dell’Unità, in cui vede una famiglia rom in fuga, con poche cose caricate alla meglio assieme alle persone sul cassone di un’ape. La notizia di una ragazza rimena violentata dal suo datore di lavoro italiano, non è neppure passata nei tg. C’è una enorme responsabilità da parte nei media nel modo con cui vengono presentate questioni che costituiscono effettivamente problemi da affrontare, ma che però, per il modo con cui vengono poste di fronte all’opinione pubblica, creano allarme sociale e paura.Il tema delle regole, del rispetto della legalità , è senza dubbio fondamentale, ma temo che il modo con cui la destra affronterà il problema sicurezza, se resterà quello anticipato in campagna elettorale, oltre che non risolvere i problemi, creerà ulteriori fratture sociali.
Oggi ho sentito il ministro dell’interno, nel discorso fatto in occasione della festa della polizia , affermare che la sicurezza è un problema legato soprattutto all’immigrazione. Come se mafia, n’drangheta, camorra, non fossero prodotti assolutamente made in Italy, ma ce li avesse portato qualcun da fuori ! Poi, che nel flusso delle migliaia di persone che lavorano duramente nel nostro paese , ci siano anche in arrivo malavitosi è evidente. Ma sarebbe come dire che tutti gli italiani emigrati nel primo dopoguerra negli USA, erano mafiosi perché i capi delle “famiglie”di gangster più note, erano di origine italiana.
Credo che il nostro “Governo ombra” avrà molto da fare per tentare di correggere, dato che i numeri non ce lo consentono, una impostazione che tende a fare dell’immigrazione soprattutto un problema di ordine pubblico e non di accoglienza, di nuovo welfare, di integrazione.
LA POLITICA DEMOCRATICA VIVE ANCHE DI SIMBOLI
(E VIVE ANCHE NELLO SPORT)
http://www.youtube.com/watch?=n9cUkO74Kjs&feature=related
Nei giorni in cui Barack Obama diventa il candidato dei Democratici alle Presidenziali (e dunque potrebbe essere il primo presidente nero degli Stati Uniti), nei giorni in cui lo sport - quello degli europei di calcio, e quello che sarà delle Olimpiadi in Cina, lo sport affogato dal denaro e drogato di mediatizzazione - rischia di offuscare molti aspetti della realtà, nei giorni in cui il razzismo e le discriminazioni, anche in Italia, presentano i loro molteplici volti, mi piace ricordare - attraverso l’articolo che segue tratto da Repubblica - due grandi figure simbolo dello sport e della lotta per l’emancipazione e per i diritti civili, due grandi cittadini del mondo, e dell’America, due uomini che hanno lasciato un segno, un segno che continua a resistere.
Il loro pugno alzato fu un gesto silenzioso che scavò dentro molte coscienze. Un pugno che è ancora alzato.
§§§§
Tommie Smith e Lee Evans a Roma ricordano il gesto che stupì il mondo
Una scelta che segnò la loro vita. Oggi guardano a Pechino e sperano in Obama
A 40 anni dal pugno di Mexico ‘68
“Mai pentiti di quella protesta”
di PASQUALE NOTARGIACOMO
Mexico ‘68: Tommie Smith con John Norman Carlos, medaglie d’oro e di bronzo nei 200 metri, senza scarpe sul podio alzano il pugno in segno di protesta contro il razzismo
ROMA - Ingrigiti e un po’ appesantiti. Sicuramente non più veloci come quarant’anni fa. Ma con la stessa consapevolezza, che avevano nell’ottobre del 1968, quando a Città del Messico, stupirono il mondo. Tommie Smith e Lee Evans, gli uomini jet dell’Olimpiade messicana, a Roma per festeggiare i 50 anni di lavoro dell’amico Gianni Minà.
Dalla pista alla medaglia fu un soffio: record del mondo su 200 e 400 e oro per entrambi. Quello che successe durante la premiazione è storia: Smith e il compagno John Carlos, primo e terzo sul mezzo giro di pista, scalzi tranne le calze nere sul podio, con il pugno guantato chiuso e il capo chino mentre suonavano le note di “The Star - Spangled Banner”. Evans, che stracciò il primato sul giro di pista, si avviò a ritirare la medaglia d’oro, con l’aria scanzonata del suo basco nero. In realtà era serissimo, sicuro che stessero per sparargli. Ma si diceva, ridi, Lee, ridi, perché è più difficile sparare a un uomo che ride.
Anche lui alzò il pugno sul palco. Black Power: l’orgoglio di uomini che erano stufi di essere trattati come cani da corsa. Negli anni in cui James Brown cantava: “Sono nero e me ne vanto”. Nessuno avrebbe più dimenticato. Gli tolsero le medaglie e li cacciarono dai Giochi. L’America lacerata promise vendetta. “Se ne pentiranno per il resto della loro vita”, disse Payton Jordan, capo della rappresentativa statunitense. Avvertimenti più spicci e minacce di morte li accolsero al loro rientro in patria.
Mai pentiti. Ma nessun pentimento. Lo confermano quarant’anni dopo loro stessi, intervenendo alla presentazione della ressegna “Una vita da cronista - Gianni Minà 50 anni fuori dal coro”. Hanno pagato, questo sì. Tommie Smith, oggi ha 64 anni. Chiuse con l’atletica a 24, (mentre il suo primato resistette ancora 11 anni prima di venire battuto da Pietro Mennea). Per 10 anni non ha potuto trovare lavoro nonostante due lauree: in educazione fisica e sociologia. La vendetta del suo Paese. Non è andata meglio a Lee Evans, anche lui proveniente dalla “San José State University”. Ci sono voluti 21 anni prima che Butch Reynolds battesse il suo primato. Lui aveva già lasciato gli Stati Uniti da un pezzo. Destinazione Africa sulle tracce dei suoi antenati. Ha trascorso sei anni in Nigeria, due in Camerun e Madagascar, insegnando atletica a talenti che non hanno mai avuto buoni antenati. Senza mai rinnegare la sua scelta.
Nel segno di Obama. “Volevamo rappresentare l’altra faccia del nostro Paese - racconta Smith -. Dare voce a un sentimento che sentivamo il bisogno di esprimere: la consapevolezza di essere oppressi, fin dalla nascita. Correre non era l’unica cosa che sapessimo fare”. Una decisione libera, che poco aveva a che fare con la militanza. “Non mi reputo un militante - spiega Smith -. “Abbiamo deciso di affrontare un problema di cui nessuno si curava, senza preoccuparci del giudizio degli altri. Abbiamo compiuto un sacrificio sperando di spianare la strada ai ragazzi dopo di noi, perchè avessero un’opportunità”. Come quella che è capitata oggi a Barack Obama, che potrebbe essere il primo presidente nero degli Stati Uniti. “Obama è uno dei giovani - dice Evans -. Ha un atteggiamento diverso: sa di poter vincere. È il candidato migliore, capita che sia anche nero. Noi siamo neri, e lui come noi può farcela”.
Gli atleti di oggi. Un’altra investitura per il senatore dell’Illinois, che incarna appieno lo spirito dei due ex uomini jet: “Ha un grande cuore che è quello che ci guida”. Lui più di molti colleghi di Smith ed Evans. Così diversi da chi ha calcato le piste di Mexico ‘68. Come “il figlio del vento”, Carl Lewis, o il “soldatino di piombo” Michael Johnson. Anche loro velocissimi, ma forse con meno consapevolezza della realtà. “Ai nostri tempi - spiega Smith - c’era il primato dell’orgoglio. L’attenzione per tutto quello che ci circondava. Oggi l’amore per i dollari ha scalzato quel primato. E ha creato quelli che io considero i corridori per denaro”.
Verso Pechino. Saranno questi atleti tra qualche mese a scendere in pista ai Giochi di Pechino. Ancora Olimpiadi contestate, quarant’anni dopo. Ma cosa farebbero oggi gli eroi di Città del Messico? “Le Olimpiadi di Pechino - dice Smith - ci portano a riflettere sul contesto mondiale. E ci fanno capire che l’atletica è ancora politica. So cosa cosa significhino i diritti umani negli Stati Uniti, non conosco la situazione in Cina. A Pechino l’atmosfera politica sarà molto più forte rispetto a Città del Messico. Quello che farà ciascun atleta verrà esaminato al microscopio. Comunque dobbiamo pensare a Pechino come a un evento allegro. Del resto parleremo tra tre mesi. Diciamo che non vorrei trovarmi al loro posto. Da quarant’anni vivo molto più prudentemente”.
Su Tommie Smith e John Carlos (e Peter Norman) rinvio a questo bellissimo articolo
Il giorno del pugno chiuso a Città del Messico
Il Black Power dentro il recinto sacro dello sport
di Matteo Patrono*
Loro sono quelli che col pugno chiuso contro il cielo svegliarono il mondo dai gradini di un podio olimpico. 16 ottobre 1968, i giochi di Città del Messico, un pomeriggio caldo e nuvoloso. Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri, sollevano il pugno guantato di nero e portano il Black Power dentro il recinto sacro dello sport. Ascoltano l’inno senza scarpe, calzini neri, testa bassa. Alfieri di una razza povera e discriminata cui l’America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi. Con quel gesto entrarono nella storia, nella memoria e nei poster di una generazione. Icone di un’epoca di grandi cambiamenti che due atleti infiammarono pacificamente nel momento più alto della loro carriera, pagando quell’atto di coraggio civile con l’isolamento e l’ostracismo per tutta la vita.
Tommie Smith era nato a Clarksville, in Texas, il giorno dello sbarco in Normandia. Cresciuto riempiendo ceste in una piantagione di cotone, si era iscritto all’università vendendo macchine e studiando la Costituzione e i discorsi di Thomas Jefferson. Correva veloce in pista, lo chiamavano Tommie Jet e lo paragonavano a Jesse Owens, il campione afro-americano che nel ‘36 aveva tolto il sorriso a Hitler dominando le Olimpiadi di Berlino nonostante la pelle scura. Lui però non voleva essere come il grande Jesse, cittadino emerito quando vinceva e negro il resto dell’anno. Quando tagliò il traguardo davanti a tutti in Messico, Tommie Smith aveva 24 anni e decise di dedicare la sua medaglia d’oro ai fratelli e alle sorelle che venivano linciati, umiliati, esclusi nella terra delle pari opportunità.
John Carlos invece era nato a Harlem, il ghetto nero di New York dove lavorava nel negozio di scarpe del padre e apriva le portiere dei taxi davanti ai locali jazz che rilanciavano le note di Duke Ellington. Grazie alle sue doti atletiche, aveva vinto una borsa di studio al college e si era poi trasferito in California dove si allenavano i velocisti più forti del paese. Lì, alla San Josè State University, aveva conosciuto Tommie Smith e insieme avevano aderito al Progetto olimpico per i diritti umani, una petizione degli atleti afro-americani contro le discriminazioni razziali promossa da Harry Edwards, sociologo e attivista con un passato da lanciatore del disco, il ‘Professor Protesta’ di uno dei tanti campus in fermento contro la guerra del Vietnam che la tv portava nelle case americane nella seconda metà degli anni Sessanta. Quando conquistò la medaglia di bronzo a Città del Messico, John Carlos aveva 23 anni e pensò che la giustizia sociale fosse più importante di un pezzo di metallo.
Sei mesi prima a Memphis era stato assassinato Martin Luther King. Subito dopo a Los Angeles, era toccato a Robert Kennedy. Il sogno americano listato a lutto. Gli atleti riuniti attorno al Progetto olimpico per i diritti umani avevano discusso tra loro la possibilità di boicottare l’appuntamento dei giochi: non volevano essere i cavalli da corsa dei bianchi, chiedevano allenatori neri da aggregare alla squadra americana, contestavano la riammissione del Sud Africa razzista nella famiglia dei cinque cerchi. Nella primavera del ‘67 Muhammad Ali aveva rifiutato l’arruolamento nell’esercito per motivi di coscienza, vedendosi strappare la corona dei pesi massimi. Kareem Abdul Jabbar, che all’epoca era ancora un cestista universitario chiamato Lew Alcindor, rinunciò a un posto nella nazionale olimpica ma alla fine la proposta di boicottaggio non passò. Si decise per un gesto simbolico e rispettoso che richiamasse l’attenzione su una giusta causa e ognuno fu lasciato libero di decidere come comportarsi.
L’apertura dell’Olimpiade messicana fu preceduta di pochi giorni dalla strage degli studenti a piazza delle Tre Culture, un corteo represso nel sangue davanti ad atleti e giornalisti internazionali. Smith e Carlos non furono gli unici a sentire il vento del cambiamento soffiare alle loro spalle. Dopo di loro, i quattrocentisti Usa Lee Evans, Ron Freeman e Larry James salirono sul podio col basco nero in testa, salutando col pugno chiuso. Con un volo infinito, Bob Beamon riscrisse il libro dei record nel salto in lungo e andò a ritirare la medaglia d’oro con i calzettoni neri tirati su per protesta. La ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska vinse quattro ori e due argenti e quando fu suonato l’inno sovietico dell’avversaria Natalia Kuchinskaya abbassò la testa in silenzio contro i carri armati che avevano invaso il suo paese un mese prima. A cambiare la storia dell’olimpismo e l’iconografia del ‘68 fu però il podio nero dei 200 metri sul quale, accanto a Smith e Carlos, salì anche un terzo uomo. Bianco. L’australiano Peter Norman, che a 26 anni finì secondo e capì anche di esser finito nel bel mezzo della Storia. Negli spogliatoi dopo la gara, sfinito e sudato, si avvicinò ai due rivali che confabulavano tra loro con un paio di guanti in mano, comprati dalla moglie di Smith. Fu informato da Carlos di quello che si apprestavano a fare e chiese se per caso avessero una spilletta col simbolo del loro Progetto olimpico per i diritti umani. Norman era membro dell’Esercito della salvezza, un’organizzazione della Chiesa cristiana mondiale, e a Melbourne dove era nato e cresciuto aveva visto con i propri occhi la discriminazione razziale nei confronti degli aborigeni. Fu lui a suggerire agli altri due di dividersi i guanti, uno per uno. E si appuntò la loro spilla sul petto, rendendo ancora più dirompente la protesta in mondovisione. “Quel giorno diventammo fratelli”, disse 25 anni dopo Carlos quando i tre si rincontrarono per la prima volta. Norman fu duramente ripreso dai dirigenti australiani e ai giochi successivi di Montreal non fu neanche convocato nonostante avesse i tempi richiesti. A Smith e Carlos andò molto peggio.
Il pugno destro di Smith era la forza dell’America nera. Quello sinistro di Carlos la sua unità. I piedi nudi avvolti nei calzini neri lo stato di povertà in cui il loro popolo versava da sempre. La testa piegata durante l’esecuzione dell’inno un omaggio a tutti quelli che avevano perso la vita per la libertà. Il pubblico fischiò, applaudì, gridò: in pochi si resero conto sul momento di quello che stava succedendo. La reazione del Comitato olimpico internazionale fu immediata. I due atleti furono sospesi dalla squadra americana ed espulsi dal villaggio olimpico, accusati di aver ricevuto soldi sottobanco. Rispediti in patria, ricevettero pacchi di sterco e minacce di morte dal Ku Klux Klan, persero il lavoro, si disse che gli avevano ritirato pure le medaglie. Bisognava dimostrare che quel gesto li aveva distrutti affinché nessun altro ci riprovasse più. L’esercito cacciò Smith per ‘attività anti-americane’: volevano punirlo, lo salvarono dal Vietnam. Carlos, dopo una breve esperienza nel football americano, si ridusse a fare il buttafuori nei locali.
Quaranta anni dopo Tommie Smith è un professore di sociologia che insegna ginnastica in un piccolo college a Santa Monica. Non si è mai pentito e i suoi studenti sono soliti chiedergli ‘coach ma se sei così famoso, perché stai qui con noi?’. John Carlos fa l’allenatore di atletica in un liceo di Palm Springs, si occupa di servizi sociali, è un cristiano rinato. Dopo decenni di oblio, c’è sempre qualcuno che li cerca per un’intervista sul loro indimenticabile ‘68. Norman invece non c’è più, se n’è andato nel 2006 per un attacco di cuore e a reggere la bara a Melbourne c’erano Tommie e John. Gli sprinter che fecero la rivoluzione con un pugno, senza far male a nessuno. Dopo di loro lo sport non sarebbe più stato così politicamente sfrontato. Ma nemmeno, più, così innocente.
*Responsabile della pagina sportiva del quotidiano “il manifesto”.
Altri riferimenti interessanti:
http://www.tommiesmith.com/
http://www.instoria.it/home/tommie_smith.htm
Posto da “La repubblica” di oggi, questo interessante articolo, perchè mentre noi ci stiamo quasi a trastullare sul tasso di opposizione e sul tasso di democrazia dei organi locali, il mondo va avanti, ed i problemi della gente sono questi e vengono da queste questioni, che se irrisolte, ci porteranno tutti alla rovina, riformisti e girotondini….Buona serata, Maria
SOBRI PER SCELTA VERSO LA FELICITA’.
DI SERGE LATOUCHE
La decrescita? Ma è già una realtà!». E
cco un argomento
spesso usato contro i sostenitori della
decrescita dai loro avversari. Che però corrono
troppo. Se l’andamento dell’economia è indubbiamente
fiacco, non siamo ancora alla
crescita negativa. Con un Pil di mille miliardi di
euro, l’uno per cento corrisponde pur sempre a dieci miliardi, pari
a una crescita del dieci per cento in un Paese con un Pil di cento
miliardi di euro (l’ordine di grandezza dei Paesi del Sud). Dieci miliardi
in più di prelievi dalle risorse naturali, di rifiuti e di inquinamento;
dieci miliardi in più di dissesto del clima e di specie estinte.
È ancora troppo perché la biosfera possa rigenerarsi. Ma soprattutto,
un conto è scegliere la decrescita, altro è subirla. Il progetto
di una società della decrescita è radicalmente diverso dalla crescita
negativa. Il primo può essere comparato a una cura di austerità
volontariamente intrapresa per migliorare la propria forma fisica,
quando i consumi eccessivi ci fanno rischiare l’obesità.
La seconda è una dieta forzata che può condurre alla
morte per inedia. L’abbiamo detto e ripetuto a iosa:
non vi può essere nulla di peggio di una società della
crescita che non cresce. Basta un rallentamento della
crescita per gettare le nostre società nello sgomento, davanti
alla disoccupazione, al divario sempre maggiore tra
ricchi e poveri, all’erosione del potere d’acquisto delle fasce
economicamente più deboli e all’abbandono dei programmi
sociali, sanitari, educativi, culturali e ambientali
che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può
dunque immaginare a quale catastrofe porterebbe un
tasso di crescita negativo. Ora, se non cambiamo traiettoria
è precisamente questo regresso che incombe, in termini
sociali e di civiltà.
Già nel 1974, in una conferenza dal titolo: La loro ecologia
e la nostra, André Gorz scriveva: «Questo calo della
crescita e della produzione, che in un altro sistema potrebbe
essere un bene (meno automobili, meno rumori,
aria più respirabile, giornate di lavoro più brevi eccetera)
avrà invece effetti totalmente negativi: le produzioni inquinanti
diverranno beni di lusso, inaccessibili alle masse,
ma resteranno alla portata dei privilegiati; le disuguaglianze
cresceranno, i poveri diventeranno relativamente
più poveri e i ricchi più ricchi».
Purtroppo la fine del petrolio non è necessariamente la
fine del capitalismo, e neppure quella della società della
crescita. Anche in condizioni di grande scarsità di risorse
naturali, dissesto climatico eccetera l’economia capitalista
potrebbe ancora funzionare; in questo hanno in parte
ragione coloro che difendono lo sviluppo sostenibile e
il capitalismo dell’immateriale. Le imprese (o quanto meno
parte di esse) potrebbero continuare a espandersi e a
incrementare il loro fatturato e i loro profitti, mentre le carestie,
le pandemie e le guerre sterminerebbero nove decimi
dell’umanità. Il valore delle risorse sempre più scarse
aumenterebbe in misura più che proporzionale.
Quando il petrolio scarseggia la salute delle compagnie
petrolifere non ne soffre, al contrario. Se la stessa cosa non
vale per la pesca è perché esistono succedanei il cui prezzo
non può crescere in misura proporzionale alla scarsità
del pesce. La sostanza dei consumi diminuirà, mentre il
loro valore continuerà ad aumentare.
La decrescita è concepibile solo nel quadro di un sistema
fondato su una logica diversa: quella di una «società
della decrescita». Di fatto, l’alternativa è: decrescita o
barbarie. Tutto ciò era perfettamente prevedibile, ed è
stato infatti annunciato. Gli avvertimenti del Club di Roma
sono stati per lo più respinti da chi non li aveva letti e
ancor meno compresi. Certo, si può essere scettici sui lavori
dei futurologi, ma quelli del Club di Roma hanno il
merito di essere infinitamente più seri e solidi delle abituali
proiezioni su cui si fondano i nostri governanti o le
varie istanze internazionali. Tutti gli scenari — tranne
quello fondato sulla “fede nella cornucopia” — che non
rimettono in discussione i fondamentali della società
della crescita, finiscono per condurre al tracollo. Che nel
primo scenario avverrà verso il 2030, per via della crisi
delle risorse non rinnovabili; nel secondo intorno al
2040, in conseguenza dell’inquinamento; e nel terzo si
farà attendere fino al 2070 e sarà provocato dalla crisi alimentare.
Gli altri scenari sono varianti dei tre sopra descritti.
Uno solo — il nono — è a un tempo credibile e sostenibile:
quello della sobrietà, che corrisponde ai fondamentali
della via della decrescita.
In una società «sobria per scelta», come quella proposta
dal movimento degli obiettori di crescita, si lavorerà di
meno per vivere meglio; si consumerà meno ma meglio;
si produrranno meno rifiuti e si riciclerà di più. Si tratta,
in breve, di ritrovare il senso della misura e di un’impronta
ecologica sostenibile; di inventarsi la felicità nella convivialità
piuttosto che nell’accumulazione frenetica. Tutto
ciò presuppone una seria decolonizzazione del nostro
immaginario; e in questo le circostanze possono esserci
d’aiuto. Certo, come dicono i drogati del sistema, non andremo
più in ferie alle Seychelles. E dovremo farcene una
ragione. Ci siamo lasciati alle spalle l’età dell’oro del consumismo
chilometrico. Persino un giornale ortodosso
come il Financial Times riconosce che «il turismo sarà
sempre più considerato come il nemico pubblico numero
uno dell’ambiente a livello mondiale». Indubbiamente,
il desiderio di viaggiare e il gusto dell’avventura sono
connaturati all’animo umano, ma dalla legittima curiosità,
dall’esplorazione educativa si è passati alla mercificazione
consumistica, distruttiva per l’ambiente non
meno che per la cultura e il tessuto sociale dei Paesi target
dell’industria turistica.
Siamo arrivati, per dirla con Woody Allen, a un bivio decisivo:
una via conduce all’estinzione della specie, l’altra
alla disperazione. E aggiunge: «Spero che sapremo fare la
scelta giusta…» La prima via è quella che stiamo seguendo.
La seconda è la crescita negativa, generatrice di carestie,
guerre, pandemie. La decrescita rappresenta una
terza via, quella della sobrietà per scelta. Per questo abbiamo
bisogno di inventare un altro modo di rapportarci
al mondo, alla natura, alle cose e agli esseri, che avrà la caratteristica
di poter essere universalizzato su scala dell’umanità.
Le società capaci di autolimitare la propria capacità
produttiva sono anche società gioiose.
Serge Latouche
Posto questo COMUNICATO STAMPA, ritenendolo degno di nota
Alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino
DOMANI A GENOVA
sventoleremo la bandiera
dei diritti umani
Flavio Lotti: “Se la politica è cieca e sorda usiamo i nostri occhi e le nostre orecchie!”
Sabato 26 luglio 2008
CONFERENZA STAMPA
del Comitato Nazionale per il
60° della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
Ore 11.30 Porto Antico di Genova. E dalle 19.00 un grande concerto
per i diritti umani con Manu Chao e il Goa-Boa festival
A pochi giorni dall’avvio dei giochi olimpici, domani 26 luglio la città di Genova ospiterà una grande festa per i diritti umani con uno spettacolare concerto di Manu Chao e di numerosi altri artisti che partecipano al GOA-BOA Festival.
Durante il concerto sarà anche presentata per la prima volta la “bandiera dei diritti umani” ideata dalla Tavola della pace in vista delle olimpiadi di Pechino e del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani. La Tavola della pace invita tutti i cittadini ad appendere la bandiera dei diritti umani al balcone di casa come gesto di solidarietà con tutti i bambini e le bambine, le donne, gli uomini e i popoli che ancora oggi sono privati dei loro fondamentali diritti.
La bandiera dei diritti umani sventolerà per tutta la durata delle olimpiadi fino al 10 dicembre 2008, 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani.
Alle ore 11.30 si svolgerà una Conferenza stampa del Comitato Nazionale per il 60° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che illustrerà un vasto programma di attività in difesa dei diritti umani. L’appuntamento con i giornalisti è alle 11.30 al Porto Antico, Piazzale Caricamento (davanti all’Acquario). Da li si partirà con un battello per raggiungere il Goa Boa Festival alla Fiera di Genova - Nuova Darsena, dove è allestito il palco del concerto su cui Manu Chao starà ultimando il sound check.
Richiedi subito la tua bandiera dei diritti umani alla Tavola della pace: email segreteria@perlapace.it - http://www.perlapace.it - Fax 075/5739337 - Tel. 075/5736890.
Appendi alla tua finestra la bandiera dei diritti umani. Scatta una foto e inviala all’indirizzo: redazione@perlapace.it
Per contatti stampa:
Floriana Lenti 338/4770151 Alessandra Tarquini 347/9117177
Ufficio Stampa Tavola della pace
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Quando la politica è capace di dialogo e di speranza
Una ecobanca, una moneta sociale, un forum che ha visto la partecipazione di oltre 100mila iscritti provenienti da 6mila organizzazioni di tutto il mondo. Si è concluso il IX World Social Forum (WSF) e per l’informazione italiana sul fronte delle proposte scaturite nulla da segnalare. Dopo 5 giorni di incontri, dibattiti, conferenze, marce, attività culturali e laboratori è importante almeno rilanciare le principali proposte emerse durante questo Forum, che aveva aperto i battenti il giorno 27 di gennaio a Belèm (Brasile).
Si può partire con una proposta condivisa di coscietntizzazione: rendere il 12 ottobre una Giornata mondiale di mobilitazione per la difesa della Madre Terra, contro la mercificazione della vita. I movimenti, sindacati ed associazioni si sono quindi sincronizzati in una serie di mobilitazioni fin dal prossimo marzo.
A partire dal giorno 8 con la “Mobilitazione mondiale per i diritti delle donne” per passare poi nello stesso mese all’incontro dei “Movimenti per l’acqua” a Istanbul chiude il mese la giornata del 30 dedicata interamente alla Palestina. Ai primi di aprile si terrà invece la “Settimana di mobilitazione globale contro la guerra e gli armamenti”. A luglio l’appuntamento è in Sardegna per animare il G8 luogo di “governance mondiale” presentando le proposte e il punto di vista dei movimenti sociali; quindi a dicembre l’attenzione si sposterà su Copenaghen dove si terrà una mobilitazione in occasione del “Vertice internazionale sui cambiamenti climatici“.
Veniamo ad alcuni degli obiettivi che si sono prefissi i partecipanti al IX Forum sociale mondiale di Belém attraverso un decalogo redatto da organizzazioni e reti della società civile che ha guidato tutte le attività dell’evento. Dal primo dei dieci punti si capisce per cosa “batte cuore”: per la costruzione di un mondo di pace, giustizia, etica e rispetto delle diverse spiritualità, libero dalle armi, specialmente quelle nucleari. Un “nuovo ordine mondiale“, sottolineano i movimenti e i popoli riuniti a Belém, passa per la sovranità, l’autodeterminazione e i diritti dei popoli, incluse le minoranze e gli immigrati e deve essere retto da un’economia democratica, di emancipazione, sostenibile e solidale, centrata su tutti i popoli e basata sul commercio giusto e etico. Infine, i partecipanti al Forum, invocano la costruzione e l’ampliamento delle istituzioni politiche, economiche e democratiche al livello locale, nazionale e globale e la tutela dell’ambiente come fonte di vita del pianeta Terra. [Fonte: A Sud, Misna, Unimondo]
FM X FlorioAmadoMartì-Giorna+Listi
Le scelte difficili
Un anno dedicato interamente al volontariato è abbastanza lungo ed effettivamente è un’esperienza che riorienta la visione che una persona ha del resto della società. Vorrei condividere con voi, Forlivesi, amici e sostenitori di Roberto, alcune considerazioni che ho maturato a partire dalla mia esperienza di volontariato in Spagna, a Barcellona.Sono andato più volte a settimana a fare attività sportive nelle prigioni locali affinché i carcerati -che per politically correctness chiamerò “interni”- potessero trascorrere un paio d’ore in più al giorno fuori dalla cella. In realtà il progetto, grazie al quale sono venuto a Barcellona, non aveva niente a che vedere con il volontariato nelle carceri, per cui, quando mi è stato proposto di farlo, il mio approccio è stato un po’ timoroso perché non sapevo cosa mi aspettasse veramente. Dopo averci riflettuto qualche giorno, ho capito che in realtà non era una questione di paura o coraggio e poi mi sono fatto un paio di domande semplici: io ho mai avuto davvero a che fare con queste persone? Ma saranno davvero tutti così come si dice? E come spesso succede, a domande semplici non corrispondono né risposte né tantomeno azioni altrettanto semplici. Alla fine però ho capito che il reale motivo per cui non sarei voluto andare era una strana scomodità mentale di rimettere in questione idee comunemente accettate e il fastidio di andare contro il sistema di valori legato alle carceri normalmente condiviso. Molto presto, però, ho cominciato a pensare che la parola “carcerati” fosse più che altro un contenitore in cui normalmente si mettono dentro tanti elementi diversi tra loro solo perché sono difficilmente collocabili in un’altra categoria precisa. E’ proprio questa l’attitudine di gran parte del personale e dei funzionari delle carceri che ho conosciuto qui, che è stanco del suo lavoro, ha i suoi problemi, non ha voglia di pensare al caso particolare del singolo interno e non si produce più nella ricerca di soluzioni specifiche per ogni situazione; molto spesso quindi gli interni sono tutti messi dentro lo stesso calderone e i loro casi individuali dimenticati, seppure molto complessi. Tutto questo porta come conseguenza che molti fra gli stessi interni sono piuttosto scettici sul fatto che, una volta scontata la loro pena, potranno reinserirsi con successo nella società, proprio a causa di questa sorta di fatalismo che si respira in prigione. Gli interni sono persone cresciute in condizioni difficili ed il sistema, invece di aiutarli, continua a dir loro che sono sbagliati rafforzando quindi l’immagine negativa che la società ha di loro. E’ invece un sollievo sentire come loro stessi descrivono noi volontari: persone che mettono il tempo libero a disposizione per andare a trascorrere gratuitamente un paio d’ore a settimana con loro, quasi una ventata di aria fresca che li fa ricredere, in parte, sul mondo esterno. Il sistema penitenziario di ogni Paese è molto complesso e io non sono nessuno per giudicare il lavoro dei funzionari, ma per quello che ho visto vi posso assicurare che l’obiettivo di recupero nella gran parte dei casi non è raggiunto: gli interni, probabilmente, non si reinseriranno nella società, una volta usciti e continueranno a fare quello che facevano prima.Con le dovute differenze, credo che in Italia si producano circa le stesse dinamiche della situazione che ho descritto in relazione agli stranieri: diffidenza, generalizzazioni, paura. C’è poca voglia di conoscere le storie delle persone, spesso si punta il dito perché è la soluzione più semplice che richiede meno sforzo mentale e meno impegno a comprendere le pur complesse dinamiche dell’immigrazione. Stiamo parlando di donne, uomini e ragazzi che nel loro paese vivono in condizioni inaccettabili create spesso da noi occidentali per poter mantenere il nostro stile di vita dispendioso, gonfiato e - come dimostra la crisi attuale - insostenibile. Le forze politiche che parlano di pulizia, di allontanamento e di espulsione dall’Italia sono le stesse che hanno fatto la legge Bossi-Fini, che non è mai servita a nulla, anche se nessuno lo dice. E’ storicamente provato che intolleranza e violenza non hanno mai migliorato la convivenza e che l’immigrazione non è certo un fenomeno che un Comune possa bloccare: per questo bisogna dubitare delle persone che propongono soluzioni del genere. In altre parole, la comunità straniera ostile di cui si ha tanta paura la stiamo creando noi stessi. Aggiungo che prima di giudicare bisognerebbe guardarsi allo specchio e l’attuale immagine degli italiani nel resto del mondo non è certo delle migliori, grazie in particolare al nostro governo che è conosciuto in tutto il mondo per aver promulgato leggi fondate sull’intolleranza. Molte persone, anche nella nostra città, si sono adagiate su posizioni comode basate più che altro su pregiudizi e su un sistema mediatico nazionale che è evidentemente pilotato. Penso che siano queste stesse persone che generano il distacco, il clima di incomprensione e le difficoltà alla convivenza di cui poi sono le prime a lamentarsi. La cosa più ridicola è che queste strategie della paura sono vecchie, trite e ritrite -ne abbiamo esempi chiari anche nella storia italiana-, ma da qualche anno sono tornate di moda. Ed il modello che si vuole creare è un cittadino passivo, impaurito, superficiale, facilmente controllabile, che aspetta sempre che le soluzioni vengano dall’alto, che non sottrae certo il suo tempo alla televisione, al consumo e agli hobbies per dedicarlo agli altri. Credo che si debba riscoprire la dimensione della solidarietà e provare a percorrere la via, difficile, dell’integrazione. C’è bisogno di persone che si facciano domande semplici e che siano pronte a dare risposte difficili. Per piacere, amici forlivesi, non siate i funzionari delle carceri, ma siate anche voi una boccata di aria fresca. Non fidatevi di chi vi propone soluzioni facili ai problemi complessi, perché non è così che funziona: bisogna rimboccarsi le maniche.So bene che molti hanno pensieri di tutt’altro genere, molto più concreti e non hanno certo tempo di fare volontariato o di dedicare il loro tempo alla vita politica. Il mio invito è rivolto anche a loro; costoro possono fare la scelta giusta, scegliendo di votare Roberto Balzani e il PD per eleggere in Comune donne e uomini che abbiano la voglia e l‘energia giusta per farlo. A noi forlivesi viene data una grande opportunità: diventare l’esempio per tutta Italia. Ce la possiamo fare.
Giovanni Rossi