Archivio per marzo, 2008
Le riforme che servono a un’Italia per tutti
La “palestra” per il partito democratico in collaborazione con ARCI e Istituto Gramsci Forlì invitano i cittadini a ragionare insieme su:
Le riforme che servono a un’Italia per tutti
domande e risposte con:
Salvatore Vassallo (candidato per la Camera dei Deputati del Partito Democratico)
Liviana Zanetti (candidata per il Senato della Repubblica del Partito Democratico)
Lunedì 07 aprile 2008 alle 18,00, circolo ricreativo culturale ARCI “madamadorè”, Viale F.lli Spazzoli n. 51 Forlì
Ci farebbe piacere la tua presenza, insieme a tutte le amiche e gli amici interessati a partecipare!
un’Italia moderna. Si può fare
2 commentiBendati verso il precipizio
Le campagne elettorali sono un’occasione non ordinaria, per le democrazie che sempre le traversano trepidanti. Sono l’occasione di guardare dentro se stesse, di fare i conti con le proprie debolezze inesplorate, con le proprie virtù trascurate. Sono una breve opportunità, data a politici ed elettori, di aggiustare quel che eventualmente s’è spezzato, di meditare su altre vie. L’occasione si può cogliere o perdere, a seconda di come si comportano gli attori del dramma. Per guardare dentro di sé è indispensabile avere un senso acuto della realtà, e questo senso può crudelmente mancare. Per organizzare la convivenza civile non basta denunciare l’avversario politico, ma occorre esaminare il risentimento effettivo che l’avversario amplifica o distorce, e tale esame è spesso negletto.
L’Occasione si perde facilmente, sin dalle tragedie greche coglierlo è tra le sfide umane più ardue. Il nascondimento della realtà è tentazione frequente, nelle democrazie di oggi (nelle dittature è la regola): ne sono affetti Stati apparentemente forti come l’America, regimi apparentemente decisionisti come Francia o Inghilterra. L’illusione di poter fare da sé li affligge tutti.
L’Italia possiede questa tentazione in sommo grado, e la campagna elettorale lungi dal diminuirla sembra dilatarla. Non di fatti si discute ma di opinioni, che sono il vestito fatto indossare al reale e all’irreale per meglio confonderli. Non alla realtà e alla ragione ci si apre, ma al sonno dell’ideologia. Una delle cose eccelse che ha detto Pascal riguarda il nostro correre dissennato verso i precipizi. Non è un correre inerte, fatalistico: individualmente, l’inerzia ha una sua nobile tristezza. È un affrettarsi colmo d’attivismo, di chiasso: «Noi corriamo senza preoccupazione nel precipizio, dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo» (Pensieri, 166-183). Precisamente questo accade, nell’odierno correre di tante democrazie: a cominciare dalla nostra.
Accade con l’Alitalia, in modo spettacolare e emblematico. Accade con il posto dell’Italia nel mondo: non solo quando si parla d’economia ma anche di tenuta delle istituzioni, di giustizia, di diritti dell’uomo. Accade con il nostro passato lontano e recente. L’esperienza dei governi Berlusconi l’abbiamo avuta ma contrariamente a quello che sperava Montanelli non ne siamo usciti vaccinati, come forse non siamo usciti vaccinati neppure dal fascismo. Non è solo l’anomalia del politico-imprenditore che nascondiamo alla nostra vista.
Sono interi segmenti di realtà che tanti s’ostinano a ignorare. Quel che costoro vedono sono le innumerevoli cose consolatorie che Berlusconi mette davanti agli occhi degli italiani perché non s’accorgano di come corrono, e verso dove. Che cosa non si vuol vedere, della realtà e dei suoi precipizi? In primo luogo: la piccolezza cui sono ormai ridotti gli Stati-nazione, specie in un paese, come il nostro, gravato da un debito che l’impiglia nell’impotenza. L’Alitalia è emblematica perché l’idea che tanti se ne fanno è completamente distorta: non è una grande compagnia, anche se ieri lo fu. Spende cronicamente più di quello che guadagna, e nell’economia-mondo il suo peso è nullo.
A Friburgo, giovedì, Prodi ha parlato il linguaggio dei fatti e dell’Occasione da cogliere quando si è augurato che l’Alitalia possa «essere riammessa nel grande circuito internazionale delle linee aeree», e «partecipare al grande schema europeo del trasporto aereo». Da soli magari potremmo farcela, ma con sacrifici probabilmente ancora più grandi di quelli oggi previsti. La realtà che urge contemplare non è solo questa, come abbiamo visto: è la debolezza delle istituzioni italiane, dell’imperio della legge, della giustizia. È il pallore mortale d’una classe dirigente che non produce anticorpi pronti a sbarrare il cammino a chi fa politica privatizzandola per proprio tornaconto, e sistematicamente non edifica ma distrugge.
È stato necessario che intervenisse il Financial Times, per dire che Berlusconi, con il suo no a Air France, puntava semplicemente alla bancarotta d’Alitalia. In una democrazia solida è difficile che un imprenditore senza senso dello Stato e del bene comune vada al potere più volte, senza esser scartato prima di tentare o ritentare. Quanto alla fragilità delle istituzioni democratiche, i fatti creati dai governi Berlusconi parlano da sé. Le leggi ad personam sono un esempio.
Ma c’è anche quel che è accaduto nella caserma di Bolzaneto, tra il 20 e il 22 luglio 2001 dopo il G-8 di Genova. È una macchia che non sarà dimenticata, e il governo d’allora ne è responsabile. La recente requisitoria del pubblico ministero al processo su Genova è chiara: «Alla tortura si è andati molto vicini». Le violenze elencate non sono diverse da quelle praticate a Guantanamo o Abu Ghraib. Lo storico Marco Revelli ha ragione a concludere, scoraggiato, che il silenzio su Bolzaneto aprirà un baratro impaurente fra molti giovani e le istituzioni. Il modo in cui la requisitoria è stata banalizzata creerà la «fuoriuscita di un’altra Italia dall’Italia ufficiale» (il manifesto, 13 marzo 2008).
Ancora una volta, la realtà vien fatta evaporare. Il male non visto a Bolzaneto secernerà risentimento, odio: due passioni devastanti che non si sanano senza contemplarne le radici. Anche in questo l’Italia non è un caso a parte. In America, nel più importante discorso tenuto finora, Barack Obama ha invitato gli americani a guardare la realtà e i fatti prima di denunciare il rancore razziale di tanti afro-americani. Il rancore va condannato, ma al tempo stesso studiato alle radici: scoprendo ad esempio che la Costituzione non è gloriosa ma «incompiuta», che in America «esiste il peccato originale della schiavitù». Sempre andare alle radici è un imperativo: in economia, in politica, nella lotta al terrore. Sono tante le cose che alacremente ci mettiamo davanti per non vedere.
È ancora Pascal che parla di chi «crede di vedere quel che non vede affatto», e dell’immaginazione come «maestra dell’errore». L’immaginazione senza rapporto col reale non è meno deleteria dello spavento, e così come c’è una politica della paura c’è anche una politica dell’immaginazione falsa, che inganna e svia. Una politica che perversamente vede unite destre e sinistre estreme, nella storia di ieri e di oggi. L’immaginazione, diceva Malebranche, sovente si tramuta in folle du logis: in donna folle che si chiude in casa, nel suo logis. Il fascismo era di questa pasta, presuntuosamente credendo di poter fare in sé.
L’italianità è una fantasia, e tante altre cose lo sono, compresa la naturale bontà degli italiani. La forza irradiante della Chiesa è una fantasia, e non basta il gran rumore della conversione di Magdi Allam a occultarla. È fantasiosa anche la pretesa dei berlusconiani di rappresentare il Nord, o di quei politici locali che pretendono di rappresentare il personale Alitalia. I sindacalisti, nelle ultime ore, sono ben più vicini ai fatti di quanto lo sia Berlusconi. Il principio di realtà e dunque di responsabilità è nella loro storia. È questo principio che ieri ha spinto Epifani a dichiarare, in sintonia con gli altri sindacati, che «al momento esiste solo l’offerta Air France». E che, in ogni caso, «non ci vuole una soluzione nazionale ma una soluzione attenta agli interessi nazionali». Dell’immaginazione impazzita gran parte dell’Italia è malata, gravemente.
Se solo si svegliasse un attimo, vedrebbe le cose come sono: non il Paradiso che desidereremmo, ma i disastri che conviene evitare e gli inferni che prepariamo a figli e nipoti se non ci togliamo in tempo le bende dagli occhi. È più facile certo mentire e far pagare il conto alle generazioni future. Magari vinci anche un’elezione. Ma il precipizio non cambia posto: è nella sua natura restare lì dov’è.
Da La Stampa del 30 marzo 2008:
Bendati verso il precipizio, di Barbara Spinelli
4 commentiAssicurare il corretto svolgersi delle elezioni
Presupporre di vivere in un paese (quasi) civile non sempre risulta corretto. Anche alle luce degli ultimi avvenimenti giudiziari Antonio Pagliaro lancia un appello all’OSCE per il corretto svolgimento delle prossime elezioni in Sicilia. Da sostenere e divulgare
Nessun commentoAppello per la ricerca
Dal programma del Partito Democratico per le prossime elezioni: “Per il sistema universitario, occorre fermare la proliferazione delle sedi, favorire l’autonomia dei valutazione dell’Agenzia nazionale, ed internazionalizzare le nostre università, puntando sull’eccellenza. Vanno istituite borse di studio spendibili in qualsiasi università e bisogna rendere il progetto “Erasmus” veramente accessibile per tutti. Il Pd propone infine di garantire a 1000 giovani ricercatori italiani ad alto potenziale di lavorare “liberi” attorno alle loro idee”.
La storia degli ultimi due decenni ci presenta uno scenario internazionale in cui le economie mondiali hanno spostato il baricentro verso prodotti e processi ad alto contenuto di conoscenza, di fatto rendendo di primaria importanza il ruolo della ricerca e dell’alta formazione.
Le risorse investite in questi settori in tutti i Paesi evoluti ma anche (e persino in misura maggiore) in quelli cosiddetti emergenti (India, Cina, Brasile, etc.) sono aumentate in modo esponenziale e danno conto di una tendenza allo sviluppo di qualità ormai non più controvertibile realizzando quella che viene definita l’Economia della Conoscenza.
Per questo in Italia, forse per la prima volta dall’Unità politica del 1860, il problema dell’alta formazione e della ricerca scientifica si presenta non solo strettamente ma anche inestricabilmente connesso con quello del rilancio della propria competitività economica. Da più di quindici anni tutti gli indicatori mostrano non solo una progressiva flessione dei livelli
di crescita che, nella fase di trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale, avevano ridotto il divario tra il nostro Paese e le altre nazioni industriali europee, ma addirittura prospettano una tendenza al declino che ogni anno porta l’Italia ad allontanarsi sempre più dagli altri paesi Europei (che pure non rappresentano la punta dello sviluppo mondiale).
Quale ruolo possono giocare in questo scenario i protagonisti dei settori interessati? Scienziati, ricercatori e intellettuali quanto devono sentirsi coinvolti, e in quale modo possono provare a contribuire al recupero del nostro Paese su questo versante tanto delicato per le prospettive future di tutti noi?
In altri periodi della sua storia l’Italia ha visto il contributo fattivo di alcuni dei suoi scienziati. Dopo l’Unità d’Italia, quando, per esempio, un gruppo di matematici contribuiva a creare la rete della struttura pubblica di ricerca oppure quando un matematico fondava il Politecnico di Milano. All’inizio del secolo scorso, quando una personalità di spicco come Vito
Volterra, con una visione quanto mai attuale, delineava (assieme ad altri) la realizzazione di Istituzioni di Ricerca fortemente inserite nel contesto scientifico europeo e, allo stesso tempo, orientate e sensibili all’influenza e all’interconnessione con il mondo produttivo.
Analogamente, dopo i disastri della seconda guerra mondiale, scienziati come Edoardo Amaldi delineano un sistema ricerca moderno e aperto verso le ricadute di tipo produttivo.
Esperienze importanti che hanno avuto il merito di mantenere il nostro Paese a ridosso delle grandi nazioni europee nell’ambito dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni, ma che non sempre hanno trovato politiche rispondenti capaci di mettere a sistema le molte iniziative sparse.
Non è più tempo di politiche deboli nel settore della conoscenza. Il declino che oggi si intravede per il nostro Paese è figlio essenzialmente di questa incapacità di rendere prioritario un settore che in tutto il mondo è ormai riconosciuto come il settore strategico per eccellenza.
Non possono più bastare le iniziative dei singoli di valore e di buona volontà.
La politica deve assumersi tutta la responsabilità che le compete. E’ necessario che il Paese cambi il suo modello produttivo puntando sull’alta tecnologia e sostenendo tutti i settori che costituiscono la filiera che va dalla conoscenza di base alla produzione di innovazione.
Per questo è necessario uno sforzo di sistema in cui tutti gli attori si sentano coinvolti e indispensabili, incentivati a interagire e a concorrere. E tuttavia la parte preponderante tocca a chi ha la responsabilità di mettere in moto l’intero sistema.
Sul versante della scienza e della cultura è necessario che queste nuove politiche riconoscano che per produrre nuova conoscenza con il massimo di efficacia esistono alcune indispensabili e fondamentali regole di base. Per questo si devono concentrare energie per portare a compimento il modello che vede nell’indirizzo strategico il ruolo fondamentale della politica, nell’autonomia della ricerca la condizione essenziale per rendere al meglio il proprio straordinario contributo e nella valutazione terza la leva fondamentale per tenere il sistema in equilibrio e lontano dai rischi dell’autoreferenzialità e della inefficacia. E’ su queste basi che anche il sistema complessivo dell’innovazione e dello sviluppo economico e sociale del Paese potrà disporre dei necessari fattori di competenze e di qualità.
In questo quadro, gli scienziati e i ricercatori italiani hanno il dovere di chiedere alle forze politiche che si apprestano alla sfida per il Governo del Paese un impegno convinto e irrinunciabile per portare la Nazione fuori dai rischi del declino e restituire alle nuove generazioni un futuro che a tutt¹oggi appare ipotecato dalla miopia delle scelte che hanno relegato la
conoscenza ai margini dello sviluppo.
Primi Firmatari:
Pablo Amati (Università di Roma “La Sapienza”)
Aldo Amore Bonapasta (Istituto Struttura della Materia, ISM-CNR Roma)
Giorgio Bernardi (Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli)
Carlo Bernardini (Università di Roma “La Sapienza”)
Edoardo Boncinelli (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano)
Sergio Bruno (Università di Roma “La Sapienza”)
Marcello Buiatti (Università di Firenze)
Cristiano Castelfranchi (Università di Siena)
Elena Cattaneo (Università Statale di Milano)
Marcello De Cecco (Scuola Normale di Pisa)
Rino Falcone (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, CNR, Roma)
Stefano Fantoni (SISSA Trieste)
Sergio Ferrari (ENEA - Roma)
Renato Funiciello (Università di Roma III)
Pietro Greco (SISSA Trieste)
Giovanna Grimaldi (Istituto di Genetica e Biofisica, CNR, Napoli)
Angelo Guerraggio (Università dell’Insubria - Varese)
Margherita Hack (Università di Trieste)
Francesco Lenci (Istituto di Biofisica, CNR, Pisa)
Giovanni Marchesini (Università di Padova)
Rita Levi Montalcini (Premio Nobel per la Medicina)
Lucio Luzzatto (Istituto Toscano Tumori, IIT - Firenze)
Pietro Nastasi (Università di Palermo)
Elisa Molinari (Università di Modena e Reggio Emilia)
Giorgio Parisi (Università di Roma “La Sapienza)
Franco Pacini (Università di Firenze)
Giulio Peruzzi (Università di Padova)
Caterina Petrillo (Università di Perugia)
Settimo Termini (Istituto di Cibernetica “E. Caianiello”, CNR, Napoli)
Guglielmo Tino (Università di Firenze)
Glauco Tocchini-Valentini (Istituto di Biologia Cellulare, CNR Roma)
Carlo Umiltà (Università di Padova)
Giorgio Vallortigara (Università di Trento)
Per sottoscrivere:
www.osservatorio-ricerca.it
Qualche principio sull’economia e le tasse per le prossime elezioni
Segnaliamo questa interessante spiegazione sul tema della tassazione e dell’economia fatta da alcuni giovani studenti.
Sfata quache luogo comune e riesce a fare un po’ di chiarezza anche per coloro che non sono molto esperti della materia.
Da far conoscere ai tanti che parlano con limitata cognizione di causa…
La trovate qui
2 commentiPiccoli esempi di buona televisione
Dal programma del Partito Democratico per le prossime elezioni: “Dodicesimo e ultimo punto, superare il duopolio televisivo ed approdare alla tv nell’era digitale. Di qui al 2012 deve essere applicata l’assegnazione delle frequenze secondo le direttive europee e il rispetto delle sentenze della Corte costituzionale. Va messa subito mano alle nuove regole per il Governo della RAI, con l’introduzione di una Fondazione e un Amministratore unico. Occorre, infine, stabilire un fondo per la qualità dei programmi, destinando il 2% dell’intero fatturato pubblicitario al finanziamento di produzioni di qualità”.
Domenica scorsa è andato in onda su La7 uno speciale di “Niente di personale” di Antonello Piroso interamente dedicato alle vittime delle malavita.
Un esempio di come si può fare la buona televisione.
E’ stata una puntata vera, intensa, commovente.
Il conduttore si è fatto da parte per dare spazio alla voce e ai volti dei parenti di alcune (e purtroppo erano diverse decine) vittime della malavita organizzata, in rigoroso ordine alfabetico.
Come è nello stile della trasmissione, i vari interventi sono stati inframezzati da letture di altre testimonianze tratte da libri e giornali.
Al termine un ultimo intervento di Don Ciotti, in qualità di promotore di Libera, l’associazione che da anni sostiene i parenti delle vittime di tutte le mafie e lavora per il recupero dei beni sequestrati alla malavita.
Don Ciotti ha parlato di corresponsabilità, impegno, coerenza, credibilità, rispetto delle regole. Ha citato Norberto Bobbio dicendo “La vera democrazia vive di buone leggi, ma anche di buoni costumi”. Ha detto che noi tutti dobbiamo sporcarci le mani, a cominciare dalle piccole cose, dalla quotidianità.
Cito (trascrivendo dal video): “Come si fa a parlare di educazione alla legalità quando diamo dei cattivi esempi? Chi ha un ruolo e una responsabilità pubblica ha due istanze etiche a cui deve rispondere. Una personale, ma non basta: me la vedo con la mia coscienza. Ma chi ha un ruolo pubblico ha anche un’altra istanza etica, sociale, comunitaria: deve rendere conto alle persone. Ecco allora che diventa importante non dimenticarci che nel nome della legalità, una parola a volte stanca, celebrata, ma svuotata in molti contesti del suo vero valore e significato, c’è chi si è fatto le leggi per superare i loro intrighi, i loro affari, i loro problemi. Cattivi esempi hanno una cattiva imitazione perchè poi la gente dice: fan tutti così. Mio padre ha pagato le tasse, poi un colpo di spugna e hanno vinto ancora una volta i furbi.[...] E’ una società che deve fermarsi e interrogarsi.[...] La prima mafia da combattere è proprio quella delle parole perchè a parole di legalità ne parlano tutti, ma proprio tutti. Allora io vorrei accantonare un attimo questa parola che per me è veramente un contenuto profondo che non voglio che nessuno lo sporchi. Allora parliamo di assunzione di responsabilità, di una dimensione etica [...] L’etica è la corresponsabilità degli uni verso gli altri [...] il tuo impegno per costruire dei percorsi che danno dignità alle persone. [...] E la seconda parola molto pericolosa è quando si sente parlare della società civile. A parole tutti dicono di essere civili. Io preferisco parlare di una società responsabile perchè se no diventano parole che tutti usano ma che negli anni abbiamo svuotato del loro valore e del loro significato. E allora c’è un vocabolario che deve essere un po’ riscritto per dare veramente risposta concreta a questi volti, a queste persone. [...] Questa fatica di raccontarsi e di raccontare questa sera è stato il più grande dono in questo periodo di Pasqua che potesse essere fatto in questo nostro Paese.”
E io non penso che tutto ciò riguardi solo la malavita organizzata, perchè, come ha ricordato Don Ciotti, la mafia vive grazie alla compiacenza di un certo potere politico ed economico.
Quella serata è stata la dimostrazione di come si può parlare con serietà e professionalità di problemi gravi ed importanti senza urli e insulti, senza superesperti e opinionisti onnipresenti, senza ragazze scosciate e scollate.
Chi ha costruito la puntata ha fatto un grande lavoro, difficile, dal punto di vista tecnico ed emotivo, ma poi è rimasto in secondo piano per dare visibilità a chi purtroppo troppo spesso, dopo il clamore dei primi momenti, rimane nell’ombra a vivere il proprio dolore e il proprio impegno nella lotta alla mafia.
Invito chi non ha visto in diretta la puntata, ad andare sul sito http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=nientedipersonale
e visionare i filmati della trasmissione, disponibili per intero.
Sul sito, già dalla sera stessa, sono stati inseriti tanti commenti positivi di spettatori in cui la parola più ricorrente è “GRAZIE”.
E grazie dico anch’io a gente che fa il suo lavoro con serietà, impegno ed onestà e Don Ciotti da un lato e Piroso dall’altro l’hanno fatto.
Maria Teresa Vaccari
Nessun commentoForlimpopoli porta a porta, come detto i conti tornano
Lunedì 17 febbraio si è tenuta a Forlimpopoli la commissione speciale sul Porta a Porta (il sottoscritto ne fa parte). La commissione della resa dei conti, dove sono stati sviscerati i dati presenti nella relazione del Dr. Ing. Alfonso Andretta, il tecnico bolognese super parte individuato da ATO FC per dirimere la questione inerente il costo del PaP nel nostro comune.
Alcuni dati chiarificatori. Forlimpopoli, abitanti 12.511 su un territorio di 24,46 Km², con una densità abitativa di 511,49 ab/ Km². Obiettivo della sperimentazione 53,3% di RD (raccolta differenziata), risultato consolidato 68,6% (la partenza era al 29%).
Il dato più strepitoso, ed in definitiva la vittoria del PaP è contenuta in tre somme all’interno della voluminosa relazione del DR. A. Andretta, una relazione di 104 pg ricchissime di cifre, costi, valutazioni, ecc.
Piano di ATO 2008 € 1.366.211,00
Stima dei costi di HERA PaP 2008 € 1.540.220,90
Stima ATO per PaP 2008 (relaz. Dr. A. Andretta) € 1.382.878,52
Come detto, il dato strepitoso è che la relazione di Andretta rispetto a quella stimata nel piano ATO, è superiore di soli € 16.667,52 pari circa ad un più 1,22%. Mentre la cifra stimata da HERA era superiore di € 157.342,38 che corrisponde a circa un più 10,22%.
E’ evidente a tutti che un più 1,22% non corrisponde neppure lontanamente all’aumento annuale del tasso di inflazione.
Meglio di così non poteva andare perché si è dimostrato che anche nel nostro territorio il PaP è economicamente compatibile con la società che abbiamo (HERA), e che l’indice di gradimento dei cittadini è elevatissimo.
Inoltre HERA ha dimostrato di accettare queste conclusioni senza batter ciglio, senza fiatare!
L’Ing. Andretta, inoltre, individua molti altri punti in cui sarebbero possibili diverse economie ma ora come ora non è possibile valutare poiché HERA fornisce dati aggregati difficili da sviscerare.
All’inizio di quest’avventura era difficile preventivare un risultato del genere, ma la perseveranza del nostro Sindaco, Paolo Zoffoli, del Consiglio Comunale, maggioranza ed opposizione, ma anche dei tecnici di ATO l’ha spuntata su HERA.
Tuttavia come già espresso in questo Blog, mi rimane un po’ di amaro in bocca.
Perché dico questo? Perché ciò che è rimasto impresso nei cittadini e nei sindaci della nostra provincia sono le affermazioni sulla stampa del Presidente Massimo Bulbi, quando all’incirca due mesi fa annunciò che il PaP, sì, andava fatto, ma purtroppo costava il 10% in più. Tali affermazioni hanno di fatto ingessato l’onda positiva di entusiasmo derivante dalla sperimentazione del PaP a Forlimpopoli.
Ora che il tecnico da lui nominato, in qualità di Presidente di ATO, dimostra che la differenza è solo dell’1,22%, perché non lo dichiara sulla stampa?
Siamo in campagna elettorale, sarebbe una gran mossa mediatica, e dimostrerebbe ai cittadini che, e quando si lavora bene i risultati non mancano. Perché tarda quest’intervento.
Voglio aggiungere anche un’altra piccola considerazione. Piccola ma incisiva dal mio punto di vista.
Anche nel caso in cui il PaP fosse costato il 10% in più come richiesto da HERA questo non sarebbe stato un problema. Perché? Perché sarebbe bastato che i sindaci, soprattutto quelli delle grandi città, Masini e Conti, avessero rinunciato a parte dei dividendi di HERA per reinvestirli nel settore dei rifiuti. In fondo è quello che molte società pubbliche, e non, normalmente fanno.
Collinelli Andrea
2 commentiAccertare le responsabilità politiche su Bolzaneto
Le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 e l’accellerazione nella relaizzaizone delle infrastrutture italiane,sono i temi su cui Walter Veltroni da Lodi e poi da Piacenza, durante il Giro dell’Italia Nuova, ha voluto concentrare la sua attenzione.
Due argomenti diversi, apparentemente senza alcun legame tra di loro, ma che invece, ad una attenta valutazione, sono il comune denominatore di un’Italia decadente senza alcun controllo. Da un lato l’incredibile episodio di Bolzaneto, durante il G8, dall’altro la lentezza della burocrazia italiana.
Veltroni è voluto tornare su Bolzaneto, la caserma della Polizia dove si perpetrarono violenze e soprusi: “E’ intollerabile quanto accaduto a Bolzaneto e non può essere accettato in uno Stato Democratico. Nessuna coscienza democratica può rimanere inerte di fronte alle notizie che arrivano dalla vicenda drammatica di Bolzaneto”.
Su quei fatti gravissimi, su quei giorni in cui l’immagine solare dell’Italia veniva oscurata dai continui fotogrammi di violenza e di sangue ai danni di persone innocenti.
trasmessi dalle televisioni di tutto il mondo, radunate a Genova per quella che doveva essere un’occasione speciale.
Da pochi giorni Genova è tornata alla ribalta della cronaca italiana, in quanto sono state emesse le richieste di rinvio a giudizio: per i 44 imputati sono stati richiesti complessivamente 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Solo per uno dei 45 imputati è stata chiesta l’assoluzione; le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione.
Veltroni prende spunto da quegli accadimenti per tornare a parlare di legalità e giustizia, tra i principali doveri che ogni cittadino deve rispettare: “Penso sia giusto capire, aggiunge Veltroni, se vi siano state responsabilità politiche nel dare gli indirizzi che sono stati applicati”.
Nonostante l’amarezza e la determinazione delle sue dichiarazioni, Veltroni non dimentica però il lavoro prezioso di chi si spende per la sicurezza degli italiani.
“Penso che tutta l’Italia debba una grande riconoscenza a tutti coloro, Polizia, Carabinieri, Forze dell’Ordine, che hanno lavorato e si sono sacrificati per la sicurezza del Paese. Su questo, aggiunge, non ci deve essere nessuna intermittenza”.
Diritti umani. Da Lodi Veltroni ha ricordato come il PD auspica la ratifica immediata della convenzione dei diritti umani che prevede il reato di tortura. Una ratifica importante, per la tutela della legalità e del principio dell’applicazione dei diritti fondamentali di ogni persona.”
“Convenzione - ha ammonito - che deve prevedere anche nel nostro Paese la negazione della possibilità della tortura perché in qualche caso si è arrivati a livelli di violenza intollerabili”.
Saper cogliere le occasioni è una capacità, ma soprattutto una volontà
Bologna, 15 mar. - (Adnkronos) - “Un sito di un partito politico fatto anche dai cittadini e completamente aperto al dialogo con i rappresentanti politici del territorio”. Cosi’ il segretario provinciale del Pd di Bologna, Andrea De Maria, e il responsabile dell’informatizzazione del partito, Luca Foresti, hanno presentato oggi il nuovo portale del Pd di Bologna, attivo all’indirizzo ‘www.pdbologna.org’. Il sito web, realizzato grazie all’impegno di oltre 60 volontari, che in due settimane, riuniti in piccoli gruppi, hanno lavorato sfruttando le risorse ‘open source’ e spendendo solo 65 euro, e’ nato da un’idea del gruppo sulla comunicazione del Pd di Bologna coordinato dal prorettore dell’Universita’ felsinea Roberto Grandi.
4 commentiLa città, gli spazi pubblici, i beni comuni
I termini usati per definire questo incontro ci suggeriscono già l’obbiettivo fondamentale di un dibattito sulla città del nostro tempo, cioè il recupero di una concezione democratica dello spazio pubblico e della città (intesa anche semplicemente come comunità locale) come principale campo di esercizio di una cittadinanza attiva e responsabile.
Ma parlare di città implica ormai la necessità di allargarsi ad una dimensione mondiale, senza la quale sfuggono i fenomeni maggiori.
Il nostro mondo urbanizzato, descrizione del fenomeno, dati quantitativi generali
Partiamo da due notizie recenti:
1° - a livello mondiale, la popolazione urbana è ora, prima non era così, numericamente superiore a quella rurale, la città ha superato la campagna anche quantitativamente.
2° - due giorni fa, 2 miliardi di persone sono state coinvolte, in vario modo, dal concerto “Live Earth”, evento unitario benché svolto nei palchi di 9 città distribuite in tutti i continenti.
Cosa è “mondo”, cosa è “città”, quale fenomeno stiamo osservando?
Un grande, appassionato osservatore del mondo, Ryszard Kapuscinski, recentemente scomparso, osservava questo dato di fatto traendone queste considerazioni:
<<…. guardiamo due mappe del mondo: inizio ‘900, pochi stati indipendenti, una decina di imperi coloniali, colonie, 90% della popolazione mondiale risiede nelle campagne; fine ‘900, 180 stati indipendenti (almeno formalmente), decolonizzazione totale (seppure sovvertita da orme di controllo complesse e meno visibili); questa trasformazione ha aperto la strada ad un nuovo processo di civilizzazione, ad una migrazione dalle campagne alle città di proporzioni planetarie, oggi il 50% della popolazione mondiale risiede nelle città. Ci sarà una nuova stratificazione del mondo: gli abitanti dei paesi ricchi, con servizi ben strutturati; quelli dei paesi poveri, alla cui fame non si trova soluzione; una nuova categoria di individui o società, i “new gipsies” (quelli privi di radicamento territoriale), che vivranno parassitariamente sulle opportunità della civiltà tecnologica, che sfrutteranno in modo aggressivo, aculturale, nell’ottica del puro scambio.. L’equilibrio fra queste condizioni è instabile, già è in atto la marcia dei popoli dei paesi poveri verso la società affluente. Comprendere la trasformazione è difficilissimo: tutto avviene troppo in fretta, non sedimenta; tutto ciò che fa dato da trattare aumenta smisuratamente, le informazioni, in particolare, sono in dosi tali che è impossibile utilizzarle razionalmente; gli scenari evolutivi sono irti di contraddizioni e irrazionali; mancano criteri di giudizio dei fenomeni, le ideologie in crisi non sono state rimpiazzate da gerarchie di valori riconosciute e generalizzate.>>
In sintesi, negli ultimi 50 anni sono successi fenomeni politici e sociali di entità mai prima registrata, in un contesto di impossibilità di gestire il fenomeno e di inquadrarlo razionalmente in un modello consolidato.
In termini quantitativi e approssimati: oggi nel mondo siamo circa complessivamente 6.6 md di persone contro i 2.5 md di 50 anni fa (2.6 volte in più); la popolazione urbanizzata è quindi oggi di poco oltre i 3.3 md, 50 anni fa era meno di 800 ml (4.1 volte in più).
Il fenomeno riguarda soprattutto i paesi in via di sviluppo, che a inizio ‘900 fornivano il grosso del 90% di popolazione rurale, e di conseguenza abbiamo che dalla classifica delle 20 città più popolate del mondo escono molte grandi capitali europee e entrano megalopoli dell’America Latina, di Cina e di India.
I nostri modelli di mondo, città, ambiente rurale, di paesi affluenti e di paesi in via di sviluppo vanno chiaramente rimodulati sulla nuova realtà (a rischio di non essere abbastanza svelti a seguire i cambiamenti): pensiamo un attimo cosa significa che 2 md di persone (30% della pop mondiale, ma oltre il 60% della popolazione urbana, quindi con una incidenza che denuncia un travalicamento del rapporto città/campagna), abbiano seguito in contemporanea, per 24 h, una unica serie di concerti svolti concretamente in varie parti del mondo, ma comunque resi accessibili in qualunque parte del mondo, fra l’altro socialmente, culturalmente e territorialmente decontestualizzati.
Caratteristiche del fenomeno: le principali città, le problematiche energetiche, il controllo politico
La sociologia urbana era riuscita a definire la città, grosso modo, in base ad alcuni parametri socio-culturali: densità e compattezza della popolazione, eterogeneità sociale, stile di vita più colto e, se vogliamo, più “laico”, predominanza culturale ed economica sul territorio circostante.
Vediamo cosa succede in questa città mondiale, in cui questi parametri scompaiono, anzi, certi parametri che la contraddistinguono sono paradossali. Cito i dati prodotti in occasione dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia (si potrebbero citare altri dati, più catastrofici – pensiamo che tipo di anagrafe può esistere in certi contesti – ma ho preferito una fonte omogenea e già filtrata).
Tokyo, 35.2 ml, sorge per il 40% del territorio su terreni colmati utilizzando i rifiuti urbani, produce una isola di calore che modifica il microclima, è servita da 18 aeroporti.
Mumbai, 18.2 ml, fra 50 anni dovrebbe avere 40 ml ab, il 92% del lavoro è informale, il 50% degli alloggi è senza servizi igienici.
Shanghai, 14.5 ml, +5 ml di popolazione fluttuante, ha un tasso di sviluppo economico incontrollabile, ha costruito 3000 grattacieli negli ultimi 10 anni.
Barcellona, 4.8 ml, ha un programma di 100.000 alloggi in 10 anni, in 15 anni ha incrementato il trasporto pubblico del 46%.
Londra, 8.5 ml, 700.000 nuovi arrivi entro il 2015, già oggi il 95% degli abitanti arrivati nell’ultimo decennio non è nato in Inghilterra.
Johannesburg, 3.3 ml, 16% famiglie vivono in una unica stanza, è contornata da insediamenti informali di cui la sola Soweto conta 4 ml ab.
San Paolo, 18.3 ml, 66% della popolazione ha età <20 anni.
Caracas, 2.9 ml, il 40% vive nelle baraccopoli abusive.
Città del Messico, 19.4 ml, abusivismo edilizio al 60%.
Los Angeles, 12.3 ml, 20% sotto la soglia della povertà, 80% usa il mezzo privato per gli spostamenti quotidiani.
Il Cairo, 11.1 ml, 60% vive in strutture abusive, 100.000 persone abitano la “città dei morti”.
Istambul, 9.7 ml, è cresciuta di 9 volte in 50 anni, e avrà 1.5 ml in più entro 10 anni.
Le città italiane non concorrono in queste classifiche, c’è però un dato interessante riguardante Milano: in 4 ore di treno o di aereo, oggi può essere al centro di un territorio (con le relative implicazioni economiche) di 30 ml ab; basterebbe completare il sistema TAV previsto perché Milano diventasse uno dei centri focali di un territorio di 80 ml ab, nella parte più ricca e avanzata dell’Europa.
E’ chiaro che una città mondiale di queste dimensioni implica problemi di igiene, di sicurezza e di gestione democratica enormi, ed è anche mangiatrice di energia in gran parte proveniente da fonti non rinnovabili.
Per dare una idea del problema energetico, ricordiamo che allo stato attuale, se si portasse l’Africa ad usufruire di un livello italiano dei consumi elettrici procapite (che sono meno della metà di quelli USA), il fabbisogno energetico mondiale aumenterebbe di 5 volte.
Il bipolo mondo/città, globalità/identità, alcuni parametri per il futuro
Essendo questo il quadro di riferimento, se ne ricava che il mondo E’ nelle nostre città, siamo all’interno di un bi-polo interattivo della città intesa come luogo delle relazioni, che ha un estremo nella dimensione della globalità (internet, migrazioni, nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale, uso delle risorse energetiche, capillarità e complessità delle comunicazioni, degli scambi commerciali, livello di impatto degli avvenimenti anche lontani …) e l’altro in quella della specificità, quindi della identità.
Come ogni organismo vivente, la città ha bisogno di riconoscersi, di avere un sistema di riferimento forte che faccia dei propri spazi, dei propri miti, della propria cultura sociale, così come si sono stratificati nel tempo, un elemento di competitività e di presenza peculiare (deve godere di un “genius loci”).
Nello scenario della globalità, la città evolve in termini positivi se riesce ad attuare meccanismi di contaminazione/inclusione dello “straniero” (persone, culture, tecnologie), se riesce, anche tramite gli apporti esterni, a rifunzionalizzare costantemente il sistema delle relazioni entro città.
Si tratta di riscoprire gli spazi pubblici come luogo dei riti collettivi, di gestire il “conflitto” come fonte di opportunità e non di scontro, di instaurare un rapporto leale fra autorità e cittadini; e di dare spazio a quelli che saranno i cittadini di domani.
Una lettura: “le città invisibili” (1972)
Le città e la memoria: Diomira – pag15
Non si può non citare “le città invisibili” in una occasione come questa. Diomira è una cità della memoria, in cui si può essere riconosciuti, e in cui le esperienze precedenti “stratificano”.
In una intervista dell’epoca, alla domanda sulla metropoli, Calvino risponde: “E’ su questa immagine che il libro gravita, ne è il punto di partenza, nel senso che se mi sta tanto a cuore parlare della città è perché la vita urbana è diventata talmente disagevole che si sente il bisogno di interrogarsi su cosa è o dovrebbe essere la città per noi. E se la megalopoli non significhi proprio la fine della città, il suo contrario. Nel libro sfioro la futurologia apocalittica, ma il mio discorso è un altro. Una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice; le città future sono già contenute nelle presenti come insetti nella crisalide”.
Giuliano Preda, 10 luglio 2007
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