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Un nuovo partito per l’Europa

di Giorgio Ruffolo

Il salvataggio del Trattato di Lisbona non può nascondere lo sfinimento dell’impresa europea. Quel salvataggio ha impedito il fallimento del più grande disegno politico che il secolo XX ha lasciato in eredità al XXI. Come tale deve essere accolto con
sollievo. E ha ragione Giorgio Napolitano a sollecitarne la ratifica.

Ma è un fatto che la diplomazia sta esaurendo le possibilità di un sostanziale rilancio di quella grande impresa.

Quello che è in crisi, in Europa, è proprio il progetto europeo, nato dopo la guerra da motivazioni forti largamente condivise. Come si disse allora: il ricordo tremendo di Hitler e il terrore immanente di Stalin. A quelle subentrò presto una grande spinta economica: il successo ottenuto dall’abbattimento delle frontiere economiche nazionali, accompagnato - non bisogna dimenticarlo - dal sostegno decisivo del Piano Marshall. C’era anche, certamente, l’utopia concreta di Spinelli, confinato da Mussolini a Ventotene, che diede all’avventura europea un respiro storico. Ma senza quelle spinte “neurovegetative” quel disegno non avrebbe acquistato la forza che gli permise di superare le resistenze tenaci del nazionalismo e del protezionismo.

Sempre più ì vantaggi della progressiva integrazione economica hanno determinato le successive fortune di questa impresa per molti aspetti sorprendente e rivoluzionaria. La quale però non è stata accompagnata da un parallelo processo di legittimazione politica.

Questo divario è dovuto, sostanzialmente, alla debolezza di legittimazione sostanziale democratica, che la grande innovazione del Parlamento europeo è stata in grado di scongiurare solo in parte.

Il successo dell’integrazione, d’altra parte, ha creato una massa di beni comuni, una res publica sulla cui gestione i cittadini
dovrebbero esercitare una sovranità democratica. Ma non esistono strumenti di mobilitazione politica, partiti europei capaci di promuovere organizzare e rappresentare concretamente questa sovranità. Così l’Europa è apparsa sempre più, non una passione ma una convenienza.

Questa crisi di legittimità sostanziale non potrà risolversi attraverso nuovi sforzi diplomatici. C’è bisogno della pressione
vigorosa e costante di una nuova forza politica transnazionale.

Per molto tempo ho creduto e sperato che questa forza potesse essere il partito socialista europeo. Devo prendere atto del fallimento di questa speranza. Mi chiedo ora se il “bisogno” d’Europa non possa essere tradotto in domanda politica concreta da una formazione politica europea più vasta che raggruppi, oltre alle forze socialiste, quelle liberali democratiche e riformiste. E, rovesciando consapevolmente la mia posizione iniziale, mi chiedo se ciò che i socialisti non hanno saputo fare, fissati in un passato nazionalstatalista paralizzante, può farlo una forza più vasta che abbracci, nel Parlamento europeo un’area socialista liberale democratica e riformista. In tal caso la novità del partito democratico italiano, anziché una sottrazione, potrebbe essere una occasione di sviluppo di una più ampia forza politica transnazionale capace di riunire tutti coloro che si riconoscono nel progetto di una Repubblica europea, così come auspicato da Stefan Collignon in un suo libro recente.

Questa nuova formazione o coalizione o partito europeo potrebbe costituirsi in vista delle elezioni europee del giugno 2009. Essa potrebbe iscrivere come impegno concreto del suo programma comune una radicale riforma dell’Unione al di là di Lisbona affidata al Parlamento europeo in quella funzione costituente che fu auspicata nel 1979 da Altiero Spinelli e Willy Brandt.

Si aprirebbe così finalmente un percorso democratico per «scioglierel’antico nodo di contrastanti visioni del progetto europeo e far emergere una nuova volontà politica comune» raccogliendo così l’invito di Giorgio Napolitano davanti alla Università Humboldt di Berlino.

Tale riforma dovrebbe prevedere tra l’altro l’investitura diretta del Presidente della Commissione da parte dell’Assemblea sulla base dei risultati elettorali e l’accordo successivo del Consiglio dei ministri rovesciando in senso democratico la struttura costituzionale dell’Unione. La nuova formazione dovrebbe proporre il suo candidato alla Presidenza della Commissione prima delle prossime elezioni europee del 2009.

Qualora la proposta di riforma ed il metodo costituente per elaborarla ottenessero un voto popolare consistente o addirittura maggioritario, esse sarebbero investite di una legittimità ben più potente di qualunque stremata e faticosa convenzione intergovernativa. Si tratta di un approccio tipicamente “spinelliano” che consegna di colpo all’istituzione più
democratica dell’Unione, il Parlamento europeo, un ruolo politico centrale. E essenziale che il nuovo gruppo democratico del
Parlamento europeo abbia alle spalle un vero partito transnazionale dotato di una struttura e di una strategia.

La struttura. Una organizzazione permanente capace di irraggiare attorno a sé una vasta area di consenso, di formulare proposte, di governarne la gestione, di promuovere campagne, di organizzare le elezioni ma anche e soprattutto, di realizzare la costruzione di reti nei più diversi campi della realtà sociale: lingua, scuola, università, viaggi, informazione, arte, cultura. Insomma, la nervatura di una società europea inscritta nella coscienza e nelle opere dei cittadini europei.

La strategia. Una serie di proposte intese al riordinamento della governance mondiale: come, ad esempio, quella diretta ad affrontare il disordine monetario mondiale.

Da qualunque parte si proceda si incontra comunque, se si vuole rilanciare questa grande impresa storica, l’impasse del governo politico democratico.

Occorre dunque accumulare una massa critica di volontà capace di affrontare questa impasse. Un secondo messaggio di Ventotene? Non ci sono più Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, rinchiusi allora nell’isola del vento in un’Europa travolta dalla tempesta. Ci sono però, in un’Europa felicemente prospera e libera, persone dotate di prestigio intelligenza e volontà tali da lanciare credibilmente in un manifesto l’appello alla formazione del nuovo partito della repubblica europea.

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14 Commenti a "Un nuovo partito per l’Europa"

  1. Alessandro Pilotti 7 marzo 2008 23:52

    Giorgio Ruffolo ha militato fin da giovanissimo nel socialismo europeo. Dal 1994 per 10 anni è stato Parlamentare Europeo. Oggi, giustamente, amrcandosi da un dibattito un po’ feticistico Pse sì, Pse no, rompe gli indugi e chide il PD sia lo strumento per andare oltre al PSE.
    Nel PD ancora oggi c’è un’anomalia. Una parte dei parlamentari fa parte del gruppo socialista, una parte fa parte del gruppo democratic-liberale.
    In ognuno di questi due gruppi come ha fatto notare giustamente Ruffolo convivono delle anime nazionaliste e anime federaliste.
    Sarebbe bello, proprio per dinamizzare il sistema partitico europeo creare fin dal prossimo aprile un gruppo democratico al Parlamento di Strasburgo (bastano 20 deputati di 5 paesi) che in dialogo con il PSE e i liberaldemocratici ponga la questione del nuovo partito della repubblica europea.
    Ruffolo ha ragione. Il PD deve essere un partito per l’Europa. Solo così farà la differenza.

  2. Thomas Casadei 9 marzo 2008 12:03

    Il giorno di Zapatero.

    La Spagna ha bisogno di una conferma del governo Zapatero per proseguire nella sua fase di sviluppo equo e per contrastare la violenza dell’Eta.

    L’Europa ha bisogno di una forza socialista, laica e progressista, intrisa di repubblicanesimo civico, come il PSOE a guida Zapatero.

    Il socialismo europeo necessita della presenza di una forza di governo innovativa e aperta al futuro come quella rappresentata dal governo Zapatero.

    Il Pd italiano per caratterizzare come forza di sinistra nuova non può prescindere dal dialogo stretto con Zapatero (ho molto apprezzato l’intervento di Veltroni su questo punto).

    Zapatero rappresenta al meglio un socialismo democratico e progressivo nuovo, che si intreccia alle migliori culture democratiche europee (dal cristianesimo sociale al liberalismo delle regole al repubblicanesimo civico) e che utilizza al meglio le nuove forme di comunicazione (la sua campagna elettorale incentrata sul lavoro di 600 cyber-progressisti costituisce un esempio a cui guardare con straordinaria attenzione).

    Speriamo che quest’oggi “il socialismo dei cittadini” si confermi forza di governo, per la Spagna, l’Europa, e anche per il Partito democratico italiano.

  3. maltoni maria 9 marzo 2008 19:11

    La questione degli assetti dei partiti della sinistra in ambito europeo, è una questione non solo nominalistica. Non a caso è stata oggetto di discussione anche nel corso dell’ultimo congresso DS. Ricordo al riguardo una accesa discussione in commissione elettorale, proprio sulla questione della adesione o meno dell’ancora non costituito PD , alla internazionale socialista.
    In effetti il quadro dei movimenti democratici in ambito internazionale è vario e l’ipotesi di creare un “raggruppamento “ che possa fare da ponte tra le forze che ancora si richiamano - anche nel nome- alla tradizione socialista e quelle democratiche tout court, anche se con una forte ispirazione sociale ( come deve essere il PD italiano) come propone Ruffolo è interessante.
    Indubbiamente è importante che tutte le forze che si richiamano alla sinistra si rafforzino, anche per procedere in questa direzione, dopo le vittorie della destra conservatrice in alcuni paesi. Per questo motivo è particolarmente importante il test elettorale spagnolo. Le notizie di agenzia di poco fa, davano un calo dell’affluenza, speriamo che questo non danneggi il risultato del premier Zapatero, dopo che l’attentato terroristico di questo giorni ha già messo a dura prova la Spagna. Anche nella logica di interventi legislativi nel segno della laicità dello stato e dei diritti civili, l’esperienza del governo Zapatero è fondamentale per l’Europa, perciò non possiamo che augurarci che il risultato vada in quesa direzione

  4. maltoni maria 9 marzo 2008 23:11

    I risultati che si sono registrati in Spagna, dove il PSOE ha aumentare i consensi rispetto alle elezioni precedenti ed anche in Francia, dove il primo turno delle elezioni politiche amministrative, non pare affatto favorevole al neopresidente Sarkozy, mi confortano sulle possibilità di ripresa della sinistra in Europa.
    Infatti, soprattutto in Spagna dove la sinistra è al governo e dove per certi versi si è assistito allo stesso modello di “attacco” da parte delle gerarchie ecclesiastiche, così come sta avvenendo in Italia , è significativo questo risultato. Vuol dire che le persone hanno iniziato a ragionare con la propria testa e che non sono strumentalizzabili più di tanto. Vedere Zapatero ringraziare gli elettori, dopo che la destra ha immediatamente riconosciuto la sconfitta, in un mare di bandiere rosse ( e sì, forse in questo PD a volte c’è un po’ troppo bianco e verde ! ) mi commosso profondamente e mi ha fatto sperare che sarebbe bello davvero, tra un mese , poter festeggiare così in Italia.
    Diversa la situazione francese, dove ormai da mesi non si discute più di politica, ma i media sono stati dominati dalle cronache più o meno rosa, riferite alla situazione sentimentale del presidente, con uno stucchevole effetto di saturazione. Questo indubbiamente ha fatto recuperare interesse per la proposta politica dei socialisti, nonostante i guai della sconfitta presidenziale.
    Mi auguro che ciò faccia capire al nostro PD, in caso di vittoria, che i programmi sono da attuare, magari in poche cose, ma chiare e corrispondenti a quanto si era definito in campagna elettorale. Resta in ogni caso l’esigenza di una gestione più trasparente, anche perché le questioni legate alle vicende delle candidature, anche in ambito non locale - a quanto si legge dai giornali - sono state un elemento di conflittualità non da poco e che hanno revocato forti tensioni.

  5. Thomas Casadei 10 marzo 2008 00:13

    dal sito nazionale

    Se puede hacer
    [Si può fare] la Spagna promuove Zapatero

    Mettendo insieme il voto spagnolo e quello amministrativo francese si può dire, anche con uno sguardo agli Usa, che comincia a spirare un vento nuovo.
    (Walter Veltroni)

    Il vento nuovo può spirare, il Partito democratico deve però rappresentare le ragioni della sinistra nuova, un modo per contribuire a dare futuro alle forze progressiste europee, democratiche e socialiste. E certo con uno sguardo agli Stati Uniti. Perchè il pensiero unico possa essere criticato dall’interno, e nuove prospettive di giustizia sociale dischiuse.

  6. Alessandro Pilotti 10 marzo 2008 00:33

    Se siente, se siente, Zapatero Presidente!
    Mi piacerebbe che Realacci, il nostro Responsabile Comunicazione analizzasse approfonditamente la ottima campagna di Bambi per migliorare la non sempre efficace sul piano pubblicitario, la campagna di Veltroni.
    Ecco il mosaico di slogan di Zapatero (ovviamente di carattere assertivo e senza negazioni)
    POR TODO LO LOGRADO
    COMPROMETIDOS CON LA IGUALDAD
    NO ES LO MISMO
    SONAR CON LOS PIES EN LA TIERRA
    VIVIMOS JUNTOS, DECIDIMOS JUNTOS
    VOTA CON TODAS TUS FUERZAS

    La traduzione letterale

    Per tutto quanto raggiunto
    Compromessi (con il doppio significato di impegnati) con l’uguaglianza
    Non è lo stesso
    Sognare con i piedi per terra
    Per tutto ciò che vale la pena
    Viviamo insieme, Decidiamo insieme
    Vota con tutte le tue forze

  7. cicciomassimo 12 marzo 2008 21:25

    Scusate forse c’è un problema col sondaggio. Il numero dei votanti e il numero di voti calcolati non coincidono.

  8. Simone Morgagni 12 marzo 2008 21:30

    Tra qualche ora sarà tutto a posto.

    C’è stato qualcuno di estremamente poco furbo che ha tentato inutilmente di modificare i risultati in maniera molto poco intelligente e per niente furba.

    Giusto il tempo di controllare tutto come si deve e verrà pubblicato un comunicato a proposito.

  9. cicciomassimo 12 marzo 2008 22:08

    Certo che per batterci le provano tutte!!!!!!! :)

  10. Thomas Casadei 17 marzo 2008 22:47

    Il valore della *sobrietà*

    Veltroni: “Basta parlamentari più pagati”.

    Non possiamo più stare in un paese con gli stipendi più bassi e le retribuzioni dei parlamentari più alte del resto d’Europa - osserva Veltroni - dobbiamo unificare le retribuzioni dei parlamentari agli altri paesi europei”. E non perché “sono tentato dall’antipolitica, ma perché la politica deve recuperare sobrietà ed efficienza”.

  11. patrizia barducci 20 marzo 2008 00:17

    sarà demagogico,ma io questo pensiero me lo porto dentro da tanto tempo, e ritengo che sia profondamente poco etico che chi ci rappresenta debba avere tutti quei privilegi,mentre chi porta avanti tutti i giorni con dignità,professionalità,correttezza,il proprio lavoro che fa da sfondo e da sostrato alla vita del paese,non abbia riconosciuti gli elementari diritti ad un adeguamento stipendiale,non abbia riconosciuto la certezza del lavoro,non abbia riconosciuto la sicurezza nel proprio lavoro,debba salire e scendere scale per chiedere,cercare in interet una speranza,vedersi sbasttuto la porta in faccia,sentirsi negata la possibilità di sperare di autodeterminare la propria esistenza e darvi un senso anche col lavoro.Cambiare si può,sperare anche si può..l’italia non ha bisogno di rialzarsi…si alza tutte le mattine…è la politica che si deve rialzare..dagli scranni..per andare a toccare con mano dove pulsa la vita..cominciando a rispettare chi lavora.

  12. Antonino Leone 26 aprile 2008 04:25

    Sono stati commessi molti errori in quanto tutte le scelte anche quelle meno opportune sono state effettuate al centro. Sono stati candidati molte persone, si di valore, ma che non rappresentano il territorio. E’ possibile che nel pianeta le oganizzazioni cambiano con la globalizzazione che valorizza le comunità locali, il decentramento e le decisioni prese in periferia e noi ancora continuiamo a mantenere in piedi una struttura centralizzata che tutto decide. Occorre stabilire delle articolazioni territoriali che tengano presente i problemi delle aree che presentano caratteri omogenei. Per questo si parla del PD del Nord non come motivo di divisione o di frammentazione istituzionale ma come opportunità per dare delle risposte politiche ad una area tra le più sviluppate del Nord. Questo non significa escludere altri ambiti territoriali che presentano problemi di natura diversa. Pensiamo al Sud: criminalità, disoccupazione, mancato sviluppo. Tutti problemi a cui bisogna trovare una soluzione con la partecipazione responsabile delle comunità periferiche. Perchè bisogna gestire il PD in solitudine? I cittadini vogliano contare e co-creare valore e strategie per le comunità. Oggi nel mondo delle imprese vi è la partecipazione dei consumatori alla creazione del prodotto e del valore (prosumer). Perchè non adeguiamo la nostra struttura a quello che avviene nel mondo delle organizzazioni?
    Sul mio blog vengone trattati alcuni temi che interessano il partito
    http://cambiamentoorg.blogspot.com/
    Antonino Leone

  13. Maria Maltoni 8 maggio 2008 11:37

    Acuta ed inquietante l’analisi di Ruffolo, non lascia spazio a facili ottimismi. Ma d’altra parte se non si riparte da una analisi seria ed approfondita, del perchè le ragioni della sinistra, che a noi sembrano ovvie ed universalmente condivisibili, non fanno braccia nell’elettorato, non ne usciremo mai fuori e soprattutto, non torneremo mai a “rivincere” .

    Indubbiamente il fatto che le persone si rapportano alla società in quanto consumatori – e non più solo come lavoratori o produttori- è l’elemento centrale. Il livellamento nella tensione a raggiungere stili di vita “consumistici” , parallelo a quello culturali sui medesimi valori, è una delle cause prime della perdita di senso di una battaglia di “sinistra” , che per molti non è più comprensibile se vista con i vecchi schemi della contrapposizione tra lavoro salariato e capitale.

    Anche perché in epoca di economia globale, la competizione rischia di diventare tra lavoro salariato nazionale , garantito da diritti sanciti costituzionalmente, e lavoro svolto in condizioni di sfruttamento totale o quasi all’estero ( o da clandestini stranieri in Italia come spesso accade).

    Non è facile certo, contrapporre valori “moderni” al populismo ed all’individualismo della destra così come li definisce perfettamente Ruffolo nella sua analisi, ma è l’unica strada possibile.

    Per esempio, ridare valore alla solidarietà, non intesa solo in senso astratto, ma concreto ( valore più proprio e praticato dal mondo cattolico che non dalla sinistra in quanto tale) , riformulando un nuovo “umanesimo “. Per fare un solo esempio, tra le priorità del governo Prodi avrebbe dovuto esserci la modifica della Bossi-Fini, ma ciò non è accaduto, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi, in termini di esplosione del problema integrazione.

    Non è casuale che l’incapacità di leggere le modificazioni sociali, porti ad individuare priorità sbagliate, è quello che è accaduto anche in Inghilterrà con le recentissime elezioni amministrative, anche se per fortuna per loro c’è ancora spazio di recupero. Parlando in questi giorni con amici romani e commentando , inevitabilmente, la vittoria della destra anche in Campidoglio, mi facevano notare come la sconfitta alle amministrative, era già scritta nel nuovo piano regolatore di Roma. Un piano che prevedeva tantissime nuove costruzioni, ma pochissima edilizia “popolare”, situazione a fronte della quale ben poco è valso il tentativo di recupero fatto da Rutelli, in fase conclusiva , con la promessa di contributi sui mutui casa. Nello stesso tempo il comune investiva moltissimo, su una iniziativa solo d’immagine, quale quella voluta da Veltroni sul cinema. Si tratta perciò di individuare priorità che diano risposte a bisogni reali. Non perché bisogni più “consumistici”in società avanzate non lo siano ( purtroppo spesso diventano reali anche i bisogni indotti) ma perché bisogna fare scale di priorità ed iniziare a costruire modelli culturali nuovi. Non mi piace usare il termine egemonia culturale , perché rimanda ad una analisi, quella gramsciana che esula dalla mia formazione politica, ma il senso è questo. Pensare a valori condivisibili, accompagnati da processi di democratizzazione economica e sociale, che ci accompagnino verso un futuro diverso, non solo per il nostro paese, ma anche per quelli le cui economie oggi sono quelle che in buona parte mettono in crisi la nostra.

    Maria Maltoni

  14. Alessandro Pilotti 15 giugno 2008 08:53

    Io sono ammutolito da venerdì per il referendum irlandese. Condivido quanto ha detto Maria e preferisco esprimere il mio pensiero con le parole sempre illuminanti di Barbara Spinelli

    La Stampa, 15/6/2008

    Le false favole europee

    di Barbara Spinelli

    Quasi tutte le parole che descrivono la bancarotta del referendum irlandese sull’Europa suonano false e fanno pensare a quel che Macbeth dice del mondo, quando viene a sapere che la sposa è morta: come la vita, anche le parole sono «una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla». Non significa nulla lamentare con enfasi la democrazia assente nell’Europa, la sua lontananza dai popoli, perché l’Unione non è uno Stato pienamente funzionante, con cui i popoli sono in vero rapporto dialettico. È un edificio ancora da fabbricare o comunque completare, anche se le nostre società sono già europeizzate e le leggi nazionali soggiacciono in larga misura a quelle comunitarie. Il Trattato di Lisbona non è d’impedimento alla democrazia e anzi l’accentua notevolmente, coinvolgendo più che in passato il parlamento europeo e anche i parlamenti nazionali. Gli avversari odierni del trattato, come quelli che osteggiarono la costituzione nel 2005, lo sanno alla perfezione ed è contro questi miglioramenti che si battono. Si battono contro l’accresciuto potere di decisione affidato al parlamento europeo in 40 nuove politiche, e perfino contro la maggiore influenza dei deputati nazionali. Lottano contro la votazione diretta dei futuri presidenti della Commissione: pur proponendoli, gli Stati devono, secondo il trattato, tener conto degli equilibri creatisi nelle elezioni europee. E’ una favola che non significa nulla dire che l’Europa viene regolarmente bocciata perché non ha peso su questioni cittadine vitali. Il trattato di Lisbona è colmo di difetti (ha cancellato la parola costituzione e i simboli di un soggetto politico nuovo) ma i progressi non sono trascurabili: il trattato unifica le politiche di sicurezza, immigrazione, terrorismo. In questi come in altri ambiti sostituisce all’unanimità il voto a maggioranza, il che vuol semplicemente dire che comuni politiche europee divengono realizzabili, come già accade nell’agricoltura, nel commercio, nella moneta. I propagandisti del No mentono sapendolo: denunciano un’Europa assente su immigrati o sicurezza, e uccidono la possibile sua presenza. Questo vuol dire che non vogliono affatto quello che pretendono. Vogliono preservare un potere, anche se ormai irrilevante. Come gli uomini impagliati di Eliot, hanno le mascelle spezzate di regni perduti: regni che si spengono «non già con uno schianto ma con un lamento». È una favola che non significa nulla ripetere, come automi addestrati, che l’Europa è incapace di comunicazione. Della comunicazione sono responsabili i comunicatori, i destinatari della comunicazione, e chi è in mezzo: i media. I referendum falliti segnalano che la catena non ha funzionato, che nelle mani del popolo è stato messo quel che politici e media non sanno maneggiare. Il giorno prima del voto irlandese, Rai 1 neppure nominava un referendum che riguardava 490 milioni di europei. Il giorno dopo era perentoriamente sapiente su quel che aveva ignorato. Molto spesso i plebisciti danno risposte a domande che nel quesito referendario neppure son formulate: è il motivo per cui democrazie memori di referendum liberticidi, come la Germania, li vietano. Non meno insignificante è la favola sull’identità europea inesistente: narrata da chi, dell’Unione, non scorge il nuovo, inedito incrociarsi tra locale, nazionale, soprannazionale. Tra costoro Marcello Pera: interrogato da Giacomo Galeazzi su La Stampa, piange l’Europa atea «giustamente punita». L’Europa è fatta di molte identità, lo dimostra proprio il referendum. In Irlanda hanno votato contro cattolici spaventati da aborto e eutanasia, ma anche anticapitalisti non religiosi. L’Europa sarà sempre più meticcia: l’intera sua storia è un Bildungsroman, un romanzo di formazione che ci educa al coesistere di più appartenenze (etniche, culturali, religiose). Obama somiglia a tale romanzo più di quanto gli somigli Pera. È insignificante poi la favola che indica colpe e difetti delle istituzioni soprannazionali di Bruxelles. Nel trionfo dei No non c’è un responsabile ma ce ne sono tanti, e Bruxelles è il meno colpevole. Responsabili sono Stati, partner europei e atlantici, classi dirigenti, elettori. Questi ultimi non vanno vituperati ma giudicarli non è blasfemo. Non significa nulla infine parlare di rottura e chiusura di un’epoca eroica. L’epoca eroica dell’Unione non è conclusa, i compiti oggi non sono meno grandi di quelli del dopoguerra. Ieri era questione di pace e guerra, dopo due smisurati conflitti. Oggi è questione del peso di questo continente nel mondo, della penuria planetaria di cibo ed energia, della catastrofe climatica, del conflitto fra culture. Ancora non è stata escogitata sul pianeta una costruzione politica capace di superare le inadeguatezze dei vecchi piccoli Stati-nazione, e l’invenzione dell’Europa resta un unicum esemplare. Non è dunque l’Europa federale che naufraga periodicamente ma l’Europa dei falsi Stati sovrani: a Parigi, L’Aja, Dublino. Rischia il naufragio anche a Roma, dove un cruciale partito governativo, la Lega, imita il No irlandese (anche se i partiti principali a Dublino erano per la ratifica). La divisione sull’Europa è ben più grave dei contrasti su Afghanistan e Usa nel governo Prodi, non fosse altro perché la disapprovazione di Bush è diffusa in America e nel mondo: l’elogio del «clima più costruttivo» fatto dal Quirinale suona come una critica gratuita a Prodi. I giornali che hanno dilatato per due anni tali contrasti hanno appena accennato all’offensiva leghista contro l’Europa. Una cosa poco promettente è che gli europei sembrano non imparare dalle crisi, nonostante quel che si dice su disastri e colpe felici. I disastri sono istruttivi solo per uomini con forte senso del futuro, del bene comune. Jean Monnet ad esempio diceva che «le crisi sono grandi opportunità»: di rompere col passato, di tentare il nuovo («Nulla è pericoloso come la vittoria», ripeteva). Alla Francia il referendum non ha insegnato molto. Pochi giorni prima del referendum, il ministro degli Esteri Kouchner ha vilipeso, sprezzante, gli irlandesi. Ha facilitato il No: per incompetenza, ignoranza, megalomania francese, come quando Chirac insultò gli europei orientali nel 2003. Comunicare bene e astutamente vuol dire parlar chiaro, ma non a vanvera. In realtà non siamo di fronte a una storia eroica che finisce ma a una grande illusione che continua. L’illusione che gli Stati-nazione possano farcela da soli, in un mondo dove ciascuno dipende dal vicino e dal lontano. L’illusione che sia sovranità autentica, quella che Stati promettono di custodire. Tale sovranità non esiste, l’Irlanda lo conferma. Il militante più potente dei No è un ricchissimo industriale, Declan Ganley, che s’è preparato dal 2007 fondando l’associazione Libertas. Libertas riceve finanziamenti ingenti da neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research Institute di cui Ganley - presidente di una ditta Usa specializzata in contratti bellici privati - è membro da anni: lo ha ricordato venerdì in un convegno parigino l’europeista liberal-democratico inglese Andrew Duff. Così come la natura, anche l’Unione ha orrore del vuoto. Quando non siamo noi a farla, è fatta da altri: in particolare, da chi teme l’Europa-potenza e vuol estrometterla. Eppure di tutte queste parole false sono tanti a bearsi, compiacendosi del nulla. Chi resiste come Giorgio Napolitano o la Commissione o Sarkozy e la Merkel dice che un’avanguardia deve insistere, e pragmaticamente proseguire le ratifiche. Saggio consiglio, ma tutt’altro che pragmatico. Qui urge ancora un po’ d’eroismo. I più determinati oggi non sono gli eroi ma i rinunciatari, i pavidi, gli uomini impagliati di Eliot: «La sanguigna marea s’innalza e ovunque / annega la cerimonia dell’innocenza; / i migliori mancano d’ogni convincimento, / mentre i peggiori son colmi d’appassionata intensità».

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