La città, gli spazi pubblici, i beni comuni
I termini usati per definire questo incontro ci suggeriscono già l’obbiettivo fondamentale di un dibattito sulla città del nostro tempo, cioè il recupero di una concezione democratica dello spazio pubblico e della città (intesa anche semplicemente come comunità locale) come principale campo di esercizio di una cittadinanza attiva e responsabile.
Ma parlare di città implica ormai la necessità di allargarsi ad una dimensione mondiale, senza la quale sfuggono i fenomeni maggiori.
Il nostro mondo urbanizzato, descrizione del fenomeno, dati quantitativi generali
Partiamo da due notizie recenti:
1° - a livello mondiale, la popolazione urbana è ora, prima non era così, numericamente superiore a quella rurale, la città ha superato la campagna anche quantitativamente.
2° - due giorni fa, 2 miliardi di persone sono state coinvolte, in vario modo, dal concerto “Live Earth”, evento unitario benché svolto nei palchi di 9 città distribuite in tutti i continenti.
Cosa è “mondo”, cosa è “città”, quale fenomeno stiamo osservando?
Un grande, appassionato osservatore del mondo, Ryszard Kapuscinski, recentemente scomparso, osservava questo dato di fatto traendone queste considerazioni:
<<…. guardiamo due mappe del mondo: inizio ‘900, pochi stati indipendenti, una decina di imperi coloniali, colonie, 90% della popolazione mondiale risiede nelle campagne; fine ‘900, 180 stati indipendenti (almeno formalmente), decolonizzazione totale (seppure sovvertita da orme di controllo complesse e meno visibili); questa trasformazione ha aperto la strada ad un nuovo processo di civilizzazione, ad una migrazione dalle campagne alle città di proporzioni planetarie, oggi il 50% della popolazione mondiale risiede nelle città. Ci sarà una nuova stratificazione del mondo: gli abitanti dei paesi ricchi, con servizi ben strutturati; quelli dei paesi poveri, alla cui fame non si trova soluzione; una nuova categoria di individui o società, i “new gipsies” (quelli privi di radicamento territoriale), che vivranno parassitariamente sulle opportunità della civiltà tecnologica, che sfrutteranno in modo aggressivo, aculturale, nell’ottica del puro scambio.. L’equilibrio fra queste condizioni è instabile, già è in atto la marcia dei popoli dei paesi poveri verso la società affluente. Comprendere la trasformazione è difficilissimo: tutto avviene troppo in fretta, non sedimenta; tutto ciò che fa dato da trattare aumenta smisuratamente, le informazioni, in particolare, sono in dosi tali che è impossibile utilizzarle razionalmente; gli scenari evolutivi sono irti di contraddizioni e irrazionali; mancano criteri di giudizio dei fenomeni, le ideologie in crisi non sono state rimpiazzate da gerarchie di valori riconosciute e generalizzate.>>
In sintesi, negli ultimi 50 anni sono successi fenomeni politici e sociali di entità mai prima registrata, in un contesto di impossibilità di gestire il fenomeno e di inquadrarlo razionalmente in un modello consolidato.
In termini quantitativi e approssimati: oggi nel mondo siamo circa complessivamente 6.6 md di persone contro i 2.5 md di 50 anni fa (2.6 volte in più); la popolazione urbanizzata è quindi oggi di poco oltre i 3.3 md, 50 anni fa era meno di 800 ml (4.1 volte in più).
Il fenomeno riguarda soprattutto i paesi in via di sviluppo, che a inizio ‘900 fornivano il grosso del 90% di popolazione rurale, e di conseguenza abbiamo che dalla classifica delle 20 città più popolate del mondo escono molte grandi capitali europee e entrano megalopoli dell’America Latina, di Cina e di India.
I nostri modelli di mondo, città, ambiente rurale, di paesi affluenti e di paesi in via di sviluppo vanno chiaramente rimodulati sulla nuova realtà (a rischio di non essere abbastanza svelti a seguire i cambiamenti): pensiamo un attimo cosa significa che 2 md di persone (30% della pop mondiale, ma oltre il 60% della popolazione urbana, quindi con una incidenza che denuncia un travalicamento del rapporto città/campagna), abbiano seguito in contemporanea, per 24 h, una unica serie di concerti svolti concretamente in varie parti del mondo, ma comunque resi accessibili in qualunque parte del mondo, fra l’altro socialmente, culturalmente e territorialmente decontestualizzati.
Caratteristiche del fenomeno: le principali città, le problematiche energetiche, il controllo politico
La sociologia urbana era riuscita a definire la città, grosso modo, in base ad alcuni parametri socio-culturali: densità e compattezza della popolazione, eterogeneità sociale, stile di vita più colto e, se vogliamo, più “laico”, predominanza culturale ed economica sul territorio circostante.
Vediamo cosa succede in questa città mondiale, in cui questi parametri scompaiono, anzi, certi parametri che la contraddistinguono sono paradossali. Cito i dati prodotti in occasione dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia (si potrebbero citare altri dati, più catastrofici – pensiamo che tipo di anagrafe può esistere in certi contesti – ma ho preferito una fonte omogenea e già filtrata).
Tokyo, 35.2 ml, sorge per il 40% del territorio su terreni colmati utilizzando i rifiuti urbani, produce una isola di calore che modifica il microclima, è servita da 18 aeroporti.
Mumbai, 18.2 ml, fra 50 anni dovrebbe avere 40 ml ab, il 92% del lavoro è informale, il 50% degli alloggi è senza servizi igienici.
Shanghai, 14.5 ml, +5 ml di popolazione fluttuante, ha un tasso di sviluppo economico incontrollabile, ha costruito 3000 grattacieli negli ultimi 10 anni.
Barcellona, 4.8 ml, ha un programma di 100.000 alloggi in 10 anni, in 15 anni ha incrementato il trasporto pubblico del 46%.
Londra, 8.5 ml, 700.000 nuovi arrivi entro il 2015, già oggi il 95% degli abitanti arrivati nell’ultimo decennio non è nato in Inghilterra.
Johannesburg, 3.3 ml, 16% famiglie vivono in una unica stanza, è contornata da insediamenti informali di cui la sola Soweto conta 4 ml ab.
San Paolo, 18.3 ml, 66% della popolazione ha età <20 anni.
Caracas, 2.9 ml, il 40% vive nelle baraccopoli abusive.
Città del Messico, 19.4 ml, abusivismo edilizio al 60%.
Los Angeles, 12.3 ml, 20% sotto la soglia della povertà, 80% usa il mezzo privato per gli spostamenti quotidiani.
Il Cairo, 11.1 ml, 60% vive in strutture abusive, 100.000 persone abitano la “città dei morti”.
Istambul, 9.7 ml, è cresciuta di 9 volte in 50 anni, e avrà 1.5 ml in più entro 10 anni.
Le città italiane non concorrono in queste classifiche, c’è però un dato interessante riguardante Milano: in 4 ore di treno o di aereo, oggi può essere al centro di un territorio (con le relative implicazioni economiche) di 30 ml ab; basterebbe completare il sistema TAV previsto perché Milano diventasse uno dei centri focali di un territorio di 80 ml ab, nella parte più ricca e avanzata dell’Europa.
E’ chiaro che una città mondiale di queste dimensioni implica problemi di igiene, di sicurezza e di gestione democratica enormi, ed è anche mangiatrice di energia in gran parte proveniente da fonti non rinnovabili.
Per dare una idea del problema energetico, ricordiamo che allo stato attuale, se si portasse l’Africa ad usufruire di un livello italiano dei consumi elettrici procapite (che sono meno della metà di quelli USA), il fabbisogno energetico mondiale aumenterebbe di 5 volte.
Il bipolo mondo/città, globalità/identità, alcuni parametri per il futuro
Essendo questo il quadro di riferimento, se ne ricava che il mondo E’ nelle nostre città, siamo all’interno di un bi-polo interattivo della città intesa come luogo delle relazioni, che ha un estremo nella dimensione della globalità (internet, migrazioni, nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale, uso delle risorse energetiche, capillarità e complessità delle comunicazioni, degli scambi commerciali, livello di impatto degli avvenimenti anche lontani …) e l’altro in quella della specificità, quindi della identità.
Come ogni organismo vivente, la città ha bisogno di riconoscersi, di avere un sistema di riferimento forte che faccia dei propri spazi, dei propri miti, della propria cultura sociale, così come si sono stratificati nel tempo, un elemento di competitività e di presenza peculiare (deve godere di un “genius loci”).
Nello scenario della globalità, la città evolve in termini positivi se riesce ad attuare meccanismi di contaminazione/inclusione dello “straniero” (persone, culture, tecnologie), se riesce, anche tramite gli apporti esterni, a rifunzionalizzare costantemente il sistema delle relazioni entro città.
Si tratta di riscoprire gli spazi pubblici come luogo dei riti collettivi, di gestire il “conflitto” come fonte di opportunità e non di scontro, di instaurare un rapporto leale fra autorità e cittadini; e di dare spazio a quelli che saranno i cittadini di domani.
Una lettura: “le città invisibili” (1972)
Le città e la memoria: Diomira – pag15
Non si può non citare “le città invisibili” in una occasione come questa. Diomira è una cità della memoria, in cui si può essere riconosciuti, e in cui le esperienze precedenti “stratificano”.
In una intervista dell’epoca, alla domanda sulla metropoli, Calvino risponde: “E’ su questa immagine che il libro gravita, ne è il punto di partenza, nel senso che se mi sta tanto a cuore parlare della città è perché la vita urbana è diventata talmente disagevole che si sente il bisogno di interrogarsi su cosa è o dovrebbe essere la città per noi. E se la megalopoli non significhi proprio la fine della città, il suo contrario. Nel libro sfioro la futurologia apocalittica, ma il mio discorso è un altro. Una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice; le città future sono già contenute nelle presenti come insetti nella crisalide”.
Giuliano Preda, 10 luglio 2007
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