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Forlimpopoli porta a porta, come detto i conti tornano

Lunedì 17 febbraio si è tenuta a Forlimpopoli la commissione speciale sul Porta a Porta (il sottoscritto ne fa parte). La commissione della resa dei conti, dove sono stati sviscerati i dati presenti nella relazione del Dr. Ing. Alfonso Andretta, il tecnico bolognese super parte individuato da ATO FC per dirimere la questione inerente il costo del PaP nel nostro comune.

Alcuni dati chiarificatori. Forlimpopoli, abitanti 12.511 su un territorio di 24,46 Km², con una densità abitativa di 511,49 ab/ Km². Obiettivo della sperimentazione 53,3% di RD (raccolta differenziata), risultato consolidato 68,6% (la partenza era al 29%).

Il dato più strepitoso, ed in definitiva la vittoria del PaP è contenuta in tre somme all’interno della voluminosa relazione del DR. A. Andretta, una relazione di 104 pg ricchissime di cifre, costi, valutazioni, ecc.

Piano di ATO 2008    € 1.366.211,00

Stima dei costi di HERA PaP 2008     € 1.540.220,90

Stima ATO per PaP 2008 (relaz. Dr. A. Andretta) € 1.382.878,52

Come detto, il dato strepitoso è che la relazione di Andretta rispetto a quella stimata nel piano ATO, è superiore di soli € 16.667,52 pari circa ad un più 1,22%. Mentre la cifra stimata da HERA era superiore di € 157.342,38 che corrisponde a circa un più 10,22%.

E’ evidente a tutti che un più 1,22% non corrisponde neppure lontanamente all’aumento annuale del tasso di inflazione.

Meglio di così non poteva andare perché si è dimostrato che anche nel nostro territorio il PaP è economicamente compatibile con la società che abbiamo (HERA), e che l’indice di gradimento dei cittadini è elevatissimo.

Inoltre HERA ha dimostrato di accettare queste conclusioni senza batter ciglio, senza fiatare!

L’Ing. Andretta, inoltre, individua molti altri punti in cui sarebbero possibili diverse economie ma ora come ora non è possibile valutare poiché HERA fornisce dati aggregati difficili da sviscerare.

All’inizio di quest’avventura era difficile preventivare un risultato del genere, ma la perseveranza del nostro Sindaco, Paolo Zoffoli, del Consiglio Comunale, maggioranza ed opposizione, ma anche dei tecnici di ATO l’ha spuntata su HERA.

Tuttavia come già espresso in questo Blog, mi rimane un po’ di amaro in bocca.

Perché dico questo? Perché ciò che è rimasto impresso nei cittadini e nei sindaci della nostra provincia sono le affermazioni sulla stampa del Presidente Massimo Bulbi, quando all’incirca due mesi fa annunciò che il PaP, sì, andava fatto, ma purtroppo costava il 10% in più. Tali affermazioni hanno di fatto ingessato l’onda positiva di entusiasmo derivante dalla sperimentazione del PaP a Forlimpopoli.

Ora che il tecnico da lui nominato, in qualità di Presidente di ATO, dimostra che la differenza è solo dell’1,22%, perché non lo dichiara sulla stampa?

Siamo in campagna elettorale, sarebbe una gran mossa mediatica, e dimostrerebbe ai cittadini che, e quando si lavora bene i risultati non mancano. Perché tarda quest’intervento.

Voglio aggiungere anche un’altra piccola considerazione. Piccola ma incisiva dal mio punto di vista.

Anche nel caso in cui il PaP fosse costato il 10% in più come richiesto da HERA questo non sarebbe stato un problema. Perché? Perché sarebbe bastato che i sindaci, soprattutto quelli delle grandi città, Masini e Conti, avessero rinunciato a parte dei dividendi di HERA per reinvestirli nel settore dei rifiuti. In fondo è quello che molte società pubbliche, e non, normalmente fanno.

Collinelli Andrea

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2 Commenti a "Forlimpopoli porta a porta, come detto i conti tornano"

  1. riccardovitali 26 marzo 2008 11:00

    Perchè non si sventola questo risultato?
    Proprio perchè siamo in campagna elettorale, perchè l’introduzione a Forlimpopoli (lo ricorderai bene) è avvenuta in un contesto di grande perplessità e contrarietà (di principio) della gran parte dei cittadini. Perchè ogni sindaco partecipante in ATO ha degli interessi particolari da difendere (i propri) e perchè manca quella visione d’insieme che è ormai un elemento limitante della politica nazionale.
    Anche il concetto di autosufficenza del territorio non è stato speso mediaticamente (ed oggi avrebbe una doppia valenza spendere il concetto che se il cittadino ricicla si diminuisce la portata dell’inceneritore) a mio avviso anche per mancanza di coraggio degli amministartori che non si sono resi conto che questo sarà il tema cardine della prossima elezione provinciale.
    E, soprattutto perchè ai cittadini importa poco.
    Quando c’è da sottoscrivere una raccolta di firme contro gli inceneritori li trovi a fiotte, quando gli si chiede di assumere comportamenti virtuosi e civili ne trovi molti molti meno.
    Il concetto che a mio avviso deve essere la base di una politica virtuosa in questo tema è un cambio CULTURALE, non si ricicla per una decisione di un’amministrazione comunale, ma perchè si vuole salvaguardare un territorio.
    Allora ognuno di noi si impegnerebbe di più non solo nel riciclo, ma iniziando a ridurre la quantità di rifiuti pro capite (660 kg annui) a selezionare i prodotti anche dal loro confezionamento, ed in tutta una serie di comportamenti che sono estremamente impegnativi (ed è per questo che pochi li praticano).

  2. massimo 21 settembre 2008 21:50

    1. RIFLESSIONE. VANDANA SHIVA: SISTEMI ALIMENTARI ECOLOGICI E LOCALI PER RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS SERRA
    [Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 settembre 2008 col titolo "Il bluff
    del biofuel. Cibo contro combustibili la guerra di domani" e il sommario "I
    biocarburanti non sono i combustibili dei poveri, ma il cibo dei poveri
    trasformato in calore, elettricita' e trasporti. Gli Stati Uniti stanno
    spingendo le altre nazioni del terzo mondo a produrre biocarburante in modo da soddisfare i propri fabbisogni energetici, anche se cio' significa
    depredare le risorse altrui".
    Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti
    istituti di ricerca e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni
    Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell'ambiente e delle culture native, e' oggi tra i principali punti di
    riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli,
    di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia
    di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti
    pericolosissimi. Tra le opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo,
    Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino
    1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze,
    DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Le guerre dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003; Le nuove guerre della globalizzazione, Utet, Torino 2005; Il bene comune della Terra, Feltrinelli, Milano 2006; India spezzata, Il Saggiatore, Milano 2008]

    Dal 3 al 14 dicembre 2007, Bali ha ospitato oltre 10.000 rappresentanti di
    governo e della societa’ civile per una conferenza della Convenzione quadro
    delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, un trattato ambientale
    internazionale nel cui ambito e’ stato negoziato il Protocollo di Kyoto. Il
    protocollo scade nel 2012 e Bali aveva il compito di dare avvio alle
    trattative per lo scenario post-Kyoto.
    Nel 2008 nessuno puo’ ormai negare che sia in atto un cambiamento climatico causato dall’uomo. Tuttavia, l’impegno a mitigarne gli effetti e ad aiutare le aree vulnerabili ad adattarvisi non corrisponde alla consapevolezza del disastro. La mitigazione dei cambiamenti climatici richiede sostanziali cambiamenti nei modelli di produzione e di consumo.
    La globalizzazione ha spinto la produzione e il consumo mondiali ad
    incrementare le emissioni di anidride carbonica. Le regole per la
    liberalizzazione commerciale della Omc, l’Organizzazione mondiale del
    commercio, sono in realta’ leggi che costringono i paesi a seguire la via
    delle alte emissioni. In modo analogo, la Banca Mondiale, che concede
    prestiti per la costruzione di superstrade ad alta circolazione e di
    centrali termiche, per l’industrializzazione dell’agricoltura e per la
    realizzazione di sistemi di distribuzione organizzata, forza i paesi a
    emettere maggiori quantitativi di gas a effetto serra.
    Poi ci sono le societa’ colossi, come la Cargill e la Walmart, principali
    responsabili della distruzione di economie locali e sostenibili, che
    spingono le societa’, una dopo l’altra, alla dipendenza da un’economia
    globale ecologicamente distruttiva. La Cargill, che svolge un ruolo
    importante nella diffusione di coltivazioni di soia in Amazzonia e di
    piantagioni di palma da olio nelle foreste pluviali dell’Indonesia,
    incrementa le emissioni sia incendiando le foreste che distruggendo gli
    enormi bacini carboniferi presenti nelle foreste pluviali e nelle torbiere.
    Il modello del commercio centralizzato a lunga distanza di Walmart e’ una
    ricetta per aumentare il carico di anidride carbonica dell’atmosfera.
    Il primo passo verso la mitigazione richiede che si fissi l’attenzione sulle
    azioni reali degli attori reali. Le azioni reali sono azioni come
    l’abbandono dell’agricoltura ecologica e dei sistemi alimentari locali. Fra
    gli attori reali ci sono l’agribusiness globale, la Omc e la Banca Mondiale.
    Le azioni reali comportano la distruzione di economie rurali a bassa
    emissione in favore di un’espansione urbana incontrollata, ideata e
    progettata da imprenditori e societa’ edili. Le azioni reali comportano la
    distruzione di sistemi di trasporto sostenibili basati sull’energia
    rinnovabile e del trasporto pubblico a favore degli autoveicoli privati. Gli
    attori reali coinvolti in questa transizione verso la non-sostenibilita’
    nella mobilita’ sono le compagnie petrolifere e le societa’
    automobilistiche.
    *
    Kyoto ha evitato di trattare la questione difficile e significativa
    dell’interruzione di quelle attivita’ che sono causa di elevate emissioni,
    ha eluso anche la sfida politica alla regolamentazione degli inquinatori e
    all’imposizione di sanzioni nei loro confronti, in conformita’ ai principi
    adottati dal Summit della Terra di Rio. Cio’ che ha fatto, invece, e’ stato
    mettere in atto un meccanismo di commercio di emissioni che, in realta’,
    ricompensa gli inquinatori, assegnando loro diritti sull’atmosfera e
    permettendo che questi diritti all’inquinamento diventassero oggetto di
    contrattazione. Oggi, il mercato delle emissioni e’ arrivato a 30 miliardi
    di dollari, ma ci si aspetta che raggiunga il trilione. Le emissioni di
    anidride carbonica continuano ad aumentare, mentre crescono anche i profitti da “aria fritta”.
    La chiamo “aria fritta” in senso letterale, in quanto aria calda che porta
    al riscaldamento globale, e in senso metaforico, perche’ e’ aria fritta che
    si basa su un’economia finanziaria fittizia che ha sopraffatto, in
    dimensioni e nella nostra percezione, la vera economia. Un’economia
    d’azzardo ha permesso alle societa’ e ai loro proprietari di moltiplicare il
    patrimonio senza limite e senza alcuna relazione con il mondo reale. Eppure, questi patrimoni sempre insaziabili cercano di prendere possesso delle risorse reali delle persone - la terra e le foreste, le aziende agricole e
    il cibo - per trasformale in denaro contante.
    Senza tornare al mondo reale non si possono trovare le soluzioni che
    aiuteranno a mitigare il cambiamento climatico.
    *
    Un altro falso rimedio al cambiamento climatico e’ la promozione di
    biocarburanti a base di mais, soia, olio di palma e jatropa.
    I combustibili ottenuti dalle biomasse, continuano ad essere la principale
    fonte energetica per le popolazioni povere del mondo. L’azienda agricola
    ecologica e biodiversa, ossia biologicamente varia, non e’ solo una fonte di
    cibo, e’ anche fonte di energia. L’energia per cucinare deriva dalle
    biomasse non commestibili, come sterco bovino essiccato, steli di miglio e
    gambi di leguminose, da specie agroforestali presenti sui terreni boschivi
    di proprieta’ dei villaggi. Gestite in modo sostenibile, le comunanze dei
    villaggi sono da secoli fonte di energia decentralizzata.
    I biocarburanti industriali non sono i combustibili dei poveri, ma sono il
    cibo dei poveri trasformato in calore, elettricita’ e trasporti. I
    biocarburanti liquidi, soprattutto l’etanolo e il biodiesel, sono uno dei
    settori di produzione in maggiore crescita, stimolato dalla ricerca di
    risorse alternative ai carburanti fossili, da un lato, per evitare la
    catastrofica impennata di prezzo del petrolio, e dall’altro, per ridurre le
    emissioni di anidride carbonica.
    Il presidente Bush sta tentando di approvare una serie di leggi che
    obbligano all’utilizzo di 35 miliardi di galloni di biocarburante entro il
    2017. Alexander, del Dipartimento per lo sviluppo sostenibile della Fa0 ha
    affermato: “E’ iniziato il graduale allontanamento dal petrolio. Nei
    prossimi 15-20 anni potremo vedere i biocombustibili coprire un pieno 25%
    dei fabbisogni energetici mondiali”. Negli ultimi cinque anni, la sola
    produzione globale di biocarburanti e’ raddoppiata e sembra destinata a
    raddoppiare ulteriormente nei prossimi quattro. Fra i paesi che di recente
    hanno acconsentito a una nuova politica favorevole ai biocarburanti sono
    presenti Argentina, Australia, Canada, Cina, Colombia, Ecuador, India,
    Indonesia, Malawi, Malesia, Messico, Mozambico, Filippine, Senegal,
    Sudafrica, Tailandia e Zambia.
    Ci sono due tipi di biocarburanti industriali: etanolo e biodiesel.
    L’etanolo puo’ essere derivato da prodotti ricchi di saccarosio, come canna
    da zucchero e melasse, sostanze ricche di amido, come mais, orzo e grano.
    L’etanolo viene mescolato con il petrolio. Il biodiesel si produce solo con
    sostanze vegetali, come l’olio di palma, l’olio di soia e l’olio di semi di
    colza. Il biodiesel viene mescolato al diesel.
    *
    (…) Il settore dei biocarburanti e’ cresciuto rapidamente in tutto il
    mondo. Gli Stati Uniti e il Brasile hanno creato industrie per la produzione
    di etanolo e anche l’Unione Europea si sta mettendo di fretta al passo per
    esplorare il mercato potenziale. I governi di tutto il mondo incoraggiano la
    produzione di biocarburante con politiche a sostegno.
    Gli Stati Uniti stanno spingendo le altre nazioni del terzo mondo ad
    introdurre la produzione di biocarburante in modo da soddisfare i propri
    fabbisogni energetici, anche se questo significa svaligiare le risorse
    altrui. E’ inevitabile che questa massiccia crescita della domanda di
    cereali si risolvera’ a scapito della soddisfazione dei bisogni umani, con i
    poveri incapaci di competere economicamente e tagliati fuori dal mercato
    alimentare.
    Nel febbraio dello scorso anno il Movimento dei Senza Terra brasiliano ha
    rilasciato una dichiarazione in cui nota che “l’espansione della produzione
    di biocarburanti aggrava la fame nel mondo. Non possiamo mantenere i
    serbatoi pieni mentre gli stomaci si vuotano”.
    La deviazione delle risorse alimentari a risorse per produzione di
    carburante ha gia’ innalzato il prezzo di granturco e soia. In Messico si
    sono verificate rivolte per l’aumento di prezzo delle tortillas. E questo
    non e’ che l’inizio. Immaginate quanta terra e’ necessaria per produrre il
    25% del combustibile utilizzando le risorse alimentari. Una tonnellata di
    granturco produce 413 litri di etanolo. 35 milioni di galloni di etanolo
    richiedono 320 milioni di tonnellate di granturco. Nel 2005 gli Stati Uniti
    hanno prodotto 280,2 milioni di tonnellate di granturco. Con la stipula del
    Nafta, gli Stati Uniti hanno distrutto tutte le piccole aziende agricole
    messicane, rendendo il Messico dipendente dal granturco Usa. E’ stato
    proprio questo il motivo alla base della rivolta zapatista. Oggi nel paese,
    in seguito alla conversione del granturco in biocarburante, il prezzo del
    granturco ha subito un forte rialzo.
    *
    I biocarburanti industriali vengono promossi come fonte di energia
    rinnovabile e mezzo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra.
    Tuttavia, ci sono due inoppugnabili ragioni ecologiche che spiegano perche’
    la conversione di colture come soia, granoturco e palma da olio in
    carburanti liquidi possa aggravare il caos climatico e il carico di CO2.
    In primo luogo, la deforestazione causata dall’espansione delle piantagioni
    di soia e di palme da olio sta portando a un aumento di emissioni di CO2.
    Secondo le stime della Fao, ogni anno vengono rilasciati nell’atmosfera 1,6
    miliardi di tonnellate di gas a effetto serra provenienti dai disboscamenti,
    tra il 25 e il 30% dei gas totali. Entro il 2022 le piantagioni per la
    produzione di biocarburante potrebbero avere distrutto il 98% delle foreste
    pluviali indonesiane. (…)
    In secondo luogo, la conversione di biomassa in carburante liquido comporta l’impiego di quantitativi di carburante fossile maggiori rispetto a quello che sostituisce. La produzione di un gallone di etanolo richiede 28.000 Kcal. Un gallone di etanolo fornisce 19.400 kcal di energia. Un rendimento energetico pari al 43%. Gli Stati Uniti si serviranno del 20% del proprio granturco per produrre 5 miliardi di galloni di etanolo, che sostituiranno l’1% dell’uso di combustibile. Se si dovesse impiegare il 100% del granturco, si sostituirebbe solo il 7% del petrolio totale.
    Non e’ certo una soluzione questa, non per controbattere i prezzi record del
    petrolio, ne’ per mitigare il caos climatico (David Pimentel alla conferenza
    Ifg sulla “Triplice crisi”, Londra, 23-25 febbraio 2007).
    Ed e’ fonte di altre crisi. Per produrre un gallone di etanolo vengono usati
    1.700 galloni di acqua. Il granturco necessita di piu’ azoto fertilizzante,
    insetticidi ed erbicidi di qualsiasi altra coltivazione.
    *
    Questi falsi rimedi finiranno per accrescere la crisi climatica, aggravando
    e acuendo al contempo la diseguaglianza, la fame e la poverta’.
    Esistono, tuttavia, soluzioni reali che possono mitigare il cambiamento
    atmosferico ed anche influire sulla riduzione della fame e della poverta’.
    Secondo il Rapporto Stern, l’agricoltura e’ responsabile del 14% delle
    emissioni, lo sfruttamento del terreno (con riferimento soprattutto alla
    deforestazione) lo e’ del 18% e il trasporto del 14%. All’interno di questo
    computo rientra il crescente fenomeno del trasporto di derrate fresche, che
    potrebbero essere coltivate in loco.
    L’agricoltura che fa uso della chimica industriale, nota anche come
    Rivoluzione Verde (Green Revolution) quando venne introdotta nei paesi del
    Terzo Mondo, e’ la fonte principale dei tre gas a effetto serra: anidride
    carbonica, ossido di azoto e metano. L’anidride carbonica viene emessa
    quando si utilizzano carburanti fossili per i macchinari e per il pompaggio
    dell’acqua dai pozzi, per la produzione di fertilizzanti chimici e
    pesticidi. I fertilizzanti chimici emettono ossido di azoto che, come gas
    serra, e’ 300 volte piu’ letale dell’anidride carbonica. Infine,
    l’allevamento di animali a granaglie e’ la fonte principale di metano. Gli
    studi indicano che un passaggio da una dieta a base di granaglia a una dieta biologica a base erbacea potrebbe ridurre fino al 50% l’emissione di metano attribuibile al bestiame.
    *
    Non tutti i sistemi agricoli contribuiscono, tuttavia, alle emissioni di gas
    serra. L’agricoltura ecologica e biologica diminuisce le emissioni sia
    riducendo la dipendenza da combustibili fossili, da fertilizzanti chimici e
    da alimentazione intensiva, sia assorbendo un maggiore quantitativo di
    carbonio nel terreno. I nostri studi dimostrano un aumento di sequestro di
    carbonio fino al 200% nei sistemi biologici biodiversi. Quando “ecologico e
    biologico” si combinano a “diretto e locale”, le emissioni vengono
    ulteriormente ridotte, grazie alla riduzione del consumo energetico per il
    trasporto del cibo, l’imballaggio e la refrigerazione.
    Il sistema alimentare locale ridurra’ la necessita’ di incrementare
    l’agricoltura nelle foreste pluviali di Brasile e Indonesia. Con una
    transizione tempestiva, potremmo ridurre le emissioni, aumentare la garanzia e la qualita’ del cibo e migliorare la resistenza delle comunita’ rurali nell’impatto col cambiamento climatico. Optare per una transizione dal sistema alimentare industriale globalizzato, imposto da Omc, Banca Mondiale e agribusiness globale, a sistemi alimentari ecologici e locali, rappresenta una strategia di mitigazione e di adattamento al cambiamento climatico.
    Protegge i poveri e protegge il pianeta. Lo scenario post-Kyoto deve
    necessariamente includere l’agricoltura ecologica come soluzione climatica.

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