La tua stagione

Insieme. Per l’ambiente, l’innovazione, il lavoro.

Archivio per aprile, 2008

La città porosa. Il luogo rivela i conflitti tra conservazione e innovazione

Quando la città dialoga, come nel caso del Cittàterritorio Festival di Ferrara appena conclusosi, gli stimoli a ripensare il paesaggio non mancano. A partire dalla definizione del termine. E’ più facile definire il paesaggio dicendo quello che non è: né il giardino, né l’ambiente. E non basta nemmeno guardare fino alla linea dell’orizzonte per comprenderlo, ma bisogna andare oltre lo spazio, il tempo e considerare come elementi del paesaggio anche i mutamenti storici ed antropologici (Cfr. Magnani 2008).

Potrebbe essere rilevante quindi riferirsi al Paesaggio urbano partendo dalla relazione che intercorre tra la città e il cittadino che la abita, dalla sua evoluzione in età moderna e contemporanea; questa è una relazione contraddittoria: le città sono sempre più accelerate e inarrestabili ma cresce il lamento unanime rivolto alla qualità della vita all’interno di esse. Città e cittadini stanno diventando estranei le une agli altri anche se continuano a cercarsi. Sono aumentati oggi i rischi della disgregazione sociale: è forte il pericolo che la rappresentazione virtuale prenda il sopravvento sulla realtà. Se da una parte la città moderna offre maggiori opportunità, dall’altra crea situazioni di solitudine crudele. I cittadini utilizzano lo spazio urbano, ma non si riconoscono in esso, eppure mai come in questo momento sono stati costruiti tanti “pezzi” di città (Cfr. Gregotti 2008).

Il concetto di città va evidentemente reinterpretato. Stiamo assistendo ad un disassemblaggio dell’urbanità, ogni città ne contiene tante altre, e se non si riesce a mantenere la comunicazione tra tutte, si genera violenza e disuguaglianza. Ci sono tuttavia anche degli esempi positivi di interazione come il caso (soggetto di studio di Sassen S.) di un ghetto di Chicago dove i musulmani di colore hanno stretto rapporti con gli emigrati palestinesi dai quali ricevono insegnamenti religiosi, dando in cambio lezioni di rap (Cfr. Sassen 2008).

Flavio Milandri

3 commenti

Per un uso etico del denaro pubblico

con il patrocinio del Comune di Ravenna

FINANZA DISARMATA
PER UN USO ETICO DEL DENARO PUBBLICO

mercoledì 23 aprile 2008 ore 20,45
Sala Forum Circoscrizione Seconda –Via Berlinguer 11 Ravenna
INCONTRO PUBBLICO con:

Giorgio Beretta Coordinatore naz. della Campagna di    pressione “banche armate”
“Le campagne per il controllo del commercio delle armi “

Maurizio Spedaletti Banca Popolare Etica
“Etica e finanza possono convivere?”

Luisa Randi Donne in nero  Ravenna
Comunicazione sulla Campagna 2008 per l’obiezione di coscienza alle spese militari e la difesa popolare nonviolenta

Interverrà l’Assessore Susanna Tassinari in rappresentanza del Comune di Ravenna

COMITATO SPONTANEO PER LA PACE
Aderiscono al Comitato DONNE IN NERO- ATTAC- RETE RADIE RESCH- ASSOCIAZIONE NATURISTA RAVENNATE- GIURISTI DEMOCRATICI RA-COMITATO PER LA LEGALITA E LA GIUSTIZIA- IL VILLAGGIO GLOBALE- COORD.PROVINCIALE LEGAMBIENTE- CIRCOLO MATELDA LEGAMBIENTE RA e singoli/e cittadini/e

Nessun commento

Riforme. Razionalizzare ciò che è già emerso dalle scelte degli elettori

Riforme. Razionalizzare ciò che è già emerso dalle scelte degli elettori (pubblicato su federalismi.it)

di Stefano Ceccanti

1. I voti: premiate le due proposte di Governo (anche attraverso gli junior partners), punite le due opzioni identitarie

L’elettorato aveva stavolta a disposizione, in un panorama di offerta pressoché tutta nuova, quattro proposte principali: due di Governo, Pdl e Pd con i relativi junior partners, e due identitarie, Sinistra Arcobaleno e Udc.

In termini di voti non c’è dubbio che, sia pure in misura diversa, siano state premiate solo le due proposte di Governo, con un particolare beneficio per gli junior partners, utilizzati in entrambi i casi dall’elettorato portatore di critiche più radicali al sistema come una sorta di correttivo tribunizio interno alla proposta di Governo.

Il Pdl cresce in termini reali di un milione e mezzo di voti validi, di cui 330.000 in Campania (effetto diretto dell’immondizia) e 380.000 mila del Lombardo-Veneto (anche qui in larga parte effetto di quella situazione in Campania). In fondo, se consideriamo la Lega come un equivalente funzionale dei tre principali partiti regionalisti spagnoli (Ciu, Pnv e Erc), rientra in standard quantitativi normali il fatto che il partito a vocazione maggioritaria debba fare i conti con un 6-7% di voti (e seggi) che lì si raccolgono, anche se nel caso spagnolo si ricorre (sinora) ad appoggi esterni e non a un Governo di coalizione. Uso il raffronto con la Spagna, qui e in seguito, perché è anche quello cronologicamente più vicino e anche per questo più stimolante.

Pd e Idv salgono in termini reali di poco meno di 190.000 voti, di cui quasi 150.000 in Lazio (effetto della candidatura Veltroni) e poco più di 75.000 tra Toscana, Umbria e Marche, in parte compensati dalla débacle siciliana (meno 62.000). Per chi perde restare oltre un terzo dei voti significa aver comunque ormai raggiunto la dimensione europea della forza politica a vocazione maggioritaria che arriva seconda. Sono livelli paragonabili, punto più punto meno, a quelli di Spd, Psf, Conservatori inglesi, Pp spagnolo. Anche i risultati delle amministrative, a una lettura non frettolosa, ci confermano questa analisi: va per esempio ricordato a chi frettolosamente segnala che per il Pd sarebbe una dura sconfitta non aver vinto a Roma al primo turno, che accadde esattamente la stessa cosa sia a Rutelli sia a Veltroni quando tentarono per la prima volta la salita al campidoglio e che i plebisciti ci furono soltanto al momento della riconferma, sulla base di un giudizo ex post sui risultati conseguiti nel primo mandato.

Abbiamo assistito quindi a una tendenza fortissima verso una bipolarizzazione semplificata, a due coalizioni da un partito e mezzo. Alla Camera la somma tra i primi due partiti, che dal 1994 era inferiore al 50%, giunge al 70,5% dei voti (e al 78,3% dei seggi), se si sommano le due coalizioni si arriva all’85,4% dei voti (93,8% dei seggi).

Netta invece la sconfitta delle due posizioni identitarie.

Sulla drastica sconfitta della Sinistra Arcobaleno si è già scritto molto, forse sovraccaricando il periodo della campagna elettorale, parlando del peso del voto utile e così via. Sono stati elementi che hanno aggravato la crisi, fino a livelli estremi, e tuttavia essa era inevitabile. Come il Pcf di Marchais, portato al governo da Mitterrand, il sostegno all’esecutivo fa perdere a queste forze la verginità della critica radicale al sistema: parte degli elettori delusi slittano verso l’astensione o verso voti di nuova radicalità (in Francia accadde con le Pen, qui con la Lega) e invece l’altra parte, che entra davvero in una logica di Governo, vota direttamente il partito di centrosinistra (così si spiegano in particolare i 480.000 voti in meno alla SA delle sole regioni rosse). Non è quindi da pensare che solo in Italia possa risorgere un partito di estrema sinistra di dimensioni superiori al 5%, anche se parte del consenso attuale potrà essere recuperato dalla collocazione di opposizione extraparlamentare se saprà effettivamente rinnovarsi. Un compito che certo non può essere scaricato sull’Opposizione del Pd, che ha il compito invece di continuare a prospettare in modo ancor più convincente sul medio periodo un’alternativa realistica di Governo e quindi il possibile sfondamento al centro, che era difficilmente realizzabile in pochi mesi di vita con l’eredità pesante di una coalizione litigiosa.

Per questo ragionamento quantitativo di scala europea che fa pensare a un’estrema sinistra rinnovata che ritrova l’accesso in Parlamento ma non più con le percentuali tradizionali, forse meriterebbe un’attenzione maggiore una proposta come quella di sistemi di tipo spagnolo che consentono un diritto di tribuna anche a forze minori del 5%, dando loro l’accesso in alcune grandi aree metropolitane. Una proposta prima del voto guardata negativamente da Rifondazione che si schierava per un sistema tedesco, con sbarramento del 5%, superiore a quello del 4% che l’ha condannata alla Camera, perché non aveva ancora preso coscienza del proprio declino, analogo alle forze europee di comune ispirazione.

Anche l’Udc ha avuto un ridimensionamento significativo, di circa 530.000 voti: la posizione centrista autonoma, quasi equidistante dai due maggiori, non è stata particolarmente apprezzata, anche se, visti i dati complessivi e le prime ipotesi degli specialisti ha avuto un effetto doppio: ha provocato un’ingente fuga in uscita degli elettori coalizionali verso il Pdl e ha impedito uno scongelamento verso il Pd, a cui ha anche rosicchiato qualcosa. L’elettore centrista antiberlusconiano ha avuto un’opzione più soft rispetto al voto al Pd. C’è anche da pensare che Berlusconi, nel momento in cui ha deciso il taglio di entrambe le ali della sua coalizione, abbia riflettuto su questa chance, oltre che sui passati dissapori personali.

2. Dai voti ai seggi. Il sistema tedesco fuori gioco. Distinguere tra l’apertura politica all’Udc e le riforme per razionalizzare i risultati elettorali

Se nel caso dell’Udc la sconfitta numerica è comunque inferiore alla SA, quella politica non è da meno: i suoi voti non sono decisivi al Senato e quindi la partita per un sistema simil-tedesco in cui il partito di centro decide dopo il voto che Governo determinare è ormai esclusa dal novero delle possibilità realistiche, essendo implausibile che il Pdl voglia distruggere un sistema bipolare che ha contribuito a determinare. Questo è un giudizio realistico di fatto che dovrebbe essere condiviso anche da parte di chi in termini di giudizi di valore avrebbe sperato in quell’esito.

Mi spiego meglio. E’ vero che il Pd non può non guardare in questa fase primariamente all’elettorato di centro che ancora non è riuscito a convincere e per questo aprire un confronto serrato con l’Udc serve, oltre che nell’immediato per i ballottaggi, a chiarire agli elettori che il Pd persegue ancora quella strada, che non intende invece sostituire la Sinistra Arcobaleno alla ricerca dei pochi elettori dell’estrema sinistra. Stiamo però parlando di un dialogo che è primariamente rivolto agli elettori dell’Udc e che passa anche per i suoi dirigenti ma in quanto finalizzato a un rapporto con gli elettori: del resto il travaso dei voti nei ballottaggi è legato a questo dialogo di base. Pensare che possa invece realizzarsi un asse proporzionalistico con la dirigenza Udc, significa non capire che tale progetto sarebbe sbagliato in quanto privo di voti maggioritari in Parlamento. Quand’anche tutto il Pd si convincesse di una legge tedesca, che ha vari elementi di contraddizione con l’idea di partito a vocazione maggioritaria, e facesse asse con l’Udc sarebbe comunque un esito minoritario, di consolazione comune tra opposizioni, che devono invece cercare intese sulle politiche dalla comune collocazione di opposizione.

Una linea di asse rigido minoritario tra Pd e Udc, chiuso a Pdl e Lega, avrebbe come unico effetto quello di impedire le uniche riforme possibili, quelle che razionalizzino i risultati del nuovo bipolarismo emerso dal voto, o di giustificare una possibile blindatura di maggioranza delle riforme da parte di Pdl e Lega.

Cosa intendo dire quando parlo di attenzione primaria agli elettori di centro prima che ai dirigenti del partito di centro? Se fosse possibile un’alleanza organica con la quasi intera Udc (extra-siciliana), dirigenza compresa, in vista di un’alternativa di Governo, benissimo. E’ pertanto ragionevole che tutto il Pd cerchi di partire da questa ipotesi massimale. Essa però incontra ostacoli obiettivi. Non essendo determinante, ma con un ceto politico desideroso di essere spendibile, l’Udc rischia più probabilmente in prospettiva l’esplosione: tra gli eletti che, per biografia personale, a cominciare dai senatori siciliani superstiti, tendono verso un rinnovato patto col Pdl, i gruppi locali divisi nei ballottaggi per le amministrative a seconda delle logiche territoriali, e gli elettori stavolta più spostati verso il centrosinistra. Elettori in difficoltà sia verso i leaders sia verso una strategia a macchia di leopardo che ha già nuociuto radicalmente in Francia alla credibilità di Bayrou al momento delle elezioni municipali. In ogni caso il Pd deve porsi in modo tale da intercettare il massimo di quei consensi in termini di politiche.

Invece sul terreno delle riforme, che va mantenuto distinto, quanto prima le forze principali emerse dal voto si impegnano per l’unica alternativa realistica, razionalizzare il risultato del voto, senza escludere a priori nessuno dal consenso sulle riforme, giacché ciò non è in contraddizione col diritto di tribuna per le formazioni ulteriori, tanto meglio sarà per il Paese.

Nessun commento

Chi vince, chi perde, e dove.

Chi vince, chi perde, e dove. Nonostante l’astensionismo, la coalizione di Berlusconi raccoglie più consensi che nel 2006, l’area del centrosinistra tiene. Cede il centro, crolla la sinistra, si rafforza la destra

L’Istituto Cattaneo di Bologna ha effettuato alcune elaborazioni dei risultati del voto appena conclusosi per determinare quanto gli schieramenti facenti capo a Silvio Berlusconi e a Walter Veltroni abbiano riscosso maggiori o minori consensi rispetto alle precedenti elezioni politiche (Camera) del 2006. L’analisi non considera le percentuali dei voti validi sul totale, bensì il numero assoluto dei voti raccolti dalle diverse formazioni politiche, il che permette di meglio vagliare le variazioni nei livelli di consenso.

Fra i risultati più importanti si possono citare:

– Senza considerare il voto delle circoscrizioni estere, i voti validi sono diminuiti di oltre 1,7 milioni, ossia del 4,5% sui voti validi del 2006. Dietro questo calo generalizzato si nascondono, evidentemente, variazioni differenziate a seconda delle diverse liste elettorali.

– La coalizione berlusconiana ha conosciuto un forte avanzamento in termini non solo percentuali ma anche di voti assoluti. Rispetto al 2006, la coalizione è cresciuta di oltre 1,5 milioni di voti (+10,1% sull’ammontare dei voti ottenuti nel 2006). L’aumento, per giunta, si registra in quasi tutte le regioni (con le uniche eccezioni nel Nord-Est, nel Friuli-

Venezia Giulia e nel Trentino-Alto Adige, dove il risultato è sostanzialmente stabile).

Sono particolarmente marcati i progressi compiuti in Campania (quasi 330 mila voti in più, +23,7%), dove l’emergenza rifiuti ha senz’altro giocato a favore del centro-destra, Lombardia e Sicilia (+250-270 mila voti), Veneto (+177 mila) e Puglia e Calabria (+100 mila). Consistenti, in termini relativi, gli avanzamenti in Calabria (+26,1%) e Sicilia (+19,5%).

– L’area di centrosinistra ha sostanzialmente tenuto rispetto al 2006. La presenza di

candidati radicali ma non socialisti nella coalizione guidata da Walter Veltroni rende difficile fare raffronti fra i risultati 2006 e 2008. Abbiamo considerato, per il 2006, le liste dell’Ulivo, di Italia dei Valori e della Rosa del Pugno (che comprendeva per l’appunto radicali e socialisti) e, per il 2008, il Pd, l’Idv e il Partito socialista. Se si esamina l’evoluzione dei consensi per questa area politica, si assiste a un leggero aumento dei voti (nella misura dell’1,3%, pari a circa 185 mila voti). Questo, nonostante la scissione della componente della Sinistra Democratica dai Ds. Il risultato dell’area di centrosinistra va interpretato anche alla luce del calo sia della sinistra (vedi oltre) sia del centro (vedi oltre): se il centrosinistra è riuscito a “fare il pieno” dei suoi voti nel 2006, allora non è riuscito ad attirare verso di sé flussi significativi da quei due elettorati; o, viceversa, se vi è riuscito, allora non ha fatto il pieno dell’elettorato ulivista. L’area di centrosinistra, così definita, ha avuto successo in Trentino-Alto Adige, in Lazio (grazie a un “effetto Veltroni”) e in Molise (grazie soprattutto all’affermazione dell’IdV, che supera il Pd). Le perdite più consistenti, in termini sia relativi che assoluti, si osservano in Sicilia e in Veneto.

– Il calo più consistente ha interessato i partiti dell’estrema sinistra (costituita in massima parte da Sinistra-L’Arcobaleno), che hanno subito un’emorragia di quasi 2,4 milioni di voti rispetto al 2006, con una contrazione del 61,5%. Questa contrazione manca di una caratterizzazione territoriale, in quanto si presenta omogenea su tutto il territorio nazionale. Persino nel Trentino-Alto Adige, dove l’estrema sinistra ha perso di meno, sono svaniti oltre la metà dei suoi voti.

– Piuttosto marcato anche l’abbassamento dei consensi per l’Udc, che ha perso quasi 530 mila voti, corrispondenti ad oltre il 20% del suo elettorato di 2 anni fa. Le variazioni dei consensi per questo partito presentano una forte differenzazione territoriale: le perdite sono molto accentuate in Liguria, Lazio, Toscana e Umbria (oltre il 33% dei voti del 2006); oltre metà delle perdite sono attribuibili alla Lombardia (–155 mila), al Lazio (–87 mila) e al Veneto (–76 mila). Di converso, il partito “tiene” in Calabria, Basilicata e, soprattutto, in Campania (+17% rispetto al 2006), verosimilmente grazie alla candidatura di Ciriaco De Mita e al venir meno della lista dell’Udeur.

– I partiti di estrema destra, pur non guadagnando alcuna rappresentanza parlamentare, hanno visto raddoppiare i consensi, conquistando oltre mezzo milione di voti in più rispetto al 2006. La destra ha visto lievitare le preferenze ovunque, ma l’aumento è stato particolarmente accentuato nella “zona rossa” (Umbria, Emilia-Romagna, Marche, Toscana), dove i voti sono quasi triplicati.

– Particolarmente penalizzati i partiti “altri”, non ricollegabili direttamente a uno dei precedenti schieramenti, che nel complesso perdono oltre un milione di voti (–57,7%).

Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo

Tel. 051 235599 / 051 239766

Sito web: www.cattaneo.org

Nessun commento

La città infinita, realtà urbana del terzo millennio?

La città è diventata un punto essenziale nell’agenda politica ed economica di una classe dirigente che aspira a governare i cambiamenti, invece che subirli. Il progetto, la forma, il paesaggio, l’ambiente, gli stili di vita in Emilia-Romagna si terranno quattro giorni di incontri per capire dove siamo e cosa ci aspetta. Il Cittàterritorio Festival di Ferrara (dal 17 al 20 aprile) è un evento innovativo. Per la prima volta infatti il tema della città sarà oggetto di un’appassionata riflessione pubblica da parte di esperti di discipline eterogenee: dagli architetti agli storici, dagli urbanisti agli economisti, dai geografi agli studiosi di estetica, dai sociologi agli antropologi, dai geologi agli agronomi, fino agli scrittori e ai poeti.

Cittàterritorio Festival è promosso da Comune di Ferrara, Regione Emilia-Romagna, Università di Ferrara, Iuav di Venezia e organizzato da Laterza Agorà e Ferrara Fiere il festival durerà tre giorni, da venerdì a domenica, con inaugurazione il giovedì pomeriggio. Tema di questa prima edizione è Centro e periferia. Non è un caso che la salute, lo sviluppo, l’energia, la mobilità, il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo, dipendano proprio dal rapporto fra città e territorio. Tutti temi, questi, che coinvolgono o dovrebbero coinvolgere in prima persona. È la “nuova soggettività territoriale”: una forma diffusa di sensibilità che, da una ventina d’anni a questa parte (l’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl, nell’aprile del 1986, potrebbe essere considerato l’evento spartiacque), induce sempre più persone a preoccuparsi se il clima dia segni di impazzimento ma anche se un’area verde sotto casa viene trasformata in parcheggio.

Nell’ottobre di quest’anno si svolgerà anche il IV Forum Mondiale dell’abitare della Commissione Onu-Abitare (un-habitat.org) per questo allargando lo sguardo l’occasione è importante anche per riflettere su chi governa i fenomeni “glocali”? La politica o il mercato? E che cosa accade nella città se questa assume anche la caratteristica di essere il terminale o lo snodo di una rete globale? In questo contesto come si inquadrano i centri storici e le periferie tradizionali? Che ruolo ha il welfare? Quale lo sviluppo, con quale energia e quale sostenibilità? Intrecciare linguaggi diversi, persino opposti, nella convinzione che il confronto intellettuale sia uno dei mezzi più efficaci perché le posizioni si mettano in chiaro, si precisino e si arricchiscano è negli obiettivi di questa prima edizione Cittàterritorio Festival.

Flavio Milandri

Scarica il programma completo

Nessun commento

Altri dati per riflettere sulle elezioni

Voti effettivi

I voti effettivi raccolti dai partiti e comparati con le elezioni del 2006 (da Radicali.it)

Risultati elezioni nazionali 2008

Risultati elezioni Emilia-Romagna 2008

Risultati elezioni provincia FC 2008

Risultati elezioni comune FO 2008

7 commenti

Risultati elettorali di Camera e Senato in Emilia-Romagna

Risultati Senato

Risultati Camera

1 commento

Eletti alla Camera in Emilia-Romagna

Per la Camera dei deputati in Emilia-Romagna vengono eletti 20 candidati del Partito democratico, due invece per l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro. Al Popolo della Libertà vanno 15 seggi a Montecitorio, mentre altri 4 finiscono alla Lega. Due seggi anche per l’Udc di Pierferdinando Casini. Complessivamente a rappresentare la nostra regione alla Camera ci saranno 43 deputati.

PD: Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Donata Lenzi, Maurizio Migliavacca, Pierluigi Castagnetti, Carmen Motta, Ivano Miglioli, Salvatore Vassallo, Maino Marchi, Sandra Zampa, Massimo Marchignoli, Antonio La Forgia, Alessandro Bratti, Gabriele Albonetti, Marco Beltrandi, Elisa Marchioni, Sandro Brandolini, Emanuela Ghizzoni, Gianluca Benamati, Paola De Micheli. Primo dei non eletti: Marilena Fabbri.

Italia dei Valori: Antonio Di Pietro, Silvana Mura. Primo dei non eletti: Antonio Palagiano.

PdL: Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Michela Vittoria Brambilla, Pietro Lunardi, Tommaso Foti, Giancarlo Mazzuca, Fabio Garagnani, Enzo Raisi, Giorgio Lainati, Anna Maria Bernini, Emerenzio Barbieri, Sergio Pizzolante, Francesco Biava, Isabella Bertolini, Giuliano Cazzola. Primo dei non eletti: Carlo Francesco Mottola

Lega Nord: Umberto Bossi, Angelo Alessandri, Gianluca Pini, Fabio Rainieri. Primo dei non eletti: Massimo Polledri.

UDC: Pierferdinando Casini, Michele Vietti. Primo dei non eletti: Roberto Rao

Nessun commento

Eletti al senato in Emilia-Romagna

Sono ventuno i senatori eletti in Emilia-Romagna. Dodici sostengono Walter Veltroni: 11 per il Partito democratico, 1 per l’Italia dei Valori. Nove sostengono Berlusconi: 7 fanno parte del Popolo della Libertà, 2 della Lega Nord.

PD: Anna Finocchiaro, Gian Carlo Sangalli, Sergio Zavoli, Mariangela Bastico, Walter Vitali, Rita Ghedini, Maria Teresa Bertuzzi, Vidmer Mercatali, Leana Pignedoli, Giuliano Barbolini, Albertina Soliani. Primo dei non eletti: Liviana Zanetti.

Italia dei valori: Luigi Li Gotti. Primo dei non eletti: Giancarlo Biserna.

PdL: Carlo Giovanardi, Filippo Berselli, Giampaolo Bettamio, Laura Bianconi, Alberto Balboni, Elio Massimo Palmizio, Maria Ida Germontani. Primo dei non eletti: Rodolfo Ridolfi.

Lega Nord: Roberto Castelli, Giovanni Torri. Primo dei non eletti: Angela Maraventano.

Nessun commento

Dopo le elezioni

Veltroni analizza il risultato delle elezioni. E’ ora di iniziare a riflettere e a preparare il domani.

5 commenti

Pagina successiva