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Dopo le elezioni

Veltroni analizza il risultato delle elezioni. E’ ora di iniziare a riflettere e a preparare il domani.

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5 Commenti a "Dopo le elezioni"

  1. adamo001 17 aprile 2008 21:43

    Perché il Pd dopo una campagna elettorale rivolta soprattutto all’area moderata, non ha recuperato voti su quel versante? Si può partire da qui per cercare di interpretare il risultato politico. Non mi convincono le analisi su alleanze e tattiche elettorali, che pure hanno un significato numerico. Gli elettori sono cittadini italiani e se non si capisce la società, si rischiano clamorose sviste, come i primi dibattiti hanno purtroppo messo in luce. Da 20-25 anni in qua, la società italiana è diventata iper competitiva in economia, ribollente di paure amplificate dai media (la sicurezza, gli immigrati), disonesta ed egoista (la più alta evasione fiscale dei paesi occidentali), ancora più corrotta (il voto di scambio e le clientele non hanno paragoni in Europa), fortemente orientata dal punto di vista culturale da una tv scadente che ha propugnato modelli consumistici e verbalmente aggressivi. Il paese del rancore, lo chiama il sociologo Bonomi. E’ grave che la classe dirigente dell’intera sinistra tenda a considerarlo un fenomeno inevitabile, come la pioggia o la grandine. Non è così. Un solo esempio: Germania, Francia e Inghilterra hanno più immigrati e più tensioni sociali dell’Italia, eppure in quei paesi l’ultradestra è sotto il 10% e non è mai chiamata al governo, nemmeno quando vincono i conservatori. Chiediamoci il perché.
    Una società com’è oggi quella italiana è naturalmente indirizzata a votare a destra. La rincorsa ai moderati è un progetto inutile, perché la maggioranza dei moderati vota GIA’ per il centrosinistra (anche Casini ha fallito nell’intento di strappare voti alla destra): il problema è che larghe fasce sociali dell’Italia _ non a caso il Nord sempre più simile a un sobborgo americano e il Sud in pugno alla criminalità organizzata _ sono scivolate nell’estremismo di destra. Un paese socialmente, economicamente e culturalmente reazionario non può dare consenso ai progressisti. Ricordo che nel ‘96 Prodi vinse solo perché il centrodestra era diviso e nel 2006, dopo 5 anni di un governo devastante, si finì sostanzialmente pari. La guerra fra poveri è un vantaggio elettorale notevole per la destra: fra gli italiani più indigenti e sprovveduti il nemico numero uno sono gli immigrati e votano in massa a destra. Il progetto berlusconiano (ma non solo suo) è in cantiere da almeno 25 anni e ha investito colossali mezzi in pubblicità, tv, giornali e cinema. Riuscendo a trasformare l’Italia in un paese al tempo stesso borioso, impaurito, aggressivo e antisolidale. Che trova naturale risposta nei partiti di destra o di estrema destra. Sull’altro fronte non è avvenuto nulla del genere, al contrario partiti, sindacati e intellettuali si sono adattati alle ridotte televisive. Oggi i progressisti hanno 5 anni di tempo. Anziché sprecarli in tatticismi o nella ricerca di capri espiatori, dovrebbero iniziare un cammino lungo, dispendioso e faticoso per diffondere e affermare i propri valori culturali (solidarietà, ambiente, pace, tolleranza, uguaglianza, onestà morale ecc..) che ora sono minoritari in Italia. Senza questo sforzo imprescindibile è insensato inseguire cervellotiche formule politiche o strane aggregazioni. A ciascuno di noi semplici cittadini tocca l’impegno di battersi per stili di vita alternativi. Ai politici: 100 “Porta a Porta” e “Matrix” in meno e 1000 incontri in più in scuole, luoghi di lavoro, circoli, mercati, piazze. Altrimenti temo che fra 5 anni ci si presenterà con un programma ultramoderato e ci si sorprenderà dell’ennesima sconfitta: la maggioranza avrà scelto un cumulo di slogan filonazisti.
    Adamo001

  2. raffaele barbiero 3 maggio 2008 08:39

    Ho letto questa ricostruzione su un sito e volevo un vostro commento

    raffaele barbiero, 3 maggio 2008

  3. raffaele barbiero 3 maggio 2008 08:48

    Scusate, non so la ragione, ma prima non mi ha preso il commento che adesso riporto qui: ” Flash back a 5 mesi fa, quando il nano fallisce la “spallata” e viene scaricato dagli alleati, Dini rinuncia al ribaltone, Mastella pronostica la durata di Prodi. Testa d’asfalto convoca i vertici a Palazzo Grazioli a cui partecipa… da solo. Fini Casini Bossi celebrano i funerali della Casa delle libertà. Bossi cerca il dialogo con Prodi, Casini addirittura parla di conflitto di interessi e Fini di riforma della TV. Politicamente in coma, il nano fonda il nuovo partito tra il disinteresse di Bossi e Casini, Fini dichiara:”Siamo alle comiche finali,Silvio con me ha chiuso, non avrà mai più il mio voto, si faccia appoggiare da Veltroni” (18 novembre).
    Il 16 dicembre:”Berlusconi ha distrutto la Cdl. Tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora”.
    A quel punto solo la sinistra può salvare Berlusconi. E infatti lo salva. Replay della Bicamerale di D’Alema. Veltroni usa i voti delle primarie non per rafforzare Prodi (e gli oppositori interni al nano), ma per aprire un “tavolo delle riforme” con lui! Il nano ne è estasiato, non credi ai suoi occhi, lo elogia: “Un vero riformista!” Walter timido risponde: “L’intesa con Berlusconi è indispensabile”. Mastella, minacciato dalla riforma elettorale, rovescia il governo. Fini torna all’ovile.
    Il 13 aprile la sinistra si suicida, il nano si riprende l’Italia.”

  4. Thomas Casadei 4 maggio 2008 00:14

    In questi giorni, cercando di comprendere con “passione e discernimento” (come ha di recente suggerito un amico richiamando la lezione di Max Weber) quanto accaduto nel nostro paese, ho avuto la fortuna di ricevere acute riflessioni tramite la mailinglist del mensile “Una Città” (www.unacitta.it).
    Tra i vari messaggi, riporto quello di Mario Spada, il quale a sua volta richiama un intervento, che mi pare davvero cogliere alcuni aspetti nodali della crisi in cui siamo immersi, scritto da Giorgio Ruffolo.

    §§

    La notizia di oggi è il crollo elettorale del partito laburista inglese. La notizia di ieri,dopo lo schiaffo nazionale, era la “caduta di Roma”. La notizia di domani sarà un altro episodio di crisi storica della sinistra?

    Sono andato a rileggermi un articolo di Ruffolo su Repubblica del 29 aprile. Mi sembra un’analisi lucida da cui partire per capire se c’è ancora qualche speranza e, se così è, dove andare a coltivarla, in quali luoghi, in quali conoscenze, in quali passioni, per superare il pensiero debole che ha reso esangue la sinistra.
    Per chi non ha sottomano l’articolo lo invio come allegato.
    Mario Spada

    Perché l’ occidente non va a sinistra
    Repubblica - 29 aprile 2008 pagina 30

    Francesco Algarotti, umanista insigne, racconta, in una novella bizzarra di quel fischio che si congelò in inverno per rifischiare allegro in primavera. Più di venti anni fa, su Micromega, ripresi quello scherzo come metafora di una sinistra che mi sembrava congelata augurandomi, ma con qualche dubbio, che riprendesse a fischiare in una nuova primavera politica.
    Quel rifischio non l’ abbiamo mai sentito. Anzi, in un libro intitolato “Il mostro mite” Raffaele Simone, riferendosi proprio a quel mio articolo, ne riprende il tema, sviluppandolo in una analisi rigorosa e impietosa, nella quale si domanda «perché l’ Occidente non va a sinistra». Per rispondere alla domanda è impossibile evitare quella che viene prima, ovvia e abusata. Ha ancora significato quella distinzione tra destra e sinistra?
    Io credo di sì (e il miglior modo di rivelarla è proprio quello di porre questa domanda. Si può stare sicuri che chi risponde che quella distinzione non ha significato è di destra). Ma credo anche che abbia mutato significato. Per circa due secoli, dalla rivoluzione francese in poi, la destra è stata identificata con la conservazione, la sinistra con l’innovazione. Da tempo non è più così. Si sarebbe tentati dal pensare che le parti si siano invertite.
    La destra è carica di spiriti irruenti, sedotta dall’ innovazione, votata alla crescita, incline alla competizione, anelante al successo. La sinistra richiama l’osservanza delle regole, la fedeltà alle istituzioni, l’ordine della convivenza, la moderazione degli “animal spirits” in nome dell’ eguaglianza.
    Insomma, la destra è all’attacco, la sinistra è sulla difensiva. Di solito l’ indebolimento politico della sinistra - poiché di questo si tratta - è attribuito ai suoi errori e ai suoi orrori. Agli orrori del comunismo, certo: mai una rivoluzione emersa come potenza liberatrice si è rovesciata e corrotta nella più tetra e lugubre delle oppressioni. Che qualcuno ne nutra nostalgia è materia non di politica ma di psichiatria. Anche agli errori e agli eccessi di un’ invadenza statalistica e sindacale che hanno guastato in parte il successo peraltro grandioso del solo socialismo realizzato: quello delle socialdemocrazie e del welfare state.
    Ma né gli orrori né gli errori della sinistra spiegano il vero e proprio “rovesciamento della prassi” politica intervenuto nel recente mezzo secolo. La causa principale del quale sta nella scomparsa della “questione sociale” dal centro della scena politica: del conflitto storico tra capitalisti e operai, dovuta a una rivoluzione del modo di produrre e del modo di pensare. Il formidabile aumento della produttività ha consentito di ridurre la pressione capitalistica sul lavoro spostandola sulle risorse naturali attraverso un gigantesco aumento dei consumi (Reichlin lo ha ben spiegato in un suo recente articolo). La massa omogenea del proletariato industriale si è articolata in un mondo del lavoro dotato di miriadi di competenze specifiche. L’ effetto combinato di queste due correnti pesanti ha causato uno spostamento del fulcro dell’ economia dal lavoro al consumo e dal lavoro collettivo al lavoro individuale. Questa torsione del modo di produrre ha generato nelle grandi masse un nuovo modo di pensare. Mentre l’ antagonismo dei rapporti di lavoro si riduceva, aumentava l’ interesse comune al consumismo. Mentre nel nuovo mondo di un lavoro eterogeneo si attenuava la spinta alla solidarietà, si accentuava l’ attrazione verso la cornucopia permissiva traboccante dai mille specchi della pubblicità. Ciò che la neodestra propone - dice in sostanza Simone - è un patto con un diavolo sorridente, con un “mostro mite”, che promette di tutto e di più mentre offre un lavoro che può spingersi fino ai limiti del trastullo; come fa Google quando raccomanda ai suoi “ospiti” (come chiamarli altrimenti? lavoratori?) di dedicare almeno un quinto del tempo di lavoro a sane distrazioni.
    Tocqueville, che aveva previsto proprio tutto, pronosticò l’ avvento di un governo «che vuole che i cittadini se la godano, purché non pensino ad altro che a godersela» un governo; che - aggiunge Simone - «assicuri al maggior numero di persone un fascio di esperienze gradevoli e vitalizzanti, che accrescano il loro benessere fisico e psicologico, ma soprattutto le inducano a consumare».
    Nel suo immaginario non c’ è posto né per il padrone delle ferriere né per l’ ingegner Taylor col suo cronometro che scandiva le ore piene e i minuti vuoti, ma per quel tempo preso dal divertimento che è diventato l’ essenza del lavoro, un sempre più prolungato e affollato weekend. In questa economia del consumo, si forma sì, un (sotto) proletariato, ma ai margini della società, come “rifiuto”, «non certo come scuola di solidarietà e di fratellanza, ma come fonte di inquinante turbolenza in quelle discariche che sono diventate le periferie metropolitane. La massa del ceto medio, quello che meglio si definirebbe il ceto di massa, condivide con l’ élite plutocratica valori privati: il postulato di superiorità (io sono il primo tu non sei nessuno); il postulato di proprietà (questo è mio e nessuno me lo tocca); il postulato di licenza (io faccio quello che voglio e come voglio); il postulato di non intrusione dell’ altro (non ti immischiare negli affari miei); il postulato che tutti li riassume, di superiorità del privato sul pubblico (fino all’ abuso del pubblico come cosa privata).
    Non può stupire allora che al centro della scena politica sia subentrata alla questione sociale la questione fiscale: il conflitto tra Stato e contribuenti che pretendono servizi pubblici sempre più costosi (perché a differenza di quelli privati non possono essere fronteggiati con aumenti significativi della produttività) ma non tollerano che siano finanziati “mettendo le mani nelle loro tasche”.
    Questo privatismo è l’ opposto dell’ individualismo. Mentre quello è espressione di personalità forti, caratterizzate, aperte alle relazioni con gli altri; questo, incerto e timoroso di contatti interpersonali (come chi evita persino le strette di mano) si esprime politicamente non attraverso la discussione, che aborre, ma in quell’ attruppamento infatuato attorno a capi carismatici in cui si riconosce la forma moderna del populismo.
    Populismo e privatismo si fondono perfettamente nell’ ideologia apolitica della neodestra. Sono l’ espressione di una formidabile tendenza alla disgregazione sociale che qualcuno (Bauman) traduce nella metafora della “liquefazione”. Marx denunciò per primo la tendenza dissolvente insita nel capitalismo: «Tutto ciò che è solido si disperde nell’aria». Questo è appunto uno dei rischi supremi del nostro tempo: quello di una società polverizzata esposta ai venti delle mobilitazioni irrazionali. L’ altro, all’ altra estremità di una società privatistica e consumistica, è la distruzione del capitale naturale provocata da una crescita economica illimitata e dissennata. A questi due supremi rischi cui il mite mostro della nuova destra espone l’ umanità del nostro tempo, la sinistra non sa opporre che una sterile contestazione o una mimesi compiacente: un pensiero debole.
    Fino a quando non saprà costruire in un pensiero forte le fondamenta istituzionali di un nuovo ordine mondiale che sia in grado di reggere e regolare la poderosa complessità della globalizzazione, il campo sarà pericolosamente aperto ai demagoghi del mite inganno.

    GIORGIO RUFFOLO

  5. Angelo Satanassi 8 febbraio 2009 12:35

    Lettera inviata da Angelo Satanassi al Direttore del Corriere di Forlì

    Caro Direttore,

    ho letto sul suo giornale una dichiarazione del mio carissimo compagno Temeroli, sodale di tante battaglie nel grande P.C.I., contro lo sbarramento del 4% alle prossime elezioni europee.

    Osservo: da un lato presente sulla scena politica un ex bracciante meridionale, ex operaio emigrato in Germania, (ex analfabeta !!!) che in pochi anni, dal nulla, ha costruito un partito di radicale opposizione a Berlusconi e al suo governo, che ha voluto anch’egli il limite del 4%.

    Si tratta come è noto dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.

    Dall’altro lato, autorevoli intellettuali, docenti universitari, politologi, ex parlamentari e rivoluzionari di lungo corso, che si oppongono.

    Si tratta di persone che hanno fatto del Marxismo-Leninismo il verbo e della lotta di classe la ragione d’essere.

    Sono “compagni” che consultano tutti i giorni il Capitale di Karl Marx, anche i volumi dal terzo che egli considerò sbagliati e quindi da non pubblicare.

    Mi chiedo: perché avere paura di non raggiungere il 4% nel nome del Marxismo-Leninismo?

    Non molto tempo fa il leader di Rifondazione, Franco Giordano, dichiarò che era tempo di uscire rapidamente dal Capitalismo.

    Col timore di avere meno voti di Di Pietro dal Capitalismo non si esce neppure dalla porta di servizio.

    Cordialmente.
    Angelo Satanassi

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