Riforme. Razionalizzare ciò che è già emerso dalle scelte degli elettori
Riforme. Razionalizzare ciò che è già emerso dalle scelte degli elettori (pubblicato su federalismi.it)
di Stefano Ceccanti
1. I voti: premiate le due proposte di Governo (anche attraverso gli junior partners), punite le due opzioni identitarie
L’elettorato aveva stavolta a disposizione, in un panorama di offerta pressoché tutta nuova, quattro proposte principali: due di Governo, Pdl e Pd con i relativi junior partners, e due identitarie, Sinistra Arcobaleno e Udc.
In termini di voti non c’è dubbio che, sia pure in misura diversa, siano state premiate solo le due proposte di Governo, con un particolare beneficio per gli junior partners, utilizzati in entrambi i casi dall’elettorato portatore di critiche più radicali al sistema come una sorta di correttivo tribunizio interno alla proposta di Governo.
Il Pdl cresce in termini reali di un milione e mezzo di voti validi, di cui 330.000 in Campania (effetto diretto dell’immondizia) e 380.000 mila del Lombardo-Veneto (anche qui in larga parte effetto di quella situazione in Campania). In fondo, se consideriamo la Lega come un equivalente funzionale dei tre principali partiti regionalisti spagnoli (Ciu, Pnv e Erc), rientra in standard quantitativi normali il fatto che il partito a vocazione maggioritaria debba fare i conti con un 6-7% di voti (e seggi) che lì si raccolgono, anche se nel caso spagnolo si ricorre (sinora) ad appoggi esterni e non a un Governo di coalizione. Uso il raffronto con la Spagna, qui e in seguito, perché è anche quello cronologicamente più vicino e anche per questo più stimolante.
Pd e Idv salgono in termini reali di poco meno di 190.000 voti, di cui quasi 150.000 in Lazio (effetto della candidatura Veltroni) e poco più di 75.000 tra Toscana, Umbria e Marche, in parte compensati dalla débacle siciliana (meno 62.000). Per chi perde restare oltre un terzo dei voti significa aver comunque ormai raggiunto la dimensione europea della forza politica a vocazione maggioritaria che arriva seconda. Sono livelli paragonabili, punto più punto meno, a quelli di Spd, Psf, Conservatori inglesi, Pp spagnolo. Anche i risultati delle amministrative, a una lettura non frettolosa, ci confermano questa analisi: va per esempio ricordato a chi frettolosamente segnala che per il Pd sarebbe una dura sconfitta non aver vinto a Roma al primo turno, che accadde esattamente la stessa cosa sia a Rutelli sia a Veltroni quando tentarono per la prima volta la salita al campidoglio e che i plebisciti ci furono soltanto al momento della riconferma, sulla base di un giudizo ex post sui risultati conseguiti nel primo mandato.
Abbiamo assistito quindi a una tendenza fortissima verso una bipolarizzazione semplificata, a due coalizioni da un partito e mezzo. Alla Camera la somma tra i primi due partiti, che dal 1994 era inferiore al 50%, giunge al 70,5% dei voti (e al 78,3% dei seggi), se si sommano le due coalizioni si arriva all’85,4% dei voti (93,8% dei seggi).
Netta invece la sconfitta delle due posizioni identitarie.
Sulla drastica sconfitta della Sinistra Arcobaleno si è già scritto molto, forse sovraccaricando il periodo della campagna elettorale, parlando del peso del voto utile e così via. Sono stati elementi che hanno aggravato la crisi, fino a livelli estremi, e tuttavia essa era inevitabile. Come il Pcf di Marchais, portato al governo da Mitterrand, il sostegno all’esecutivo fa perdere a queste forze la verginità della critica radicale al sistema: parte degli elettori delusi slittano verso l’astensione o verso voti di nuova radicalità (in Francia accadde con le Pen, qui con la Lega) e invece l’altra parte, che entra davvero in una logica di Governo, vota direttamente il partito di centrosinistra (così si spiegano in particolare i 480.000 voti in meno alla SA delle sole regioni rosse). Non è quindi da pensare che solo in Italia possa risorgere un partito di estrema sinistra di dimensioni superiori al 5%, anche se parte del consenso attuale potrà essere recuperato dalla collocazione di opposizione extraparlamentare se saprà effettivamente rinnovarsi. Un compito che certo non può essere scaricato sull’Opposizione del Pd, che ha il compito invece di continuare a prospettare in modo ancor più convincente sul medio periodo un’alternativa realistica di Governo e quindi il possibile sfondamento al centro, che era difficilmente realizzabile in pochi mesi di vita con l’eredità pesante di una coalizione litigiosa.
Per questo ragionamento quantitativo di scala europea che fa pensare a un’estrema sinistra rinnovata che ritrova l’accesso in Parlamento ma non più con le percentuali tradizionali, forse meriterebbe un’attenzione maggiore una proposta come quella di sistemi di tipo spagnolo che consentono un diritto di tribuna anche a forze minori del 5%, dando loro l’accesso in alcune grandi aree metropolitane. Una proposta prima del voto guardata negativamente da Rifondazione che si schierava per un sistema tedesco, con sbarramento del 5%, superiore a quello del 4% che l’ha condannata alla Camera, perché non aveva ancora preso coscienza del proprio declino, analogo alle forze europee di comune ispirazione.
Anche l’Udc ha avuto un ridimensionamento significativo, di circa 530.000 voti: la posizione centrista autonoma, quasi equidistante dai due maggiori, non è stata particolarmente apprezzata, anche se, visti i dati complessivi e le prime ipotesi degli specialisti ha avuto un effetto doppio: ha provocato un’ingente fuga in uscita degli elettori coalizionali verso il Pdl e ha impedito uno scongelamento verso il Pd, a cui ha anche rosicchiato qualcosa. L’elettore centrista antiberlusconiano ha avuto un’opzione più soft rispetto al voto al Pd. C’è anche da pensare che Berlusconi, nel momento in cui ha deciso il taglio di entrambe le ali della sua coalizione, abbia riflettuto su questa chance, oltre che sui passati dissapori personali.
2. Dai voti ai seggi. Il sistema tedesco fuori gioco. Distinguere tra l’apertura politica all’Udc e le riforme per razionalizzare i risultati elettorali
Se nel caso dell’Udc la sconfitta numerica è comunque inferiore alla SA, quella politica non è da meno: i suoi voti non sono decisivi al Senato e quindi la partita per un sistema simil-tedesco in cui il partito di centro decide dopo il voto che Governo determinare è ormai esclusa dal novero delle possibilità realistiche, essendo implausibile che il Pdl voglia distruggere un sistema bipolare che ha contribuito a determinare. Questo è un giudizio realistico di fatto che dovrebbe essere condiviso anche da parte di chi in termini di giudizi di valore avrebbe sperato in quell’esito.
Mi spiego meglio. E’ vero che il Pd non può non guardare in questa fase primariamente all’elettorato di centro che ancora non è riuscito a convincere e per questo aprire un confronto serrato con l’Udc serve, oltre che nell’immediato per i ballottaggi, a chiarire agli elettori che il Pd persegue ancora quella strada, che non intende invece sostituire la Sinistra Arcobaleno alla ricerca dei pochi elettori dell’estrema sinistra. Stiamo però parlando di un dialogo che è primariamente rivolto agli elettori dell’Udc e che passa anche per i suoi dirigenti ma in quanto finalizzato a un rapporto con gli elettori: del resto il travaso dei voti nei ballottaggi è legato a questo dialogo di base. Pensare che possa invece realizzarsi un asse proporzionalistico con la dirigenza Udc, significa non capire che tale progetto sarebbe sbagliato in quanto privo di voti maggioritari in Parlamento. Quand’anche tutto il Pd si convincesse di una legge tedesca, che ha vari elementi di contraddizione con l’idea di partito a vocazione maggioritaria, e facesse asse con l’Udc sarebbe comunque un esito minoritario, di consolazione comune tra opposizioni, che devono invece cercare intese sulle politiche dalla comune collocazione di opposizione.
Una linea di asse rigido minoritario tra Pd e Udc, chiuso a Pdl e Lega, avrebbe come unico effetto quello di impedire le uniche riforme possibili, quelle che razionalizzino i risultati del nuovo bipolarismo emerso dal voto, o di giustificare una possibile blindatura di maggioranza delle riforme da parte di Pdl e Lega.
Cosa intendo dire quando parlo di attenzione primaria agli elettori di centro prima che ai dirigenti del partito di centro? Se fosse possibile un’alleanza organica con la quasi intera Udc (extra-siciliana), dirigenza compresa, in vista di un’alternativa di Governo, benissimo. E’ pertanto ragionevole che tutto il Pd cerchi di partire da questa ipotesi massimale. Essa però incontra ostacoli obiettivi. Non essendo determinante, ma con un ceto politico desideroso di essere spendibile, l’Udc rischia più probabilmente in prospettiva l’esplosione: tra gli eletti che, per biografia personale, a cominciare dai senatori siciliani superstiti, tendono verso un rinnovato patto col Pdl, i gruppi locali divisi nei ballottaggi per le amministrative a seconda delle logiche territoriali, e gli elettori stavolta più spostati verso il centrosinistra. Elettori in difficoltà sia verso i leaders sia verso una strategia a macchia di leopardo che ha già nuociuto radicalmente in Francia alla credibilità di Bayrou al momento delle elezioni municipali. In ogni caso il Pd deve porsi in modo tale da intercettare il massimo di quei consensi in termini di politiche.
Invece sul terreno delle riforme, che va mantenuto distinto, quanto prima le forze principali emerse dal voto si impegnano per l’unica alternativa realistica, razionalizzare il risultato del voto, senza escludere a priori nessuno dal consenso sulle riforme, giacché ciò non è in contraddizione col diritto di tribuna per le formazioni ulteriori, tanto meglio sarà per il Paese.
View blog reactionsNessun commento disponibile.
Scrivi un commento