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Non pedalata ecologica lungo il fiume Ronco

L’Associazione I MEANDRI, con sede in Forlimpopoli, anche quest’anno realizza una serie di iniziative atte a sensibilizzare l’opinione pubblica circa il problema della tutela dell’eco-sistema fluviale, nella zona  sita fra
il Ponte dei Veneziani di Meldola e il ponte del Ronco di Forlì.  Tale tratto di fiume include al suo interno il Sito di Interesse Comunitario (SIC) dei meandri del fiume Ronco situato in frazione Magliano e la zona di Selbagnone, dove l’ecosistema è più fragile. L’Associazione ha programmato tra le varie iniziative, come negli anni precedenti, la nona pedalata ecologica lungo il fiume Ronco che si svolgerà sabato 14 giugno con partenza alle ore 15,30 dal campo sportivo di Selbagnone. In caso di maltempo sarà rinviata a sabato 21
giugno.

Il percorso lungo circa Km 9, quasi tutto sterrato, è alla portata di tutti (principianti e ragazzini). Si percorreranno i due lati del fiume e i partecipanti avranno la possibilità di visitare lungo il percorso  il bosco
alluvionale di Magliano e  la villa settecentesca Paolucci-Merlini di Selbagnone con le sue monumentali piante dove guide esperte evidenzieranno le caratteristiche peculiari dei siti. Durante il percorso vi sarà una fermata per visitare un “allevamento di galline biologiche ovaiole.
Chiaramente la pedalata non ha scopo agonistico, ma ha come funzione principale quella di far conoscere a tutti i partecipanti le meraviglie del nostro territorio e che non tutti conoscono.
La pedalata terminerà con un rinfresco offerto da “ The Little Ranch” di Selbagnone.

In caso di pioggia la pedalata sarà rinviata a sabato 21 giugno

Il Presidente
Paola Centofanti  333-8245249

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2 Commenti a "Non pedalata ecologica lungo il fiume Ronco"

  1. andrea panzavolta 27 giugno 2008 09:30

    PROCESSO E MORTE DI SOCRATE:
    UN LESSICO CIVILE PER L’ITALIA DI OGGI

    Nel celebre saggio Perché leggere i classici, Italo Calvino tra le altre avanza la seguente definizione: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Da questa definizione discende, quale logico corollario, l’attualità dei classici, la loro attitudine a porsi quali strumenti capaci di discernere il tempo presente, di capire la direzione dei venti, di comprendere il nuovo che avanza.
    Mi servirò della definizione di Calvino come viatico per introdurvi L’apologia di Socrate e il Critone (riserverò un commento a parte alle pagine del Fedone che trattano della morte del filosofo), cercando di riportare anche a voi le risonanze che i due testi platonici hanno suscitato in me sullo stato di salute della nostra Repubblica.

    APOLOGIA DI SOCRATE

    Il primo testo che ascolteremo è L’apologia di Socrate. Riserverò pochissime battute alla scena e ai personaggi perché la mia intenzione, come ho detto sopra, consiste nel cogliere la possente attualità di questo scritto e di dimostrarvi che esso si configura come un vero e proprio breviario laico, un indispensabile “lessico civile” capace, se non di farci uscire dal labirinto, di indicarci almeno quali siano le strade da non percorrere se non vogliamo finire dritti dritti nelle fauci del Minotauro.
    E del lessico la mia presentazione avrà la struttura: dopo l’introduzione seguiranno cinque lemmi nei quali mi sono sforzato di condensare la straordinaria lezione di laicità impartita da Socrate, nella convinzione che essi vi aiuteranno a sperare, come hanno aiutato me, che la democrazia della ricerca e del dialogo, della libertà e della giustizia, in una parola: la democrazia critica, è ancora possibile in questo disgraziato Paese.

    INTRODUZIONE – Atene, primavera del 399 a.C. Socrate è tradotto in tribunale per rispondere a un triplice capo d’accusa: miscredenza negli dei della città; introduzione di nuove divinità; corruzione dei giovani. Accusatore ufficiale è Meleto; sostenitori dell’accusa sono Anito e Licone.
    Nell’Apologia l’unico a parlare oltre a Socrate è Meleto, anche se l’eminenza grigia del processo contro il filosofo è Anito, essendo Meleto e Licone – rispettivamente un giovane poetastro che sfruttava la ribalta del processo contro uno degli uomini più conosciuti e controversi di Atene solo per mettersi in mostra, e un retore di cui si sa poco o nulla – solo delle mosche cocchiere, delle pedine mosse dalle abili mani di Anito. Ma chi è mai, questo Anito?
    Fonti coeve a quelle platoniche ne schizzano un ritratto che ha tanto singolari quanto inquietanti analogie con alcuni uomini illustri della Seconda repubblica. Anito era il cittadino più ricco e più potente di Atene. Uomo rozzo e grossolano, aveva ereditato dal padre un’avviata industria conciaria, che attraverso operazioni spregiudicate era riuscito a trasformare in un colosso nel settore facendo soldi a palate. Ma alla passione per gli affari Anito univa anche quella per la politica: egli infatti era uno degli esponenti più autorevoli del partito popolare. Insomma, il suo manifesto culturale potrebbe essere compendiato da tre “i”: incentivare l’impresa per incrementare i guadagni per poi intervenire nella vita politica (o “scendere in campo”, come si direbbe oggi).
    Neanche a dirlo, la cultura delle tre “i” faceva a pugni con le raffinatezze logiche e con le squisite schermaglie verbali di Socrate, tutte tese invece a tener viva l’attenzione, soprattutto dei più giovani (da qui l’accusa di corruzione), sui problemi della Stato, trasformando il problema politico in problema filosofico e quindi, di conserva, in problema di coscienza, e opponendo alla omologazione il pensiero critico.

    1. CRITICA – Veniamo così al primo lemma del nostro lessico civile: critica. La parola “critica” deriva dal greco krisis, che indica una triplice e indissolubile operazione concettuale: raccogliere, giudicare, scegliere. Dinanzi all’insorgere di un problema chi si lascia guidare dallo spirito critico per prima cosa cerca di capire, in un modo quanto più possibile rigoroso e appassionato, le cause che lo hanno generato; si sforza di soppesare con pacatezza e con senso della misura, le ragioni delle parti che sono entrate in conflitto e di verificarne la ragionevolezza. Alla fine di questa fase che potremmo chiamare “istruttoria”, il soggetto critico giudica autonomamente le diverse istanze in gioco per poi pronunciarsi a favore di questa o di quella.
    Nel corso della sua apologia Socrate ritorna più volte sui doveri della critica contrapposti alla affabulazione plebea che seduce grazie alle frasi d’effetto, ai discorsi urlati, ai toni da propaganda. Probabilmente Socrate con la sua acuminata ironia avrebbe fatto strame delle cassandre che rubricano tutti i musulmani alla voce “tagliagole”; dei soloni che, dopo gli attentati di Londra, hanno parlato di «azioni anticristiane»; dei mangiafuoco che hanno scagliato lapilli contro la magistratura per i fatti inerenti all’affaire Antonveneta-Bankitalia, accusandola di inammissibile sconfinamento e di sconcio protagonismo, senza avvedersi che allo stato dei fatti l’indagine giudiziaria era, in punta di fatto e di diritto, oltre che opportuna, addirittura doverosa.

    2. UMILTA’ – Chi, dunque, come Socrate si decide per lo spirito critico, si decide anche – e passiamo al secondo lemma – per l’umiltà contro la gretta burbanza del dogmatismo. «Ciò che io non so, neppure ritengo di saperlo», dice il nostro filosofo. E per umiltà si deve intendere una ben precisa disciplina mentale, che consiste prima di tutto nella capacità di non prendersi mai troppo sul serio e di ridere di se stessi. Umiltà, poi, significa, precisione definitoria, articolazione del dubbio, astenersi dai giudizi affrettati, evitare sia i ragionamenti verbosi propri di coloro che sollevano cortine fumogene per nascondere la pochezza delle loro argomentazioni, sia quelli capziosi e tartufeschi, propri invece di coloro il cui unico scopo è contraddire l’interlocutore per il solo gusto di contraddirlo. Umiltà, ancora, è passione per le differenze, fiducia nel colloquio, apertura agli altri e quindi curiosità nei confronti delle loro opinioni e dovere di tenerne conto; significa, in definitiva, considerarsi sempre alunni e giammai come maestri: «Io – dice Socrate – non sono mai stato maestro di nessuno. Ma se qualcuno desidera ascoltarmi mentre parlo e mentre svolgo la mia attività, giovane o vecchio che sia, questo non l’ho mai rifiutato a nessuno».
    Ma questa disciplina mentale a che tende? Qual è il suo fine?

    3. VERITA’ – Semplicemente – ed ecco il terzo lemma – la ricerca della verità. Tutto il discorso di Socrate è come posseduto da una incontenibile lussuria di verità: «Seppiatelo bene: io vi dirò tutta la verità!»; «Corpo d’un cane, o cittadini ateniesi: bisogna che io vi dica la verità!»; «Io non mi vergogno di dirvi la verità!»: sono solo alcune delle ardenti dichiarazioni d’amore lanciate da questo amante appassionato nel corso della sua apologia.
    La ricerca della verità è strenua difesa dei principi della logica e soprattutto irriducibile opposizione contro la falsificazione dei fatti, di cui ogni giorno abbiamo sotto gli occhi casi grotteschi e inquietanti. Pensiamo, per quanto riguarda la geopolitica, alle fantomatiche testate batteriologice di Saddam capaci di colpire Londra in meno di 45 minuti: mai trovate. Oppure alla strage nella stazione madrine di Atocha, imputata con dolo dall’allora primo ministro Aznar agli irredentisti dell’Eta. Se passiamo poi all’Italia, ecco che il cahier de doleances è pressoché sterminato. La Banca Centrale Europea lancia l’allarme per il nostro debito pubblico e la Standard & Poor’s declassa il giudizio sulla credibilità del nostro Paese da “stabile” a “negativo”, ma c’è chi gorgheggia che le cose vanno benissimo, che siamo ricchi e che l’economia tiene grazie al sommerso (si legga: lavoro nero). C’è chi spaccia la nuova legge sul sistema integrato delle comunicazioni come una riforma a lungo auspicata, omettendo di aggiungere che grazie ad essa triplicherà i propri introiti.
    Insomma, questi falsari farebbero fremere di sdegno Socrate, anzi lo spingerebbero a trangugiare la cicuta ancor prima di essere condannato a morte.

    4. LIBERTA’ – Ma la verità, è scritto da qualche parte, ha il potere di rendere liberi. Arriviamo così al quarto lemma: libertà.
    Una volta conosciuta, la libertà diventa a tal segno cara che per lei si può rifiutare addirittura la vita. Non solo: la libertà è per sua natura contagiosa. Questo Socrate lo aveva capito alla perfezione. Egli aveva capito la reale natura del suo processo, che alla sbarra cioè non era lui ma la democrazia ateniese. Per questo può dire: «Sappiate, o giudici, che se voi condannerete a morte me, che sono così come vi dico [e cioè amante dello spirito critico, consapevole dei limiti della ragione, appassionato ricercatore della verità per raggiungere una superiore libertà] non danneggerete me più di voi stessi». Dal processo è la stessa democrazia ateniese che esce condannata a morte. Socrate, poi, aveva capito alla perfezione che il suo esempio, già imitato da numerosi giovani, costituiva una minaccia micidiale per coloro che intendevano la politica solo come conquista e conservazione del potere; e di costoro previde anche quale sarebbe stata la reazione. Nell’Apologia c’è un passo dove il filosofo ci regala un impressionante identikit del vero volto del potere: «La verità essi [cioè gli uomini di potere] non la vorrebbero dire, ossia che è risultato evidente che essi hanno la presunzione di sapere tutto e, invece, non sanno nulla. E dal momento che, penso, sono ambiziosi, violenti e numerosi, e parlano di me in maniera ferma e convincente, hanno riempito completamente le vostre orecchie già da un pezzo, calunniandomi pesantemente».
    Rileggiamo gli aggettivi usati da Socrate: «ambiziosi», «violenti», «numerosi». Ancora una volta risultano impressionanti le analogie con chi detiene oggi il potere in Italia: uomini dotati di un ego ipertrofico e posseduti da una patologica folie de grandeur (che però sa poco di napoleonico e molto di salsa all’amatriciana), che avanzano a colpi di maggioranza infischiandosene del fatto che la democrazia è prima di tutto un colloquio; uomini che, avendo il monopolio televisivo (di tre reti private per via proprietaria e di tre reti pubbliche per via privata), dispongono di una cassa di risonanza amplissima, capace di riempire le nostre orecchie di menzogne, di calunnie e di rovinosi miraggi.
    Come reagire a questa rapina di agorà?

    5. FEDELTA’ – Attraverso – e veniamo al quinto ed ultimo lemma – la fedeltà a se stessi e alla propria missione.
    Dopo il ritratto del demagogo, o meglio del demagogo oligarchico secondo la bella formula proposta da Maurizio Viroli, Socrate traccia quella del buon democratico (perché, come ammoniva Guido Calogero, la democrazia prima di essere una forma di governo è una maniera di comportarsi). Come il soldato deve rimanere nel posto che gli è stato affidato «senza tener conto della morte né di nessun’altra cosa piuttosto che del disonore», così il buon democratico rimane là dove il caso, o la sua scelta, o il suo dio, lo hanno collocato, vivendo filosofando, sottoponendo ad esame se stesso e gli altri, prendendosi cura né delle ricchezze né del potere «prima e con maggiore impegno che dell’anima» (e attenzione: «prima e con maggiore impegno che dell’anima» non significa affatto disprezzare tutto ciò che non riguarda l’anima, ma solo tracciare delle corrette gerarchie di valore), nella convinzione che il bene più grande dell’uomo sia fare ogni giorno ragionamenti sulla virtù e che «una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta».
    E il vivere filosofando altro non è che attività politica a servizio della democrazia, la quale postula l’esistenza di cittadini capaci di formulare giudizi e di vagliare autonomamente idee e leggi, di parlare dei problemi che riguardano la polis e non di “esserne parlati”.

    CRITONE

    Poiché il Critone è intimamente connesso all’Apologia di Socrate (ne costituisce, per così dire, un sequel), riproporrò lo stesso metodo adoperato prima: a una breve presentazione del dialogo farò seguire altri due lemmi che integreranno, senza ovviamente esaurirlo (i classici, ricordate?, non finiscono mai di dire quello che hanno da dire), il lessico civile che ho iniziato ad abbozzare sopra.

    INTRODUZIONE – La scena è la cella del carcere ateniese dove Socrate è rinchiuso. E’ l’alba del terzo giorno che precede la sua morte. Il discepolo Critone reca a Socrate importanti novità: c’è un gruppo di amici disposto a corrompere i carcerieri; se solo il filosofo si lascerà convincere, potrà fuggire da Atene e riparare sano e salvo in Tessaglia dove degli estimatori gli offriranno ospitalità e rifugio.
    In realtà il piano di Critone non è del tutto disinteressato: questi, sollecitato più dall’opinione che gli Ateniesi si potrebbero fare di lui che da un pensiero conforme a giustizia, teme di essere criticato se, potendo salvare Socrate, non l’avrà fatto. La risposta del filosofo è un misto di delusione e di garbato rimprovero: fa’ in modo che il tuo zelo, caro Critone, si accompagni a rettitudine, se no è un disastro, gli replica Socrate; bisogna infatti riflettere se quello che mi stai proponendo si può fare oppure no; quanto a me mi farò guidare unicamente dalla ragione. E poi, scusa: mica posso ripudiare quello che ho detto durante il processo solo perché mi è capitata questa sorte! Tuttavia, poiché la ragione alla quale il filosofo si appella trova nel dubbio il suo principale alimento, egli di buon animo si metterà ad ascoltare le argomentazioni del discepolo (beninteso facendo di tutto per persuaderlo circa la loro infondatezza), lasciando aperta nello stesso tempo anche l’opposta possibilità, che cioè sia Critone a persuadere lui.
    La critica socratica fin dalle prime battute mette in difficoltà Critone, tanto che nel giro di poco il povero discepolo si ritrova stretto tra le spire di un ragionamento tentacolare, sinuoso, avvolgente, che alla esatta terminologia unisce un rigorosissimo impianto logico.
    Il colpo di grazia arriva con la celeberrima prosopopea o personificazione delle Leggi. Le Leggi che governano Atene prendono la parola e avvalendosi dello stesso metodo socratico, quello cioè «del domandare e del rispondere», spiegano a Socrate che la giustizia consiste nel fatto che «non si deve disertare, né ritirarsi, né abbandonare il proprio posto ma, in guerra e in tribunale e in ogni altro luogo, bisogna fare quello che la Patria e la Città comandano, oppure persuaderla in che cosa consista la giustizia»; e gli ricordano che tra loro e Socrate esistono patti e accordi in basi ai quali il filosofo aveva liberamente accettato di compiere i suoi doveri di cittadino.

    1. DOVERE – E veniamo così al primo lemma – dovere – che in qualche modo completa la voce “fedeltà” con la quale ho chiuso la presentazione dell’Apologia di Socrate (tra l’altro Del dovere, Perì praktéu, è anche il sottotitolo del nostro dialogo).
    Per dovere mi piace intendere, prima di tutto, quella che i nostri maggiori chiamavano virtus, l’attitudine cioè a pensare e a ragionare in grande ed insieme la coerenza tra i pensieri e le azioni. Dovere, poi, significa dismettere i denti da latte per lasciare il posto a una più robusta dentatura. Infatti a differenza degli obblighi che evocano una dimensione servile se non addirittura di schiavitù, i doveri, trovando la loro fonte di giustificazione solo nella coscienza del singolo, nel senso che possono essere sentiti come tali solo se da lui liberamente accettati, parlano della maggiore età dello spirito, e quindi di responsabilità intesa, etimologicamente, come capacità di rispondere alle opinioni e alle preferenze dell’Altro e all’ordine costituito.
    Nella Costituzione italiana il dovere gode di una posizione di rilievo. Appare già all’inizio, all’articolo 2 dove si legge che «la Repubblica […] richiede l’adempimento di dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; ritorna nell’articolo 52 che qualifica come «sacro dovere del cittadino» la difesa della patria; e riceve, poi, una solenne formulazione nell’articolo 48, dove si legge che l’esercizio del voto da parte dei cittadini è un «dovere civico».
    A questo punto il pensiero non può non andare all’ultimo referendum, quello sulla procreazione medicalmente assistita, dove l’astensionismo, sostenuto tra l’altro dalle più alte autorità della Chiesa Cattolica, ha superato la soglia del settanta per cento. Come avrebbe reagito il nostro Socrate? Innanzitutto, credo, accusando di spergiuro la seconda e la terza carica dello Stato le quali, pur avendo giurato solennemente nelle mani del Presidente della Repubblica di «osservare lealmente la Costituzione e la legge», quella stessa Costituzione hanno poi dimostrato di tenere in non cale, E a quel settanta per cento e passa di cittadini che si sono astenuti, cosa avrebbe detto Socrate? Probabilmente sarebbe ricorso alla prosopopea della Costituzione. Mi pare quasi di sentirla: «O cittadini italiani, tra me e voi non vi sono forse dei patti in base ai quali, accettando di vivere in Italia, accettate anche di compiere i vostri doveri di cittadini? La giustizia consiste nell’obbedire alle leggi della Patria e soprattutto a me, che delle leggi patrie sono la regina. Se non siete d’accordo, persuadetemi allora voi su cosa intendete per giustizia. Ma mai ricorrere alla violenza! Perché di violenza si tratta, o cittadini italiani: non solo perché molti di voi hanno delegato il loro giudizio ad altri che hanno scelto per voi, ma anche perché, essendo la democrazia prima di tutto un dialogo tra i cittadini, il vostro astensionismo ha finito per indebolire la stessa democrazia, dimostrando di non tenere conto delle opinioni di coloro che, nel pieno rispetto della legge, avevano promosso il referendum. Insomma, potevate dare a Cesare quello che era di Cesare recandovi alle urne, e a Dio quello che, secondo la coscienza di ciascuno, era di Dio, votando No o scheda bianca».

    2. DIALOGO – E giungiamo così all’ultimo lemma del nostro lessico civile: dialogo. Guido Calogero, insieme a Bobbio, Capitini, Salvemini, Calamandrei, Ginzburg una delle più luminose figure dell’Italia civile, ha scritto sull’argomento parole definitive. Già vi ho riportato sopra una citazione di Calogero («La democrazia è prima di tutto un modo di comportarsi»); ora ve ne vorrei donare un’altra, davvero splendida: «Prima ancora che nella bocca, la democrazia sta nelle orecchie. La vera democrazia non è il paese degli oratori, ma degli ascoltatori». Il dogmatismo, le prese di posizione che non concedo appello, le decisioni gabellate per oracoli sono una minaccia per la democrazia perché le tolgono ossigeno. Contro di esse il buon democratico deve riaffermare la fiducia nel dialogo e sostituire, come scriveva Bobbio in Politica e cultura, alla logica dell’aut-aut quella dell’et-et, nella consapevolezza che gli avversari non debbono essere vinti, ma con-vinti dalla forza del migliore argomento. Ma fiducia nel dialogo significa anche rompere il silenzio. Immanente alla democrazia è quella che i Greci chiamavano parresia, cioè il parlare con franchezza. Ascoltare le opinioni degli altri senza tuttavia far udire le proprie non è dialogo, ma indifferenza. Bisogna imparare da Socrate, finissimo ascoltatore e interventista della parola. Insomma, se c’è qualcosa che il Critone insegna è proprio questo: comprendere le ragioni dell’Altro, sforzarsi di persuaderlo lasciando però aperta la possibilità che sia lui a persuadere noi.
    Ma non posso – ed è l’ultimo passaggio del mio ragionamento – comprendere le ragioni dell’Altro se non lo metto nelle condizioni di parlare, rimuovendo se necessario gli impedimenti materiali o sociali che lo ostacolano. Un principio, questo, recepito nel nostro dettato costituzionale all’articolo 3, dove nel secondo capoverso si legge che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
    Un suggerimento: anziché dichiarare sorpassata la Carta Costituzionale, cerchiamo di realizzarla nella sua pienezza.

    FEDONE

    (EPILOGO – LA MORTE DI SOCRATE)

    E’ arrivato il giorno dell’esecuzione della condanna a morte. Socrate trascorre le sue ultime ore a ragionare sull’immortalità dell’anima, e regala a Fedone (il discepolo che dà il nome al dialogo che chiude quello che in un qualche modo può essere considerato il trittico che Platone ha dedicato al processo e morte del maestro), a Critone, a Simmia, a Cebete e ad altri amici il suo canto più bello.
    La tessitura poetica del dialogo, sempre di squisita fattura, diventa addirittura sublime nelle ultime pagine, quelle che narrano gli ultimi momenti della vita e la morte del filosofo. C’è addirittura chi si è spinto a dire che queste pagine, insieme al Discorso della Montagna, siano quanto di più alto lo spirito umano abbia prodotto. Non so quanto sia fondata questa affermazione, di certo qui Platone raggiunge l’apice del suo talento letterario, rivelandosi, tra l’altro, un magistrale regista cinematografico. Anche se la sua macchina da presa non si sposta mai dagli angusti spazi della cella, egli ci mostra in un crescendo da vertigine la storia di un’anima, un’odissea dello spirito che si espande sempre più fino a tracimare nel «gran mar dell’essere».
    Con una tensione ritmica che non conosce cedimenti, con vibrante sensibilità e con impeccabile senso del racconto, Platone ci fa vedere Socrate che si accomiata dai familiari, che scambia alcune battute con il carceriere (un racconto nel racconto, questo, di una delicatezza commovente), che beve tutto d’un fiato la coppa di cicuta, che consola gli amici travolti dalla piena dei sentimenti, e che si spegne lentamente, a mano a mano che il veleno fa il suo effetto. A questo punto, però, quando la narrazione sembra spegnersi in un pianissimo, Platone con un autentico colpo di genio fa pronunciare a Socrate ancora una frase, l’ultima: «Critone, dobbiamo un gallo a Esculapio; dateglielo, non dimenticatevene» (il gallo cui fa riferimento Socrate è quello che i malati, una volta guariti, offrivano a Esculapio, il dio della medicina, quale ex voto). La morte dunque come una liberazione, addirittura come un guadagno («il morire per me è un guadagno», dirà anche San Paolo qualche secolo più tardi). Le ultime parole di Socrate sembrano provenire da altri mondi, da luminose e benefiche immensità, e sembrano quasi attestare la veridicità di quanto il filosofo aveva detto poche ore prima sull’immortalità dell’anima.
    Il pittore Jacques Luis David ha rappresentato la morte di Socrate in un quadro famoso conservato al Metropolitan Museum di New York. Il filosofo è raffigurato quale epitome della virtù e della fermezza dinanzi alla morte: il braccio sinistro è sollevato con l’indice puntato verso le cose di lassù (reminescenza raffaelliana?); il destro invece si protende senza indugio verso la coppa, offertagli dal carceriere. Questi, avvolto in un arioso chitone vermiglio dai bagliori metallici, si copre gli occhi come se si vergognasse di partecipare alla condanna a morte di un uomo giusto. Attorno a Socrate, in patente contrasto con la sua augusta postura, i discepoli e gli amici si abbandonano a gesti di scomposta mestizia.
    Anche se a colpo d’occhio il quadro è di sicuro effetto, mi pare tuttavia che il Socrate di David non renda giustizia a quello tratteggiato da Platone nell’epilogo del Fedone. Questi è sì un uomo sereno dinanzi alla morte, ma è del tutto privo di quella tensione muscolare, così cara invece a David, volta a fare di lui una figura venerabile e solenne, addirittura irraggiungibile nella sua sapienza. Il Socrate platonico al contrario mi sembra, se così si può dire, più dimesso: non ha bisogno di sparate magniloquenti né di assumere posture da condottiero di anime. «Io non sono mai stato maestro di nessuno», aveva detto nell’Apologia, e qui, nel piccolo spazio di una cella, egli fino all’ultimo rimane quello che è sempre stato, un alunno curioso di apprendere (si pensi alla gustosissima scenetta di Socrate che intona una melodia sulla cetra proprio all’inizio del dialogo), un amico liberale, un innamorato pazzo della sophia, un coltivatore del dubbio capace di guardare se stesso e gli altri con distacco ma mai con freddezza, senza abbandonare per un istante la sua proverbiale ironia, la quale non è la spocchiosa aggressione dei falsi idoli altrui da parte di chi ritiene di avere la verità in tasca, ma piuttosto la dolente consapevolezza che le verità con cui gli uomini si sciacquano la bocca tanto spesso sono proprio questo, dei falsi idoli. Mentre sta per prendere la coppa, mi piace immaginare che nei suoi occhi, che già scorgevano il Bello-in-sé, sia trascorsa un’ombra fuggitiva, un rapido accento di mestizia per la miopia dei suoi concittadini. Se mai dovessi farne un film, a questo punto, dopo aver inquadrato il volto di Socrate in primo piano, farei sentire fuori campo la sua stessa voce che ripete uno dei passaggi (dal punto di vista politico più inquietanti) del dialogo che ebbe con Critone: «Tu morirai vittima di un trattamento ingiusto non già da parte di noi Leggi, ma da parte degli uomini».
    Qui Socrate aveva sollevato un problema immenso, quello della legge applicata ingiustamente. Secondo il principio maggioritario, uno dei principi cardine di qualunque ordinamento democratico, Socrate è stato condannato a morte. Ma quando lo scarto, come qui, è minimo; quando, detta in altre parole, un grande numero si è espresso a favore tanto della colpevolezza quanto dell’innocenza, ha ancora senso l’applicazione senza se e senza ma del principio della maggioranza? Il delizioso libretto Il principio maggioritario, pubblicato da Adelphi, di Edoardo Ruffini, uno dei dodici (su milleduecentotredici) accademici che si rifiutarono di prestare giuramento al fascismo, si apre con una frase che coglie subito il nocciolo del problema: «La massima regola per cui in una collettività debba prevalere quello che vogliono i più e non quello che vogliono i meno, racchiude uno dei più singolari problemi che abbiano affaticato la mente umana». Già nel 399 a.C. Socrate aveva capito che prima di affidarsi ai numeri fosse necessario una lunga e quanto più argomentata possibile discussione dei problemi che sorgono in seno alla polis, (non a caso nell’Apologia egli più volte si rammarica di avere avuto poco tempo a disposizione per esporre la propria versione dei fatti): è il problema sempre antico e sempre nuovo della politica come educazione all’ascolto dell’Altro.
    Dalla democrazia critica sono partito e alla democrazia voglio arrivare. Ecco, la democrazia critica è anche questo, la capacità di prendersi tutto il tempo necessario per decidere affinché non sia soffocata neppure una voce. Socrate aveva dimostrato quanto la democrazia ateniese fosse dogmatica e quindi autoritaria, aveva dimostrato quanto la reboante parola “popolo” nascondesse in realtà una pura conta di monadi destinate a non incontrasi mai. Sono persuaso che anche nei tempi presenti, caratterizzati da una forte omologazione, da beceri luoghi comuni e da un vocabolario politico alquanto logoro, l’esempio di Socrate sia da tenere in somma considerazione. L’alternativa è una democrazia, come diceva lo scrittore francese André Gide, dove si dice quello che si vuole, ma si fa quello che ti dicono di fare.

  2. Luciano Minghini 2 luglio 2008 11:36

    ENERGIA DA BIOMASSE

    Si comunica il programma del Seminario tecnico/informativo che si terrà venerdì 11 luglio p.v. ore 17.30 presso Confartigianato Forlì, via Oriani 1:

    “Sistemi multienergia e moderne tecnologie a biomassa legnosa e solare termico.
    Sistemi ecocompatibili ed integrati per impianti domestici”

    Il Seminario è organizzato da Confartigianato Forlì in collaborazione con AGESS.

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