La tua stagione

Insieme. Per l’ambiente, l’innovazione, il lavoro.

Riceviamo e pubblichiamo: Donata Gottardi

Festa provinciale dell’unità dei democratici
Forlì – Area Fiera, 4 LUGLIO 2008 (ore 21.00)

[Giardinetto vicino alla Libreria]
Istituto Gramsci Forlì
Per un lessico democratico e sociale.


Occasioni di formazione e discussione politica.

Legalità, forme della sicurezza,

buone prassi di convivenza:
tra Europa, istituzioni locali e territori

in dialogo con
Donata Gottardi

(europarlamentare PSE, docente di Diritto del lavoro all’Univ. di Verona – www.donatagottardi.net)

Introduce: Fabio Gavelli (giornalista)

Presiede: Thomas Casadei (direttore Istituto Gramsci Forlì)

Hanno assicurato la loro partecipazione alla discussione:

Valter Bielli (Pres. Comitato scientifico rivista “Intelligence”), Pietro Caruso (giornalista e saggista), Paola Cicognani (dirigente Servizio Lavoro Regione Emilia Romagna), Margherita Collareta (Ass. Istruzione, Formazione, Pari opportunità – Provincia di Forlì-Cesena), Laura Lanzillo (Univ. di Bologna – Sede di Forlì, Resp. progetto “Governare la paura”), Loretta Lega (Ass. alle Politiche Educative e Formative - Comune di Forlì), Paolo Lucchi (Cons. regionale PD), Flavio Milandri (Univ. di Urbino, sociologo), Viviana Neri (Pres. Arsp “Oasi”, Pres. Ass. “Con…tatto”), Abel Pegabho Kone (Pres. CNA Imprenditori Stranieri Forlì-Cesena), Graziano Rinaldini (direttore generale di Formula Servizi), Enzo Santolini (Segr. Generale CGIL Forlì), Massimo Tesei (mensile “Una Città”), Rodolfo Valentini (Sindaco di Galeata).
Sono invitati a partecipare gli amministratori del Partito democratico del territorio forlivese.

Nell’occasione verrà illustrato il progetto di costituzione di un “Laboratorio sulle sicurezze e le buone prassi di convivenza” per il territorio forlivese.

Coordinamento organizzativo: Thomas Casadei (thcasadei@libero.it)

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2 Commenti a "Riceviamo e pubblichiamo: Donata Gottardi"

  1. andrea panzavolta 3 luglio 2008 08:51

    I nomi delle vie: fondamento della vita civile

    di Andrea Panzavolta

    La parola italiana “città” possiede uno spettro semantico così ampio da rendere indefinito il suo reale significato. Meglio allora ricorrere alle raffinatezze della lingua greca. In un celebre dialogo, il Protagora, Platone distingue tra synoikìa e polis. La prima indica un mero “agglomerato di case”, la seconda invece un principio spirituale. Il grande filosofo ateniese aggiunge poi che la polis trova la sua premessa logica nel polemos, nello scontro esterno, e non nella stasis, nella guerra fra concittadini, sommo male per i greci; e che Aidòs, il Pudore, e Dìke, la Giustizia sono i due principi che presiedono alla sua fondazione.
    Vagheggiare strade larghe, ampie piste ciclabili, zone a traffico limitato dove si possa passeggiare senza la minaccia incombente delle automobili, vigili di quartiere che vigilano sulla sicurezza dei cittadini e derubricare a inutile questione – inutile perché riesumerebbe il passato solo per esacerbare le ferite del presente – i nomi da attribuire alle vie, ai viali e alle piazze denota la totale mancanza della sottile distinzione concettuale avanzata da Platone nel passo sopra richiamato, giacché confonde in una medesima categoria di pensiero la synoikia e la polis. La distinzione è analitica e non assiologia. Mentre la prima fa riferimento al corretto modo di progettare gli spazi fisici della città, la seconda evoca i fondamenti stessi della vita civile. La polis è più un luogo della mente che non dello spazio, è una grammatica dell’anima, un modo di intendere le relazioni con i propri simili. In un celebre passaggio del Panegirico Isocrate compendia mirabilmente questi concetti: «Atene ha fatto sì che il nome di elleni designi non più un ghénos (una stirpe), bensì una diànoia (un modo di pensare, anzi: un modo di pensare condiviso)». La diànoia è un habitus mentale, è una diuturna educazione: è essa che trasforma la synoikìa in polis.
    La polis, poi, è memoria condivisa. Essa è fatta sì da vie, da piazze e da monumenti, ma nel contempo li trascende perché è insieme spazio fisico e meta-fisico. I suoi monumenta sono pure memento di un passato fatto di contaminazioni feconde (le città italiane in questo senso sono paradigmatiche), di incontri (e non di rado di scontri) tra soggettività differenti, di scambi (e di conserva di arricchimenti) che travalicano ogni monolitica identità. I monumenta sono anche volti, nomi, passioni, idee che, come i tratti somatici, disegnano il volto della polis.
    Dopo l’abnorme carnaio della seconda guerra mondiale, la polis italiana, nella accezione che ci siamo sforzati di chiarire, ha una sua ben precisa fisionomica, data dai valori della democrazia e della Resistenza. Questi valori sono e debbono restare indiscussi. La proposta di intitolare strade ad Almirante rimescola in modo tartufesco le carte ed è massimamente anti-politica. Non si tratta di revisionismo – scienza necessaria per andare alle radici delle cose, per capire da quali mali semi siano germogliati i polloni della violenza e per pulire certe fastidiose sbavature della retorica antifascista – ma di pericoloso sonno della memoria. Chi l’ha detto che le discussioni sui nomi da attribuire a questa o a quella via sono buone solo a scavare nel passato e a rendere più profonde le ferite del presente? Non sarà invece che queste ultime derivino da un passato ancora di là da essere studiato, analizzato e, da ultimo, purificato? Non è truffaldina l’operazione di far passare nomi che con la Repubblica non hanno nulla a che spartire avvalendosi dello scarso interesse o addirittura dell’ignoranza dei cittadini? Dove non vi è memoria non vi è verità, e dove non vi è verità non vi è neppure Dike, la Giustizia: far leva sulla ignoranza dei cittadini è da sciagurati o, nella peggiore delle ipotesi, da demagoghi. Le critiche che certuni hanno sollevato sulla vergognosa proposta di dedicare vie a uomini che hanno degradato la patria a idolo barbarico o che l’hanno trasformata in terra di conquista per il tornaconto proprio o del partito di appartenenza, più che un randello da agitare sotto il naso di avversari e osservatori distratti, sono da considerare un ripristino dei confini di Aidòs, di quel Pudore che, insieme a Dike, è posto a sentinella della polis: il vero problema è che oggi, per dirla con Agostino, si ha pudore di non essere spudorati. La Repubblica non è un semolino dove possono convivere soavemente Farinacci e don Minzoni: al di là della pietà dovuta a ogni nostro simile, per il primo non ci può né ci deve essere posto. Altro che nomina nuda tenemus!
    Dunque, non di sola synoìkia vive il cittadino. Il fatto, però, che ancora oggi ci si trovi costretti a ribadire questi concetti la dice lunga sullo stato di salute della nostra polis.

  2. raffaele barbiero 12 luglio 2008 12:00

    RETORICHE DEL DISUMANO
    Marco Revelli
    Marco Revelli (Cuneo, 3 dicembre 1947) è uno storico e sociologo italiano. Figlio del partigiano-scrittore Nuto Revelli, è titolare della cattedra di Scienza della politica e di Sistemi Politici e Amministrativi Comparati alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, si è occupato tra l’altro dell’analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della “cultura di destra” e, più in genere, delle forme politiche del Novecento. E’ coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1°ed. 1993).

    Dunque, le cose stanno così.
    C’è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell’impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.
    Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura.
    Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l’Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un’istantanea.
    In pochi mesi, in nome dell’ammodernamento e dell’innovazione nell’arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall’universalismo dei diritti. Dal principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L’immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi.
    È un’immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell’orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell’ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell’opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»… Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni.
    Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all’imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare».
    Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche».
    Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell’imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell’ideologo berlinese della razza ariana. E d’altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio».
    Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall’alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell’umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell’umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso.
    Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell’agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.

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