Riceviamo e pubblichiamo: famiglia o famiglie?
Tra i vari gruppi proposti per le aree di lavoro uno in particolar modo suscita la necessità di una riflessione: famiglia e volontariato.
Sorvolando sull’originale accostamento di due argomenti che possono si avere punti di collegamento, ma ben differenziati campi di applicazione e problematiche, la questione fondamentale si pone su di una lettera, quella finale.
Una lettera che fa molta differenza, poiché è difficile anche solo pensare che un partito moderno ponga la questione famiglia al singolare. Sarebbe quindi meglio parlare di famiglie, argomento che deve abbracciare la sempre maggiore presenza di nuclei famigliari per cosi dire “atipici”, non solo in riferimento a coppie dello stesso sesso ( che tra l’altro sono la minoranza), ma a unioni che vedono la convivenza, il reciproco sostegno di famigliari o amici tra i quali non intercorre un legame sessuale e anche il limbo giuridico in cui si trovano le seconde mogli di nuovi cittadini provenienti da paesi in cui la legislazione prevede matrimoni multipli.
Pluralità di situazioni che non può essere non riconosciuta poiché largamente diffusa e con un trend in forte espansione.
Sarebbe d’altra parte un errore delegare alla sola amministrazione nazionale tali argomenti, spesso spinosi per interferenze anche da parte di stati esteri, e che vedono a oggi il completo vuoto amministrativo sull’argomento ponendo il nostro paese come fanalino di coda delle libertà individuali.
Ma anzi le famiglie sono argomento fortemente territoriale, in una regione che a livelli di unioni extra matrimonio maggiori della media nazionale, e che dovrebbe pensare ad esempio l’aiuto alle giovani coppie senza vincolare quest’ultimo al matrimonio, nel pieno rispetto delle liberta individuali.
In conclusione è bene notare come quest’argomento è uno dei tasselli che fanno la differenza .
Differenza tra una destra e una sinistra che negli ultimi anni si è sempre andata assottigliando nella percezione comune spesso a favore del centrodestra.
Matteo Valtancoli
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“Dio, Patria, Famiglia” Era il motto del maresciallo Petain e del regime collaborazionista di Vichy. Pensando a quell’idea di famiglia istituzione totale che fu alla base del regime salazariano in Portogallo e del regime franchista in Spagna io riesco a declinare famiglia al singolare solo quando si parla della mia.
E non è perchè il solito Pilotti liberal-libertario difende i diritti di gay, lesbiche e transgender…
Nel passato c’è il nostro futuro, perciò non può essere dimenticato o “revisionato “ a fini politici. Stiamo assistendo in questo giorni ad un ulteriore capitolo del revisionismo storico che una destra incapace di tagliare radici che sono insite nel suo dna, sta cercando di imporre al nostro Paese.
Anche in occasione delle commemorazioni dell’8 settembre, data certamente critica della storia recente italiana, un ministro della Repubblica non ha perso l’occasione per “onorare “ la memoria dei caduti di Salò, mentre si commemorava chi è morto per combattere il nazismo ed i suoi alleati. Qualche giorno prima il sindaco di Roma di profondeva in distinguo tra la fase “modernizzatrice “ del fascismo e il periodo delle leggi razziali. Bene ha fatto perciò Veltroni a dimettersi dal comitato del Museo della Shoah, in polemica con Alemanno. E per nostra fortuna è stato il presidente Napolitano in prima persona a ricordare che furono i 600.000 deportati che rifiutarono l’adesione alla repubblica di Salò e tutti coloro che dopo l’8 settembre combatterono per la libertà, a onorare la patria.
Memoria condivisa, non vuole dire dimenticare la storia. Se così fosse, come qualcuno tenta sempre di più di accreditare, verrebbero meno solidi punti di riferimento anche per il presente. Un’alternativa è sempre possibile, se la nostra coscienza la vuole praticare ed anche l’8 settembre del 1943 fu così. Per questo i tentativi di smantellare, anche dal punto di vista culturale, i riferimenti alla storia del nostro Paese, vanno contrastati in ogni modo e va preservata la memoria soprattutto per le giovani generazioni, quando i protagonisti di quei giorni non ci saranno più, come ormai in parte è già accaduto, per ricordare a sé ed agli altri.
Assolutamente famiglie.La pluralità dei modelli culturali e degli stili di vita, rende impossibile oggi declinare famglia al singolare. Non è affatto casuale che nell’offensiva del centro destra, il conservatorismo si incentri anche su queste cose, presentando da una parte modelli di famiglia e paese che ormai sono solo nei libri di scuola di qualche anno fa e nella pubblicità delle merendine.Uno stato laico non può che garantire ogni famiglia, purchè sia incentrata sulla parità di diritti di coloro che la compongono ( ergo mi convincono poco le aperture alla poligamia ,come dato di fatto, di certi paesi anglosassoni). Le convinzioni e le opzioni personali sono una cosa, ciò che uno stato , anche in termine di welfare deve garantire , è altro.
Anche noi come PD non possiamo che partire da questo assunto.
Alcune note a precisate il post che ho inserito:
poligamia, ovviamente siamo esagerando se pensiamo che la società italiana sia pronta ad abbandonare o concedere a qualcuno di abbandonare il concetto di copia. Non era questo che si intendeva, ma molto più semplicemente la regolamentazione delle seconde e terze mogli che vivono sul nostro territorio, regolarmente sposate in paesi in cui i regimi religiosi lo permettono. Vorrei a tal proposito far notare che questa è anche una questione che tocca profondamente i diritti delle donne (molto rara la poligamia femminile) e anche la loro tutela, in quanto soggetti fragili provenienti da società dove il potere è fortemente “fallocentrico” e catapultate in una società “democratica” entro la quale sono costrette a vivere in una sorta di limbo legislativo dove non gli vengono riconosciuti diritti riconosciuti nel loro paese!! So che ora sembra questione marginale ma con una immigrazione in aumento sarà uno delle cose che si dovranno affrontare in futuro.
Per quando riguarda gay lesbiche ecc…, di cui anche io come Pilotti difendo i diritti, vorrei solo fare presente che rappresentano appena il 10% della richiesta di Pax, ma occupano il 95 % della discussione sulla cosa, strumentalizzati per non riconoscere, questo si di fatto, le convivenze, i divorziati accompagnati, il sostegno tra persone imparentate o persone anziane che decidono di combattere assieme la solitudine di una vecchiaia, … stiamo parlando in Italia non di sparute minoranze in calo ma di alcuni milioni di persone con un trend di crescita esponenziale negli ultimi anni che malgrado politici di rango ultracattolici bigotti e divorziati, benpensanti con figli illegittimi ma noti a tutti e tante altre belle persone coerenti che lavorano per la “difesa della Famiglia” non sembra neanche rallentare.
Un partito democratico moderno deve moralmente dare voce perlomeno alla discussione sui nuovi diritti, strategicamente non ignorare un elettorato, e politicamente farsi autore di un punto di convergenza tra le varie entità della società italiana.
Sulle aree di lavoro ho apprezzato la proposta dell’ufficio di programma di prevedere , dato che non è stata creata volutamente una area che si occupi di politiche di genere, una doppia responsabilità al maschile e femminile. Quello che non mi è piaciuto è la sottolineatura “ove possibile” , che diventa già una specie di alibi. Immagino che ci siano iscritte donne in tutte le aree di lavoro.Perciò è necessario che in ogni area si arrivi ad una doppia responsabilità condivisa. Questa sarebbe una modalità innovativa assolutamente in linea con ciò che prevede lo statuto nazionale riguardo alla valorizzazione della presenza femminile ed alla necessità di affrontare le questioni anche in un’ottica che tenga presente uno sguardo di genere. Invito le amiche e compagne che ancora non l’hanno fatto ad aderire alle aree di lavoro e a dare anche la disponibilità per esserne responsabili
QUESITI 1: QUALI PRIMARIE?
Forlì. Nel centrosinistra primarie di coalizione e prove di dialogo con gli alleati
Commenta | Voto: 10 settembre 2008 - 11.45 (Ultima Modifica: 10 settembre 2008)
FORLI’ - Si è aperto il dialogo tra Partito democratico e Italia dei Valori a Forlì per la composizione dell’alleanza che nella primavera del 2009 dovrà presentarsi alle elezioni amministrative per sostenere il candidato sindaco che verrà scelto alle primarie del 14 dicembre. Primarie che il segretario del Pd forlivese, Alessandro Castangoli, si dice disponibile ad ampliare anche a tutta la coalizione, forte del “mandato pieno per dialogare e costruire programmi condivisi”.
Intanto l’Italia dei Valori detta le condizioni senza le quali è impossibile una riproposizione forlivese dell’asse Veltroni-Di Pietro costruito a livello nazionale in occasione delle elezioni politiche (anche se attualmente appare piuttosto incrinato).
I dipietristi, che lunedì sera in un incontro pubblico con i segretari del centrosinistra al quale hanno preso parte anche Udc e Pri, chiedono istruttorie pubbliche speciali per far partecipare i cittadini alle scelte piu’ importanti, verifiche puntuali annuali sullo svolgimento del programma, abbassare a 2.500 il numero delle firme per i referendum comunali, un freno ai multi-mandati degli
assessori nelle societa’ pubbliche, una delega apposita per la trasparenza, city manager in municipio e Regione Romagna.ù
Su quest’ultimo punto arriva la frenata del segretario territoriale del Pd, Alessandro Castagnoli, che insiste invece sul concetto di “area vasta”. Tra gli altri segretari presenti anche Pierluigi Amadei, segretario provinciale dei socialisti di Boselli, che chiede quelle alleanze di coalizione sulle quali il Pd si è mostrato disponibile.
Molto critica la posizione di Alessandro Ronchi, capogruppo dei Verdi in Consiglio comunale. “Parte del programma e’ rimasto inattuato, si veda la raccolta differenziata: lo stesso candidato dovra’ rimettere diverse cose non fatte nel suo programma”. E poi la critica sul tema della partecipazione, osservando che “i cittadini a Forli’ non si ascoltano neanche quando raccolgono 20mila firme”.
Posizione attendista ma scettica quella di Roberta Casadei, dei Comunisti italiani, che non senza una vena polemica fa sapere di “aspettare di sapere la disponibilita’ del partito egemone, il Pd” e chiede che la metà dei candidati siano di sesso femminile.
Per Rifondazione Comunista parla Euro Camporesi, che manifesta la disponibilità del suo partito a “confrontarci”, ma chiede “un approccio diverso: un documento programmatico reso pubblico e’ un macigno che poi non puo’ essere rimosso”.
IERI SERA NEL CORSO DELLA DIREZIONE FEDERALE HO POSTO UN PRIMO QUESITO RELATIVO A QUESTE DICHIARAZIONI DEL SEGRETARIO CASTAGNOLI: COME SI PUò PENSARE AD UNA DOPPIA PRIMARIA (PRIMA DEL PD E PRIMA DELLA COALIZIONE) QUANDO CHIARAMENTE L’INDICAZIONE - SAGGIA - ANCHE DEL PD REGIONALE E’ DI FARE O L’UNA O L’ALTRA.
A FORLI’ SI E’ DECISO DI FARLE COME PD (SEGUENDO L’INDICAZIONE PRINCIPALE DI CARONNA), NON CAPISCO DUNQUE QUESTE NUOVE DICHIARAZIONI.
IERI SERA NON HO RICEVUTO ALCUNA RISPOSTA
QUESITI 2
IERI SERA HO POSTO UN SECONDO QUESITO: IN VARIE OCCASIONI I GIORNALI LOCALI HANNO PARLATO DI UN SONDAGGIO COMMISSIONATO DAL PD O DA ALCUNE SUE PARTI (???), DIVERSI COSIDDETTI DIRIGENTI LO HANNO VISIONATO, STUDIATO E IN QUALCHE FORMA - PRIVATA E INFORMALE - LO HANNO COMMENTATO.
PERCHè QUESTA COSA E’ STATA SECRETATA? E PERCHE’ SOLO ALCUNI DIRIGENTI - DI PRECISE CORRENTI INTERNE (O FORSE SOLO DI UNA) - LO HANNO POTUTO CONOSCERE?
IL SEGRETARIO SI ERA IMPEGNATO A PARLARNE, AVENDO RICEVUTO PRECISE RICHIESTE, IERI SERA ALLA PRIMA DIREZIONE UTILE. NON E’ STATO COSì.
HO CHIESTO IERI SERA DI SAPERNE DI PIù IN QUANTO UN ORGANISMO DIRIGENTE HA IL DIRITTO DI SAPERE QUESTE COSE E DI UTILIZZARE STRUMENTI COME QUELLO DEL SONDAGGIO (SPECIE SE E’ STATO COMMISSIONATO AL FINE DI ACQUISIRE ELEMENTI DI VALUTAZIONE).
OVVIO CHE DI QUESTE COSE NON SE NE SIA PARLATO AD ALCUN LIVELLO.
NON MI E’ STATA DATA RISPOSTA.
Ma eravate alla stessa riunione ? Ho ricevuto la mattina successiva alla vostra direzione telefonata dal Pd Fo in cui mi è stato comunicato la data del 22 in cui tutte le aree si riuniranno e mi è stato detto che è stato votato un documento all’unanimità , tutto liscio e tranquillo.!!
Oggi leggo vostri interventi e mi stupisco sia del fatto che si pensi di risolvere la rappresentanza femminile ponendo la dualità di nomine a coordinatori ( sinceramente farei più sforzi per nominare più donne a coordinare e non solo e ci vorrebbe tempo per spiegarvi x !!) , sia del fatto che nessuno abbia risposto a Thomas sul sondaggio ( siete un gruppo dirigente o degli uditori !) , sia del fatto che qualcuno abbia deciso le primarie del Pd e qualcun altro quelle di coalizione ( ma gli organismi di partito non servono a decidere?? o è un altra democrazia questa ??)….continuo ad avere la sensazione che si stia facendo della filosofia, quando si parte con i gruppi di lavoro …..in assenza di politica , il fascismo riavanza !!! Patrizia Graziani
http://www.corriere.it/politica/08_settembre_08/dico_brunetta_rotondi_c60ac6a4-7d71-11dd-8ad1-00144f02aabc.shtml Oggi per caso ho preso visione di questo articolo, stiamo perdendo il polso anche delle battaglie che dovremmo portare avanti. Il “fare” Berlusconiano meglio sponsorizzato del FARE Prodiano, ci seppellirà. Poi la situazione locale non la commento, credo solo che queste 14 aree tematiche andrebbero ridotte a fronte di evidenti punti di contatto tra le une e le altre. Le discussioni devono essere articolate e avere ben presenti i campi sui quali si può intervenire. Così con 14 zone separate si rischia di arrovellarsi sui puntigli senza avere discussioni di ampio respiro, che poi servono per costruire quegli indirizzi programmatici che i candidati dovranno analizzare e possibilmente integrare nella loro visuale.
Ho notato che ai pur attenti frequentatori di questo blog è sfuggito questo articolo apparso su “l’Unità” del 9 Settembre 2008.
Buona lettura!
“La destra è al governo, non si parla più di Casta”
di Simone Collini
C’era una volta la casta. Oggi non c’è più. Estinta, caso risolto. I politici non sono più né intoccabili né incapaci, niente più sprechi di denaro pubblico, i costi della politica non fanno più gridare allo scandalo. C’era una volta il governo Prodi. Oggi non c’è più. Caso risolto.
Inutile navigare nel blog di Beppe Grillo, cercare novità tra gli scaffali delle librerie, sfogliare le pagine del Corriere della Sera, che ha dedicato nei mesi scorsi fior di articoli ed editoriali all’argomento, o di Libero, che ancora un paio di settimane prima delle elezioni pubblicava a puntate l’inchiesta «Papponi di Stato». Da che al governo c’è Berlusconi, «La casta» (sottotitolo «Così i politici italiani sono diventati intoccabili», maggio 2007, Rizzoli, dei giornalisti del “Corsera” Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) è scomparsa, si è come volatilizzata.
Dall’aprile scorso l’Italia non è più quella «Sprecopoli» (novembre 2007, Mondadori, dei giornalisti del “Giornale” Mario Cervi e Nicola Porro) che in tanti hanno per mesi denunciato. E tutti gli «Impuniti» (sottotitolo «Storie di un sistema incapace, sprecone e felice», novembre 2007, Baldini Castoldi Dalai, del giornalista di “Repubblica” Antonello Caporale) sono stati finalmente puniti. Punto primo: è veramente così? Punto secondo: se non è veramente così, perché questo silenzio dopo la sbornia anticasta, con generosi spruzzi di antipolitica, a cui si è assistito tra la primavera dell’anno scorso e quella di quest’anno?
Intanto, i costi della politica non si sono drasticamente ridotti come potrebbe far supporre la repentina uscita di scena dell’argomento. È vero che nel «Rapporto conclusivo sull’attuazione del programma di governo» figurano tra i principali provvedimento approvati nella scorsa legislatura la riduzione del 20% delle diarie per le missioni all’estero, del 30% del trattamento economico di ministri e sottosegretari, del 10% della spesa per incarichi di dirigente generale, la norma che soltanto nei comuni con più di 250 mila abitanti possono essere costituite le circoscrizioni e quella per cui le amministrazioni pubbliche statali che hanno il controllo di società devono ridurre i componenti di organi societari e eliminare i gettoni di presenza.
Ma è difficile pensare che sia per qualche merito del governo Prodi che si sono votati al silenzio grilli vari e giornali più o meno ad esso ostili. E poi, solo per citare alcuni degli argomenti più in voga fino a qualche mese fa, il “Palazzo” continua a occupare a prezzi altissimi sempre più edifici nel centro di Roma, le Regioni mantengono ancora ambasciate all’estero, i parlamentari possono sempre contare con poco sforzo su pensioni d’oro, il numero dei consiglieri e degli assessori comunali e regionali non è calato, né è diminuito il peso delle aziende controllate dalle amministrazioni locali.
E però, se così stessero le cose, se tutto fosse uguale a prima, si spiegherebbe il silenzio sulla «casta»: non c’è notizia. Ma non è così. Cesare Salvi, che un anno e mezzo prima del successo editoriale di «La Casta» aveva scritto insieme a Massimo Villone «Il costo della democrazia» (Mondadori) guarda sbalordito alla bozza Calderoli sul federalismo: «Ma come, viene considerato soggetto costituzionale, titolare di imposizione fiscale, un ente che tutti dicevamo da abolire come la Provincia?». Effettivamente, sull’inutilità di tale amministrazione e sull’elevato costo per i contribuenti (oltre 120 milioni l’anno solo per le cariche elettive, oltre due miliardi per gli stipendi dei dipendenti, si erano premurati di informarci in «Sprecopoli») si erano pronunciati in molti, nel centrodestra, a cominciare da Silvio Berlusconi («bisogna abolire le Province», disse a febbraio durante una puntata di Matrix). Oggi si scopre non solo che questo ente non va abolito ma che, in base al disegno di legge sul federalismo, viene costituzionalizzato come soggetto che può imporre una tassa sulla circolazione dell’auto e un’accisa sui carburanti. Nuovi balzelli, nuove proteste? Macché, silenzio. «È innegabile che ci sia un diffuso consenso di opinione nei confronti di questo governo - dice Salvi - ma non si era mai visto un conformismo mediatico del genere. E l’opposizione non sta facendo battaglia su questo argomento». Il centrosinistra non l’ha fatta neanche ai tempi d’oro della “Casta”, perché sa che un conto è ragionare sul rapporto tra costi ed efficienza della politica, un conto dar fiato all’antipolitica, che tradizionalmente ha sempre portato consensi al centrodestra. Ma gli altri? Giornalisti, commentatori, predicatori?
E dire che il materiale non mancherebbe. Prendiamo il capitolo de «La casta» «Prodigi: in volo 37 ore al giorno». Il governo Prodi aveva approvato una norma per cui soltanto il presidente della Repubblica, i presidenti di Camera e Senato e il presidente del Consiglio potevano usare i voli di Stato e solo per motivi istituzionali; i ministri, per usufruirne, dovevano invece dimostrare che non c’erano voli di linea utilizzabili. Norma abrogata quest’estate dal governo Berlusconi, nella pressoché totale indifferenza. Oppure prendiamo il capitolo «Come puntare un euro e vincerne 180», dedicato ai rimborsi elettorali ai partiti. Grazie a una norma approvata dal precedente governo Berlusconi, i rimborsi vengono elargiti fino al 2011 non solo ai partiti che sono oggi in Parlamento, ma anche a quelli presenti nella passata legislatura. Ma anche in questo caso, quando dopo la caduta del governo Prodi il centrosinistra chiedeva un governo istituzionale per approvare le riforme necessarie e il centrodestra gridava al voto al voto, non si è sollevato un gran clamore.
Trattazione a parte merita la questione delle consulenze negli enti pubblici, a cui Stella e Rizzo hanno dedicato il capitolo «Sa tutto di carceri. Commercia pesce!». E a cui Renato Brunetta ha dedicato una battaglia che non è sua. Il ministro della Funzione pubblica, oltre che alla crociata contro i «fannulloni», oggi diventati il bersaglio principale come un anno fa era «la casta», si sta dedicando a quella che viene definita «Operazione trasparenza». A giugno è arrivato a rendere nota la lista delle amministrazioni pubbliche che non hanno comunicato l’elenco delle consulenze attivate nel 2006. Il ministro ha avvertito: chiunque non rispetta gli obblighi di trasparenza e informazione non potrà conferire nuovi incarichi. «La mannaia di Brunetta», ha titolato qualche giornale entusiasta del taglio ai costi della politica. È così?
«Brunetta si sta vendendo ciò che abbiamo fatto noi», spiega l’ex ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata. «È nella Finanziaria che abbiamo approvato l’anno scorso che tutte le consulenze devono comparire sul sito del ministero. E anche la norma che prevede che finché non viene data pubblicità all’incarico l’ente non riceve i soldi per pagare i consulenti». È a lui che Prodi aveva affidato l’incarico di scrivere un disegno di legge sulla riduzione dei costi della politica. «Era stato creato un clima insostenibile, che ha influenzato gente di destra come di sinistra. Quando andavo alle iniziative pubbliche sapevo in partenza che mi sarei trovato sul banco degli imputati». Come quando andò alla Festa dell’Unità di Bologna, qualche giorno dopo che un quotidiano aveva scritto che a metterle in fila una davanti all’altra con le auto blu si arrivava sulla luna, e lui quasi a dover giurare a una platea diffidente: «Sapete quante sono le auto blu? Meno di 500». Chi lo sa oggi quante sono le auto blu? Nessuno lo dice, nessuno lo chiede. Perché? «Un po’ per l’immagine salvifica di Berlusconi - dice Santagata - che rende quasi inutile occuparsi di questi problemi. Ma c’è anche un po’ di stanchezza tra i nostri, stanchi della politica e stanchi quindi anche di occuparsi della qualità della medesima. Brutto segnale, per entrambi gli aspetti».
Grazie molte Stefano.
Chi scrive su un blog è attento? Mah dipende, farà il possibile…di certo è aperto al dialogo e ai contributi di coloro che accettano di dialogare, avanzare proposte, suggerimenti, critiche, soluzioni, ecc.
La casta, in realtà, sono le *caste* e le caste sono disseminate ovunque: nell’economia, nel mondo delle professioni, nelle università, nella politica, nei partiti, nelle amministrazioni, negli enti di seconda nomina. La cosa che duole è che sono presenti, seppure in modo parziale, anche nelle amministrazioni e negli enti in cui il quadro politico è di centro-sinistra.
Qui sta una delle sfide decisive del partito democratico, e di qui passa l’innovazione e la qualità della politica.
Le rendite di posizione, da casta, vanno abolite, per farlo democraticamente occorrono partecipazione attiva, trasparenza, regole certe.
Siamo in tanti impegnati in questa sfida, e saremo - credo - sempre di più, perchè chi crede nella democrazia e in un partito democratico, che sia *nuovo* non può arrendersi alle caste e alle piccole e grandi oligarchie.
Segnalo articolo di ieri su Repubblica.it che dà una chiave di lettura interessante sulla nuova politica.
Sia ben inteso, non intendo postarlo come ennesima critica alla destra (che fa quello che tutti si aspettano che faccia, impronte dei rom comprese) quanto come limite della sinistra nell’interpretazione di una base profondamente de-ideologicizzata rispetto al passato.
Quando la politica
diventa un format
di EDMONDO BERSELLI
E SE LA DEMOCRAZIA contemporanea fosse più vicina a un format che a un complesso strutturato di regole? Nella politica come gioco mediatico, le percentuali di gradimento per il governo schizzano in alto. L’audience appare soddisfatta. Eppure qualcuno dovrà pur chiedersi quali sono le ragioni del consenso che sta accompagnando Silvio Berlusconi.
Dati addirittura “imbarazzanti”, ha confessato il premier reprimendo un brivido di piacere di fronte a quel 60 per cento di favorevoli che campeggia nei sondaggi.
L’imbarazzo è un sentimento soggettivo; a sinistra, invece, il picco di popolarità è considerato inspiegabile. Anche osservando da vicino l’azione dell’esecutivo e dei singoli ministri riesce difficile spiegare il perdurare della luna di miele. Difatti, a causa di quelle congiunture economiche sfortunate a cui Berlusconi e Tremonti sembrano condannati, la crescita è praticamente sottozero; l’inflazione ha rialzato la cresta; i consumi flettono; parti consistenti della società italiana avvertono il peso di un andamento economico sfavorevole. Sullo sfondo si intravede l’incubo del Ventinove. E allora?
Allora è probabile che per il momento serva a poco giudicare il governo Berlusconi con le categorie tradizionali della politica e dell’economia. Occorre invece un approccio culturale, se non addirittura antropologico: il governo e i ministri più popolari sono riusciti, chissà se per intenzione esplicita o per un caso fortunato, a imporre un modello, una forma specifica di comunicazione. Anzi, un format.
Come in un programma televisivo di successo, Renato Brunetta, Roberto Maroni, Mariastella Gelmini, e perfino la “new entry” Mara Carfagna, sono riusciti a trasmettere un contenuto secondo modalità standardizzate, di tipo essenzialmente mediatico-televisivo, e quindi a mettersi in comunicazione con il pubblico (ovvero lo stadio di implosione nella privacy a cui è stata consegnata l’opinione pubblica).
Il maestro del format è ovviamente Berlusconi. È stato lui per primo a dare una cornice competitiva e spettacolare alla politica, separando gli italiani “della libertà” dai “comunisti”, e quindi a declinare la gara elettorale come un giudizio di Dio fra due Italie separate e inconciliabili. Ma Berlusconi è stato in grado più che altro di dividere, mobilitando la propria parte, fanatizzando ideologicamente i pasdaran del berlusconismo e chiamando a raccolta gli elettori anche più tiepidi contro l’esercito del male, in cui il sostantivo “comunisti” riuniva amministratori, magistrati, sindacalisti, impiegati pubblici, politici fannulloni, insegnanti sessantottini.
Ma in questo modo il consenso non poteva crescere oltre i limiti fisiologici della destra, oltre la sua geografia politica. Per superare il perimetro del voto conservatore occorreva un’invenzione culturale. La Lega, e in particolare Roberto Maroni, hanno aperto la strada, con le iniziative sulla sicurezza e le misure contro l’immigrazione irregolare: ma eravamo ancora nei pressi delle azioni classiche, in cui si individua un nemico vero o virtuale, e lo si etichetta esponendolo alla pubblica opinione, generando così processi dominati dalla configurazione classica del capro espiatorio.
Lo straniero, l’altro, il nomade, identificato come una figura potenzialmente incline a crimini come il furto o lo stupro, capace di violenze inaudite sotto l’effetto della coca, senza rispetto nemmeno per i codici della criminalità autoctona tradizionale.
Il passaggio successivo è stato formalizzato con metodi di rara efficacia da Brunetta, che lo ha pure teorizzato nelle numerose interviste concesse durante l’estate. Nello schema del ministro della pubblica amministrazione, la popolazione nazionale si divide in due parti ben individuate: da un lato, “sessanta milioni” di italiani per bene, contrapposti a un milione di farabutti, fannulloni, lavativi, buoni a niente, sabotatori. Dal lato dei fondamenti empirici, il modello descrittivo di Brunetta è irrilevante.
Ma quanto a capacità di mobilitazione è formidabile. Il format del ministro è un perfetto produttore di consenso, perché colloca la stragrande maggioranza dei cittadini dalla parte del buon senso e della buona volontà, e consegna a una gogna ipotetica un imprecisato milione di italiani (questi sì “imbarazzanti”, quindi licenziabili, punibili, penalizzabili dagli ukase ministeriali).
Sarebbe superfluo dire che il format è impreciso, e non descrive nulla della società contemporanea, se non fosse che come modello proposto in pubblico ha successo. Anzi, un successo travolgente. Da un lato rassicura, dall’altro esorcizza. Rassicura i bravi cittadini, gli impiegati onesti, l’intera platea di chi auspica efficienza e rigore nei comportamenti pubblici; esorcizza il rischio di una società contagiata dagli imbroglioni, indifferente ai dettami etici, governata dai criteri di un familismo ancora e sempre amorale.
Naturalmente, il format distorce la realtà nel momento stesso in cui fa entrare a forza le tessere in un mosaico predeterminato. Semplifica con forzature impressionanti, attribuisce responsabilità collettive di procedura alla disposizione individuale, identifica l’inefficienza come il prodotto della furbizia e della neghittosità individuale anziché alla cattiva organizzazione degli apparati.
Non è L’isola dei famosi a essere cattiva in sé; sono un paio di protagonisti, su cui si può concentrare l’animosità degli altri. Ma il format è dannatamente efficace, perché permette a una maggioranza sociale dispersa, anonima, prima di riconoscersi, poi di autoassolversi (nessuno è colpevole, nella soap in cui tutti i cattivi, pochi, sono immediatamente riconoscibili), e infine a sostenere l’azione delle autorità contro questi imprecisati cattivi soggetti, a cui possono essere assegnate tutte le responsabilità.
Non c’è un inventore certo del format. Si è creato per prove ed errori, per tentativi e cambiamenti successivi. Che nel pubblico ci sia una disposizione favorevole, ormai quasi naturale, è fuori dubbio. Basta partecipare a una presentazione dei libri di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (La casta e il più recente La deriva) per rendersi conto che il pubblico si autointerpreta ogni volta come una moltitudine di bravi e onesti cittadini, stupefatti, e anzi angosciati, di fronte all’impazzimento dei meccanismi della politica, agli sprechi, alle piccole e grandi corruzioni delle strutture pubbliche.
Il format è quindi infallibile perché sgrava la coscienza: c’è un’altra Italia, là sullo sfondo, a cui dare la colpa. Un’Italia fortunatamente minoritaria, insignificante anche numericamente rispetto ai sessanta milioni di italiani brava gente, i quali possono deprecare scuotendo la testa il residuo milione di cattivi soggetti.
Il contenuto populista del format è fortissimo: in primo luogo perché inibisce qualsiasi distinguo. Sottilizzare è vietato: non vorrete stare dalla parte dei fannulloni, o dei corrotti. Attribuire la responsabilità dei disfunzionamenti a questioni di struttura e di imperfezione degli apparati è uno dei vizi della sinistra e del sindacato. Sono sciocchi giustificazionismi: bisogna licenziare gli assenteisti, mandare a domicilio le visite fiscali, colpire i fannulloni nel vivo dello stipendio, mettere in galera i corrotti e tenerceli.
Ma più ancora che di populismo si tratta di demagogia allo stato puro: i progetti e i provvedimenti del ministro Gelmini sul voto in condotta, i grembiuli, il “maestro unico” implicano tutti l’idea di un “ritorno” a una condizione nostalgica, in cui l’autorità e l’ordine erano sanciti da rapporti sociali e codici culturali apparentemente immutabili (e purtroppo distrutti dal “nullismo” del Sessantotto, come ripete spesso Giulio Tremonti, ministro che dichiara di ispirarsi sinteticamente al motto “Dio, patria e famiglia”).
Dovrebbe essere chiaro che non si esce a ritroso dalla modernità, e che gli anni Cinquanta non sono riproducibili per decreto se non, per l’appunto, nella realtà artificiale del format. Il revanscismo dei ministri del Pdl conduce a una fiction: nessuno dei nessi e nessuna delle contraddizioni della modernizzazione, nessuno dei processi descritti a suo tempo da Max Weber, viene affrontato dagli applauditi serial della destra.
Eppure le semplificazioni, almeno per ora, generano consenso. Le scorciatoie mobilitano risorse affettive, emotive, sentimentali nella società. Rappresentano un antidoto al nichilismo, allo sradicamento morale e all’assenza di senso caratteristici dell’età contemporanea. Offrono soluzioni vicarie di fronte agli choc generati dalle scie vertiginose della globalizzazione.
Perfino i poveri, infatti, nelle soap sono pochi, e risultano trattabili con espedienti come la social card, non con gli apparati “socialisti” dello stato sociale, come ha spiegato da sinistra Laura Pennacchi nel suo ultimo libro, La moralità del Welfare. Contro il neoliberismo populista, editore Donzelli, pagg. 260, euro 27).
Il format offre soluzioni, ma in genere si tratta di soluzioni narrative. Cioè terapie che portano all’individuazione della causa, come se la causa fosse una sola, e la curano con un colpo di scena o un happy ending. Formidabile, per esempio, la trama allestita da Mara Carfagna sulla punizione on the road di prostitute e clienti: come se la realtà metropolitana fosse costituita da pochi devianti, dediti agli incontri sessuali nelle periferie, da dissuadere con le maniere forti.
Mentre il numero stesso dei frequentatori dei viali, e la straordinaria varietà dell’offerta erotica, mostrano una realtà proliferante, in crescita continua, legata sia a scelte individuali sia a macrocircuiti illegali, sostanzialmente incontrollabili con i metodi di polizia.
Cioè una realtà “sociale”. Un mercato. Eppure il romanzetto rassicurante di pochi peccatori da colpire con la mano dura è irresistibile. È la tolleranza zero, o una sua imitazione. È il decisionismo che corregge funzionamenti complessi con misure di fantastica semplicità. È il format, amici telespettatori.