Culture politiche che si confrontano
Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna
Venerdì 3 ottobre 2008 - ore 17.30
Sala Conferenze - I Portici Hotel Bologna, Via dell’Indipendenza, 69
Culture politiche che si confrontano. DIalogo sul Partito Democratico
introduce Walter Vitali
Domenico Cella (Istituto De Gasperi), Mario Chiaro (Istituto De Gasperi), Mario Del Pero (Istituto Gramsci), Michele La Rosa (Istituto De Gasperi), Giuseppina Muzzarelli (Istituto Gramsci)
ne discutono con Salvatore Caronna e Goffredo Bettini
All’incontro partecipano:
Walter Vitali, parlamentare del PD
Domenico Cella, Presidente dell’Istituto De Gasperi
Mario Chiaro, giornalista del Centro Editoriale Dehoniano di Bologna
Mario Del Pero, docente di Storia americana dell’Università di Bologna, del CdA dell’Istituto Gramsci
Michele La Rosa, docente di Sociologia del lavoro dell’Università di Bologna
Giuseppina Muzzarelli, docente di Storia medievale dell’Università di Bologna, del CdA dell’Istituto Gramsci
Salvatore Caronna, Segretario regionale del PD
Goffredo Bettini, Coordinatore nazionale dell’iniziativa politica del PD
La discussione si prefigge di affrontare tra gli altri i seguenti temi: la democrazia politica,
la questione cattolica, i modelli di partecipazione, il lavoro, la formazione e la scuola
Per informazioni:
Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna tel. 051231377 – 051227971 email eventi@iger.org
Istituto regionale “Alcide De Gasperi” tel. 3403346926 email istituto@istitutodegasperibologna.it
7 Commenti a "Culture politiche che si confrontano"
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articolo apparso su Repubblica del 17.9.08. Mi pare interessante e utile.
Massimo Tesei
Alcuni ministri hanno imposto un modello comunicativo che divide il paese in due
Il maestro è Berlusconi. Ma il metodo è stato messo a punto da Brunetta
Quando la politica diventa un format
di EDMONDO BERSELLI
Quando la politica diventa un format
Un disegno dal catalogo Corbis
E SE LA DEMOCRAZIA contemporanea fosse più vicina a un format che a un complesso strutturato di regole? Nella politica come gioco mediatico, le percentuali di gradimento per il governo schizzano in alto. L’audience appare soddisfatta. Eppure qualcuno dovrà pur chiedersi quali sono le ragioni del consenso che sta accompagnando Silvio Berlusconi.
Dati addirittura “imbarazzanti”, ha confessato il premier reprimendo un brivido di piacere di fronte a quel 60 per cento di favorevoli che campeggia nei sondaggi.
L’imbarazzo è un sentimento soggettivo; a sinistra, invece, il picco di popolarità è considerato inspiegabile. Anche osservando da vicino l’azione dell’esecutivo e dei singoli ministri riesce difficile spiegare il perdurare della luna di miele. Difatti, a causa di quelle congiunture economiche sfortunate a cui Berlusconi e Tremonti sembrano condannati, la crescita è praticamente sottozero; l’inflazione ha rialzato la cresta; i consumi flettono; parti consistenti della società italiana avvertono il peso di un andamento economico sfavorevole. Sullo sfondo si intravede l’incubo del Ventinove. E allora?
Allora è probabile che per il momento serva a poco giudicare il governo Berlusconi con le categorie tradizionali della politica e dell’economia. Occorre invece un approccio culturale, se non addirittura antropologico: il governo e i ministri più popolari sono riusciti, chissà se per intenzione esplicita o per un caso fortunato, a imporre un modello, una forma specifica di comunicazione. Anzi, un format.
Come in un programma televisivo di successo, Renato Brunetta, Roberto Maroni, Mariastella Gelmini, e perfino la “new entry” Mara Carfagna, sono riusciti a trasmettere un contenuto secondo modalità standardizzate, di tipo essenzialmente mediatico-televisivo, e quindi a mettersi in comunicazione con il pubblico (ovvero lo stadio di implosione nella privacy a cui è stata consegnata l’opinione pubblica).
Il maestro del format è ovviamente Berlusconi. È stato lui per primo a dare una cornice competitiva e spettacolare alla politica, separando gli italiani “della libertà” dai “comunisti”, e quindi a declinare la gara elettorale come un giudizio di Dio fra due Italie separate e inconciliabili. Ma Berlusconi è stato in grado più che altro di dividere, mobilitando la propria parte, fanatizzando ideologicamente i pasdaran del berlusconismo e chiamando a raccolta gli elettori anche più tiepidi contro l’esercito del male, in cui il sostantivo “comunisti” riuniva amministratori, magistrati, sindacalisti, impiegati pubblici, politici fannulloni, insegnanti sessantottini.
Ma in questo modo il consenso non poteva crescere oltre i limiti fisiologici della destra, oltre la sua geografia politica. Per superare il perimetro del voto conservatore occorreva un’invenzione culturale. La Lega, e in particolare Roberto Maroni, hanno aperto la strada, con le iniziative sulla sicurezza e le misure contro l’immigrazione irregolare: ma eravamo ancora nei pressi delle azioni classiche, in cui si individua un nemico vero o virtuale, e lo si etichetta esponendolo alla pubblica opinione, generando così processi dominati dalla configurazione classica del capro espiatorio.
Lo straniero, l’altro, il nomade, identificato come una figura potenzialmente incline a crimini come il furto o lo stupro, capace di violenze inaudite sotto l’effetto della coca, senza rispetto nemmeno per i codici della criminalità autoctona tradizionale.
Il passaggio successivo è stato formalizzato con metodi di rara efficacia da Brunetta, che lo ha pure teorizzato nelle numerose interviste concesse durante l’estate. Nello schema del ministro della pubblica amministrazione, la popolazione nazionale si divide in due parti ben individuate: da un lato, “sessanta milioni” di italiani per bene, contrapposti a un milione di farabutti, fannulloni, lavativi, buoni a niente, sabotatori. Dal lato dei fondamenti empirici, il modello descrittivo di Brunetta è irrilevante.
Ma quanto a capacità di mobilitazione è formidabile. Il format del ministro è un perfetto produttore di consenso, perché colloca la stragrande maggioranza dei cittadini dalla parte del buon senso e della buona volontà, e consegna a una gogna ipotetica un imprecisato milione di italiani (questi sì “imbarazzanti”, quindi licenziabili, punibili, penalizzabili dagli ukase ministeriali).
Sarebbe superfluo dire che il format è impreciso, e non descrive nulla della società contemporanea, se non fosse che come modello proposto in pubblico ha successo. Anzi, un successo travolgente. Da un lato rassicura, dall’altro esorcizza. Rassicura i bravi cittadini, gli impiegati onesti, l’intera platea di chi auspica efficienza e rigore nei comportamenti pubblici; esorcizza il rischio di una società contagiata dagli imbroglioni, indifferente ai dettami etici, governata dai criteri di un familismo ancora e sempre amorale.
Naturalmente, il format distorce la realtà nel momento stesso in cui fa entrare a forza le tessere in un mosaico predeterminato. Semplifica con forzature impressionanti, attribuisce responsabilità collettive di procedura alla disposizione individuale, identifica l’inefficienza come il prodotto della furbizia e della neghittosità individuale anziché alla cattiva organizzazione degli apparati.
Non è L’isola dei famosi a essere cattiva in sé; sono un paio di protagonisti, su cui si può concentrare l’animosità degli altri. Ma il format è dannatamente efficace, perché permette a una maggioranza sociale dispersa, anonima, prima di riconoscersi, poi di autoassolversi (nessuno è colpevole, nella soap in cui tutti i cattivi, pochi, sono immediatamente riconoscibili), e infine a sostenere l’azione delle autorità contro questi imprecisati cattivi soggetti, a cui possono essere assegnate tutte le responsabilità.
Non c’è un inventore certo del format. Si è creato per prove ed errori, per tentativi e cambiamenti successivi. Che nel pubblico ci sia una disposizione favorevole, ormai quasi naturale, è fuori dubbio. Basta partecipare a una presentazione dei libri di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (La casta e il più recente La deriva) per rendersi conto che il pubblico si autointerpreta ogni volta come una moltitudine di bravi e onesti cittadini, stupefatti, e anzi angosciati, di fronte all’impazzimento dei meccanismi della politica, agli sprechi, alle piccole e grandi corruzioni delle strutture pubbliche.
Il format è quindi infallibile perché sgrava la coscienza: c’è un’altra Italia, là sullo sfondo, a cui dare la colpa. Un’Italia fortunatamente minoritaria, insignificante anche numericamente rispetto ai sessanta milioni di italiani brava gente, i quali possono deprecare scuotendo la testa il residuo milione di cattivi soggetti.
Il contenuto populista del format è fortissimo: in primo luogo perché inibisce qualsiasi distinguo. Sottilizzare è vietato: non vorrete stare dalla parte dei fannulloni, o dei corrotti. Attribuire la responsabilità dei disfunzionamenti a questioni di struttura e di imperfezione degli apparati è uno dei vizi della sinistra e del sindacato. Sono sciocchi giustificazionismi: bisogna licenziare gli assenteisti, mandare a domicilio le visite fiscali, colpire i fannulloni nel vivo dello stipendio, mettere in galera i corrotti e tenerceli.
Ma più ancora che di populismo si tratta di demagogia allo stato puro: i progetti e i provvedimenti del ministro Gelmini sul voto in condotta, i grembiuli, il “maestro unico” implicano tutti l’idea di un “ritorno” a una condizione nostalgica, in cui l’autorità e l’ordine erano sanciti da rapporti sociali e codici culturali apparentemente immutabili (e purtroppo distrutti dal “nullismo” del Sessantotto, come ripete spesso Giulio Tremonti, ministro che dichiara di ispirarsi sinteticamente al motto “Dio, patria e famiglia”).
Dovrebbe essere chiaro che non si esce a ritroso dalla modernità, e che gli anni Cinquanta non sono riproducibili per decreto se non, per l’appunto, nella realtà artificiale del format. Il revanscismo dei ministri del Pdl conduce a una fiction: nessuno dei nessi e nessuna delle contraddizioni della modernizzazione, nessuno dei processi descritti a suo tempo da Max Weber, viene affrontato dagli applauditi serial della destra.
Eppure le semplificazioni, almeno per ora, generano consenso. Le scorciatoie mobilitano risorse affettive, emotive, sentimentali nella società. Rappresentano un antidoto al nichilismo, allo sradicamento morale e all’assenza di senso caratteristici dell’età contemporanea. Offrono soluzioni vicarie di fronte agli choc generati dalle scie vertiginose della globalizzazione.
Perfino i poveri, infatti, nelle soap sono pochi, e risultano trattabili con espedienti come la social card, non con gli apparati “socialisti” dello stato sociale, come ha spiegato da sinistra Laura Pennacchi nel suo ultimo libro, La moralità del Welfare. Contro il neoliberismo populista, editore Donzelli, pagg. 260, euro 27).
Il format offre soluzioni, ma in genere si tratta di soluzioni narrative. Cioè terapie che portano all’individuazione della causa, come se la causa fosse una sola, e la curano con un colpo di scena o un happy ending. Formidabile, per esempio, la trama allestita da Mara Carfagna sulla punizione on the road di prostitute e clienti: come se la realtà metropolitana fosse costituita da pochi devianti, dediti agli incontri sessuali nelle periferie, da dissuadere con le maniere forti.
Mentre il numero stesso dei frequentatori dei viali, e la straordinaria varietà dell’offerta erotica, mostrano una realtà proliferante, in crescita continua, legata sia a scelte individuali sia a macrocircuiti illegali, sostanzialmente incontrollabili con i metodi di polizia.
Cioè una realtà “sociale”. Un mercato. Eppure il romanzetto rassicurante di pochi peccatori da colpire con la mano dura è irresistibile. È la tolleranza zero, o una sua imitazione. È il decisionismo che corregge funzionamenti complessi con misure di fantastica semplicità. È il format, amici telespettatori.
LA POLITICA DELLE ‘PUTTANE’
Intervento di Marco Travaglio, come sempre preciso, semplice e sconcertante.
Arrivate fino in fondo, saranno 5 minuti spesi bene.
“Buongiorno a tutti.
Questo “Passaparola” è dedicato ad Abdul, aveva 19 anni, era cittadino
italiano ma era nato nel Burkina Faso.
Era a Milano con la sua famiglia. L’hanno massacrato di botte
gridandogli “muori sporco negro” alcuni italioti padani, due giorni
fa, sospettandolo di aver rubato alcuni biscotti in un bar.
Non mi pare di aver sentito nessuno invocare sicurezza: di solito
quando si verifica un delitto a parti invertite si invoca sicurezza,
tolleranza zero, rastrellamenti in certi ambienti. Ecco, qui
bisognerebbe fare rastrellamenti in certi ambienti italioti di razza
ariana, di pelle bianca, ma evidentemente la sindaca Moratti è una
donna fortunata. Pensate se le fosse accaduto il contrario, se fosse
accaduto che un cittadino di pelle nera anche se italiano anzichè
essere ammazzato avesse ammazzato lui. A quest’ora avremmo le
televisioni e i giornali che strepitano all’unanimità sul problema
sicurezza, invece della sicurezza di Abdul che ha avuto la sicurezza
di morire ammazzato al grido di “sporco negro” non ci sono
esternazioni né da destra né da sinistra.
Chiusa la parentesi, è proprio di sicurezza che volevo parlare perchè
questa è stata un’altra grande settimana.
Abbiamo questi ministri che si danno il turno, quindi ne viene fuori
uno alla settimana con delle idee meravigliose. Abbiamo questa
signora, la Mara Carfagna, che insospettatamente è ministro delle pari
opportunità. Se voi la vedete ha questi occhi sgranati fissi, tipo
paresi, che denotano lo stupore con cui essa stessa ha accolto la
notizia di essere diventata ministro e le è rimasta stampata in
faccia.
Non riesce più a levarsi quest’espressione stupefatta: “Ma come? Io
ministro?”. Hanno tutti gli occhi di fuori, anche Angelino, anche
Bondi, Calderoli.
Nessuno avrebbe scommesso una cicca su se stesso ma, guardate, ce
l’hanno fatta ma non riescono più a ritornare a un’espressione
normale.
Bene, questa ministra Carfagna, di cui non si è mai capito a cosa
serva anche se qualcuno qualche idea se l’è fatta soprattutto vedendo
certi calendari, l’altro giorno ci ha fatto sapere che le fanno orrore
le donne che usano il loro corpo per scopi commerciali. Sta parlando
una signora che compare da anni negli abitacoli di tutti i TIR dei
camionisti d’Italia. Evidentemente ha un concetto un po’ curioso della
mercificazione, un po’ selettivo.
Ce l’aveva, naturalmente, con le prostitute ma solo con quelle che si
prostituiscono per la strada; le altre no, le altre vanno bene perchè
l’importante è nascondere.
Questo è il governo che nasconde, per cui se una cosa non si vede non
c’è. Se lo fai in casa va bene, se lo fai per strada non va bene. Ha
stabilito questa distinzione, superata la legge Merlin: chi si
prostituisce in casa ok, chi si prostituisce per strada, galera.
Galera, ripeto, è quello che ci hanno raccontato i giornali: ho qui
una selezione di titoli dei giornali, perchè il sistema adesso ve lo
descrivo ma vediamo prima i titoli.
“In carcere i clienti delle lucciole”, La Stampa.
“Stop alla prostituzione: manette ai clienti”, in strada crea allarme
sociale, dice la Carfagna.
Ne ho altri, eh. Perchè tutti i giornali se la sono bevuta, tutti dal
primo all’ultimo. Carcere, carcere, carcere.
“Pene più severe per lucciole e clienti, sino a 12 anni a chi sfrutta
i minori”, Il Giornale.
Potremmo continuare, vediamo se ne trovo ancora uno per farvi vedere
che se la sono bevuta proprio tutti dal primo all’ultimo.
“Carcere per i clienti, carcere per le prostitute, retate”. Avremo
quanti nuovi detenuti?
E chi glielo dice al ministro Alfano che soltanto la settimana scorsa
era terrorizzato per i dati delle carceri e prometteva gingilli tipo
braccialetti elettronici, espulsioni dei condannati e altre amenità
che, abbiamo già spiegato, non funzionano? Una settimana si lancia
l’allarme per il sovraffollamento delle carceri, la settimana dopo si
annuncia: “Carcere per i clienti e per le prostitute”.
Non sono pochi, perchè le prostitute per strada in Italia si calcola
che siano circa 70-100.000, ciascuna avrà una buona clientela.
Vogliamo dire che ciascuna ha in media dieci clienti? Bene, vuol dire
che potremmo, se fossimo efficienti e li arrestassimo tutti, arrivare
ad arrestare un milione di persone. Ma se fossimo inefficienti e
arrivassimo ad arrestare, per dire, il 10%, potremmo arrestare
centomila persone?
Lo sanno, questi signori, che noi abbiamo posti nelle celle per 45.000
persone e sono tutti strapiene, tant’è che nelle carceri ce ne sono
20.000 di più? E dove pensano di metterli questi?
Negli stadi, come ha proposto Matarrese per gli ultrà? Seguendo la
linea Pinochet che aveva scoperto gli stadi come contenitori di
detenuti politici, naturalmente già diversi anni fa.
Ecco, noi siamo in mano a questi dilettanti allo sbaraglio, a questi
squinternati, a questi decerebrati che fanno annunci, tanto loro lo
sanno che gli annunci non saranno seguiti da nulla ma che i giornali
abboccheranno come tonni, le televisioni rilanceranno, i cittadini -
non essendo dei tecnici dell’argomento - non riescono a capire che è
tutto finto e quindi si comincia a discutere dell’arresto della
prostituta sotto casa, dell’arresto del cliente e in realtà non verrà
mai arrestato nessuno. Almeno questa norma di celle sovraffollate non
ne produrrà più di quanto già non lo siano.
Il bello è che proprio funziona così. E’ come la pubblicità più
deteriore: la pubblicità ti convince che una cosa esiste, tu ti
convinci a convivere con quella cosa che ti hanno detto esistere, poi
un giorno con comodo qualcuno ti dice “Sveglia, Babbo Natale non
esiste, i bambini non li portano le cicogne!”. Questo è il governo dei
Babbi Natale, delle cicogne, del bambino sotto il cavolo. Annunci
impossibili da smentire contornati da applausi e discussioni che fanno
in modo che la gente pensi che veramente all’annuncio seguirà
qualcosa.
Vediamo perchè. Poi vi faccio degli altri esempi perchè questo
riguarda molto come noi riceviamo le notizie. Noi le riceviamo come se
fossero vere, quindi ci sono molti che ci credono: se han detto che
arrestano le prostitute e i clienti, arresteranno le prostitute e i
clienti.
Manco per sogno.
Chi esercita la prostituzione o ne usufruisce per strada, rischia una
pena da cinque a quindici giorni di arresto e una multa da 200 a 3.000
euro.
Domanda: finiranno dunque in carcere le prostitute e i loro clienti
sorpresi a contrattare sul marciapiede, almeno cinque giorni - minimo
- o quindici giorni - massimo -?
Ma nemmeno per sogno. Anche se il giudice ti applica la maggiore,
quindici giorni di arresto, tu quindici giorni non li fai. Questa è la
pena che ti arriverà alla fine del processo, che di solito dura 7-8
anni in Italia, e che fino a due anni è coperta dalla condizionale, se
supera i due anni e arriva a tre, non si sconta in carcere ma per lo
più ai servizi sociali.
Come abbiamo già ripetuto milioni di volte, per avere speranze di
finire in carcere bisogna superare tre anni di pena, sotto è
impossibile andarci.
Figuratevi quante condanne per prostituzione in strada alle prostitute
e ai clienti si devono totalizzare perchè uno di questi vada a finire
dentro! Se deve arrivare almeno a tre anni e la pena massima è di
quindici giorni, ammesso e non concesso che il giudice ti dia sempre
il massimo della pena, dovrai totalizzare 24 condanne per avere un
anno, 48 per avere due anni, 72 condanne per avere 3 anni, 73 per
superare i tre anni e andare in galera per quindici giorni.
Sempre che il giudice ti dia sempre il massimo della pena, sempre che
non scatti la prescrizione - che è rapidissima, scatta nel giro di tre
anni e quindi è impossibile fare un processo per tre gradi di
giudizio.
Ma soprattutto sempre ammesso che tu confessi, ed è raro trovare degli
imputati che quando vanno davanti al giudice che gli chiede “lei
confessa?” gli dicono “si, si, sono colpevole!”.
Quindi, se l’imputato non confessa, se scatta la prescrizione o se il
processo dura troppo a lungo la speranza di finire in galera per
questi reati è assolutamente zero. Bisogna essere volontari per farsi
prendere, condannare e totalizzare un numero sufficiente di anni per
andare in prigione.
Anche perchè questo reato è a prova impossibile. Punisce il cliente e
la prostituta che contrattano in strada, perchè se li sorprende mentre
compiono atti sessuali in una macchina o dietro un cespuglio, quelli
sono atti osceni in luogo pubblico e sono già puniti.
Questo è il nuovo reato che punisce la contrattazione del sesso a pagamento.
Ma se io porto davanti al giudice un uomo e una donna che in una certa
zona, vestita in un certo modo la donna, con un certo atteggiamento
l’uomo, stavano parlottando fra di loro con l’auto a motore acceso, il
giudice chiederà alla signora: “lei stava contrattando sesso con il
signore?” “Assolutamente no! Passavo di li per caso e ci facevamo due
chiacchiere”.
“Ma era vestita col reggicalze…” “Ma io mi vesto così, mica è
vietato dalla legge”. Assolta.
Quanto al signore: “Ma lei stava contrattando sesso con la signora?”
“Io??? Ma io stavo chiedendo un’informazione stradale, l’ho incontrata
sul marciapiede, ho fermato la macchina, non sapevo dove andare…”
A questo punto il giudice potrà ridergli in faccia, gli dirà “lo vada
a raccontare a sua sorella” e l’altro, col suo avvocato, gli farà
notare: “guardi, l’onere della prova è suo, non mio. E’ lei che deve
dimostrare che stavo parlando di sesso a pagamento, non io che devo
dimostrare che non ne stavo parlando”. Quindi verrà assolto anche lui.
Il risultato quale sarà? Che i processi saranno totalmente inutili
perchè saranno quasi tutti assolti e anche in caso rarissimo di
condanna non ci saranno conseguenze né carcere per nessuno.
Il risultato, però, sarà che nel processo pubblico il cliente verrà
sputtanato, avrà l’immagine, la famiglia, la reputazione rovinata per
aver fatto poi che cosa?
E i giudici dovranno celebrare migliaia di processi già sapendo che
saranno inutili, ma li dovranno celebrare lo stesso.
Le indagini di un pubblico ministero, l’udienza preliminare davanti a
un GIP, il processo in tribunale davanti a un giudice monocratico e
siamo già a tre giudici impegnati e solo al primo grado.
Poi abbiamo la Corte d’Appello dove ci sono un procuratore generale e
tre giudici, poi abbiamo la Cassazione dove ci sono un procuratore
generale e cinque giudici.
Avremo tredici magistrati impegnati per ogni cliente di ogni
prostituta e per ogni prostituta che verranno sorpresi in
atteggiamenti equivoci per la strada.
Voi vi rendete conto che siamo di fronte a un branco di decerebrati?
Perchè soltanto un branco di decerebrati o di delinquenti, fate voi, o
di decerebrati delinquenti, o di decerebrati più delinquenti, può fare
una legge che va a intasare con migliaia di nuovi processi un sistema
giudiziario già completamente all’esaurimento.
Sarebbe come prendere il passante di Mestre nell’ora di punta e
decidere di sveltire la circolazione immettendo migliaia di nuove
automobili. La stessa cosa.
Esplode il passante di Mestre, esplode la giustizia, infatti non si
riuscirà più a fare i processi per i reati seri, perchè bisognerà
andare a rincorrere i clienti e le prostitute.
Questo è una costante: la politica dell’annuncio, senza possibilità di
smentire quell’annuncio che è falso, anzi finto - meglio - consente al
governo di continuare a fare annunci, di continuare a migliorare la
sua immagine e la sua popolarità perchè la gente ci crede e poi tanto
chi va a controllare se a quegli annunci è seguito qualcosa?
Controllando l’informazione, coloro che dovrebbero andare a verificare
cosa succede dopo… ci si garantisce che nessuno controllerà cosa
succede dopo.
Come si dice a Napoli: non è scomparsa la monnezza, sono scomparsi i
giornalisti, sono scomparse le telecamere. La monnezza non può
sparire, nulla si crea e nulla si distrugge.
Se non si ripristina il ciclo completo dei rifiuti la monnezza è
nascosta, non sparita. Dov’è nascosta? Bisognerebbe cercarla e chi
deve cercarla è un dipendente del Presidente del Consiglio, per i
9/10, oppure ha paura di lui, l’altro 1/10.
Figuratevi se qualcuno andrà a verificare quante prostitute e quanti
clienti sono stati arrestati dopo che è passata questa menata della
ministra da calendario.
Avete sentito quest’estate quanti annunci.
Quanti sindaci, quante ordinanze dopo che il governo ha dotato dei
superpoteri questi superman muniti di kriptonite che abbiamo nei
palazzi civici, i quali hanno cominciato a emettere meravigliose
ordinanze, vietando di dare da mangiare ai piccioni, vietando di
portare le ciabatte perchè fanno rumore, di usare il tagliaerba.
A Novara hanno vietato addirittura di riunirsi in più di tre nei
parchi pubblici a una certa ora. Hanno ripristinato il coprifuoco.
Abbiamo anche molti sindaci che, in base a una direttiva nazionale del
ministro Maroni, hanno deciso di multare gli accattoni. Suona bene, se
uno non ci pensa.
Multare gli accattoni. Arrestare le prostitute.
Multare gli accattoni.
Poi uno ci pensa… cioè spegne la TV se no non riesce a pensarci,
nessuno glielo fa notare… uno perchè fa l’accattone? Perchè non ha
una lira. che senso ha multare un accattone? Come la pagherà la multa?
E’ un accattone…
Se chiede l’elemosina non ha una lira, e allora come fa a pagare la multa?
La multa al miserabile, al poveraccio è esattamente come evirare un
eunuco, come accecare un non vedente, come assordare un sordo, come
vietare di parlare a un muto.
Voi vi rendete conto che siamo in mano a un branco di delinquenti,
decerebrati, bravissimi nella propaganda e nello spot che riescono
persino a fare in modo che la gente non si metta a ridere quando
minacciano di multare un accattone.
Ed è tutto così: abbiamo già dedicato un Passaparola, per chi è
interessato e non se lo ricorda c’è il DVD sul blog di Beppe, ma
abbiamo già raccontato come abbiano fatto credere che è stato
istituito il reato di clandestinità mentre non è vero.
Hanno istituito il reato di ingresso clandestino in Italia che punisce
quelli sfigati che vengono sorpresi nell’istante in cui entrano in
Italia, casi rarissimi. E tutti a dire “Oddio! Abbiamo centinaia di
migliaia di badanti che rischiano l’arresto!”.
Ma quando mai? E’ reato da oggi in poi, per tutti quelli che erano già
qua prima non si può fare niente.
Questa è la differenza tra reato di clandestinità e reato di ingresso
clandestino. Hanno fatto il secondo ben sapendo che non avrebbe
prodotto niente perchè se avessero istituito il reato di clandestinità
veramente avrebbero dovuto arrestare tutti gli immigrati già presenti
in Italia senza il permesso, che lavorano magari, e non avrebbero
saputo dove metterli salvo, appunto, aprire gli stati alla Pinochet.
Altro annuncio che ha avuto effetto mediatico e non ha prodotto
nessuna conseguenza concreta anche perchè i giornali e le televisioni
sono fatti apposta per rilanciare questi annunci.
Invece di andare a vedere il vero problema, cioè: la legge funziona?
Ci promettono che la legge produrrà questo effetto: davvero riuscirà a
produrre questo effetto? No, questo è troppo seria come impostazione.
Di solito i giornali e le televisioni si dedicano al dibattito pro e
contro: è giusto arrestare le prostitute e i loro clienti?
E allora vip, sottovip, frequentatori di bordelli, puttanieri, ex
puttanieri, aspiranti puttanieri che intervengono dicendo: “ah io ci
ho provato, la puttana serve.” “Ah io c’ho provato, serviva ma adesso
non va più bene” “No, non è il caso” “Sì è il caso”.
E nessuno che va a vedere, in concreto, se la legge funziona o non funziona.
Qualche anno fa, già ferveva il dibattito sul reato di clandestinità.
C’era chi diceva “facciamolo”, c’era chi diceva di no.
Nessuno ha il coraggio di farlo perchè, appunto, si dovrebbero
arrestarne a centinaia di migliaia e allora cosa fecero? La
Turco-Napolitano e poi la Bossi-FIni, che in quello erano praticamente
identiche, decisero di punire non chi era in Italia senza documenti ma
chi, in Italia, non esibiva il documento quando veniva fermato dalla
Polizia.
Il reato era mancata esibizione del documento di identità senza
giustificato motivo.
Che cosa succedeva? Che i giudici si vedevano portare migliaia di
immigrati che non avevano esibito il documento di identità al
poliziotto che li aveva fermati o al Carabiniere.
Perchè? Perchè era obbligatorio arrestarli, era un reato ad arresto
obbligatorio.
Solo che era esattamente come il reato di prostituzione per strada: un
reato a prova impossibile, quindi ad assoluzione obbligatoria.
Il giudice lo interrogava e diceva: “ma lei non ha esibito il
documento”, quello diceva “si”, dice: “perchè? Aveva un giustificato
motivo?”, “Sì”.
“E qual era il giustificato motivo per cui lei non ha esibito il documento?”
“Non ho il documento”
Vi sembra un motivo giustificato o no, per uno che non esibisce il
documento, il fatto di non avere un documento?
Certo che è un giustificato motivo! Quindi, secondo una corrente
giurisprudenziale tutt’altro che avventata, venivano tutti assolti
fino a quando è venuta la Cassazione a mettere ordine in una questione
che non riguardava giudici buonisti che assolvevano gli immigrati, ma
politici decerebrati che scrivono le leggi coi piedi e poi si
meravigliano se non funzionano o i giudici non riescono ad applicarle.
Ecco per quale motivo noi continuiamo a sentir parlare di sicurezza da
quando avevamo i pantaloni corti e non vediamo mai uno straccio di
sicurezza.
Perchè la sicurezza non ce la possono dare per le ragioni che abbiamo
spiegato altre volte: noi saremo sicuri quando Berlusconi e la casta
degli impuniti non saranno più sicuri.
E loro, a loro volta, per essere sicuri coi loro reati impuniti non
possono far funzionare la giustizia che darebbe sicurezza a noi.
E allora vai con gli spot.
L’unico modo per smontare questo circolo vizioso che produce
popolarità a un governo che non ne combina una giusta, è quello di
passare parola.
Quindi passate parola!
Ci vediamo lunedì!”
Ammazzatecitutti rischia di chiudere entro un mese
di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti
mercoledì 17 settembre 2008
LETTERA APERTA A CHI CI VUOLE BENE.
Cari italiani, care italiane,
quando abbiamo deciso di fondare Ammazzateci Tutti, in quel lembo di terra meravigliosa e disgraziata che si chiama Calabria, abbiamo cercato di concentrare le poche, pochissime risorse disponibili e le tante, tantissime speranze, di tutta quella gente che non ce la faceva più a vivere “incellophanata” dall’omertà e, soprattutto, dalla paura.
Per essere davvero liberi non ci siamo mai voluti legare a nessun carrozzone, né politico né imprenditoriale. Solo con il tempo abbiamo capito che è stata una scelta coraggiosa, una sfida più grande di noi, che ha certamente appesantito - non di poco - le già tante preoccupazioni che avevamo comunque messo in conto.
Pensate, invece, come sarebbe stato fin troppo conveniente e facile per noi sceglierci uno o più “Mecenate”, anche i meno peggiori e, nel portare silenziosamente acqua al loro mulino, ottenerne laute ricompense in termini economico-logistici (apertura sedi, pubbliche relazioni con gente che conta, produzione di gadget, pianificazione di campagne pubblicitarie, ecc..).
Ma abbiamo fatto la scelta di essere come gli straccioni di Valmy, abbiamo scelto di combattere contro mostri pieni di soldi e di potere, anche indicandoli con nome e cognome, a nostro rischio e pericolo, facendo ogni giorno la nostra parte anche se rimanevamo e rimaniamo sempre più ai margini dello studio, delle professioni, delle assunzioni, dei diritti di cittadini, mentre chi ha certamente meno titoli ma più amici nelle stanze del potere riesce a laurearsi, ottiene consulenze, incarichi, sponsorizzazioni. E il loro “esercito” diventa ogni giorno più potente ed incontrastabile, mentre il nostro fa i salti mortali per riuscire a sopravvivere e sostenere anche l’azione di magistrati ed uomini delle forze dell’ordine coraggiosi che si trovano finanche nella situazione di dover pagare loro la benzina delle auto di servizio o i toner nelle fotocopiatrici di caserme, commissariati e Procure.
Adesso bisogna ragionare seriamente sul ruolo e l’incisività che Ammazzateci Tutti può rappresentare in Italia oggi e domani, se e quanto valga la pena continuare.
E lo facciamo iniziando a fare i cosiddetti “conti”: se in termini di consenso e sensibilizzazione il bilancio è in segno positivo ed in netta ascesa costante (partendo dalla Calabria oggi siamo in più di 8.000 ragazzi e ragazze in tutta Italia, dalla Lombardia, alla Sicilia, al Lazio, al Veneto, alla Puglia, al Piemonte, alla Campania), non possiamo dire altrettanto in termini di spese vive sostenute per mantenere aperta la baracca.
L’idea di portare sul web e nei territori le nostre rivendicazioni, la nostra voglia di gridare al mondo intero che l’Italia non è solo mafia, che non è colpa nostra se emergono sempre e solo i nostri peggiori concittadini, ci hanno portato a scommettere (e rischiare) sulla nostra stessa pelle il prezzo dell’impegno che ci siamo assunti tre anni fa di fronte a tutti gli italiani onesti.
E come se non bastassero le querele, le preoccupazioni, le intimidazioni implicite ed esplicite alle quali siamo ormai abituati, adesso ci troviamo nella situazione in cui - lo diciamo chiaramente - non possiamo più permetterci il “lusso” di continuare con le nostre attività sui territori e quelle telematiche.
Partiamo dal nostro sito internet, generosamente ospitato gratuitamente sin dalla nascita su un piccolo server di una azienda calabrese alla quale abbiamo procurato, con la nostra presenza, solo e soltanto danni e preoccupazioni.
Ci hanno defacciato il sito per decine di volte, siamo stati vittime di ben 5 attacchi informatici, dei quali due violentissimi (che hanno costretto l’azienda a buttare il server ed acquistarne uno nuovo) ed ora, proprio ieri, veniamo a sapere che, sempre a causa nostra, alcuni pirati informatici sono riusciti a violare nuovamente il server trasformandolo questa volta in uno “zombie” (così si definisce in gergo tecnico) atto a frodare migliaia di persone in tutto il mondo mediante phishing su conti bancari esteri. Per capire meglio la gravità della situazione basti pensare che siamo stati contattati direttamente dai responsabili della sicurezza informatica di due importanti istituti bancari in Australia ed il Belgio, i quali hanno anche tenuto ad informarci delle responsabilità penali di fronte alla legge nostre e dell’azienda che ci ospita.
Quantificare ora il danno economico e quello eventualmente penale, ci porta inevitabilmente a stabilire che la nostra esistenza dovrà essere indipendente da ogni preoccupazione futura e, quindi, essere disposti anche a trarne le estreme conseguenze: partendo dalla chiusura di Ammazzatecitutti.org e degli spazi di comunicazione ad esso collegati (forum, ecc..).
A questi conti che non tornano dobbiamo aggiungere diverse migliaia di euro di debiti contratti (anche personalmente) nell’organizzazione delle nostre iniziative (sostenute solo parzialmente dalle poche Istituzioni alle quali ci siamo rivolti).
Senza contare il fatto che ormai i nostri ragazzi stanno devolvendo interamente alla causa le loro paghette settimanali in ricariche telefoniche e fotocopie.
Per questo ci appelliamo a tutti voi, chiedendovi un piccolo grande gesto di solidarietà; diventate nostri “azionisti”, almeno noi cercheremo di non fare la fine di Parmalat e Alitalia.
Non parliamo di milioni, a conti fatti basterebbero 30 mila euro per farci riprendere fiato e metterci in condizione di fissare obiettivi di medio-lungo termine.
Lo facciamo stabilendo una data simbolica: il 16 ottobre prossimo, terzo anniversario dell’omicidio Fortugno e quindi della nostra “nascita”. Se entro questa data non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza. Con la morte nel cuore.
Dobbiamo dimostrarci persone serie, soprattutto con chi ci guarda da sempre con ammirazione, stima ed aspettative che non meritiamo, perché, come dice spesso Monsignor Giancarlo Bregantini, <> ed evidentemente noi abbiamo fallito, non riuscendo ad organizzare degnamente le speranze di tutti noi, di tutti voi.
Aldo Pecora
Rosanna Scopelliti
Coordinamento nazionale “Ammazzateci Tutti”
Chi volesse sostenere questa coraggiosa organizzazione antimafia può andare sul sito http://www.ammazzatecitutti.org/
Alitalia: la “patacca” del premier e la Repubblica delle banane
Alitalia da 15 anni è in cattiva salute, calano i passeggeri, crescono i costi, i bilanci sono sempre più in rosso, i contribuenti pagano miliardi di euro di debiti e i risparmiatori perdono il 95% del capitale investito nelle sue azioni.
Il primo governo di centrosinistra tenta di risolvere la crisi secondo le regole di mercato ma le chiusure sindacali e una sinistra radicale statalista a oltranza lo bloccano; arriva Berlusconi che vince le elezioni del 2001 e promette solennemente di sanare e rilanciare la compagnia tricolore, però indaffarato com’è a varare leggi di interesse personale dimentica l’impegno e lascia sprofondare verso l’abisso la compagnia aerea di bandiera.
Poi nel 2004 il Cavaliere si risveglia e giura che questa volta la salverà dato che è il più bravo della classe, dice lui.
Ma non cava un ragno dal buco perchè preminenti sono i suoi affari e quindi nel 2006, oltre i conti sballati dello Stato e la procedura d’infrazione dell’UE, lascia a Prodi una Alitalia in coma profondo e prossima alla fine.
Da questa criticissima situazione parte il tentativo del governo di centrosinistra di rilanciare la compagnia di bandiera, una operazione trasparente tramite gara internazionale, aperta a tutti gli operatori del settore e pure a banche e imprenditori nostrani interessati a entrare in una attività nuova mettendo know-how, capitali e referenze.
Una gara nel cui bando erano chiari alcuni fattori basilari quali il mantenimento del marchio Alitalia, debiti assorbiti da chi acquista, pagamento degli asset ai proprietari (Stato e privati) e di un equo corrispettivo agli azionisti, piano industriale di risanamento e sviluppo, indicazione del livello di occupazione e degli esuberi.
Parentesi: come mai in quel momento Berlusconi e i suoi alleati non hanno proposto di passare i debiti di Alitalia allo Stato, cioè ai contribuenti, e di limitare la partecipazione alla gara a compagnie, società e banche nazionali.?
Sta il fatto che di partecipanti italiani si vede unicamente l’indebidatissima AirOne accompagnata dalla creditrice Banca Intesa-S. Paolo con un piano che non sta in piedi mentre americani, inglesi, tedeschi e russi o non partecipano o si ritirano; resta solo l’offerta di AirFrance-Klm (la più forte compagnia del mondo) e con questa si apre la trattativa per cercare di migliorare il piano industriale, aumentare gli investimenti e ridurre gli esuberi.
Ma è arrivata la campagna elettorale, l’uomo di Arcore come sempre non bada ai mezzi pur di arrivare al fine (ottenere consenso e prenotare voti) e conta su sindacati ritardatari che pensano di poter difendere l’indifendibile.
Così grida alla svendita di Alitalia, tuona contro lo straniero che vuole licenziare tanti lavoratori, alza la bandiera tricolore e assicura che se tornerà al governo farà una grande operazione, sicuramente migliore di quella AirFrance.
Altra parentesi: in Europa è serio definire stranieri francesi e tedeschi per il trasporto aereo mentre i due terzi della telecomunicazione mobile italiana sono in mano a inglesi, egiziani e cinesi e l’Enel compra la spagnola Endesa.?
Purtroppo i sindacati abboccano (che errore per la CGIL e i confederali !) e così Spinetta torna a Parigi, Alitalia affoga ma viene salvata con 300 milioni di euro, Bruxelles si allarma e indaga perchè gli aiuti di Stato sono vietati.
Poi si perdono mesi per mettere in campo una “cordata patriottica” composta da una banca advisor e diversi imprenditori in palese conflitto di interessi, si adotta una procedura che calpesta in modo inaudito regole e principi basilari (Corte dei Conti e Procura penale aprono fascicoli, l’Antitrust protesta) viene nominato un Commissario che anzichè ricercare, come è suo primario dovere, tutti i possibili compratori tratta solo con la CAI che il governo “incentiva” scaricando sugli italiani i pesanti debiti di Alitalia e i grandi costi per ammortizzatori sociali ad hoc.
Il tutto per proporre a sindacati e lavoratori, sotto la costante e ricattatoria minaccia del fallimento di Alitalia, un piano industriale che fa nascere una mini compagnia aerea senza prospettiva diversa da quella di venderla tra pochi anni all’odiato straniero - con ovvie plusvalenze per i “capitani coraggiosi” - genera migliaia di esuberi in più rispetto AirFrance e un contratto di lavoro capestro che neanche viene presentato per iscritto in tutte le sue parti.
Una condotta tanto spregiudicata e maldestra non poteva che portare alla rottura delle trattative tra CAI e maggioranza dei sindacati, tra questi la CGIL che in verità avrebbe fatto meglio a respingere il piano industriale (diverso in peggio da quello di AirFrance) e l’accollamento dei debiti ai contribuenti senza confondersi con i sindacati corporativi che, con buona pace di Cicchitto e Gasparri, sono notoriamente vicini ad Alleanza Nazionale.
Di fronte alla crisi del “patriottico progetto” le facce di bronzo della politica attribuiscono ad altri le responsabilità che sono di Berlusconi il quale a sua volta, spudoratamente, incolpa i sindacati di avere fatto fuggire AirFrance.
E adesso che Alitalia è vicina al fallimento costoro sostengono che l’unico approdo è quello del piano CAI, ovviamente per non perdere la faccia riguardo l’antistorica soluzione all’italiana, una indecente operazione politica.
Ora, è chiaro che sarebbe nell’interesse nazionale e degli stessi dipendenti di Alitalia aprire trattative con AirFrance o Lufthansa ma, e qui è il paradosso, questo potrebbe avvenire solo se la compagnia di bandiera fallisse in quanto è praticamente impossibile che oggi si rendano disponibili vista, nel caso, l’ostilità del governo verso gli “stranieri”.
Quindi puntano ad acquisire una partecipazione di minoranza in CAI propedeutica all’acquisto tra 5 anni (sblocco delle azioni) della maggioranza azionaria; non sono scemi, per loro è molto più conveniente farlo nel 2013.
Ovvio perchè: si prendono subito milioni di passeggeri dei tanti voli internazionali tagliati dalla CAI e quando uno dei due vettori avrà in mano Alitalia non pagherà debiti, avrà metà dipendenti, i sindacati saranno in ginocchio.
Con tanti saluti al patriottismo di Berlusconi, che per dimostrare di essere il più bravo ci rifila costosissime “patacche”, viola ogni regola e con il consenso degli italiani miopi trasforma l’Italia in Repubblica delle banane.
Chiuso alle ore 10,10 di sabato 20 settembre 2008 Giorgio Zanniboni
Commento su 6 mesi di opposizione e 6 mesi di governo
Vorrei esprimere qualche rapida considerazione.
Innanzitutto a partire dal titolo: Io non ho visto una seria opposizione del pd, il proscenio in questa direzione l’ha avuto italia dei valori (e mi verrebbe da dire: almeno loro, accidenti!)
Poi mi sembra che dentro il pd invece che cercare di rafforzare la leadership di veltroni o, se non va bene di effettuare un cambio rapido e condiviso, si tenda a minarlo lentamente con la creazione di gruppi e gruppuscoli. Con l’ideazione di convegni di Red o altro, per cui si riproduce in piccolo il dramma che ha portato alla caduta dell’ultimo governo prodi, ma stavolta non c’è la cosiddetta sinistra radicale su cui scaricare la colpa, la colpa è tutta interna.
poi ci sono alcune grosse questioni a partire dal tema della giustizia che ti riassumo in 4 sottopunti:
a) la prima e piu’ importante riguarda il tema della cosiddetta riforma della giustizia. In realtà l’operazione di berlusconi e tacitare l’unico potere che non è ancora nelle sue mani. Ha già quello legislativo, quello esecutivo e il “nuovo” 4 potere cioè quello della comunicazione di massa, gli manca mettere le briglia solo a quello giudiziario e così tutti i suoi guai sono finiti, anzi. Vedi vicenda mills/berlusconi, lodo alfano e continue ricusazioni del giudice nonostante con il lodo alfano lui sia formalmente fuori di scena.
In questa fase un sostegno alla magistratura è d’obbligo anche se alcune sua rigidità sarebbero da superare, ma oggi solo aprire a questo argomento significa fare un favore a berlusconi e dal centrosinistra, a partire dalla commissione bicamerale del famigerato d’alema/boato, di favori ne ha già ricevuti un mucchio;
b) lavorare invece sulla giustizia civile, quello si bubbone storico che riguarda migliaia di persone e che ha tempi che favoriscono chi procura danni;
c) attenzione al cambio dei giudici della corte costituzionale: laddove berlusconi non ci riesce con legge mette i suoi uomini. evitare ciò.
d) legge sulle intercettazioni. Trovo clamoroso che mentre tronchetti provera con telecom intercettava chi gli pareva e nessuno dice niente, anzi lo si chiama alla cordata di alitalia come imprenditore virtuoso, ce la si prende con le intercettazioni decise dai giudici per accertare o prevenire i reati.
Sapendo bene che certi reati si possono solo prevenire con questo utile strumento. E sapendo pure che esiste una scandalosa norma, già in vigore, per cui per intercettare u n parlamentare bisogna informarlo prima!!!!!!
per cui anche qui se il pd esiste deve dire di no e non ammiccare sempre. la presunta difesa della privacy della gente si fa facendo avere un processo spedito per risarcimento danni se uno è diffamato e applicando le leggi già esistenti. Il resto è museruola all’attività giudiziaria. Certo che anche chi sta all’interno del pd avrebbe piacere che ci fossero meno intercettazioni (vedi caso consorte-unipol), ma queste motivazioni non sono sicuramente nobili e a difesa del cittadino
Poi viene il tema dell’energia nucleare dove con mio sgomento ho sentito che il buon figlio di colannino dichiara la disponibilità del partito a riaprire al nucleare (non mi dilungo perchè sul tema ho postato qualche tempo fa un articolo)
Poi viene la vicenda di alitalia dove si consegna la compagnia di bandiera a 16 cosiddetti imprenditori che la terranno per 5 anni per poi rivenderla bella pulita e guadagnarci sopra ad air france o luftansa, facendoci spendere soldi dei contribuenti per risanare i debiti di alitalia, togliendo di mezzo gli esuberi con ammortizzatori allungati che gli altri lavoratori di crisi meno “televisive”,. ma pur dolorose mai vedranno.
Poi arrivati al punto in cui si è arrivati salvare 20.000 posti di lavoro ecc., “si doveva fare”.
E qui viene il tema delle cosiddette liberalizzazioni che gestite soprattutto all’italiana maniera significano regalare soldi e aziende sane ai privati e lasciare i debiti e/o accollarsi i risanamenti al pubblico.
Temo soprattutto le liberarizzazioni dei servizi essenziali: educazione, acqua, energia, sanità.
Questo mi fa pensare agli stipendi stratosferici (si è passati da una proporzione di un differenziale fra salario minimo e massimo che prima era di 1 a 50, ora è di 1 a 500 -Prodi nel 2006-) non giustificati da nulla se non dal dio mercato (non aggiungo altro e ti rimando al libro “la paga dei padroni” editore chiarelettere, di gianni dragoni e giorgio meletti)
Cittadini stranieri: riusciamo a indicare una politica che non scimiotti il centrodestra e che non veda l’equazione straniero=terrorista e/o delinquente?
Infine chiudo sul tema degli strumenti di comunicazione di massa: il centrosinistra pensando di fare il buono quando poteva giocare un ruolo per il conflitto d’interessi o per governare lo strapotere del centrodestra sui mezzi di comunicazione si è fatto mille pensieri e mille scrupoli (non so se tutti “puliti”). Il centrodestra con berlusconi in testa non ci ha pensato neanche un minuto a fare i suoi interessi. E’ bene su questo terreno cercare convergenze ed allenze anche europee per smuovere questa situazione di democrazia autoritaria (come dice Gustavo Zagrebelsky, ex presidente corte costituzionale in un suo articolo su “La Repubblica ” del 22 luglio 2008 che ti consiglio di leggere)
Dimenticavo: io voglio votare un candidato e non un partito a scatola chiusa. Per cui una preferenza me la dovete lasciare alle europee e ripristinare per l’italia. Tra l’altro non voglio in parlamento chi ha più di 2 mandati (con eccezione 3) e soprattutto chi ha avuto una condanna definitiva per alcuni reati gravi (contro la persona, contro l’amministrazione pubblica, o per concussione-corruzione, ecc.)
saluti
raffaele barbiero, forlì, 10 ottobre 2008
Kossiga si puo’ ancora considerare un presidente emerito della Repubblica Italiana?
Oggi tocca agli studenti, domani ai lavoratori e ieri qualcuno si ricorda di Genova nel 2001 e del pestaggio seguente di 93 persone alla scuola Diaz?
E’ bene continuare a far finta di nulla?
LEGGETE L’INTERVISTA A FRANCESCO COSSIGA CHE RIPORTO QUI SOTTO, PER FAVORE
Raffaele Barbiero, forlì
INTERVISTA A FRANCESCO COSSIGA.
Andrea Cangini - Il Resto del Carlino del 23/10/08
- Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d’essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché è l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitito Pci ma l’evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà quantomeno una figuraccia».
- Quali fatti dovrebbero seguire?
«MARONI dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno».
- Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
- Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle
università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto,e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
- Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene
delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e
carabinieri».
- Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale.
Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».
- Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti>>.
- Presidente, il suo è un paradosso, no?
<<Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
- E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».
- Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
- E’ dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».
- Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…».
- Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente…
«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all’inizio della contestazione:
fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com’era logico, nel mirino finirono anche loro, cambiarono radicalmente registro.
La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla…Ma oggi c’è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».
Di seguito vi posto il seguente appello apparso su L’Unità di oggi che vi invito a firmare collegandovi a
http://www.perripartire.ilcannocchiale.it
Per ripartire
Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd.
Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali. E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.
Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.
Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.
Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?
Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.
Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.
Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.
2 dicembre 2008
Luciano Agostini
Gabriele Albonetti
Sesa Amici
Teresa Bellanova
Giuseppe Berretta
Antonio Boccuzzi
Michele Bordo
Sandro Brandolini
Giulio Calvisi
Angelo Capodicasa
Marco Carra
Mario Cavallaro
Susanna Cenni
Lucia Codurelli
Furio Colombo
Paola Concia
Paolo Corsini
Gianni Cuperlo
Lino Duilio
Stefano Esposito
Paolo Fadda
Gianni Farina
Pierangelo Ferrari
Massimo Fiorio
Laura Froner
Maria Grazia Gatti
Oriano Giovanelli
Marialuisa Gnecchi
Sandro Gozi
Maria Laganà Fortugno
Donata Lenzi
Mario Lovelli
Andrea Lulli
Antonio Luongo
Maino Marchi
Massimo Marchignoli
Siro Marrocu
Margherita Mastromauro
Guido Melis
Ivano Miglioli
Antonio Misiani
Barbara Pollastrini
Fabio Porta
Elisabetta Rampi
Lorenzo Ria
Anna Rossomando
Antonio Rugghia
Marilena Samperi
Walter Tocci
Carlo Trappolino
Silvia Velo
Ludovico Vico
Angelo Zucchi
Massimo Zunino