La tua stagione

Insieme. Per l’ambiente, l’innovazione, il lavoro.

Una scuola per il futuro

I tagli alla scuola primaria, proposti dal governo, fanno arretrare il livello dell’educazione della prima infanzia; da più parti è stato detto, e con ragione, che così si colpisce la scuola elementare, l’unica che in Italia ancora funziona; tuttavia, l’inadeguata reazione si è dimostrata scarsamente incidente, perché al centro si pone il licenziamento (quantitativo) di settanta-ottantamila precari.

Così come ci hanno insegnato i grandi educatori, la scuola elementare funziona perché si richiama all’alto principio socratico dell’educazione, che viene prima dell’istruzione; da ciò discende il ruolo dell’insegnante, quando sa stimolare le domande degli alunni, sollecita le loro curiosità, la voglia di conoscere, aiuta il formarsi delle loro personalità e l’autostima, arma formidabile di difesa contro le insidie esterne.

In sintesi, il moderno Mentore, deve avere cura della persona prima dei programmi; si dirà: ma questo progetto è stato nel passato gestito dal maestro unico; è vero ma oggi, l’alunno porta nella mente e nello zaino tutto il bagaglio disorganico privo di senso di una società tecnologica, terribilmente consumistica, che disorienta innanzitutto la famiglia e crea difficoltà allo stesso corpo insegnante, il quale, fra l’altro, si trova a gestire una scolaresca multietnica; da qui sorgono domande complesse dell’alunno, stimoli esterni fra loro contraddittori che rischiano di fare dello scolaro il mezzo e non il fine.

Di fronte a questa devastante e permanente rivoluzione di costumi e di valori non è più sufficiente la figura tradizionale dell’insegnante, al suo posto s’impone una vera e propria equipe di docenti, in grado di coagulare l’insieme delle sollecitazioni degli alunni con i loro dubbi e le loro incertezze.

Oltre duemila anni dopo Socrate, un grande illuminista Jean-Jacques Rousseau, mutuandone il pensiero affermava: ”Per insegnare il latino a Giovannino (che può essere figlio, nipote o vicino di casa) non basta conoscere il latino bisogna soprattutto conoscere Giovannino”.

Su questi principi si deve sviluppare anche nella nostra comunità il dialogo-confronto di come difendere, arricchire la nostra scuola elementare, alla luce del pensiero della migliore tradizione pedagogica di cui godiamo l’eredità e sulla base dell’esperienza maturata dal nostro ordinamento scolastico.

Angelo Satanassi

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8 Commenti a "Una scuola per il futuro"

  1. Maria Teresa Vaccari 20 settembre 2008 14:14

    Coordinamento forlivese dei Docenti della Scuola Statale
    CIDI di Forlì
    Col patrocinio dell’Assessorato alle politiche educative e formative del Comune di FORLI’
    invitano la cittadinanza alla tavola rotonda e alla visione gratuita del documentario
    “L’amore che non scordo”
    Storia di comuni maestre
    Francesca Comencini: “Un documentario che a passi di colomba ci parla di cose immense”: di bambine e bambini, della scuola di base, di chi la “abita” lavorando insieme…

    Un film scritto da Vita Cosentino, Maria Cristina Mecenero, Daniela Ughetta, Manuela Vigorita
    Regia di Daniela Ughetta e Manuela Vigorita

    “Quattro storie di maestre, quattro classi, quattro realtà scolastiche, riprese tra il 2005 e il 2007 in giro per l’Italia…”
    La scuola: una realtà invisibile da scoprire, sostenere e amare…

    Venerdì 26 settembre 2008, alle ore 20.30 nella sala San Luigi in via Luigi Nanni, 12 nel centro storico di Forlì.

    Tavola rotonda: Ragioni e qualità della scuola di tutte/i nella società
    Partecipano maestre, maestri, professori, dirigenti, ricercatori sociali dell’Università di Bologna

    Chi fosse interessato all’acquisto del DVD+Libro (indivisibili), potrà ordinare il pacchetto alla fine della serata

  2. Maria Teresa Vaccari 22 settembre 2008 22:20

    Siamo agli ultimi posti nelle classifiche internazionali per quanto riguarda gli investimenti nella ricerca e nella formazione.
    Tutti gli studi di economia e sociologia affermano che un Paese può progredire solo investendo sui giovani, sulla formazione, sulla ricerca, sulla specializzazione.
    E Paesi, specialmente asiatici, con redditi pro-capite molto inferiori ai nostri, l’hanno capito e stanno fondando il loro straordinario riscatto socio-economico propri sui giovani e sulla loro istruzione.

    E il nostro governo cosa fa? Taglia in modo indiscriminato e dissennato i fondi della scuola pubblica.
    E come? Con un decreto legge approvato nella calura agostana con questo esordio:

    “Ritenuta la STRAORDINARIA NECESSITA’ ED URGENZA di attivare percorsi di istruzione di insegnamenti relativi alla cultura della legalita’ ed al rispetto dei principi costituzionali, disciplinare le attivita’ connesse alla valutazione complessiva del comportamento degli studenti nell’ambito della comunita’ scolastica, reintrodurre la valutazione con voto numerico del rendimento scolastico degli studenti, ADEGUARE LA NORMATIVA REGOLAMENTARE ALL’INTRODUZIONE DELL’INSEGNANTE UNICO NELLA SCUOLA PRIMARIA, prolungare i tempi di utilizzazione dei libri di testo adottati, ripristinare il valore abilitante dell’esame finale del corso di laurea in scienze della formazione primaria e semplificare e razionalizzare le procedure di accesso alle scuole di specializzazione medica;”

    Ma qualcuno di voi ha mai sentito in questi ultimi tempi evocare l’urgenza del maestro unico sui giornali, in televisione, in piazza, nella propria scuola? Io no.
    Ma il bello deve ancora venire:

    “Art. 4. - Insegnante unico nella scuola primaria - 1. Nell’ambito degli obiettivi di contenimento di cui
    all’articolo 64 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nei regolamenti di cui al relativo comma 4 e’ ulteriormente previsto che le istituzioni scolastiche costituiscono CLASSI AFFIDATE AD UN UNICO INSEGNANTE E FUNZIONANTI CON ORARIO DI VENTIQUATTRO ORE SETTIMANALI. Nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una piu’ ampia articolazione del tempo-scuola.” (cosa vorrà mai dire quest’ultima sibillina frase?)

    CON UNA SOLA RIGA, il decreto legge della Gelmini rischia di smantellare un sistema scolastico, quello della primaria, forse l’unico, insieme alla scuola dell’infanzia, che veramente funzionava in Italia e che venivano a studiare da tutto il mondo.
    Cancella di colpo dalle tre alle sei ore settimanali di scuola (adesso sono 27 + 3 facoltative) senza contare il tempo pieno (40 ore).
    Un’unica certezza intoccabile: le due ore di religione cattolica (da detrarre dalle 24 obbligatorie, che quindi diventano 22 per una decina di materie) che, se non ricordo male, costano allo Stato Italiano circa 1 milione di euro all’anno. Ma quelle non possono essere messe in discussione perchè, grazie a Benito prima e a Bettino poi, fanno parte di un trattato internazionale che non può essere modificato da una legge nazionale.
    Pensate che adesso verrà più qualcuno a conoscere e a studiare dall’estero come funziona la scuola con l’insegnante unico? Forse qualche paleontologo od antropologo che invece che un popolo indigeno in Amazzonia verrà in Italia a studiare la riforma “Gelmini”.

    Certo non sono tutte rose e fiori: io ho una figlia che frequenta la quinta “elementare” (quinta primaria suona male) e in questi anni i problemi li ho visti e vissuti in prima persona. E già tanti danni li aveva causati la riforma Moratti (che quasi quasi si fa rimpiangere), che in parte era rimasta inattuata, anche per la concreta impraticabilità (vedi abolizione del tempo pieno, che ad ogni legislatura del centro-destra riappare).
    E, come sempre, il buon senso e l’esperienza di tanti insegnanti hanno sopperito nella pratica quotidiana alla fantasia sfrenata dei nostri politici affinchè i nostri figli avessero una buona formazione.
    La mia esperienza di genitore mi dice che i principali problemi della scuola, almeno quella dell’obbligo, vengono, oltre che da una cronica carenza di fondi, da una burocrazia paralizzante e dall’assenza di un sistema che premi e valorizzi gli insegnanti capaci.

    Ma l’aspetto più deprimente di tutta la questione è che NON C’È IL BENCHÈ MINIMO PROGETTO EDUCATIVO E PEDAGOGICO dietro questo decreto, ma un puro e semplice calcolo economico, come se l’istruzione dei nostri figli fosse un peso per la società invece che un’opportunità di miglioramento del loro futuro.
    Ma a guardare bene un obiettivo, alla fine neanche tanto nascosto, c’è: SVILIRE E SVUOTARE DI CONTENUTI LA SCUOLA PUBBLICA PER FAVORIRE LA SCUOLA PRIVATA.
    Chi vorrà dare ai propri figli contenuti qualificanti e specializzati o un orario scolastico compatibile con quello del proprio lavoro (sempre che ne abbia uno stabile), pagherà.
    Non te lo puoi permettere? Peccato! Sarà per la prossima vita. (“Sei nata paperina, che cosa ci vuoi far!” cantavano a Sanremo qualche anno fa).
    E tutto ciò è perfettamente coerente con la filosofia berlusconiana del successo basato sui soldi, sugli status symbol, sul “tutto e subito, perchè così ho deciso io”. E gli altri? Si possono comprare? No? Allora, me ne frego! (Vi ricorda nessuno?)
    Ho dei processi in corso? Faccio la riforma della giustizia.
    Voglio diventare presidente della Repubblica? Faccio la riforma costituzionale.
    Non mi piace vedere per strada rom, prostitute e tutti quelli che sono poveri, brutti, sporchi e quindi cattivi? Pugno di ferro, impronte digitali e minacce di carcere e così tutta la cosidetta “gente per bene” è contenta (per lo più sono solo proclami e slogan efficaci, ma difficilmente attuabili, come ha illustrato l’intervento di Travaglio, ma il ghetto è dietro l’angolo).

    Ma anche per noi comuni mortali c’è una chance.
    Non hai un lavoro stabile? Non arrivi a fine mese? La ricetta “Berlusconi” ti offre ben tre alternative:
    * sposare un milionario
    * partecipare a un gioco televisivo (a scelta tra il Grande Fratello e Affari tuoi)
    * mettere all’asta su internet la propria verginità
    Attenzione però, quest’ultima carta si può giocare una sola volta nella vita!

  3. Maria Teresa Vaccari 26 settembre 2008 14:10

    Sarà un caso ma oggi su “La Repubblica” accanto alla pagina in cui vengono riassunte le brillanti iniziative del Ministro Gelmini - maestro unico anche alla scuola dell’infanzia con orario di 24 ore settimanali senza mensa, bocciatura con una insufficienza alla scuola dell’obbligo, riduzione degli orari alle scuole medie e superiori, accorpamento dei plessi scolastici a 500-900 alunni (perfettamente compatibile con l’attuale edilizia scolastica!!!), una pagina dedicata all’appello del Papa perchè lo Stato sostenga (ancora di più?) la scuola privata cattolica.
    Sarà davvero un caso?
    Non è che una parte dei presunti 7 miliardi di euro di risparmio prenderanno la via di San Pietro?

    COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
    Art. 3.

    Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

  4. Maria Teresa Vaccari 4 ottobre 2008 09:39

    SCUOLE SERALI
    Posto questo intervento pubblicato su PDNetWork

    [Così non va] Scuole serali
    contributo inviato da giuseppe.ginoble il 3 ottobre 2008
    A Walter Veltroni e a Maria Pia Garavaglia, Ministro Ombra per l’Istruzione
    Carissimo Walter e Carissima On. Garavaglia,

    Nella “riforma” della Scuola (io la chiamo la riforma del taglione) del Ministro Gelmini, stanno per essere decapitati i corsi serali per il conseguimento di un titolo di 2° grado per gli adulti per la mancanza di “risorse economiche” (!?) . Ma ad oggi, nel dibattito politico, né dalla parte nostra (del PD dico) né da altre parti, di questa argomento non si parla. Forse non è così interessante? Valgono così poco gli adulti che si sono rimessi in discussione e hanno deciso di ridarsi un’altra opportunità? (Spero proprio di no).

    Moti direttori degli Uffici Scolastici Regionali, per l’A.S. 2008/09, per non superare il tetto delle spese imposto dal caro Ministro, hanno deciso di autorizzare a ripartire solo le classi quinte, chi ha fatto dal 1° al 3°, oggi promosso al 4°, ha meno diritti di coloro che hanno iniziato un anno prima. Molti di questi studenti ogni sera hanno lasciato i propri impegni familiari e lavorativi per recarsi a scuola, con l’unico obiettivo di diplomarsi, di rimettersi in discussione per crescere e sperare ancora, rinunciando a stare con i propri figli ed ad una vita sociale annullata dagli impegni scolastici.

    Accertato che, anche loro sono risorse ma “risorse umane”, i loro diritti devono cedere al primato dei soldi?

    Deve essere penalizzato l’impegno di chi ha accettato di rimettersi in gioco, investendo nella propria formazione culturale e professionale?

    Possono ancora continuare a sperare che i loro diritti vengano presi in considerazione?

    Oppure anche noi (sempre del PD) consiglieremo che “gli adulti possono rivolgersi agli Istituti privati. Tanto costano solo 10.000 € un paio d’anni e se lavorano hanno i soldi per pagarsi il diploma………….” (senza parole)

    E chi vorrebbe ricominciare dal 1° anno, non ha nessun diritto, a loro non è dato studiare ancora?

    Eppure la nostra cara Costituzione all’art. 3 recita: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

    L’Art. 34 dice: La scuola è aperta a tutti (Omissis), I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

    L’art. 4 poi parla di l “diritto al lavoro”, di “tutti i cittadini”, per garantire il quale la Repubblica “promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto” e “cura la formazione e l’elevazione professionale” (art. 35).

    L’UE ha intitolato il 2007 come “Anno europeo delle pari opportunità per tutti”. In un video di lancio promosso dalla Commissione europea si vedevano adulti (anziani a dire il vero) impegnati nello studio, a scuola; ma l’Italia è o non è un Paese membro dell’UE? Il cosiddetto “apprendimento permanente lungo tutto l’arco della vita cos’è”?

    Ultima domanda:

    C’è qualcuno pronto a dare voce e soprattutto a ridare “speranza” a tutti coloro che, rivedendo il loro passato si sono accorti del grosso errore compiuto e si sono rimessi in discussione e hanno deciso di ridarsi un’altra opportunità?

    Oppure vinceranno coloro che stanno togliendo la speranza a tutti, cosa ancora più grave, ai giovani?

  5. luciana tampieri 10 ottobre 2008 01:00

    Dopo la criminalizzazione della Pubblica amministrazione, salutata con diffuso plauso ed aumento di popolarità del ministro “giustiziere” , Brunetta ripropone il suo teorema sulle categorie professionali che hanno la colpa delle disfunzioni e delle inefficienze del paese, su cui creare un vasto consenso esecratorio, trasformando in realtà ciò che ne è la sua distorsione e deformazione . Oggi sono gli insegnanti ad essere condannati alla pubblica gogna per l’assurda pretesa di scendere in piazza contro il decreto Gelmini; Brunetta afferma con decisione e ministeriale autorità i luoghi comuni attribuiti alla categoria : gli insegnanti guadagnano troppo, lavorano poco e non sono aggiornati ; affermazioni pesanti e ancora una volta denigratorie che non vorremmo sentire in bocca ad un ministro da cui sarebbe auspicabile aspettarsi documentazione, informazione e misura nelle parole e negli atti.
    Il fatto è che queste parole rinforzano quelle della Ministra che non ha mai fatto l’insegnante e si permette di affermare che gli insegnanti vanno aggiornati e motivati ( tagliando i fondi ?).
    L’amarezza maggiore è nella certezza che il processo di colpevolizzazione di alcune categorie professionali nasconda altri disegni, quello per esempio di svilire il servizio pubblico, la scuola , riaprendo la tradizionale crociata delle destre a favore della scuola privata : quale altra ragione pedagogica al ritorno del maestro unico se non il fatto che le scuole private non possono sostenere la spesa di tre insegnanti che ruotano sulla stessa classe ? e dire che la scuola elementare italiana, assieme a quella materna, figura come scuola di qualità a livello europeo ( v. indagini OCSE); peccato che il ministro, invece di difendere e valorizzare il comparto di sua competenza, lo demonizzi e lo porti allo sfascio.
    Su questa operazione strategica di criminalizzazione e svilimento della scuola pubblica ,è opportuno rileggere le parole pronunciate nel lontano 1950 da Piero Calamandrei, che sembrano profetizzare il nostro tempo e le manovre in atto; i padri della nostra Costituzione repubblicana, nata dopo la caduta del Fascismo, conoscevano bene gli effetti liberticidi della ” fabbrica del consenso”, per questo avevano cercato di tutelare la scuola statale rispetto a quella privata

    Allego il testo citato :

    Discorso pronunciato da P. Calamandrei in difesa della Scuola nazionale (Adsn) a Roma l’11 febbraio 1950

    “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione.Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura.
    Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali..C’è una certa resistenza, in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.
    Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci): comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle.Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private.Non tutte le scuole private,le scuole del suo partito, di quel partito.Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private, cure di denaro e di privilegi.Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perchè in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
    Attenzione, questa è la ricetta.L’operazione si fa in diversi modi : rovinare le scuole di Stato, lasciare che vadano in malora, impoverire i loro bilanci, ignorare i loro bisogni, attenuare la sorveglianza ed il controllo sulle scuole private, non controllarne la serietà, lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare, lasciare che gli esami siano burlette, dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico

  6. patrizia barducci 11 ottobre 2008 13:00

    A PROPOSITO DI INSEGNANTI,FANNULLONI E STIPENDI DA FAVOLA

    DALL’UNITA’ DI OGGI
    IL COMMENTO DI MARIA NOVELLA OPPO

    L’ULTIMO DEI CRETINI
    La Tv è un libro aperto sul quale si può leggere di tutto. Ci trovi ricchi così servili che neanche l’ultimo dei poveri e ci trovi giornalisti preparati che neanche l’ultimo del cretini (di cui non possiamo fare il nome, ma tanto è noto). Ieri mattina, per esempio, Oscar Giannino a Omnibus, dopo aver fatto lo iettatore sulla situazione economica, ha sostenuto come sia grave che il 95% del bilancio scolastico vada per pagare gli insegnanti. Fa finta di non sapere che la percentuale che va in (miseri) stipendi è così alta perché è bassa la quota di finanziamenti statali per la scuola. È un po’ come quando si dice che i poveri usano la maggior parte dei loro soldi per mangiare: non è che si rimpinzino, è che non possono permettersi il resto. Continuando a parlare di scuola, è triste (e non diciamo vomitevole per non imitare Paolo Guzzanti) che il governo del miliardario Berlusconi e della pessima Gelmini abbia deciso di affamare proprio la scuola. Questo è peggio che rubare le caramelle ai bambini: è rubare loro pane e futuro.

  7. Maria Teresa Vaccari 4 novembre 2008 15:09

    IL MOSTRO UNICO di Stefano Benni

    Cari studenti facinorosi, sono la vostra amata ministra Gelmini.
    Dopo il cinque in condotta e il maestro unico, ho una nuova idea che potrà risollevare la scuola italiana.
    Da dove inizia l’istruzione? Dall’asilo. E proprio qui bisogna intervenire, perché i bambini diventino obbedienti e ligi al dovere.
    E le favole, con la loro sovrabbondante fantasia e il loro dissennato spreco di personaggi, li allontanano dal sano realismo e dal doveroso conformismo e alimentano il pericolo del fuori tema, della deboscia, della droga e del bullismo facinoroso.
    Perciò per decreto legge istituisco il Mostro Unico.
    Sarà proibito leggere favole che contengano più di un mostro o di un cattivo, con relativo aggravio per la spesa pubblica, e soprattutto si dovrà, in ogni fiaba, sottolineare la natura perversa, facinorosa e vetero-comunista di questo mostro.

    Secondo il DMU (decreto mostro unico) sono proibiti ad esempio Biancaneve e i sette nani, perché Grimilde e la strega sono un costoso e inutile sdoppiamento di personalità nocivo all’immaginario dei giovani alunni, per non parlare dell’ambigua convivenza tra Biancaneve e i sette piccoli operai, di cui uno, Brontolo, sicuramente della Cgil.

    Cappuccetto Rosso è ammesso, ma si sottolinei come il cacciatore è evidentemente della Lega e il lupo di origine transilvana e rumena.

    Proibito Ali Babà e i quaranta ladroni, ne basta uno. Abolito Peter Pan, troppi pirati che gravano sulle casse dello stato. Abolito Pinocchio, anche accorpando il gatto e la volpe in un unico animale, restano il vilipendio ai carabinieri e il chiaro riferimento a Mediaset del paese dei balocchi.

    Ammesso Pollicino ma dovrà chiamarsi Allucione ed essere alto uno e settanta, per non costituire un palese sberleffo al nostro amato presidente del consiglio.

    Proibito Hansel e Gretel, perché i mostri sono due, la madre e la strega, e inoltre si parla troppo di crisi economica.

    Proibito il brutto anatroccolo. Se uno è brutto, lo è per motivi genetici e tale resterà. Inoltre Andersen era gay.
    Parimenti proibito il gatto con gli stivali per la connotazione sadomaso.

    Proibita, anzi proibitissima Cenerentola. Le cattive sono tre e assomigliano tutte a me.
    Cioè alla vostra ministra superficiale, impreparata e ciarliera. Ma la vostra Ministra Unica.

  8. patrizia barducci 4 novembre 2008 18:12

    dall’unità furio colombo in attesa di un evento speriamo straordinario
    Guardo, ascolto il discorso di Barack Obama che viene da un altro mondo nella notte del 28 agosto e mi rendo conto della distanza, come se ci fosse una profonda sfasatura nel tempo e nella Storia. Guardo e ascolto dal fondo di un fosso in cui sono stretto, spalla a spalla, fra Bossi e Borghezio, fra Marcegaglia e Berlusconi, fra Gelmini e Alfano, fra La Russa e Giovanardi.

    Guardo e ascolto un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che parla fra gli applausi che non finiscono mai e dice frasi come queste: «Che cos’è il progresso? Certo non il numero di milionari, certo non la colpa di essere poveri, certo non la pena di non avere una assicurazione che paghi le spese mediche, certo non coloro che dormono per la strada, certo non i disoccupati che hanno perso il lavoro e la casa, certo non l’America che affonda mentre noi la guardiamo. Questa è l’America di Bush, l’America in cui vi dicono che se fate discorsi come questi siete lamentosi. Andate a dirlo ai cittadini di New Orleans abbandonata all’inondazione. Andate a dirlo alle famiglie dei soldati in Iraq. La prossima settimana il partito Repubblicano farà la sua “convention” e vi chiederà una proroga di altri quattro anni. Dite no, dite basta!».

    Questo, voglio spiegare ai lettori, non è l’elogio di un’America che non esiste. È la descrizione di una notte in cui un uomo politico giovane, con il vantaggio immenso di essere uno straordinario predicatore e l’handicap finora imperdonabile di essere nero, racconta di un Paese che non c’è ancora, ma potrebbe, all’improvviso arrivare nel mezzo di un mondo rovinato da rancore, esosità, furore di potere e violenza.

    Pensate, se non altro, alla stranezza di questo giovane uomo politico che con coraggio si è messo di fronte alla barriera finora mai superata della razza. E invece che con la razza si identifica con speranza e dolore, con attesa e paura, con solitudine e caos e quando dice «fratelli» intende dire «cittadini» (e intende tutti, dalle famiglie alle coppie gay, e lo dice chiaro), pensate a questo candidato politico americano dell’anno 2008 che dice: «Questa è la notte di mia madre, è un impegno preso con lei che, dal suo letto di malata di cancro, lottava per il suo diritto con la compagnia di assicurazione. Questi sono i miei eroi, mio nonno, che aveva combattuto da volontario nella Seconda guerra mondiale ma poi aveva studiato perché c’era una legge che pagava gli studi ai soldati che tornavano dalla guerra, non li lasciava, come adesso, nell’abbandono. Mio nonno, che aveva molta immaginazione, mi raccontava di un Paese che non c’era. Io volevo chiamarmi Obama Smith oppure John Obama. Ma chiamarmi Barack Obama, pensavo, farà la mia fine. No, non se sei bravo, non se studi, continuavano a dirmi i miei eroi. Sono qui, sono bravo? No, se non mi avessero iscritto alle scuole migliori e non avessero mollato mai».

    Il ritmo da gospel del giovane Obama (vi siete accorti che insisto sul «giovane» non tanto per l’età anagrafica o per l’immagine da studente, ma per la radicale novità che questo candidato americano porta nella politica del mondo) continua, incalza e trascina gli applausi che raramente si spengono per pochi secondi e sono una risposta viva come la sua voce. In quel ritmo di gospel si rintracciano citazioni, non saprei dire quanto istintive o calcolate: «the load is heavy» il peso è grande, citazione dai «country» da Johnny Cash; per descrivere la tremenda eredità lasciata da Bush, un paese impoverito e incerto, fra due guerre che non finiscono. «This is for You, John McCain», citazione da «Sacco e Vanzetti», di Joan Baez, per dire al rivale repubblicano che in lui ammira l’eroe e il soldato, ma «he does not get it», non capisce proprio che cosa voglia dire tenere il lavoro, salvare la casa, avere una assicurazione per la salute, per i bambini e gli anziani della famiglia.

    Però ecco la prima grande rivelazione. Obama parla di famiglia, si rivolge a ciascun americano e intende davvero tu, tua moglie o tuo marito e il tuo compagno e i tuoi piccoli e i tuoi genitori. Ma vede subito la frontiera del familismo gretto, egoista, chiuso: prima noi, per gli altri si vedrà. Il suo gospel lo aiuta a mettere «gli altri fratelli della stessa famiglia che è tutto un Paese» nella stessa frase. Ripete questa idea che sconvolge la politica tradizionale quando è programma di candidato e non esortazione morale. La sconvolge in due modi diversi. La prima: «Non è vero che non sei il custode di tuo fratello. Lo sei. E lo sei dei più giovani e dei più vecchi, nel tuo gruppo e in un altro gruppo perché o ci salviamo tutti o non si salva nessuno».

    La seconda: «La promessa americana, che è venuto il tempo di mantenere, è fondata sul dare e avere, su uno scambio continuo fra noi e gli altri, fra i cittadini e lo Stato, fra la comunità che diventa migliore, più moderna, più forte, e i più deboli, quelli rimasti fuori e non ancora entrati».
    Si capisce che il candidato, che alla fine abbraccerà a lungo la sua Michelle (avvocato come lui, ex povera come lui e come il candidato vicepresidente Joseph Biden) vuole far capire bene che quando dice «famiglia» non intende farsi i propri interessi e chiudere fuori gli altri.

    Intende un mondo che si capisce e si parla e sa di vivere insieme e sa che l’immagine repubblicana del possesso esclusivo di ricchezza che prima o poi farà colare qualche goccia di beneficio sugli altri (la «trickle-down economy» raccomandata per primo da Ronald Reagan contro l’America sociale di Roosevelt) porta solo alla penuria e allo spreco. Al troppo e al troppo poco. E che tra privilegio e abbandono, tra solitudine in basso e capriccioso dominio dell’alto non si forma una società nuova, un Paese moderno, una cosa che si chiama progresso.

    C’è un’altra citazione, non so quanto voluta, ma scandita tra le ondate travolgenti del gospel di Obama. È questa: «The Preacher says…» la trovate in «Mercy» di Bob Dylan. Ma qui stabilisce una identificazione subliminale e istantanea di ogni americano nero con Martin Luther King. È lui «il predicatore». E allora ti accade di accorgerti che i segni sparsi nel grande sermone di Barack Obama al suo popolo (tutto il suo popolo, bianchi e neri, adulti e bambini, uomini e donne, ricchi e poveri) è colmo di segnali come una mappa del tesoro nelle storie d’avventura.

    Il fascino incredibile di questo leader politico (guardavo il suo discorso alla Fox Television, la più schierata a destra nel paesaggio americano, e ho avuto l’impressione che anche i suoi commentatori siano stati per un momento travolti dal «predicatore» Obama) è in una estrema semplicità che però guida verso territori non frequentati dalla politica.

    Barack Obama sembra muoversi con forza e passione contro tre avversari che non sono John McCain (da cui mette in guardia solo perché ti riporta al passato). Quei tre avversari sono la solitudine, che blocca tanti americani nella diffidenza e nell’affannosa ricerca di difesa; la paura, in un mondo in cui i pericoli vengono spiegati male e tardi, e in tanti hanno la sensazione che solo pochi saranno al sicuro. È la povertà, il male che torna e ritorna nel gospel di Obama, perché è il più crudele ma anche il più inaccettabile, nella parte ricca del mondo. E anche il più stupido, perché è una povertà fabbricata governando male, distruggendo l’ambiente, sprecando risorse.

    Ci sono, come in una saga cavalleresca, tre grandi alleati insieme a cui battersi: il tuo vicino, in modo che ciascuno ricordi sempre che c’è un mondo altrettanto in cerca di salvezza, oltre la siepe della famiglia; i più deboli perché, dice e ricorda e ripete Obama, nessuna società vince scaricando i più deboli e ogni grande ritorno alla civiltà ricomincia dal basso; i più bravi perché, dice Obama, dobbiamo essere tutti più bravi. Predica inseguito dalla frenesia degli applausi.

    E qui c’è forse il punto chiave del discorso e della campagna elettorale di Barack Obama, candidato di punta benché non sia bianco, benché non si chiami Obama Smith.

    La parola è «scuola». Sentite questa frase che, comunque vada, non andrà perduta nei ricordi di una campagna elettorale: «Vi prometto un’armata di insegnanti con stipendi e scuole migliori. È qui che si costruisce il futuro di un grande Paese, non nell’outsourcing (tagliare posti di lavoro dentro un’impresa per far fare lo stesso lavoro fuori), non dalla “delocalizzazione” (esportare in Paesi poveri i posti di lavoro)».

    Non dite mai «buonismo» se parlate di Barack Obama. A parte l’onore delle armi, il suo giudizio su John McCain è stato aspro e chiaro: «Non capisce la sofferenza di questo Paese. Non la capisce perché gli manca ogni contatto, conoscenza o esperienza».

    Ciò che pensa e che dice di Bush è rappresentato, oltre che da una accurata e spietata descrizione del disastro, da quel «dite basta!» a cui ha fatto eco il grido e l’applauso più lungo e più pieno di 85mila persone nello stadio di Denver.

    Ma la parte del discorso che appare come un manifesto politico, comincia quando Obama decide di affrontare la parola «cambiamento» che è stato il marchio di fabbrica di tutta la sua campagna.
    «Cambiamento vuol dire che la crescita di un Paese si misura sulla dignità del lavoro. Vuol dire tagliare le tasse al novanta per cento degli americani, dunque i più poveri tra coloro che lavorano, fino a tutta la classe media invece che ai più ricchi. Vuol dire ridurre il peso fiscale alla migliore tecnologia, vuol dire raggiungere in 10 anni l’indipendenza dal petrolio. Sono 30 anni che «loro» si danno da fare a importare e consumare petrolio. Vuol dire garantire a tutti i cittadini il diritto alla salute. Vuol dire premiare il lavoro volontario dei giovani per i disabili, i bambini, gli anziani, pagando loro le tasse universitarie. Vuol dire uguale paga per uguale lavoro. Cambiamento vuol dire un Paese in cui si incrociano il mutuo sostegno e la responsabilità personale. Cambiamento vuol dire affrontare i pericoli del mondo senza guerre sbagliate come in Iraq. Come comandante in capo vi prometto che non invierò mai soldati americani a combattere senza una missione precisa e senza la protezione adeguata.
    Noi - i democratici - siamo il partito di Roosewelt e Kennedy. Dobbiamo ricordarlo nei giorni del disastro tra Russia e Georgia e dobbiamo dire a McCain che sono tempi troppo difficili per buttarci addosso l’un l’altro l’accusa di non essere abbastanza patriottici».

    Poi viene, verso la fine, la netta e coraggiosa inclusione nella grande famiglia americana dei «nostri fratelli gays e delle nostre sorelle lesbiche», in modo che niente restasse implicito o non detto. E il diritto degli immigrati a riunire le loro famiglie chiamando i congiunti dai Paesi d’origine. Perché esaltare l’unione delle nostre famiglie e dividere per sempre le famiglie degli immigrati?

    E in conclusione una definizione della campagna elettorale vista da destra: «Poiché non hanno grandi idee fanno grandi campagne elettorali su piccole cose, e come unica trovata tagliano ancora una volta le tasse ai più ricchi. Tenete bene in mente che il cambiamento non viene da Washington. Il cambiamento va a Washington. Il cambiamento siete voi. Noi non possiamo tornare indietro. Noi non possiamo camminare da soli. Non con tutti quei bambini. Non con tutta quella gente che lavora o che cerca di lavorare. Noi possiamo continuare soltanto insieme».

    Più che mai le ultime parole sono scandite dal ritmo del gospel, una sorta di abbandono e di grande preghiera laica. Le telecamere cambiano inquadratura e sempre mostrano volti di persone che piangono. Stranamente piangono più bianchi che neri, più giovani che anziani, i ragazzi come le ragazze.

    Obama stringe la moglie e le bambine e guarda la sua folla senza sorridere. La musica è jazz. Niente inni.

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