Riceviamo e Pubblichiamo: Che fare dell’ex Eridania?
Uno dei maggiori meriti che attribuisco a latuastagione è l’attenzione dedicata al ruolo che il Pd ha riservato al cittadino in generale ed al cittadino elettore in particolare.
La centralità del cittadino nel quadro di relazioni democratiche è affermazione di principio ed obiettivo politico che si staglia già nell’atto fondativo del partito. Da principio ispiratore e scopo dell’agire politico, occorre che il ruolo assegnato al cittadino diventi pietra angolare per la costruzione del partito, ma anche di una società a maggiore partecipazione democratica, nella quale le scelte siano il naturale e logico risultato di una continua interazione tra gli eletti ed i cittadini e si configurino come condivisa soluzione di problemi attentamente studiati, come adeguata risposta ad esigenze ed interessi vissuti in concreto e non solo interpretati. Se il ruolo assegnatogli deve diventare strumento politico, occorre assicurare al cittadino i concreti modi di espressione e di azione.
Nel rapporto politico trovano realizzazione esigenze ed interessi complessi ed eterogenei.
I titolari delle situazioni sostanziali oggetto di composizione hanno finora avuto possibilità di esprimersi solo in forma mediata, ovvero tramite rappresentanza. Sono pochi eletti ad agire nell’interesse di molti.
Spostare verso il basso, ovvero verso “i molti” l’azione del partito e della vita politica del paese, è una delle imprese più impegnative ed affascinanti che il Pd si è assunto fin dalla sua nascita, ma è anche obiettivo il cui perseguimento è di per sé strumento di garanzia per la nostra democrazia. Un cittadino non solo cosciente ed informato, ma anche politicamente attivo in termini concreti ed efficaci, è il miglior baluardo rispetto ad innovazioni autoritarie, che, per lo più e non a caso, si reggono sulla valorizzazione del secondo polo del rapporto politico, quello dell’alto e dei pochi, con conseguente maggiore distacco dalla vita reale ed in funzione sempre più autonoma e distante dei partiti e della politica dagli elettori.
Il principio di legalità, al quale non tanto occorre ambire quale aspirazione di massima, o affermare come petizione astratta, ma perseguire in concreto e con il massimo rigore, deve trovare nel cittadino un soggetto attivo responsabile, quanto intransigente.
Il rispetto assoluto della legalità, che non può ammettere deroghe, disattenzioni o attenuazioni, così come è presupposto del valido ed efficace agire politico delle istituzioni, deve esserlo anche per il cittadino che vuole e deve assurgere ad arbitro effettivo della vita del paese e, prima ancora, del partito.
Soggetto non ricattabile, adescabile o comunque condizionabile.
Deve diventare patrimonio di tutti credere e vivere nel rispetto dei principi e delle regole che liberamente ci diamo. Se siamo assolutamente liberi di pervenire alle opzioni più differenti, di scegliere cioè le regole, i principi e le norme nella maniera che più ci aggrada, persino se mossi da esigenze, motivazioni e spinte non propriamente etiche o legali, dobbiamo, poi, comunque rispettare il risultato cui è stato possibile pervenire. Possiamo anche scegliere di non darci alcuna regola, ma se invece la adottiamo dobbiamo sentirci vincolati.
Le regole si cambiano con gli strumenti che ci consente l’ordinamento, non si violano e neppure si aggirano.
L’argomento è meno banale di quanto potrebbe apparire. Un esame appena più approfondito della vita delle istituzioni ci consegna una realtà che, personalmente, ritengo emblematica di una tanto evidente, quanto gravissima violazione del principio di legalità che è alla base del nostro Stato, ovvero della regola fondamentale e basilare della divisione dei poteri, principio cardine sul quale si regge l’intera impalcatura della carta costituzionale e si fonda l’equilibrio della nostra democrazia.
Solo in tempi recenti, pare che l’attenzione di alcuni politici si sia destata sul tema in questione, peccato però che chi si è ora accorto del problema, in passato non si sia comportato in maniera troppo diversa da quella ora criticata ed abbia anzi concorso, sia pure con strappi di minore quantità e clamore, alla medesima violazione dei principi.
Anche nel richiamo alla “costituzione materiale” od al “diritto vivente” si annida il pericolo di una sottovalutazione dell’importanza che riveste il principio di legalità.
Ho ritenuto opportuno accennare, sia pure in maniera superficiale e generica, all’importanza del rispetto del principio di legalità, quale premessa dell’argomento che mi interessa portare all’attenzione dei cittadini che latuastagione riesce ad intercettare, nella speranza questo argomento possa diventare, in un futuro che mi auguro ormai prossimo, tema politico da sviluppare anche nel circolo telematico.
Trattasi di questione tanto concreta e specifica, quanto straordinariamente emblematica della vita politico-istituzionale locale, sulla quale appare opportuno che si confrontino e si pronuncino tanto i candidati alle primarie, quanto colui o colei che ne uscirà vincente, per la definizione del programma che vorrà sottoporre agli elettori.
Quale soluzione si intende dare, nell’interesse pubblico, al problema dell’area ex Eridania?
La vicenda di questa area è singolare e si presta, in maniera esemplare, ad essere presa in esame quale caso emblematico e paradigmatico.
Gli aspetti che possono venire a rilevo sono moltissimi. Non intendo illustrarli e neppure esporli adesso, né analizzare i singoli momenti nei quali si staglia un agire politico che appare in ogni caso complicato e, per molti versi, ancora oscuro.
E’ sufficiente per il momento tener conto di pochi dati:
- l’area è di proprietà privata, per essere stata acquistata dalla gestione liquidatoria dello zuccherificio Eridania da un gruppo di imprenditori, che a tal specifico fine hanno costituito una società immobiliare;
* l’acquisto è avvenuto a seguito di revoca del Comune di Forlì di una precedente deliberazione con la quale aveva deciso di concorrere per la realizzazione di un pubblico interesse ed aveva anche stanziato il relativo onere di spesa;
* l’area era in precedenza destinata a verde ed attività culturali;
* a seguito di anticipazione di variante di PRG, si stabilì di consentire alla società privata che aveva acquistato l’area di potervi realizzare un’imponente attività edificatoria, previa cessione gratuita al Comune dell’edificio storico;
* una serie di vicende connesse sia alla destinazione futura dell’edificio storico, che avrebbe dovuto passare in proprietà del Comune prima dell’edificazione da parte della società proprietaria (ed anzi la previa cessione -giova ribadirlo- era fatto che condizionava la possibilità di edificazione), sia alla bonifica dell’area dall’amianto, hanno portato all’attuale situazione;
* lo stallo che si è determinato appare inspiegabile; non è, però, assolutamente vero, come invece in qualche occasione è stato affermato da taluno, che l’edificazione sia stata impedita dal procedimento amministrativo con il quale è stato dichiarato l’interesse culturale particolarmente importante dell’edificio storico e neppure dalle vicende giudiziarie che sono seguite alle demolizioni eseguite la settimana di ferragosto 2002, nella pendenza del procedimento dichiarativo dell’interesse culturale;
* anche nei giorni che sono immediatamente seguiti alla demolizione ed alla denuncia fatta all’A.G., la società venne informata dall’amministrazione preposta alla gestione del bene culturale che la costruzione degli edifici nelle aree destinate alla lottizzazione non sarebbe stata impedita, né ostacolata per spirito “ritorsivo” e che anzi qualsiasi progetto, purché compatibile con il pregio del bene, sarebbe stato prontamente autorizzato. Di più ancora, l’architetto di fiducia della proprietà elaborò persino un progetto di massima che, esaminato nell’ottobre del 2002, incontrò il favorevole avviso del Soprintendente regionale, il quale non si limitò ad esprimere il proprio assenso, ma suggerì addirittura utili accorgimenti per una concreta e rapida soluzione.
Lo stato di abbandono dell’area appare inspiegabile, sia per le ragioni commerciali-economiche perseguite dagli investitori privati, sia per il disinteresse mostrato dal Comune, che dopo aver “regalato” una rilevante opportunità edificatoria, altrimenti preclusa da un tanto evidente, quanto importante interesse pubblico (verde ed attività culturali), non ha preso in ulteriore esame la questione.
La via d’uscita appare complessa.
La compagine proprietaria nel tempo è variata; i vecchi proprietari, che non hanno costruito -assai verosimilmente- per ragioni interne, ovvero per contrasti insorti tra di loro, pare che abbiano venduto le proprie azioni ad altri. E’ però logico presumere che chi si è accollato un onere economico di rilevanti dimensioni abbia tutta l’intenzione di concludere il percorso avviato fin dal momento del remoto acquisto e del mutamento di destinazione dell’area (resa edificabile), riempendo così il vuoto (ruderi e verde incolto) che ancora contraddistingue il paesaggio locale, riversandovi sopra tonnellate di cemento.
E, pertanto possibile che la situazione sia destinata addirittura a peggiorare. Se lo stato di attuale abbandono non è entusiasmante, la massiccia edificazione che si potrebbe venire ad abbattere nella zona, in una città che già soffre di eccedenza edificatoria, potrebbe rovinare il paesaggio urbano ed aggravare il surplus edilizio esistente.
Il recupero dell’edificio storico, in assenza di progetti di utilizzo e, soprattutto, dei mezzi finanziari per potervi fare fronte appare impensabile. Questo è il verosimile motivo del disinteresse mostrato dal Comune.
E’ possibile ipotizzare che le ragioni speculative del compratore finale e le preoccupazioni finanziarie del Comune possano approdare ad una revisione dell’accordo iniziale (per il quale la comunità forlivese aveva rinunciato ad una vasta area interamente destinata a verde ed ad attività culturali, consentendo un’attività edificatoria speculativa, in cambio della proprietà di un importante fabbricato da poter disporre per il perseguimento di pubbliche finalità), affidando al privato investitore anche l’onere di recuperare l’edificio storico e dargli lui una destinazione che renda nel contempo maggiormente remunerativa l’edificazione dell’area finitima, affrancata da un apparente degrado che potrebbe pregiudicare la commercializzazione del nuovo edificato, realizzando in tal modo un guadagno per così dire doppio.
Si sarebbe compiuto con ciò un percorso perfettamente inverso a quello iniziale. Il regalo fatto agli imprenditori privati ed il sacrificio delle potenzialità edificatorie imposto a tutti gli altri cittadini forlivesi, che si sono visti ridurre l’indice di edificabilità delle loro aree per consentire un’edificazione maggiore in quella ex Eridania, resterebbe privo di contropartita, a meno di non considerare pubblico interesse l’eliminazione di un problema avvertito con fastidio dalla classe politica locale e dall’apparato amministrativo dell’ente comunale, perché non in grado di risolverlo.
Eppure altre soluzioni sono possibili; come è pure giuridicamente possibile rinegoziare ab imis il progetto iniziale e risparmiare alla città un degrado che potrebbe essere maggiore e peggiore (perché irreversibile) di quello consegnato dalla situazione attuale.
Il caso Eridania è, dunque, emblematico di remote scelte politiche del passato, che condizionano il presente e che possono impegnare il futuro, secondo logiche che restano incredibilmente immutate e sopravvivono alle confliggenti e differenti esigenze nel frattempo insorte.
Il caso Eridania è però anche paradigmatico del programma urbanistico ed edilizio della Forlì di domani che gli aspiranti sindaco vorranno elaborare e presentare ai cittadini.
Ritengo indispensabili le riflessioni politiche su ciò che è avvenuto, perché la capacità di progettare il futuro non può ignorare i fatti che hanno causato la situazione attuale, ma al contrario presuppone una conoscenza approfondita, piena ed attenta, indispensabile per poter responsabilmente predisporre quanto è necessario per l’interesse pubblico e, se possibile, rimediare i guasti del passato.
I tasselli che compongono il mosaico della questione Eridania sono tantissimi, tutti assai rilevanti in termini di prospettive politiche. Mi sono volutamente limitato a segnalarne solo pochissimi, che comunque ritengo utili per poter introdurre il tema.
Mi riservo, peraltro, di illustrare in seguito, ove se ne dovesse ravvisare l’utilità, altri elementi che pure paiono di rilevante interesse politico e di approfondire avvenimenti e fatti, come pure segnalare straordinarie opportunità inspiegabilmente ed immotivatamente abbandonate, dopo una prima condivisione addirittura entusiastica. Occasioni formidabili, che purtroppo si sono perdute per sempre.
Fausto Baldi
View blog reactions3 Commenti a "Riceviamo e Pubblichiamo: Che fare dell’ex Eridania?"
Scrivi un commento
COMMENTO ALL’ARTICOLO DI FAUSTO BALDI SULLA EX ERIDANIA
In tempi in cui la politica appare contrassegnata non da un opportuno decisionismo nelle scelte, ma dall’autoritarismo e finanche dalla messa in discussione delle principali garanzie democratiche
come lo svuotamento delle prerogative parlamentari e l’asservimento della giustizia a favore dell’esecutivo, assai opportune mi sono apparse le sollecitazioni di Fausto Baldi sul tema della legalità, questione decisiva nel configurare lo stato della democrazia di un Paese.
La legalità presuppone comportamenti conseguenti soprattutto da parte di chi è preposto al rispetto di questo principio, ma in Italia non pare essere questa la norma in virtù del fatto che il centrodestra nelle occasioni in cui si è trovato in maggioranza ha privilegiato, non i comportamenti corretti quanto invece quelli illeciti ,alzando reti di protezione per i potenti per i quali si sono depenalizzati reati come il falso in bilancio, archiviando processi per prescrizione, sanando le speculazioni edilizie con i condoni,… generando un senso comune per cui vale più la furbizia del rigore e dell’onestà. Il tutto ovviamente ammantato dalla richiesta di maggior sicurezza che però pare non avere una sua declinazione per le caste privilegiate.
Il Partito Democratico al momento della sua nascita con l’adozione dello Statuto, del Manifesto dei Valori e del Codice Etico ha posto alla base del proprio agire il tema della democrazia come partecipazione, dei diritti e della legalità come principi che ne connaturano l’identità e il progetto e ne fanno un partito distante dalla pratica politica che contrassegna quelli attuali.
L’idea delle primarie per selezionare la sua classe dirigente, l’andare oltre i propri tesserati valorizzando e dando poteri di scelta al cittadino-elettore tende a spostare verso il basso, verso “ i più” l’agire politico. Impresa improba, difficile che si scontra con resistenze, grettezze, privilegi che non si vogliono rimuovere, ma proprio per questo affascinante, innovativa, significativa e qualora si affermasse pienamente , capace di sconfiggere la passività, il disinteresse e affermare l’idea vera e alta della politica, intesa come protagonismo responsabile del cittadino. La destra può essere sconfitta oltre che con scelte di campo antagoniste nell’economia, nella scala dei valori anche con una nuova idea di partito, che fa del cittadino-elettore l’arbitro delle scelte. Il rinnovamento della classe dirigente, condizione indispensabile per la riuscita del progetto, presuppone intransigenza sui principi non solo a parole, ma soprattutto nei comportamenti.
Paradigmatico rispetto a quanto finora affermato diviene il ragionamento che Fausto ci propone sull’ex Eridania, perché il tema chiama in causa il principio di legalità, l’interesse del pubblico e la salvaguardia del privato e non per ultimo la tutela e la valorizzazione di un bene storico che è della città e quindi di tutti i forlivesi.
A tal proposito considero la scelta fatta dall’Amministrazione Comunale di quel periodo,di non acquisizione di quel terreno dopo averlo inserito nel Prg come verde pubblico ed attività culturali (scelta lungimirante allora) , un errore strategico, ancor più grave in considerazione del fatto che successivamente con variante, lo si è destinato all’edificazione, offrendo ai privati una occasione unica e straordinaria per intervenire su un’area di grande pregio e interesse.
Non mi interessa entrare nel merito delle vicende giudiziarie che si sono aperte a seguito della demolizione di corpi edilizi avvenuti in prossimità del ferragosto del 2002, quanto invece riflettere sulle conseguenze che si stanno evidenziando e che stanno comportando, in ragione dello stallo attuale, ulteriore degrado dell’edificato esistente e crescita di erbacce, di sporcizia nel verde incolto.
In assenza di una qualche rilevante novità il rischio probabile appare essere quello di una proprietà che rivendica diritti ritenuti acquisiti e che potrebbe edificare, con indici volumetrici assai favorevoli, con il Comune che in assenza di un progetto sull’uso e sulla gestione dell’ex opificio è impossibilitato ad intervenire, con il risultato di una Forlì ancor più marcata dal cemento e dal mattone. Una città che rischia di perdere una straordinaria opportunità data da un’area di pregio, situata di fatto nel centro-storico, ridotta a speculazione edilizia e commerciale.
Si deve tentare un’altra strada, provare a verificare e lavorare per una prospettiva diversa e migliore,
La cosa appare difficile, in gran parte compromessa dalle scelte del passato, ma altre prospettive vanno messe in campo, capaci di salvaguardare anche l’interesse di quei privati che hanno acquistato l’area e che vantano dei diritti, ma contemperando anche l’interesse della comunità forlivese, che non può essere scippata di un’opportunità e di una risorsa che è un bene di tutti.
Va rinegoziato il tutto con i privati e avviare una nuova procedura, consapevoli che quella area può diventare un fiore all’occhiello per Forlì, con un progetto partecipato che può soddisfare tutti i soggetti.
A tal fine ritengo opportuno formulare una proposta : si indica un concorso internazionale di idee per addivenire ad una ipotesi urbanistica ed edilizia che sia capace di essere per la città il”modello del 3° millennio” che metta in campo le idee più innovative, le tecnologie più avanzate, che sperimenti anche nuovi materiali, che si cimenti con il risparmio energetico e con la tutela dell’ambiente, per farne un “bene” per il quale valga la pena spostarsi, venire a conoscerlo, studiarlo, apprezzarlo e magari anche esportarlo.
In quali città esiste una risorsa simile alla nostra, perché di risorsa si tratta, fatta di una grande area verde, con un ex zuccherificio posto a poche centinaia di metri dal centro-storico, su cui è ancora possibile intervenire e ridisegnarne il profilo?
C’è stata data una grande occasione e una straordinaria opportunità, spetta ai futuri amministratori non lasciarsela sfuggire.
Valter Bielli, 23.10.08
CHE FARE DELL’ERIDANIA?
Lo stato di abbandono dell’area ex Eridania ha reso questa risorsa un problema per la città ed il problema è cresciuto nel silenzio della pubblica amministrazione che non ha voluto, o potuto, affrontarlo, delegando ogni scelta ad una proprietà mutata nel tempo.
Si tratta dell’ultimo e più importante manufatto di archeologia industriale rimasto nella città, in un’area ancora in prevalenza verde di ben 15 ettari, sul limite settentrionale del centro storico, lungo la ferrovia, primo segno riconoscibile di Forlì per chi vi arriva in treno dal nord e già servito da scalo ferroviario.
Costruita nel 1899 come fabbrica modello, la prima dotata di energia elettrica, conserva, nonostante il degrado subito, il pregio architettonico e ambientale che ne ha determinato il vincolo di tutela nel 2002. Il procedimento di dichiarazione dell’interesse culturale particolarmente importante è stato avviato con provvedimento del 15.2.2002 e si è concluso con decreto adottato l’1.10.2002.
Dopo la rinuncia del Comune all’opzione di acquisto dalla proprietà Eridania in dismissione, la destinazione dell’area è passata da verde e servizi culturali a riqualificazione urbana con volumi edificabili superiori a quelli delle altre aree industriali dismesse. Questa Variante di Piano del 1999 prevedeva la cessione gratuita al Comune dei manufatti industriali e di una congrua superficie di tutela, per giustificare, con la pubblica utilità, l’edificazione stessa dell’area restante.
A quasi 10 anni da quella variante e a 16 dagli accordi preliminari, né gli acquirenti hanno depositato strumenti attuativi, né il Comune ha fornito indirizzi o sollecitato progetti per l’uso dei manufatti che gli erano destinati e dei quali avrebbe potuto entrare in possesso anche prima della presentazione del Piano particolareggiato di iniziativa privata.
Viceversa, qualora non si verificasse la condizione di pubblica utilità, la stessa possibilità edificatoria concessa nel 1999 dovrebbe risultare illegittima.
Credo che i cittadini abbiano il diritto, non solo di essere informati, ma anche partecipi delle scelte su un bene ad essi destinato.
In questa condizione, appare sorprendente la mancanza di elaborazioni e consultazioni sull’uso di un contenitore che occupa una superficie coperta di mq.12.700, con spazi di grande respiro e suggestione, privilegiato per accessibilità e visibilità. Ancora più sorprendente, se la mancanza di interesse è dovuta a difficoltà finanziarie, che il Comune abbia dovuto rinunciare a concorrere per questo immobile a finanziamenti europei per il “recupero, qualificazione e valorizzazione del patrimonio culturale, storico, artistico, architettonico ed ambientale a fini di fruibilità pubblica ed attrattività turistica” perchè non ancora in possesso del bene.
Oggi il Comune ha la possibilità di rimettere in discussione l’intera area, ma il rischio è che rinunci anche alla condizione preliminare della variante, premiando così la proprietà, oltre che con l’alto indice edificabile, anche con un ulteriore profitto sulla parte pubblica.
Occorre che si riparta da questo chiarimento preliminare, per verificare in un tavolo di confronto l’effettiva volontà pubblica democraticamente espressa. Senza sottrarre interesse imprenditoriale, bisogna preliminarmente vedere se il nuovo costruito previsto è compatibile con il contesto e vantaggioso per la città nel lungo periodo.
Arch. Marina Foschi
EX ERIDANIA: Bandiera di un cambiamento?
Dopo che tutte le aree “dimesse” hanno subito una sorta di “48”, questa è rimasta quasi incolume e pare aver scampato il pericolo più grave: la conversione in possibili strutture commerciali, armoniche più all’interesse privato che a quello pubblico. Su questo fronte credo veramente che la futura amministrazione debba impiegare le sue migliori energie, questa immensa fabbrica fra l’altro è la memoria di un processo industriale storico che, ha segnato l’avvio al lavoro di diverse generazioni, molti se la ricordano ancora e nulla risulterebbe più fondato del riattivarla a un nuova età di attività culturali. Ovviamente grandi idee hanno attraversato in questi anni il pensiero di molti “creativi”, ma l’ex fabbrica, racchiusa nel suo silenzio spettrale sembra aver deciso in solitudine il suo destino, accogliendo tra le sue rovine decine di extracomunitari in cerca di una prospettiva esistenziale. In questo “mal’orto cittadino dell’ex Eridania” evidentemente non si è riusciti per tempo a confinare le “malerbe”, a distinguere, per cui i fatti, nella sostanza replicano la vicenda politica nazionale, straordinariamente impegnata a produrre più regressione civile che sviluppo e democrazia, esattamente il contrario di quanto vorremmo almeno in futuro abituarci. La politica locale deve quindi riparare e da qui ripartire, per riacquistare la memoria e il senso della propria azione civile e culturale, perché la città fin’ora è sembrata avere lo sguardo altrove, un atteggiamento sornione che forse non guardava in nessun luogo, ma il tema posto ora da Baldi è come un sasso nell’acqua ferma, dal cui centro di caduta s’aprono come cerchi concentrici una forte domanda di legalità, di trasparenza, verso questioni che avevano ed hanno solo bisogno di ben più ampie prospettive politiche. Divenuta da anni per l’amministrazione comunale (in merito alle note vicende legali) forse più un tabù “urbanistico” che altro, appare come relegata in una sorta di “sventurata criticità” da cui suscitano solo ansia e imbarazzo politico. Che fare quindi oggi e a questo punto dell’ex Eridania? La risposta può essere altrettanto semplice e lineare: utilizzarla per uno scopo culturalmente significativo e se possibile farne un faro che illumini la nostra città, forse un teatro, un museo d’arte contemporanea o di collezioni ancora da esplorare, e da esporre per la prima volta al pubblico godimento dei cittadini. Cacciati i “demoni” quest’area si risolverà in vero banco di prova di quel modo nuovo e illuminato di fare politica che tutti attendiamo. Sincronico quindi il tema illustrato da Baldi e poi ripreso da Bielli, ma anche evocativo se non emblematico di un disagio interminabile che può e che deve finire se vogliamo dare un senso compiuto non solo alla degradata politica ma alla nostra stessa vita. Più legislature trascorrono e più questi problemi reali restano irrisolti, mentre puntualmente riesumano, solo nella fase propagandistica e introduttiva ad ogni nuova legislatura, quasi fossero ormai relegati a una sorta di “riserva” di argomenti disponibili, alle sole strategie elettorali dei candidati di turno. Stavolta però almeno su questo sito la parola è data a tutti, e questo è certamente un modo per contribuire a cambiare le cose, ma da noi, in questa città se vedremo davvero fumare quella “nostra ciminiera” e poco importa se “brucerà” d’arte moderna o di spettacoli teatrali, potremo essere certi che qualcosa è realmente cambiato.