Riceviamo e pubblichiamo: L’Università di Pisa contro la legge 133/2008.
È accaduto qualcosa di inatteso nell’ateneo pisano. Dopo una lunga estate fiacca, che sembrava prolungarsi stancamente in un settembre immobile, i primi segnali di vita sono giunti un paio di settimane fa.
All’improvviso, dal basso (espressione spesso retorica, ma in questo caso “fisicamente” concreta), ha assunto consistenza un moto di reazione alle legge 133. a scuotere il mondo universitario dal torpore sono stati gli anelli deboli della catena: i precari e gli studenti. e non è cinico aggiungere che non c’è molto da stupirsi se, a fronte di organi istituzionali inclini a subire una blochiana “strana disfatta”, la fanteria esposta in trincea ha deciso di reagire. Non c’è da stupirsi perché la legge 133 colpisce con violenza proprio loro: precari e studenti.
Come ormai in molti sanno infatti, la legge 133 non contiene una riforma dell’Università. La legge 133 non impone nuovi criteri di finanziamento; non prevede interventi selettivi per ridurre gli sprechi; non modifica gli assetti della governance; non interviene sui parametri di valutazione; non introduce nuovi meccanismi concorsuali. La legge 133 prevede un taglio indiscriminato e progressivo delle risorse e il blocco del turn-over al 20% per 4 anni (ogni 5 pensionamenti un solo nuovo ingresso).
Le conseguenze saranno la drastica riduzione del personale docente e tecnico-amministrativo, la contrazione dell’offerta didattica e dei servizi agli studenti, la necessità di reperire risorse aumentando la contribuzione studentesca. In alternativa, l’improbabile possibilità di trasformazione in fondazioni di diritto privato. Molti ricercatori precari che per anni hanno affrontato una dura gavetta, pubblicando, tenendo corsi, dando un contributo sempre più prezioso e indispensabile al funzionamento dell’Università, vedranno le porte chiudersi indefinitamente.
La ricerca subirà un duro colpo, non fertilizzata dalle energie più fresche; la didattica si immiserirà, con un rapporto docenti-studenti sempre più deficitario. L’Università pubblica, in sostanza, sarà destinata a emulare le sorti delle teaching university di provincia del mondo anglosassone. Per queste ragioni, precari e studenti si sono uniti; hanno definito un piano comune; hanno prodotto uno sforzo di mobilitazione impressionante. I risultati sono arrivati.
L’8 ottobre, un’assemblea che avrebbe dovuto tenersi nell’aula magna del polo didattico d’ateneo, si è trasformata in un immenso raduno nella storica piazza dei cavalieri. Al cospetto di 3000 persone, il comitato promotore ha proposto e ottenuto l’approvazione di un documento che contiene i termine dell’opposizione alla legge (vedi il blog precariunipi.wordpress.com). l’8 ottobre ha rappresentato uno spartiacque, producendo un effetto contagio.
Molti consigli di facoltà hanno assunto la mozione di piazza dei cavalieri come punto di riferimento e così le forme di contrasto alla legge si sono moltiplicate: sospensione della didattica, sostituita da momenti di confronto sulla legge con il coinvolgimento attivo degli studenti; rinuncia da parte dei ricercatori in ruolo agli incarichi non imposti per legge; adesione alle iniziative di lotta anche da parte di molti docenti. Il rettore ha convocato un’assemblea di ateneo all’aperto, che si è tenuta il 15 ottobre nel grande parco della facoltà di scienze. Questa volta non più 3000, bensì 6000 persone presenti. Una partecipazione eclatante, che si è conclusa con l’estensione del coinvolgimento anche a livello istituzionale.
Domani difatti si terrà un senato accademico straordinario e per la prima volta avranno diritto di parteciparvi anche rappresentanti del personale precario. Qualche Solone ha già sentenziato: non si può dire solo no, è necessario aprirsi al dialogo, essere propositivi, l’università va riformata. Come ricercatori precari sottoscriviamo, aggiungendo però un interrogativo: non occorre essere in due per dialogare?
È curioso il metodo seguito dal governo, che chiede al mondo della formazione e della ricerca senso di responsabilità e disposizione al confronto dopo aver approvato una legge capestro. Non ci si può sedere ad alcun tavolo da morti. In realtà i richiami al buon senso nascondono ormai un più o meno palese complesso di inferiorità che attraversa larga parte di quella che un tempo era l’intellighenzia di questo paese.
Soprattutto la classe intellettuale di sinistra sembra paralizzata dal consenso tributato al governo in carica e al suo operato. Pisa è un esempio illuminante. Il suo corpo docente è per tradizione politicamente orientato. E ora tentenna e vacilla, assume fino a interiorizzare gli argomenti dell’avversario culturale (o ex avversario culturale?). Tutto ciò è preoccupante e ancora più preoccupante è il fatto che tale inclinazione emerga anche tra le fila dell’opposizione politica. Essere riformisti non significa rassegnarsi alla remissività. Essere riformisti non significa ripiegare quando l’onda neo-conservatrice avanza. Essere riformisti non significa sacrificare un valore fondamentale oggi per sperare di vincere domani.
L’attacco alla scuola e all’università colpisce un’idea di paese e molti di coloro che questa idea cercano di difendere. Un partito riformista dovrebbe capire che tagliare brutalmente le risorse al sapere significa annientare gli anticorpi residui al conformismo dominante. Molti giovani insegnanti e ricercatori verranno falcidiati; alcuni si ritrarranno sconfitti, altri andranno all’estero. Questo paese sarà ancora più arido e decaduto. A chi giova? A qualcuno giova.
Carmelo Calabro’ (Ricercatore presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa)
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Grazie alla mobilitazione pisana, e alla tenacia delle rete dei precari, in tutto il paese si va finalmente creando una rete di mobilitazione a tutti i livelli.
Riporto qui di seguito alcune comunicazione dell’Osservatorio per la ricerca appena ricevute.
Ora spero che il PD si mobiliti in maniera più incisiva: sarebbe quanto mai opportuno legate la protesta sul versante della scuola e dell’università ad un più ampio movimento che coinvolga genitori, associazioni, cittadini.
A Pisa ieri la manifestazione cittadina promossa dalla rete dei precari e dagli studenti ha portato in piazza oltre 10.000 (!) persone: è questa la via da seguire ovunque.
Grazie davvero a chi si sta impegnando in una lotta volta, in primis, al rispetto dei lavoratori precari e alla tutela dell’università pubblica.
Schiena dritta e mobilitazione democratica in tutti i luoghi possibili, seguendo un modello aperto e a rete: queste le parole chiave di un movimento che può contribuire ad un cambio di fase in questo paese, anche per l’opposizione.
§§§§§§
Cari tutti,
le mobilitazioni, le prese di posizione, gli appelli, le manifestazioni di
piazza (cortei, lezioni all’aperto, etc.) stanno attraversando l’intero
Paese e crescono di giorno in giorno. E’ difficile darne conto
dettagliatamente.
Vorremmo però segnalarne alcune che ci paiono di particolare rilevanza e a
cui è possibile aderire nei prossimi giorni/settimane:
- un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature dal titolo “Cut-throat
savings” (che potrebbe essere reso in italiano con “Tagli suicidi”, si può
accedere anche attraverso il nostro sito: http://www.osservatorio-ricerca.it);
- venerdì 24, alle ore 13:00 si svolgerà un sit-in (organizzato dal
coordinamento dei precari degli enti di ricerca) davanti alla sede della RAI
di Viale Mazzini 14. L’iniziativa è finalizzata ad evidenziare il quasi
totale oscuramento riservato, in queste settimane, alle proteste
dei ricercatori, tecnici e amministrativi precari.
- sciopero generale indetto da CGIL CISL e UIL per il comparto Università e
Ricerca il prossimo 14 novembre;
- l’iniziativa bolognese “la ricerca calpestata”
(http://www.laricercacalpestata.it) ["Una piazza completamente ricoperta
dalle nostre facce, e con le nostre facce, dalle nostre storie, dalle nostre
passioni e difficolta', ma anche da tutto quello che potremo raccontare,
attraverso materiali divulgativi, banchetti e tutto quello che ci potra'
venire in mente del nostro lavoro, del suo fascino e della sua importanza",
un'idea originale per sensibilizzare l'opinione pubblica sul fatto che la
politica del Governo attuale calpesta tutti i componenti della comunità
scientifica "nei loro diritti, nello loro aspettative, nella considerazione
e nell'importanza che vengono date al loro lavoro"];
- un sito web di aggiornamento delle proteste: http://www.uniriot.org/
Riusciranno i media e l’opinione pubblica ad accorgersi della difficoltà in
cui viene messo uno dei settori chiave per il progresso del Paese?
Per ora l’unica risposta che il Governo sembra dare è l’invio delle forze di
polizia nei luoghi del sapere per contrastare la minaccia di chi rivendica
con determinazione il ruolo fondamentale dell’istruzione e della ricerca
pubblica e si oppone allo tsunami dei tagli indiscriminati e alla
mortificazione della qualità, del valore e della passione che le professioni
della conoscenza richiedono con forza.
L’Osservatorio sulla Ricerca lo scorso 9 luglio rappresentò al Capo dello
Stato i rischi delle manovre che il Governo stava in quel periodo adottando.
Il 3 settembre inviammo quindi un documento al Presidente Napolitano che lo
inoltrò al Ministro Gelmini (la quale evidentemente ne fece carta straccia).
Il documento puo’ essere trovato sul sito dell’Osservatorio
(http://www.osservatorio-ricerca.it/nuovo/index.php?H (alla data 3
settembre)).
Cordialmente,
Osservatorio sulla Ricerca
P.S.: non solo in Italia la politica del Governo trova l’opposizione di
scuola, università e ricerca. In Francia, checché ne dicano alcuni nostri
commentatori che pure dovrebbero essere informati, la situazione è
tutt’altro che rosea. Un appello sul sito Sauvons la Recherche (tradotto in
varie lingue) dà varie informazioni che in Italia non sono ancora arrivate
(vedi http://www.osservatorio-ricerca.it).
Concordo in pieno, mi auguro che domani dalla manifestazione di Roma, in cui una volta tanto gli organi di mass media nostrani si troveranno costretti a dare un certo risalto all’opposizione di questo paese, esca un segnalo forte e chiaro di vicinanza ad una protesta sacrosanta ed alla libertà di manifestare.
Credo che un tentativo così smaccato di demolizione della funzione pubblica scolastica a vantaggio di un modello classista e differenziato, finisca per farci ripensare addirittura con un certo rimpianto ai bei tempi della signora Moratti.
E se è indiscutibile che gli effetti più nocivi della legge 133 ricadono sulle Università, rappresentanti evidentemente quel mondo culturale tanto indigesto a questa classe di governo, i tagli altrettanto indiscriminati compiuti a danno della scuola primaria - basati unicamente su criteri economicisti senza alcuna filosofia o progetto di istruzione che non siano iniziative risibili come la reintroduzione del grembiule e del voto in condotta - mettono in grave difficoltà le stesse aministrazioni locali.
Ciò perchè l’ampliamento significativo dell’offerta scolastica garantita in questi anni in primis dai Comuni a supporto delle scuole -mi riferisco ad inziative di carattere culturale, civico, ricreativo che normalmente vengono collocate durante l’orario di lezione- rischia una soppressione a causa della possibile/probabile riduzione dell’orario scolastico stesso derivante dalle difficoltà a mantenere il tempo pieno, dati i tagli al personale previsti con il conseguente ritorno al maestro unico. Tutto ciò naturalmente a discapito della qualità del servizio scolastico pubblico e della sua capacità aggregativa.
Ritengo che questo sia un segnale ben evidente sul modello federalista che ahimè ci attende: il vessillo tanto sbandierato in questi mesi dalla Lega del “federalismo solidale” finisce per cedere il passo (o forse è la cartina di tornasole) ad un federalismo più ad uso e consumo del modello berlusconiano basato su di una filosofia fai-da-te ed una individualizzazione dei servizi.
E’ evidente che un’amministrazione comunale -che dovrebbe essere al centro di un modello federalista sostenibile- che voglia essere altro rispetto ad un mero esattore fiscale e voglia andare oltre una semplice gestione delle funzioni ordinarie, necessiti al suo fianco di un servizio pubblico che non può essere dismesso, men che mai per quel che riguarda il settore scolastico.
Alessio Ronchi
Cari tutti,
mi associo ai commenti di Thomas e Alessio che condivido pienamente.
Vi allego un editoriale apparso sulla Repubblica di oggi a cura di Massimo Ammaniti.
Vi segnalo la petizione per la modifica della legge 133 a questo sito: http://www.meritonella133.tk/
Vi ricordo inoltro, per chi già non lo sapesse, che la protesta per la riforma “maestrini” (come mi viene spontaneo soprannominare) interesserà la prossima settimana anche la nostra città con sit- in degli studenti forlivesi (per la notizia integrale vi allego il link: http://www.romagnaoggi.it/forli/2008/10/24/106412/)
forza e coraggio
Sara Samorì
COME SALVARE L’UNIVERSITA’ ITALIANA
Assemblee di studenti, occupazioni, blocco delle lezioni in molti atenei italiani con l´inizio del nuovo anno accademico. Si tratta delle solite ritualità che si ripetono nel corso degli anni per poi spegnersi senza nessun risultato oppure quest´anno ci troviamo di fronte a una situazione di emergenza che aggrava i mali storici dell´Università e che dovrebbe trovare soluzioni alternative?
Come è noto l´Università ha rappresentato un organismo fragile nel sistema formativo italiano: leggendo la recente pubblicazione “Uno sguardo all´educazione 2008: Indicatori dell´Ocse” si scopre che gli investimenti economici per l´Università in Italia sono al di sotto della media dei paesi dell´Ocse, lo 0,9% del Pil rispetto all´1,5 % in media e molto al disotto del 2,9% degli Stati Uniti e del 2,6% del Canada. La quasi totalità dei paesi investe di più, come ad esempio la Grecia, il Portogallo, la Turchia, la Polonia, l´Estonia. Analizzando poi la spesa per ogni singolo studente si spende in Italia 8.026 dollari l´anno, mentre la media dell´Ocse è di 11.521 dollari a studente, più del 40%.
Perché nella classe politica non c´è mai stata una vera attenzione per i giovani e per l´istruzione universitaria, nonostante ogni ministro dell´Istruzione abbia sempre proposto, soprattutto negli ultimi anni, una propria riforma dell´ordinamento degli studi e delle norme concorsuali per l´ingresso dei docenti.
Queste Riforme non hanno certo migliorato il funzionamento universitario, mentre hanno obbligato il corpo docente a ridiscutere e ad elaborare ogni volta schemi didattici farraginosi, in cui vi era maggiore attenzione per la distribuzione dei crediti dei vari insegnamenti e per gli organigrammi dei docenti per rispondere ai vincoli del Ministero, più che definire il profilo professionale e le competenze dei futuri laureati in modo da rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.
Non dobbiamo dimenticare le responsabilità del corpo docente che in molti casi ha privilegiato la logica dell´appartenenza a quella del merito, scoraggiando i giovani, soprattutto quelli meritevoli, spingendoli a rinunciare oppure ad emigrare in altri paesi, a cui abbiamo fornito, senza alcun costo, un capitale umano che ha saputo farsi valere. In questo quadro di responsabilità non dimentichiamo che c´è stata una proliferazione periferica di sedi universitarie, che, oltre a comportare ulteriori costi, non garantiscono inevitabilmente un adeguato livello didattico e ancora di più della ricerca, che non si può improvvisare in mancanza di laboratori, di competenze e di finanziamenti.
Se questa è la situazione dell´Università che si è venuta via via sedimentando dopo gli anni ‘70, oggi con la recente approvazione della legge n. 133, la situazione già così precaria delle Università italiane, soprattutto quelle pubbliche, rischia di crollare definitivamente.
Vi è un taglio drastico dei finanziamenti all´Università, il Fondo di finanziamento ordinario per il funzionamento universitario sarà ridotto di 1.500 milioni di euro, per cui gli 8.000 dollari a studente verranno ridotti in modo consistente con gravi conseguenze sulla vita e l´organizzazione didattica quotidiana della vita universitaria.
Anche l´ingresso, ossia il turn-over di nuovi ricercatori e docenti è gravemente ridimensionato, per cui di fronte al consistente pensionamento di docenti nei prossimi anni solo il 20% di questi potrà essere rimpiazzato, praticamente chiudendo le porte dell´Università alle nuove generazioni e abbassando il livello qualitativo della didattica, per cui peggiorerà ancora di più il rapporto docenti-studenti. Ma anche la ricerca universitaria ne verrà a soffrire, perché i finanziamenti verranno ugualmente ridotti da 160 milioni di euro a 98 milioni, addirittura dimezzati.
Anche la possibilità di trasformare le Università in fondazioni di diritto privato, come è previsto dalla legge, non riguarda la maggior parte delle Università, intanto perché il contesto italiano è molto diverso da quello americano e sicuramente non sarebbe facile attrarre fondi privati, a meno che non si preveda di ottenere maggiori introiti dalle tasse di iscrizione.
Motivi di protesta ce ne sono, come avevano fatto presente i rettori delle Università che avevano addirittura minacciato le loro dimissioni. Ma il pericolo oggi è quello di ripercorrere forme di lotta ormai rituali, come le occupazioni o il blocco delle attività didattiche, che dopo una fase di sostegno da parte degli studenti, perlomeno una parte, isolerebbe l´Università che si ripiegherebbe su se stessa senza che l´opinione pubblica e soprattutto le famiglie degli studenti capirebbero i motivi dell´agitazione.
Occorre che gli studenti ma ancora di più i docenti facciano capire i rischi che corrono i giovani oggi con un´Università sempre più dequalificata, ma anche il futuro sviluppo economico del paese che dipende dal capitale umano dei giovani che con le proprie competenze e la propria creatività possono rappresentare un importante stimolo.
I tagli all´Università e alla ricerca devono essere rimossi, tuttavia questo non basta, occorre anche riqualificare la spesa tagliando i rami secchi, come Università periferiche poco produttive oppure corsi di laurea con poche iscrizioni. E poi va reintrodotto il merito a tutti livelli, valutando le capacità didattiche dei docenti e la loro produttività scientifica, ancorando a questo gli stipendi.
Qualche parola infine sulle tasse di iscrizione. Anche in questo caso è necessario far pagare di più gli studenti che provengono da famiglie che hanno un reddito superiore, utilizzando gli introiti per creare borse di studio effettive per studenti meritevoli provenienti da famiglie a basso reddito.
Non è il libro dei sogni si tratta soltanto di renderci conto che quanto si investe sui bambini e sui giovani ha un ritorno in termini di redditività sociale, come ha dimostrato il Premio Nobel per l´economia James Heckman.
LA “RIFORMA MAESTRINI” (to be continued…)
Scusate,
quasi dimenticavo d’inserire un passaggio del discorso pronunciato da Piero Calamandrei, docente e politico italiano tra gli anni ‘20 e ‘50, al 3° Congresso dell’associazione a Difesa della Scuola ..
o meglio, la sua “profezia”…
ciao
Sara Samorì
“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza.
Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.
Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, questa è la ricetta.
Bisogna tenere d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto:
rovinare le scuole di stato; lasciare che vadano in malora; impoverire i loro bilanci.
Ignorare i loro bisogni; attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private; non controllarne la serietà.
Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare; lasciare che gli esami siano burlette;
Dare alle scuole private denaro pubblico.
Questo è il punto.
Dare alle scuole private denaro pubblico
(in Scuola Democratica, 20 marzo 1950).
Senza commento.
ciao
sara Samori
“Un camion carico di spranghe…..da repubblica,curzio maltese ”
Inviato da michymaly il 30 ott a 11:43
Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti
di CURZIO MALTESE
Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos
Gli scontri di ieri a Roma
AVEVA l’aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c’era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. “Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane” sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un’onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano “Duce, duce”. “La scuola è bonificata”. Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent’anni, ma quello che ha l’aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un’altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!” dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!”. Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra”. C’è un’insurrezione del drappello: “Di sinistra? Con le svastiche?”. La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C’è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” mi dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”. La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov’è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all’ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì”.
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un’azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. “Lei dove va?”. Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: “Non li abbiamo notati”.
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: “Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!”. L’altro risponde: “Allora si va in piazza a proteggere i nostri?”. “Sì, ma non subito”. Passa il vice questore: “Poche chiacchiere, giù le visiere!”. Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s’affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l’assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s’avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell’Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all’occupazione, s’aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. “Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno … l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo”.
DA “Il Manifesto”, quotidiano comunista, del 2 novembre :
“Il Generatore di Ottimismo
Alessandro Robecchi
Egregio Presidente del Consiglio. Capiamo la Sua necessità di ricevere al più presto la nostra invenzione, ma non siamo purtroppo ancora in grado di soddisfarLa: il Generatore Elettronico di Ottimismo non è ancora pronto. I nostri laboratori lavorano 24 ore su 24, gli esperimenti continuano senza interruzione, ma la sperimentazione sui soggetti sensibili presenta qualche problema. Applicato alle onde cerebrali di un precario della scuola, il Generatore Elettronico di Ottimismo produce fasi psichiche ben distinte: una vaga incazzatura prima, e una netta aggressività dopo. Naturalmente, visto l’uso di massa che il governo intende fare del Generatore di Ottimismo, è chiaro che la macchina deve essere affidabile. Abbiamo registrato fastidiosi intoppi sui soggetti cassintegrati, aumentati del 70% in pochi mesi. Anche qui il Generatore di Ottimismo sembrava funzionare, ma dopo qualche istante, il risultato è stato opposto: i soggetti sottoposti al test sono diventati intrattabili e scostanti, con una preoccupante tendenza alla mobilitazione e al turpiloquio contro il Suo governo. Durante i test con i ricercatori universitari, un nostro tecnico è stato aggredito e si è messo in salvo per miracolo. Per ora gli effetti collaterali più vistosi sono un aumento della sfiducia nei confronti di qualunque cosa rappresenti il governo e in particolare la Sua figura. Naturalmente abbiamo condotto esperimenti mirati, ma anche qui non è andata bene: azionato su un soggetto sensibile che ascoltava una dichiarazione di Cicchitto, il Generatore di Ottimismo è addirittura esploso causando un’interruzione della corrente. È triste dirLe che per un funzionamento affidabile del congegno bisognerà aspettare qualche tempo, forse se non si tagliassero i fondi alla ricerca potremmo darLe notizie più confortanti. In attesa di un positivo sviluppo, il nostro consiglio è di continuare a usare i suoi telegiornali.”