Archivio per novembre, 2008
Riceviamo e pubblichiamo: codice etico e massoneria
Al rapporto tra Massoneria e PD è dedicata la disposizione del § 3, punto 1 del Codice Etico, per la quale gli appartenenti al partito si “impegnano” a non iscriversi o “ non appartenere ad associazioni che comportino un vincolo di segretezza o comunque a carattere riservato, ovvero che comportino forme di mutuo sostegno, tali da porre in pericolo il rispetto dei principi di uguaglianza di fronte alla legge e di imparzialità delle pubbliche istituzioni”. Le associazioni oggetto di divieto sono individuate secondo caratteristiche ostative, elencate in via alternativa ( “o”, “ovvero”). Non pare dubbio, pertanto che, quanto meno, il carattere “riservato”, ovvero la previsione del “mutuo sostegno” che può alterare la par condicio, o deviare il corso della imparzialità, pongono anche la Massoneria tra le associazioni per le quali vale il divieto di doppia appartenenza.
Il Codice Etico tratta questo impegno come obbligo meramente morale, in quanto non fa derivare alcuna conseguenza sanzionatoria dalla sua inottemperanza.
Cionondimeno, il divieto morale è pur sempre indicativo di un disvalore rispetto ai principi etici ai quali deve ispirarsi la condotta di chi aderisce al PD.
Se da un lato non posso che rallegrarmi della volontà della Massoneria di apparire e mostrarsi come tale e non sotto simulate spoglie di associazioni culturali, storiche, volontaristiche e di aprirsi quindi alla vera vita sociale ed istituzionale, di talché apprezzo l’iniziativa con la quale il Collegio Circoscrizionale dei MM. VV. dell’Emilia Romagna del Grande Oriente d’Italia ha organizzato per sabato 6 dicembre 2008, nella aula Prodi del complesso di S. Giovanni in Monte in Bologna, un convegno sul tema “La Costituzione della Repubblica italiana e la dichiarazione universale dei diritti umani: 1948-2008 – Attualità e prospettive”, d’altro lato apprendo con sorpresa e preoccupazione che questo convegno vede il patrocinio della Provincia di Bologna e della Regione Emilia Romagna- Assemblea Legislativa.
Il fatto è di estrema gravità.
Al disvalore del Codice Etico si contrappone, in maniera clamorosamente stridente, il riconoscimento morale e culturale sotteso al patrocinio che soggetti aderenti al PD hanno voluto concedere alla Massoneria.
Comportamenti come questi non sono di aiuto ad una coerente crescita del partito, servono solo ad annacquare idee e principi, a spostare i confini ed a confondere i valori che sono stati posti a fondamento del PD.
Non si tratta di una presa di posizione individuale o di alcune persone, ma l’espressione unitaria di organi di formazione politica, che a questo fine si sono determinati per la intenzionale condotta dei soggetti che li compongono.
Il messaggio propagandistico, pubblicitario e di accredito che consegue al patrocinio, costituisce patente violazione di un impegno al quale quegli aderenti al PD sono tenuti come singoli e soprattutto come componenti di un ente territoriale di cui, in quanto maggioranza politica, formano ed esprimono la volontà.
Alla concessione del patrocinio è seguito l’invito a partecipare all’evento, inoltrato dalla Massoneria alle autorità e personalità della regione, sulla base di un indirizzario -verosimilmente- messole a disposizione da uno degli enti patrocinanti.
Allego copia dell’invito (per me inquietante) che, per l’appunto si fregia del patrocinio concesso da Provincia e Regione.
Aspetto di vedere se e quali iniziative saranno prese dal partito.
Fausto Baldi
7 commentiGiornata contro la violenza alle donne
Segnaliamo le iniziative previste , in occasione della Giornata Internazionale ONU contro la violenza alle donne , dal Tavolo delle associazioni contro la violenza alle donne, al quale aderiscono ben 25 associazioni femminili forlivesi.
24 novembre 2008: ORE 9,30 - 13,00 - banchetto distribuzione materiale a tema e divulgazione atti del convegno DIRITTI NEGATI DEL MAGGIO 2008 ( zona portico lato Unicredit);
25 novembre 2008: ore 20,00- Ritrovo in Piazza Saffi ( zona portico lato Unicredit) e partenza della fiaccolata con giro della Piazza, Via Delle Torri, P.za Duomo, C.so Garibaldi per giungere al Liceo Musicale Masini - Ore 21.00 dove avrà luogo uno spettacolo di Cinzia Contarini:
“La perla di grande valore: come riconnettersi al sentire, all’immaginare e al desiderare femminile”
2 commentiNuove politiche locali per un futuro ambientalmente sostenibile
Associazione Ecologisti Democratici, Circolo di Forli
Nuove politiche locali per un futuro ambientalmente sostenibile
Venerdi 21 novembre 2008, ore 21.00 presso il Circolo della Stampa, via Marcolini N. 4, Forli
Intervengono alla tavola rotonda sul documento:
Federico Balestra (Direttivo Idv Forli)
Mirko Betti (Resp. Area Ambiente PD Forli)
Enzo Cortesi (Titolare impresa CCLG)
Luciano Ruscelli (Segretario PRC Forli)
Guido Tampieri (Resp. Naz. Consulta PD Agricoltura)
Enzo Valbonesi (Presidente Forum Aree Protette PD)
Coordina:
Rita Marzanati (Coordinatore Circolo Ecodem Forli)
Per contatti e informazioni: ecodem.fo@gmail.com
2 commentiTutti i colori dell’America di Obama
Tutti i colori dell’America di Obama (Le ragioni della svolta, le prospettive per il nuovo Presidente)
Martedì 18 novembre 2008
alle ore 20,45
presso Teatro Eliseo di Fratta Terme
Interviene
Mario del Pero (Docente di Storia degli Stati Uniti - Univ. “Roberto Ruffilli” di Forlì)
Evento organizzato dall’Unione Comunale Bertinoro
1 commentoRiceviamo e pubblichiamo: Forli, la polis che vorremmo
La città che desideriamo è moto dell’anima, è aspirazione profonda dell’individuo e perciò è idea stessa di progresso in cui è possibile rispecchiarsi.
Per queste motivazioni diventa espressione dell’Essere, singolare e plurale, palestra prima dell’esercizio democratico.
La nostra città, riassume in sé caratteristiche e condizioni che potrebbero consentire ai suoi cittadini di eleggerla a luogo ideale.
Invece Forlì rappresenta l’emblema della “città invisibile” – come ebbi già modo di sottolineare in interessanti iniziative ed articoli sulla città (Istituto Gramsci e rivista “Il Melozzo”) - perché raccoglie presenze ed energie spesso straordinarie che restano sotterranee, quasi per prassi, inespresse nella loro potenzialità .
Il momento presente non lascia più margini a ricerche incerte della sua identità, il processo di innovazione deve avviarsi senza alcuna indecisione.
Orientare la sua trasformazione per salvaguardarne le sue peculiarità più importanti implica la consapevolezza che il cambiamento deve riguardare sia il suo aspetto fisico, quello delle attività, della sua economia, ma anche quello della sua stessa Comunità.
Così dobbiamo interrogarci ancora sul significato che è ancora possibile affidare al termine “PUBBLICO INTERESSE”, come riprendere i contatti con “IL SENSO COMUNE”, come interpretare e far contare i processi di formazione della “OPINIONE PUBBLICA”.
Ora non è più sufficiente, anche se indispensabile, riqualificare la sua fisicità, il suo ambiente e le sue funzioni primarie, non basta renderla più accessibile, accogliente, solidale, più inclusiva e più aperta al mondo della cultura.
Progettare il futuro della nostra città significa progettare in primo luogo il modo per innescarne i meccanismi in grado di trasformarla.
Soprattutto occorre aprire l’agenda degli obiettivi futuri alla creatività, alla progettualità.
L’ascesa di una fase creativa riesce a determinare effetti a doppio senso: la città può contribuire a creare le condizioni per lo sviluppo del potenziale creativo delle persone che vivono lavorano e studiano sul suo territorio, nel contempo in questo modo mettere in moto circoli virtuosi di sviluppo e trasformazione urbana: ed i soggetti principali di questo processo devono essere soprattutto le giovani generazioni.
Sul tema dei piani urbanistici di riqualificazione di intere parti di città quello che era uno degli obiettivi principali, l’integrazione dei diversi settori d’intervento che possono influire sulla qualità urbana, si sta realizzando solo parzialmente: uno dei motivi va di certo ricercato nella carenza del processo partecipativo che, anche se richiesto dagli strumenti attuativi regionali, non si è tradotto in una efficacia concertazione pubblica delle proposte ed in una condivisione allargata delle scelte.
Anche la recente attività promossa dall’Amministrazione comunale riguardante il territorio del Centro Storico, pur meritevole nelle sue finalità, sta mostrando però per le medesime ragioni tutti i suoi limiti metodologici legati ai criteri di approccio, purtroppo inadeguati rispetto agli importanti obiettivi dichiarati.
E’ ormai di tutta evidenza che non sono possibili semplificazioni che evitino una attività attenta, continua, coerente, di lungo respiro e quindi molto impegnativa, per superare le nostre difficoltà.
Lo sguardo deve volgersi con attenzione alle questioni territoriali di Forlì senza però mai perdere di vista quelle del proprio territorio di appartenenza, area più vasta che la integra e la completa.
Per la città democratica che in tanti desideriamo, nuova Polis del XXI secolo, deve prendere vita uno strumento finalmente adeguato di ricucitura fra le Istituzioni e la società civile, da modellare sulle esigenze del momento:
- luogo permanente di analisi e di approfondimento delle tematiche urbane, aperto al mondo della cultura, della ricerca universitaria e dei giovani;
- rete e collegamento delle diverse materie e discipline attraverso un coinvolgimento efficace degli strumenti di rappresentanza democratica decentrati già presenti sul territorio;
- contenitore adatto all’elaborazione delle idee e delle soluzioni su questioni interdisciplinari, utile alla loro divulgazione;
- momento aperto di partecipazione e di confronto dei cittadini riguardanti il futuro del proprio territorio, utile anche alla composizione dei conflitti;
- supporto indispensabile all’Amministrazione Pubblica per decidere correttamente; vetrina utile per la promozione di se stessa.
Può servire anche per Forlì ciò che viene definito, là dove già da molti anni funzionano (in Italia e in grandi città europee e americane) “casa per la città”, anche “laboratorio urbano”, oppure “urban center”.
Questa modalità si configura certamente come la prima delle “Buone Pratiche di Cittadinanza”, perché può costituirne il forum ideale per elevarle a metodo costante di lavoro.
Se pensiamo che sia necessario seguire questo percorso, abbiamo l’obbligo di riflettere sui meccanismi che lo devono sovrintendere per renderlo efficace e non velleitario.
Il laboratorio democratico deve articolarsi su tre principali soggetti: il cittadino che vive la sua città, gli esperti capaci di interpretare le istanze utilizzando al meglio l’ingegno tecnico del sapere, l’Istituzione rappresentante della Comunità in grado di cogliere le proposte meritevoli d’interesse generale e trasformarle in atti di governo.
Così la Comunità può ritornare attrice delle scelte strategiche attraverso un’azione diretta dell’Amministrazione pubblica negli ambiti di maggiore rilevanza, senza delegare impropriamente le sue prerogative principali.
Ma soprattutto può ripartire il processo di ricomposizione del vivere comune, indispensabile per ogni percorso di progresso reale e durevole.
La politica deve ora assumersi la responsabilità di scegliere, per determinare un modo rinnovato di governare: la candidatura di Roberto Balzani alle primarie del PD per le prossime elezioni del nuovo Sindaco ed il movimento che la stessa candidatura ha determinato in seno alla società civile forlivese e nel partito di cui Balzani fa parte, danno finalmente corpo e speranza concreta a questa prospettiva attesa a lungo.
Non ci resta che aprire fin da subito la nostra “OFFICINA PER FORLI’ ”, così forse la città invisibile potrà rendersi evidente anche ad ogni sguardo incredulo.
Tonino Gardini (Direttivo Circolo PD Centro storico – componente Assemblea Comunale PD)
8 commentiRiceviamo e pubblichiamo: Riflessioni sulla ricerca e sulla cultura scientifica
Giovedì 27 novembrevalle ore 20,30 presso il Centro Studi della Fondazione Garzanti, corso della Repubblica, 117 Forlì
Riflessioni sulla ricerca e sulla cultura scientifica
presentazione del volume “Politica della Scienza?” di Walter Tocci, Ediesse, Roma
introduce Pietro Greco (giornalista scientifico e direttore del Master in Comunicazione della Scienza, SISSA, Trieste)
interviene l’autore Walter Tocci (direttore del Centro per la Riforma dello Stato e deputato del Partito Democratico)
coordina Carlo Giunchi (cooordinatore dell’Area tematica Cultura, Turismo e Sport dell’Unione Territoriale del PD di Forlì)
I coordinatori dell’Area Cultura, Turismo e Sport Carlo Giunchi e Lara Mengozzi
Il coordinatore dell’Area Formazione. Scuola, Università Giorgio Ravaioli
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nuova Civiltà delle Macchine di Forlì
Nessun commentoRiceviamo e pubblichiamo: Contro i tagli al futuro - Salviamo la scuola, cambiamola insieme
Le radici, il futuro (idee per crescere, progetti per cambiare - conferenze tematiche del PD dell’Emilia-Romagna)
Contro i tagli al futuro - Salviamo la scuola, cambiamola insieme
Sala delle Conferenze
Via Rivani, 35 - Bologna
Uscita tangenziale 11bis
Sabato 15 novembre 2008 - ore 9,30
Sala delle Conferenze, via Rivani 35 - Bologna
Segreteria Organizzativa
Tel. 051 4198120/051 4198130 - Fax 051 4198116 - organizzazione@pder.it www.pder.it
Presiede:
Salvatore Caronna (Segretario Regionale del Partito Democratico)
Introduce:
Marilena Pillati (Responsabile scuola e università PD Emilia-Romagna)
Comunicazioni di:
Manuela Ghizzoni (Parlamentare PD, componente Commissione Cultura, scienza ed istruzione della Camera dei Deputati)
Paola Manzini (Assessore Regionale scuola, formazione professionale, università, lavoro, pari opportunità)
Dibattito
Conclude:
Vasco Errani (Presidente della regione Emilia-Romagna)
Hanno assicurato la loro presenza:
Mauria Bergonzini, Patrizio Bianchi, Nicola Degli Esposti, Davide Ferrari, Giancarlo Sacchi, Giovanni Sedioli, Ivana Summa
Beni comuni (da “Una Città” n. 158)
L’equivoco di far coincidere l’ideologia della decrescita con un periodo di crisi economica. La delusione di un terzo settore sempre meno fattore di cambiamento e il paradosso di una Banca Etica che investe in Borsa. La tradizione, dimenticata anche dai sindacati, del mutualismo. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.
Lorenzo Guadagnucci, giornalista, ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo mutualismo, Feltrinelli 2007, e Dalla parte sbagliata del mondo, un libro-intervista a Francesco Gesualdi, Terre di Mezzo 2008.
In questa fase di recessione sempre più si sente parlare della decrescita come possibile soluzione. Tu preferisci il concetto di economia della sobrietà.
Il tema della decrescita viene fuori perché c’è un rallentamento dei meccanismi di sviluppo del sistema. Credo però che sia assolutamente improprio abbinare il concetto della decrescita alla situazione attuale. I teorici della decrescita su questo sono stati sempre molto chiari: non bisogna confondere una crisi economica con un discorso in positivo di una società della decrescita che invece si affranca dalla logica dello sviluppo quantitativo. Noi non stiamo vivendo una fase di decrescita, ma di crisi economica.
Detto questo, io ho la sensazione che la decrescita, così come è stata proposta qui in Italia, resti un concetto avvolto da un alone di ambiguità. A me convince di più il concetto di un’economia della sobrietà. L’approccio della decrescita mi sembra sia troppo parziale, astratto, insomma velleitario; mi sembra che non sia un modello praticabile, nel senso che non pare considerare tutta una parte di economia che a mio avviso non può che essere gestita attraverso una gestione pubblica. Ovviamente questo discorso vale anche pensando all’organizzazione di un’economia della sobrietà: l’idea di affidarsi alla buona volontà di alcuni imprenditori e alla buona volontà di alcuni cittadini attraverso scelte di vita e di consumo (alimentare, energetico, della mobilità) non basta a costruire un altro modello di società.
La questione è molto importante all’interno dei movimenti dell’altra economia. La crisi finanziaria in corso riguarda l’insieme delle economie mondiali e investe le risorse energetiche, le materie prime, gli stessi prodotti alimentari. Ciò che sta avvenendo pone per le economie alternative uno scenario nuovo, interessante anche, perché può essere l’occasione di mettere in campo alcune pratiche, come la rete delle economie solidali, l’esperienza delle monete locali, l’autogestione. E’ chiaro che non mi auguro una crisi come quella dell’Argentina, perché sarebbe una tragedia per milioni di persone, ma in qualche modo credo che la questione delle alternative si presenterà nei mesi e negli anni prossimi. Se questo è lo scenario, il concetto di decrescita ha una sua attualità. Io credo che la transizione da questo sistema ad un altro passi attraverso una rivalutazione dell’economia pubblica. Ma non voglio essere frainteso. Ci sono vari modi di intendere l’economia pubblica: c’è il modello statale, ma c’è anche un modello che si affida ad altre forme di tipo mutualistico. L’economia della sobrietà deve fare i conti con la scarsità di risorse e quindi c’è da scegliere come utilizzare queste risorse e come raggiungere l’idea di un’economia di giustizia. Quindi la differenza con il concetto di decrescita, così come viene proposto oggi in Italia, sta nello spazio attribuito al pubblico. Non si può parlare di superamento dell’economia della crescita, senza affrontare questo tema delle economie pubbliche.
Il movimento per la decrescita propone la creazione di distretti di economia solidale.
I distretti dell’economia solidale in Italia sono in uno stato embrionale. Anche qui siamo in un territorio un po’ ambiguo: i distretti di economia solidale partono da un’idea giusta che è quella di avvicinare produttori e consumatori, è un’estensione, se vuoi, dei Gruppi d’Acquisto Solidale, per cui la rete si allarga: non solo i consumatori, ma anche i produttori, e non solo i produttori di merci, ma anche di servizi…
Chi si colloca in questi ambiti è accomunato da uno spirito di condivisione, di relazioni, anche di assunzione di responsabilità rispetto al proprio ruolo nel mondo. Siamo in una fase della riflessione che forse non è così avanti, però credo che la costruzione di reti di economia solidale sia uno dei modi in cui un’economia della sobrietà si può affermare. Il limite, di nuovo, lo vedo sul piano dell’economia pubblica. Attualmente nell’ambito dell’economia solidale si tende a privilegiare il rapporto con il produttore, con la piccola impresa e meno con le comunità, le amministrazioni locali, il quartiere, i piccoli comuni, magari anche a livello progettuale. In questa direzione esiste già qualche esperimento, come “Cambieresti” promosso dal Comune di Venezia. Credo che questo modello sia compatibile con una priorità attribuita all’economia pubblica.
In effetti molte di queste nuove realtà sembrano avere un rapporto difficile con le istituzioni pubbliche. Forse questa diffidenza nasce dalla paura di essere cooptati, vista anche la crisi del terzo settore, che ha finito per essere assorbito e neutralizzato.
In questo momento il terzo settore non sembra essere un fattore di cambiamento verso un altro modello di economia e di società. Per carità, ci sono le eccezioni, però pensiamo al ruolo che il terzo settore ha avuto, suo malgrado, nell’indebolimento dello stato sociale. Troppo spesso è stato utilizzato per smantellare funzioni pubbliche, con tutte le dinamiche di indebolimento dell’autonomia del terzo settore. Se c’è una dipendenza dal potere pubblico per i finanziamenti dei progetti, alla fine non sei più un fattore di cambiamento. Ti devi adattare a scelte fatte da altri in un sistema di cui diventi dipendente. Sicuramente il rapporto con l’istituzione pubblica è molto complicato perché tu vai a confrontarti con qualcuno che non ragiona nei tuoi stessi termini, non ha lo stesso linguaggio, né le stesse prospettive, quindi diventa rischioso perché gli obiettivi sono diversi. La cautela è d’obbligo in questa relazione. Però credo che il rapporto con il potere a livello locale resti strategico, perché se questo modello di altra economia riuscirà ad affermarsi, lo farà dal basso, attraverso un radicamento locale, avendo però ben chiari i limiti e i rischi da correre, compreso quello di essere usati.
Penso che una possibile soluzione sia quella di porsi come attore propositivo nella relazione. Non si può accontentarsi di andare a colmare un vuoto, un ritiro delle amministrazioni pubbliche. Bisogna costruire un rapporto in cui si chiede qualcosa al tuo partner: un cambiamento e non solo una concessione di soldi o altro.
Da questo punto di vista l’esempio di “Cambieresti” è significativo. C-ambie-re-sti è l’acronimo di consumi, ambiente, risparmio energetico, stili di vita. E’ un progetto interessante perché la pratica del consumo critico che di solito è individuale, in questo caso è stata sviluppata da un’amministrazione pubblica -il Comune di Venezia- nell’ambito di un progetto di revisione dei conti e di contenimento dei consumi energetici. Un’operazione abbastanza complessa che ha coinvolto mille famiglie, con la partecipazione di tutte le associazioni specializzate sui vari temi, con un’attività di formazione, di incontro, di relazione molto intensa. Ed è significativo che a un certo punto alcune delle famiglie partecipanti abbiano espresso la loro insoddisfazione verso l’amministrazione, che non faceva sue le pratiche che proponeva: la riduzione dei consumi, la filiera corta, l’uso dei mezzi pubblici. Ecco, questo è un piccolo esempio di come dovrebbe funzionare un rapporto: se io faccio un progetto sul consumo critico con l’amministrazione pubblica, la prima cosa che le chiedo è che la pratichi anche lei. Che non sia una cosa riservata alle persone di buona volontà.
Su questo delle volte ci sono degli equivoci, specie fra chi pratica il consumo critico: si parla solo del cittadino consapevole, responsabile, del lavoro che va fatto per responsabilizzare tutti. Bisognerebbe pretendere di più anche dalle amministrazioni pubbliche. Se queste esperienze di buone pratiche hanno senso, devono poter diventare scelte di tutti. Allora l’amministrazione pubblica diventa lo strumento di questa visione: scelte per tutti e non concessioni o atti di buona volontà. Questa dovrebbe essere la relazione. Su alcune cose si potrebbero pure imporre delle scelte e vietare cattive consuetudini. Non penso che le lampadine a basso consumo debbano essere solo una scelta individuale. A Firenze il Comune ha deciso che non si usa più l’acqua minerale, ma quella del rubinetto…
Tu sostieni che gli apparati pubblici stentano ad intercettare i nuovi bisogni perché hanno una logica burocratica che si rifa al welfare state di tipo risarcitorio…
E’ così: tu sei un lavoratore e allora do a te l’indennità, poi c’è un sistema sanitario e previdenziale che opera allo stesso modo. Ecco, questo sistema funziona male quando arrivano migliaia di persone straniere in una città, quando c’è il problema dell’assistenza, della cura, dell’istruzione per i bambini, dell’inserimento dei nuovi arrivati, il problema della casa. Si tratta evidentemente di scelte politiche. Questioni enormi.
Ovviamente il modello mutualistico comporta un ribaltamento nelle scelte in campo economico, sociale e così via. Anche il rapporto con i servizi pubblici viene influenzato in questa direzione, perché non si tratta più di chiedere al Comune i soldi per finanziare nuovi servizi, bensì di investire sulle persone per costruire nuovi servizi. E’ tutta un’altra cosa. Non è una rivendicazione classica all’interno di un certo sistema, ma il ribaltamento di quella logica, all’insegna dell’autorganizzazione, per cui l’abitare, l’istruzione, la cura dei bambini e degli anziani vedono il coinvolgimento dei cittadini.
Qui è importante tutta la riflessione che fa Francuccio Gesualdi sull’uso del tempo invece che del denaro. Oggi ai cittadini si chiede solo denaro, le tasse. Questo funziona in una logica della crescita quantitativa: più si produce, più si distribuisce reddito, quindi tanto più si prendono tasse e si organizzano i servizi. Così, tuttavia, quando cominciano a scarseggiare la produzione e il reddito, rischiano di sparire anche i servizi.
Alle persone però si può chiedere anche un altro tipo di rapporto con il pubblico: si può chiedere un “servizio sociale”, oppure appunto del tempo. Io vedo decisivo un recupero dello spirito del mutualismo. Se si riuscisse a dare dignità di “servizio pubblico” a queste forme di autorganizzazione, credo che avremmo reinventato un altro modo di concepire i servizi sociali.
Ad esempio la Regione Toscana sta promuovendo l’idea del condominio solidale. In provincia di Arezzo, in un un ex-convento ristrutturato hanno trovato casa una ventina di famiglie con diversa composizione demografica e sociale. Un progetto che prevede una condivisione di alcuni servizi, come la portineria, in cui prevale lo scambio di tempo su quello del denaro. Si potrebbero riorganizzare i servizi di un quartiere senza chiedere soldi a nessuno.
Esiste anche un rischio di autoemarginazione in alcune pratiche. Nel libro parli di “eccellenti sperimentazioni” che non si integrano…
Questo è tipico di chi vive esperienze appunto controcorrente, fuori dal sistema: chi fa parte di un Gruppo d’Acquisto Solidale non è che stia facendo la rivoluzione, però in qualche modo si autoesclude da certe dinamiche, per esempio non va più più al supermercato (che in una società dei consumi diventa una scelta quasi eretica!). Allora, c’è chi persegue questi obiettivi con un atteggiamento da missionario o da rivoluzionario, e quindi opera in maniera separata. C’è sempre quest’idea per cui non si devono avere rapporti con il sistema, trovando un proprio spazio ai margini.
Nella realtà tutte queste esperienze convivono con il sistema, che è sufficientemente flessibile da lasciar loro spazio, fino a che stanno ai margini. Casomai, quando crescono, prevale il tentativo di assorbirle. Esempi ce ne sono tanti, dal biologico al Commercio Equo e Solidale. Ogni volta che tu cresci e diventi significativo in termini quantitativi o di credibilità per l’opinione pubblica, arriva la Nestlè che fa la linea equo e solidale, tanto per fare un esempio concreto.
Qual è il rapporto tra altra economia e finanza. In questi anni sono sorte la Banca etica, le Mag. Esiste anche un mutualismo finanziario?
Nel primo mutualismo l’aspetto finanziario è stato fondamentale, le casse rurali e l’autofinanziamento hanno svolto un ruolo decisivo nello sviluppo di tutto il movimento cooperativo. In Italia sono stati probabilmente la salvezza dei ceti popolari, nella costruzione delle reti di protezione, di promozione di un certo modo di vedere la società.
Nell’ambito dell’altra economia, le Mag e poi Banca Etica perseguivano un po’ il medesimo scopo, quello di essere il polmone finanziario di queste pratiche alternative. In buona parte le esperienze di mutualismo finanziario sono nate insieme a quelle del commercio equo, che ha una specifica necessità di pre-finanziamento dei produttori. Il commercio equo si è posto da subito il problema della creazione di reti di gestione del denaro. Banca Etica, promossa dalle Mag, nasceva su quest’onda: l’idea di avere una banca al servizio dello sviluppo delle reti di altra economia. Il problema è che nel corso del tempo questa missione si è un po’ trasformata, per cui, per esempio, la Mag di Torino si staccò quasi subito da Banca Etica intravvedendo un tradimento dell’idea della mutua vera e propria, fatta quindi di relazioni orizzontali e di controllo del basso. L’accusa era di star cedendo a forme più gerarchiche e visioni non così coerenti con lo spirito delle Mag. Effettivamente con il passare del tempo Banca Etica ha trasformato un po’ la sua azione, secondo me fallendo in parte la sua missione, per cui ha fatto scelte che l’hanno portata ad essere più vicino ad una banca normale che non alle Mag.
Banca Etica oggi è una delle fonti di finanziamento del terzo settore classico piuttosto che delle esperienze di base più innovative. La sua elaborazione culturale è più vicina a quel contesto; probabilmente se andiamo a vedere da vicino i dirigenti hanno quell’estrazione. Sicuramente ha accumulato dei difetti dovuti a vari fattori. Ha perso l’elemento di partecipazione (i soci oggi partecipano pochissimo alla vita di Banca Etica). Anche il modello organizzativo, che all’inizio vedeva un decentramento con un coinvolgimento locale dei vari soggetti, si è molto ridimensionato. I dirigenti hanno formato un gruppo abbastanza chiuso dove si entra sostanzialmente per cooptazione e non c’è ricambio. Il presidente è lo stesso da dieci anni e da quello che si vede il ricambio sarà interno a quel gruppo. Ma ancora più grave, secondo me, è che la barra di Banca Etica è sempre meno protesa verso la sperimentazione di formule di cambiamento sociale.
Tutta la vicenda dei fondi d’investimento è emblematica…
Lì c’è stato un grosso passaggio. Banca Etica ad un certo momento ha deciso -con un dibattito interno piuttosto aspro- di creare una propria linea d’investimento sui fondi, Etica Sgr, in partnership con altri soggetti, per offrire ai risparmiatori l’occasione di un investimento etico in tutti i campi possibili.
In sostanza ha detto: visto che viene offerta la possibilità di avere un libretto di risparmio, un conto corrente, perché non avere anche una linea di fondi etici d’investimento? La tesi sostenuta è che in questo modo si “contamina” il sistema. Ecco, francamente trovo quest’idea di contaminare il sistema assolutamente velleitaria.
Io semplicemente non credo che esistano dei fondi etici, perché il tuo campo di scelta attraverso l’investimento è limitato a chi è in Borsa. Mi sembra che in tutto siano 270 società ed escluderei che siano quelle che si stanno impegnando per favorire un cambiamento del sistema economico in generale. Intendiamoci, io sono un correntista di Banca Etica, non è che non mi rendo conto di quali siano i rapporti di forza, le dinamiche, però è certo che quella scelta ci ha allontanato dalle esperienze che sembrava fossero il terreno privilegiato d’azione.
La cosa è diventata ancora più grave con i fondi pensione. In questa scelta -compiuta con il consenso di Confindustria, del sindacato e delle principali forze politiche- emerge molto chiaramente quale sia la visione dominante della società e dell’economia. Questa operazione rappresenta, a mio avviso, un elemento gravissimo di finanziarizzazione della previdenza. In pratica si è detto alla gente che da qui in avanti almeno una parte della sua pensione non sarà più garantita dal sistema pubblico, bensì investita in Borsa. Tra l’altro, con un’operazione di propaganda di bassissimo livello, si è addirittura cercato di convincere le persone che la fetta di pensione affidata alla Borsa avrebbe presentato rendimenti maggiori. In realtà basta fare un confronto con il rendimento pubblico, che è fissato per legge su un indice di valutazione che tiene conto dell’inflazione (a differenza di quello della Borsa), per capire l’inganno.
Non a caso, le tabelle pubblicate per dimostrare questo fantomatico rendimento maggiore dei fondi pensione si basano tutte sul passato. Nessuno di noi può prevedere cosa ne sarà fra trent’anni di un investimento fatto oggi. L’investimento in un fondo pensione è una scommessa non una previsione. C’è poco da fare. Quindi l’operazione si fonda su uno spostamento del rischio: mentre prima con la pensione pubblica era lo Stato che si faceva garante del rischio, con la pensione privata è il singolo che rischia. Sono due modelli completamente diversi. Ora, a me pare che il mondo dell’altra economia dovrebbe stare dalla parte della costruzione di un nuovo modello di sicurezza sociale, non della finanziarizzazione delle pensioni.
Questo non vuol dire che non si possa discutere della forma della pensione pubblica. Qui ritorna il tema del mutualismo, perché si potrebbe comunque discutere e decidere assieme quale potrebbe essere il modo migliore per utilizzare le risorse accantonate per le nostre pensioni, se affidarle allo Stato o se impegnarsi, ad esempio, sulla questione energetica (lo proposero Mattioli e Scalia). Potrebbe essere un investimento redditizio; il solare, per dire, dovrebbe essere in grado di garantire anche esiti finanziari significativi. Quindi, a mio avviso, si può discutere di come organizzare le pensioni pubbliche, ma non certo affidandole alla Borsa e agli investimenti privati. Ecco, per concludere, a me pare che in questa partita Banca Etica si sia trovata dall’altra parte della barricata, anche coerentemente se vuoi, nel senso che ha proseguito sulla strada intrapresa con i fondi d’investimento.
Hai parlato di pensioni. L’invecchiamento della popolazione rischia di far precipitare una situazione già critica sul piano del welfare. Pensiamo all’Inps…
Io sono dell’avviso che questo discorso sia tutto da verificare. L’Inps non versa in una situazione tragica: lo ha spiegato molto bene, fra gli altri, Luciano Gallino. E comunque io non credo si debba escludere in linea di principio un’opzione di tipo diverso. Sono scelte politiche. Si potrebbe decidere di destinare risorse alle pensioni attraverso la tassazione generale. Insomma, mi sembra una questione malposta: dovrebbe avere a che fare più con i bisogni che con questioni finanziarie.
E’ vero, c’è un invecchiamento della popolazione per cui sta cambiando la composizione demografica e quindi i servizi sociali e sanitari sono in difficoltà perché sono stati pensati negli anni ’60 quando il problema erano le scuole e gli asili. Oggi la popolazione è invecchiata, per cui il welfare lo garantiscono le badanti che si sono infilate in un bisogno che le famiglie sono state costrette a “risolvere” (tra molte virgolette) da sole. In realtà lo ha risolto chi ha avuto le risorse per farlo. E’ evidente che il sistema statale sta avendo difficoltà a riorganizzarsi e questo è uno dei limiti e dei problemi più gravi. Tra l’altro la situazione si sta ulteriormente complicando. La nuova generazione di bambini stranieri sta a sua volta facendo emergere nuovi bisogni. Ma, lo ripeto, sono tutti problemi sociali, politici, non finanziari. Tornando al discorso dei fondi pensione, sinceramente io ho trovato deludente che anche i sindacati abbiano applaudito a questa scelta, magari invitando a scegliere i loro fondi pensione. Gestiti sempre secondo le logiche della Borsa e non secondo le logiche del sindacato, quindi con un progetto politico. E’ pur vero che c’è un controllo da parte dei lavoratori perché il fondo pensione ha un organismo rappresentativo ed elettivo tra gli stessi rappresentanti dei lavoratori, magari il fondo pensione della Cgil ha la cautela di scegliere profili d’investimento meno rischiosi rispetto a quelli di una banca privata, però i meccanismi sono quelli.
Paolo Andruccioli ha dedicato un libro a queste tematiche, La trappola dei Fondi Pensione, in cui appunto spiega come alla fine i fondi pensione, con qualche eccezione, vengano sempre gestiti da esperti finanziari.
Ecco, io credo che se il sindacato fosse un soggetto attivo, con una sua visione strategica, grazie alla sua forza d’urto avrebbe potuto impegnarsi nella sperimentazione di una strada diversa.
Il sindacato, per la verità, sembra essersi lasciato sfuggire diverse occasioni di cambiamento in questi anni. L’impressione è che non si lasci molto contaminare, che sia quasi impermeabile…
Nella logica dell’economia della sobrietà le persone non sono solo lavoratori e certo non può prevalere una visione “operaista”. Il cittadino è visto nella sua varietà di relazioni sociali. Io immagino che in un’economia più sobria si lavori di meno, e quindi ci sia più tempo per le relazioni.
Penso a una società che produce meno beni materiali e più relazioni, anche per le ragioni oggettive -l’inquinamento, le risorse limitate- che dicevamo prima.
Invece il sindacato mi sembra ancora immerso nella visione otto-novecentesca della produzione quantitativa: aumento del reddito e aumento dei consumi, un sistema che sta andando in crisi. Dentro quella logica, infatti, mi sembra impossibile assicurare un mondo di piena occupazione. Non ci sono più le risorse per farlo. E’ una visione che anche sul piano politico sta diventando residuale, perché non ha proposte da fare e quindi non ha alcun ruolo da svolgere, nonostante il sindacato abbia milioni di iscritti e la conseguente forza potenziale. Qui c’è proprio un limite culturale e politico.
Una rappresentazione fisica di quanto dico risale ad un anno e mezzo fa quando il gruppo sindacale di Cremaschi organizzò un incontro a Roma nella sede della Cgil per discutere di quale fosse la strada da prendere -anche a livello teorico, di pensiero- nella situazione contingente. A quell’incontro, oltre a economisti più classici di area marxista, c’erano alcuni eretici, come Bruno Amoroso, un allievo di Federico Caffè, che da tempo sta ragionando intorno al tema dei beni comuni, uno studioso quindi vicino ai movimenti che si battono per una nuova dimensione pubblica e partecipata; c’erano anche Tonino Perna, la direttrice di Altreconomia e il sottoscritto.
Bene, ci sono due cose che mi hanno colpito durante quell’incontro: da un lato l’impossibilità di dialogare con gli economisti marxisti per un rifiuto assoluto, da parte loro, dei nostri argomenti: la sobrietà, la decrescita… Per questi economisti le elaborazioni e le esperienze di altra economia sono fenomeni “di nicchia”, se non puri divertimenti per piccoli gruppi o addirittura teorizzazioni da “nemici di classe”.
Si continua insomma a ragionare del bisogno di aumentare il reddito dei ceti popolari aumentando la produzione, senza la minima curiosità per altre prospettive. Si continua a pensare che la Fiat sia l’azienda trainante dell’economia italiana. L’altro elemento di quella giornata, per me, è stato un paradosso che aveva una dimensione molto concreta: per entrare nella stanza in cui si teneva l’incontro, si passava attraverso un corridoio pieno di vecchie bandiere di fine Ottocento, inizio Novecento -bellissime!- delle Società di Mutuo Soccorso… Un’eredità storica esibita sui muri ma dimenticata nei fatti. Il sindacato è ormai incapace di disegnare qualsiasi progetto per il futuro, irrigidito sulla iperprotezione dei suoi iscritti, che sono solo uno spicchio dei lavoratori, e comunque non sono le nuove generazioni. Così facendo, e questa è la cosa più grave, non vuole guardare o non vede le sue stesse radici. Nel passaggio dal mutualismo al welfare statale, quindi verso i modelli socialdemocratici, è prevalso sul piano ideologico il socialismo statalista. E così si è persa tutta una dimensione preziosissima. Il partito comunista ha vinto e ha azzerato tutte le esperienze di socialismo libertario che invece oggi avrebbero molto da insegnarci.
A questo proposito, all’indomani delle ultime elezioni sono scomparse dal Parlamento alcune forze, penso a Rifondazione e ai Verdi, che erano state un riferimento per alcuni movimenti ed esperienze di base. E’ sembrata una vera sconfitta culturale. Cosa ne pensi?
Il giorno del voto, la domenica, io ero a Milano alla fiera “Fa’ la cosa giusta”, forse la migliore occasione per incontrare alcune esperienze di base, secondo i vari filoni: energetico, gruppi d’acquisto, produzione biologica, cohousing, ecc. E’ una fiera che quest’anno ha visto una grande partecipazione: 50.000 persone circa. Tra l’altro per entrare si paga, quindi c’è già un certo livello di motivazione rispetto, che so, a Terra Futura di Firenze che è gratuita.
Ecco, la riflessione che ho fatto è che quel mondo lì, portatore in qualche modo, magari ancora non coordinato, di un progetto di trasformazione radicale della società, non era minimamente rappresentato sulla scheda elettorale. Potendo, sarebbe interessante andare a verificare.
Ora, “Fa’ la cosa giusta” è una delle tante espressioni del movimento che ha cominciato a darsi una visibilità con i forum di Porto Alegre e poi Genova e via via.
Quel mondo sul piano politico ha avuto dei contatti con la sinistra classica, che però si sono rivelati infruttuosi sia sul piano culturale che su quello politico, perché il partito che più ha investito su queste realtà è stato Rifondazione Comunista, che però di quei movimenti o non ha capito niente -che pure è una possibilità-, oppure in qualche modo ha cercato di usarli, e forse è la stessa cosa.
Di questi movimenti è stato colto prevalentemente, se non esclusivamente, l’aspetto dell’antagonismo, per cui siamo “contro” il G8, siamo “contro” l’economia di sfruttamento, tutte cose condivisibili. Però è completamente mancata l’attenzione a quello che secondo me è l’aspetto più rivoluzionario e promettente di quest’altra visione dell’economia e cioè l’abbandono del paradigma dello sviluppo quantitativo, dell’ideologia della crescita, tutti miti a cui la sinistra storica si è aggrappata e che continua a coltivare.
Purtroppo non c’è stata questa apertura culturale e anche nel post elezioni mi sembra si sia continuato a ragionare secondo i vecchi schemi. Certo, sarebbe stato meglio avere un Parlamento più vivace visto l’attuale conformismo dell’opposizione parlamentare, per cui non sono contento, ma sarebbe lecito chiedere alle forze politiche extraparlamentari uno sforzo d’innovazione culturale più coerente con i tempi.
D’altra parte, i movimenti scontano anche una cultura talvolta carente sul piano dell’azione politica…
Sicuramente i movimenti hanno difficoltà a ragionare secondo gli schemi del partito. Pur avendo individuato alcune delle domande giuste del nostro tempo e avendo anche cercato di costruire delle risposte, effettivamente la relazione con i partiti è stata un loro punto di debolezza.
Il rapporto con Rifondazione è stato incerto, e anche gli spazi che sembravano essersi aperti non sono stati colti. Quando Bertinotti parlò della nonviolenza poteva essere l’occasione per mettere alla prova quel partito: parlare di nonviolenza significa cambiare totalmente rotta rispetto alla tradizione del partito comunista e di tutte le sue filiazioni. Applicare la nonviolenza avrebbe completamente stravolto la logica del partito e anche la sua visione piuttosto tradizionale dell’economia. Purtroppo è una sfida che né Rifondazione né i movimenti hanno avuto il coraggio di portare in fondo. Peccato, perché a quel punto si sarebbero aperti degli spazi per avere linfa e vita nuova.
Eppure le questioni che si ponevano nel 2001 (l’anno forse più decisivo sotto il profilo della visibilità, della creatività del movimento, anche della massa critica, penso soprattutto al primo forum sociale di Porto Alegre) -le relazioni di giustizia tra Nord e Sud, la questione del debito, dell’esaurimento delle risorse, il discorso sull’acqua e sull’energia- sono più attuali di allora. I temi sono ancora quelli. Pensa al corteo dei migranti a Genova, durante il G8 del 2001, e all’intuizione che esprimeva: l’idea di un’alleanza stretta fra “chi sta sotto” nel Nord e i “nuovi schiavi” che vengono dal Sud, e in prospettiva fra i “senza potere” dei paesi ricchi e le popolazioni di quelli poveri. Questa è una risposta strategica alla crisi delle democrazie e un’ipotesi di lotta rispetto al sistema economico oggi dominante. Questa idea è rimasta embrionale. Alla qualità dell’elaborazione, non è corrisposta un’azione politica adeguata.
In questi anni forse la battaglia più efficace è stata quella sull’acqua, contro le privatizzazioni e a favore della gestione pubblica. Lì il modello d’azione non è stato puramente antagonista. Il movimento mondiale per l’acqua e la sua versione italiana hanno dato vita ad una azione di contestazione, ma anche di proposta. Oggi, grazie a queste battaglie, l’idea di bene comune comincia ad avere una sua credibilità sul piano culturale e politico. Il movimento sull’acqua si è posto anche il problema dei limiti, delle inefficienze del sistema pubblico. Insomma ha dato l’esempio di un buon modo di fare azione politica.
Purtroppo in questa fase di tracollo, la sinistra sembra veramente moribonda. Anche la sconfitta elettorale è stata a mio avviso affrontata in modo davvero deludente, e la credibilità complessiva della sinistra politica ne ha risentito ulteriormente. Io sono sempre più convinto che il punto di ripartenza -anche a livello strettamente politico- sia la dimensione locale. Bisognerebbe tornare a guardare alla tradizione del socialismo municipale. Sono esperienze già fatte in passato e questa è una grande chance, perché non è irrilevante poter fare riferimento ad una tradizione storico-culturale che c’è, che si può recuperare. Certo, con i dovuti aggiornamenti e su nuovi presupposti, a cominciare da quello che dicevamo all’inizio: la necessità di immaginare un’economia di giustizia che faccia i conti con risorse limitate e la necessità di superare l’ideologia dello sviluppo.
(a cura di Luciano Coluccia)
Nessun commentoPiero Calamandrei sulla la scuola nazionale
“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, Che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale, però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.
Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto, rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà.
Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”
Piero Calamandrei, discorso al III° Congresso in difesa della Scuola nazionale (Adsn), Roma l’11 febbraio 1950
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