Beni comuni (da “Una Città” n. 158)
L’equivoco di far coincidere l’ideologia della decrescita con un periodo di crisi economica. La delusione di un terzo settore sempre meno fattore di cambiamento e il paradosso di una Banca Etica che investe in Borsa. La tradizione, dimenticata anche dai sindacati, del mutualismo. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.
Lorenzo Guadagnucci, giornalista, ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo mutualismo, Feltrinelli 2007, e Dalla parte sbagliata del mondo, un libro-intervista a Francesco Gesualdi, Terre di Mezzo 2008.
In questa fase di recessione sempre più si sente parlare della decrescita come possibile soluzione. Tu preferisci il concetto di economia della sobrietà.
Il tema della decrescita viene fuori perché c’è un rallentamento dei meccanismi di sviluppo del sistema. Credo però che sia assolutamente improprio abbinare il concetto della decrescita alla situazione attuale. I teorici della decrescita su questo sono stati sempre molto chiari: non bisogna confondere una crisi economica con un discorso in positivo di una società della decrescita che invece si affranca dalla logica dello sviluppo quantitativo. Noi non stiamo vivendo una fase di decrescita, ma di crisi economica.
Detto questo, io ho la sensazione che la decrescita, così come è stata proposta qui in Italia, resti un concetto avvolto da un alone di ambiguità. A me convince di più il concetto di un’economia della sobrietà. L’approccio della decrescita mi sembra sia troppo parziale, astratto, insomma velleitario; mi sembra che non sia un modello praticabile, nel senso che non pare considerare tutta una parte di economia che a mio avviso non può che essere gestita attraverso una gestione pubblica. Ovviamente questo discorso vale anche pensando all’organizzazione di un’economia della sobrietà: l’idea di affidarsi alla buona volontà di alcuni imprenditori e alla buona volontà di alcuni cittadini attraverso scelte di vita e di consumo (alimentare, energetico, della mobilità) non basta a costruire un altro modello di società.
La questione è molto importante all’interno dei movimenti dell’altra economia. La crisi finanziaria in corso riguarda l’insieme delle economie mondiali e investe le risorse energetiche, le materie prime, gli stessi prodotti alimentari. Ciò che sta avvenendo pone per le economie alternative uno scenario nuovo, interessante anche, perché può essere l’occasione di mettere in campo alcune pratiche, come la rete delle economie solidali, l’esperienza delle monete locali, l’autogestione. E’ chiaro che non mi auguro una crisi come quella dell’Argentina, perché sarebbe una tragedia per milioni di persone, ma in qualche modo credo che la questione delle alternative si presenterà nei mesi e negli anni prossimi. Se questo è lo scenario, il concetto di decrescita ha una sua attualità. Io credo che la transizione da questo sistema ad un altro passi attraverso una rivalutazione dell’economia pubblica. Ma non voglio essere frainteso. Ci sono vari modi di intendere l’economia pubblica: c’è il modello statale, ma c’è anche un modello che si affida ad altre forme di tipo mutualistico. L’economia della sobrietà deve fare i conti con la scarsità di risorse e quindi c’è da scegliere come utilizzare queste risorse e come raggiungere l’idea di un’economia di giustizia. Quindi la differenza con il concetto di decrescita, così come viene proposto oggi in Italia, sta nello spazio attribuito al pubblico. Non si può parlare di superamento dell’economia della crescita, senza affrontare questo tema delle economie pubbliche.
Il movimento per la decrescita propone la creazione di distretti di economia solidale.
I distretti dell’economia solidale in Italia sono in uno stato embrionale. Anche qui siamo in un territorio un po’ ambiguo: i distretti di economia solidale partono da un’idea giusta che è quella di avvicinare produttori e consumatori, è un’estensione, se vuoi, dei Gruppi d’Acquisto Solidale, per cui la rete si allarga: non solo i consumatori, ma anche i produttori, e non solo i produttori di merci, ma anche di servizi…
Chi si colloca in questi ambiti è accomunato da uno spirito di condivisione, di relazioni, anche di assunzione di responsabilità rispetto al proprio ruolo nel mondo. Siamo in una fase della riflessione che forse non è così avanti, però credo che la costruzione di reti di economia solidale sia uno dei modi in cui un’economia della sobrietà si può affermare. Il limite, di nuovo, lo vedo sul piano dell’economia pubblica. Attualmente nell’ambito dell’economia solidale si tende a privilegiare il rapporto con il produttore, con la piccola impresa e meno con le comunità, le amministrazioni locali, il quartiere, i piccoli comuni, magari anche a livello progettuale. In questa direzione esiste già qualche esperimento, come “Cambieresti” promosso dal Comune di Venezia. Credo che questo modello sia compatibile con una priorità attribuita all’economia pubblica.
In effetti molte di queste nuove realtà sembrano avere un rapporto difficile con le istituzioni pubbliche. Forse questa diffidenza nasce dalla paura di essere cooptati, vista anche la crisi del terzo settore, che ha finito per essere assorbito e neutralizzato.
In questo momento il terzo settore non sembra essere un fattore di cambiamento verso un altro modello di economia e di società. Per carità, ci sono le eccezioni, però pensiamo al ruolo che il terzo settore ha avuto, suo malgrado, nell’indebolimento dello stato sociale. Troppo spesso è stato utilizzato per smantellare funzioni pubbliche, con tutte le dinamiche di indebolimento dell’autonomia del terzo settore. Se c’è una dipendenza dal potere pubblico per i finanziamenti dei progetti, alla fine non sei più un fattore di cambiamento. Ti devi adattare a scelte fatte da altri in un sistema di cui diventi dipendente. Sicuramente il rapporto con l’istituzione pubblica è molto complicato perché tu vai a confrontarti con qualcuno che non ragiona nei tuoi stessi termini, non ha lo stesso linguaggio, né le stesse prospettive, quindi diventa rischioso perché gli obiettivi sono diversi. La cautela è d’obbligo in questa relazione. Però credo che il rapporto con il potere a livello locale resti strategico, perché se questo modello di altra economia riuscirà ad affermarsi, lo farà dal basso, attraverso un radicamento locale, avendo però ben chiari i limiti e i rischi da correre, compreso quello di essere usati.
Penso che una possibile soluzione sia quella di porsi come attore propositivo nella relazione. Non si può accontentarsi di andare a colmare un vuoto, un ritiro delle amministrazioni pubbliche. Bisogna costruire un rapporto in cui si chiede qualcosa al tuo partner: un cambiamento e non solo una concessione di soldi o altro.
Da questo punto di vista l’esempio di “Cambieresti” è significativo. C-ambie-re-sti è l’acronimo di consumi, ambiente, risparmio energetico, stili di vita. E’ un progetto interessante perché la pratica del consumo critico che di solito è individuale, in questo caso è stata sviluppata da un’amministrazione pubblica -il Comune di Venezia- nell’ambito di un progetto di revisione dei conti e di contenimento dei consumi energetici. Un’operazione abbastanza complessa che ha coinvolto mille famiglie, con la partecipazione di tutte le associazioni specializzate sui vari temi, con un’attività di formazione, di incontro, di relazione molto intensa. Ed è significativo che a un certo punto alcune delle famiglie partecipanti abbiano espresso la loro insoddisfazione verso l’amministrazione, che non faceva sue le pratiche che proponeva: la riduzione dei consumi, la filiera corta, l’uso dei mezzi pubblici. Ecco, questo è un piccolo esempio di come dovrebbe funzionare un rapporto: se io faccio un progetto sul consumo critico con l’amministrazione pubblica, la prima cosa che le chiedo è che la pratichi anche lei. Che non sia una cosa riservata alle persone di buona volontà.
Su questo delle volte ci sono degli equivoci, specie fra chi pratica il consumo critico: si parla solo del cittadino consapevole, responsabile, del lavoro che va fatto per responsabilizzare tutti. Bisognerebbe pretendere di più anche dalle amministrazioni pubbliche. Se queste esperienze di buone pratiche hanno senso, devono poter diventare scelte di tutti. Allora l’amministrazione pubblica diventa lo strumento di questa visione: scelte per tutti e non concessioni o atti di buona volontà. Questa dovrebbe essere la relazione. Su alcune cose si potrebbero pure imporre delle scelte e vietare cattive consuetudini. Non penso che le lampadine a basso consumo debbano essere solo una scelta individuale. A Firenze il Comune ha deciso che non si usa più l’acqua minerale, ma quella del rubinetto…
Tu sostieni che gli apparati pubblici stentano ad intercettare i nuovi bisogni perché hanno una logica burocratica che si rifa al welfare state di tipo risarcitorio…
E’ così: tu sei un lavoratore e allora do a te l’indennità, poi c’è un sistema sanitario e previdenziale che opera allo stesso modo. Ecco, questo sistema funziona male quando arrivano migliaia di persone straniere in una città, quando c’è il problema dell’assistenza, della cura, dell’istruzione per i bambini, dell’inserimento dei nuovi arrivati, il problema della casa. Si tratta evidentemente di scelte politiche. Questioni enormi.
Ovviamente il modello mutualistico comporta un ribaltamento nelle scelte in campo economico, sociale e così via. Anche il rapporto con i servizi pubblici viene influenzato in questa direzione, perché non si tratta più di chiedere al Comune i soldi per finanziare nuovi servizi, bensì di investire sulle persone per costruire nuovi servizi. E’ tutta un’altra cosa. Non è una rivendicazione classica all’interno di un certo sistema, ma il ribaltamento di quella logica, all’insegna dell’autorganizzazione, per cui l’abitare, l’istruzione, la cura dei bambini e degli anziani vedono il coinvolgimento dei cittadini.
Qui è importante tutta la riflessione che fa Francuccio Gesualdi sull’uso del tempo invece che del denaro. Oggi ai cittadini si chiede solo denaro, le tasse. Questo funziona in una logica della crescita quantitativa: più si produce, più si distribuisce reddito, quindi tanto più si prendono tasse e si organizzano i servizi. Così, tuttavia, quando cominciano a scarseggiare la produzione e il reddito, rischiano di sparire anche i servizi.
Alle persone però si può chiedere anche un altro tipo di rapporto con il pubblico: si può chiedere un “servizio sociale”, oppure appunto del tempo. Io vedo decisivo un recupero dello spirito del mutualismo. Se si riuscisse a dare dignità di “servizio pubblico” a queste forme di autorganizzazione, credo che avremmo reinventato un altro modo di concepire i servizi sociali.
Ad esempio la Regione Toscana sta promuovendo l’idea del condominio solidale. In provincia di Arezzo, in un un ex-convento ristrutturato hanno trovato casa una ventina di famiglie con diversa composizione demografica e sociale. Un progetto che prevede una condivisione di alcuni servizi, come la portineria, in cui prevale lo scambio di tempo su quello del denaro. Si potrebbero riorganizzare i servizi di un quartiere senza chiedere soldi a nessuno.
Esiste anche un rischio di autoemarginazione in alcune pratiche. Nel libro parli di “eccellenti sperimentazioni” che non si integrano…
Questo è tipico di chi vive esperienze appunto controcorrente, fuori dal sistema: chi fa parte di un Gruppo d’Acquisto Solidale non è che stia facendo la rivoluzione, però in qualche modo si autoesclude da certe dinamiche, per esempio non va più più al supermercato (che in una società dei consumi diventa una scelta quasi eretica!). Allora, c’è chi persegue questi obiettivi con un atteggiamento da missionario o da rivoluzionario, e quindi opera in maniera separata. C’è sempre quest’idea per cui non si devono avere rapporti con il sistema, trovando un proprio spazio ai margini.
Nella realtà tutte queste esperienze convivono con il sistema, che è sufficientemente flessibile da lasciar loro spazio, fino a che stanno ai margini. Casomai, quando crescono, prevale il tentativo di assorbirle. Esempi ce ne sono tanti, dal biologico al Commercio Equo e Solidale. Ogni volta che tu cresci e diventi significativo in termini quantitativi o di credibilità per l’opinione pubblica, arriva la Nestlè che fa la linea equo e solidale, tanto per fare un esempio concreto.
Qual è il rapporto tra altra economia e finanza. In questi anni sono sorte la Banca etica, le Mag. Esiste anche un mutualismo finanziario?
Nel primo mutualismo l’aspetto finanziario è stato fondamentale, le casse rurali e l’autofinanziamento hanno svolto un ruolo decisivo nello sviluppo di tutto il movimento cooperativo. In Italia sono stati probabilmente la salvezza dei ceti popolari, nella costruzione delle reti di protezione, di promozione di un certo modo di vedere la società.
Nell’ambito dell’altra economia, le Mag e poi Banca Etica perseguivano un po’ il medesimo scopo, quello di essere il polmone finanziario di queste pratiche alternative. In buona parte le esperienze di mutualismo finanziario sono nate insieme a quelle del commercio equo, che ha una specifica necessità di pre-finanziamento dei produttori. Il commercio equo si è posto da subito il problema della creazione di reti di gestione del denaro. Banca Etica, promossa dalle Mag, nasceva su quest’onda: l’idea di avere una banca al servizio dello sviluppo delle reti di altra economia. Il problema è che nel corso del tempo questa missione si è un po’ trasformata, per cui, per esempio, la Mag di Torino si staccò quasi subito da Banca Etica intravvedendo un tradimento dell’idea della mutua vera e propria, fatta quindi di relazioni orizzontali e di controllo del basso. L’accusa era di star cedendo a forme più gerarchiche e visioni non così coerenti con lo spirito delle Mag. Effettivamente con il passare del tempo Banca Etica ha trasformato un po’ la sua azione, secondo me fallendo in parte la sua missione, per cui ha fatto scelte che l’hanno portata ad essere più vicino ad una banca normale che non alle Mag.
Banca Etica oggi è una delle fonti di finanziamento del terzo settore classico piuttosto che delle esperienze di base più innovative. La sua elaborazione culturale è più vicina a quel contesto; probabilmente se andiamo a vedere da vicino i dirigenti hanno quell’estrazione. Sicuramente ha accumulato dei difetti dovuti a vari fattori. Ha perso l’elemento di partecipazione (i soci oggi partecipano pochissimo alla vita di Banca Etica). Anche il modello organizzativo, che all’inizio vedeva un decentramento con un coinvolgimento locale dei vari soggetti, si è molto ridimensionato. I dirigenti hanno formato un gruppo abbastanza chiuso dove si entra sostanzialmente per cooptazione e non c’è ricambio. Il presidente è lo stesso da dieci anni e da quello che si vede il ricambio sarà interno a quel gruppo. Ma ancora più grave, secondo me, è che la barra di Banca Etica è sempre meno protesa verso la sperimentazione di formule di cambiamento sociale.
Tutta la vicenda dei fondi d’investimento è emblematica…
Lì c’è stato un grosso passaggio. Banca Etica ad un certo momento ha deciso -con un dibattito interno piuttosto aspro- di creare una propria linea d’investimento sui fondi, Etica Sgr, in partnership con altri soggetti, per offrire ai risparmiatori l’occasione di un investimento etico in tutti i campi possibili.
In sostanza ha detto: visto che viene offerta la possibilità di avere un libretto di risparmio, un conto corrente, perché non avere anche una linea di fondi etici d’investimento? La tesi sostenuta è che in questo modo si “contamina” il sistema. Ecco, francamente trovo quest’idea di contaminare il sistema assolutamente velleitaria.
Io semplicemente non credo che esistano dei fondi etici, perché il tuo campo di scelta attraverso l’investimento è limitato a chi è in Borsa. Mi sembra che in tutto siano 270 società ed escluderei che siano quelle che si stanno impegnando per favorire un cambiamento del sistema economico in generale. Intendiamoci, io sono un correntista di Banca Etica, non è che non mi rendo conto di quali siano i rapporti di forza, le dinamiche, però è certo che quella scelta ci ha allontanato dalle esperienze che sembrava fossero il terreno privilegiato d’azione.
La cosa è diventata ancora più grave con i fondi pensione. In questa scelta -compiuta con il consenso di Confindustria, del sindacato e delle principali forze politiche- emerge molto chiaramente quale sia la visione dominante della società e dell’economia. Questa operazione rappresenta, a mio avviso, un elemento gravissimo di finanziarizzazione della previdenza. In pratica si è detto alla gente che da qui in avanti almeno una parte della sua pensione non sarà più garantita dal sistema pubblico, bensì investita in Borsa. Tra l’altro, con un’operazione di propaganda di bassissimo livello, si è addirittura cercato di convincere le persone che la fetta di pensione affidata alla Borsa avrebbe presentato rendimenti maggiori. In realtà basta fare un confronto con il rendimento pubblico, che è fissato per legge su un indice di valutazione che tiene conto dell’inflazione (a differenza di quello della Borsa), per capire l’inganno.
Non a caso, le tabelle pubblicate per dimostrare questo fantomatico rendimento maggiore dei fondi pensione si basano tutte sul passato. Nessuno di noi può prevedere cosa ne sarà fra trent’anni di un investimento fatto oggi. L’investimento in un fondo pensione è una scommessa non una previsione. C’è poco da fare. Quindi l’operazione si fonda su uno spostamento del rischio: mentre prima con la pensione pubblica era lo Stato che si faceva garante del rischio, con la pensione privata è il singolo che rischia. Sono due modelli completamente diversi. Ora, a me pare che il mondo dell’altra economia dovrebbe stare dalla parte della costruzione di un nuovo modello di sicurezza sociale, non della finanziarizzazione delle pensioni.
Questo non vuol dire che non si possa discutere della forma della pensione pubblica. Qui ritorna il tema del mutualismo, perché si potrebbe comunque discutere e decidere assieme quale potrebbe essere il modo migliore per utilizzare le risorse accantonate per le nostre pensioni, se affidarle allo Stato o se impegnarsi, ad esempio, sulla questione energetica (lo proposero Mattioli e Scalia). Potrebbe essere un investimento redditizio; il solare, per dire, dovrebbe essere in grado di garantire anche esiti finanziari significativi. Quindi, a mio avviso, si può discutere di come organizzare le pensioni pubbliche, ma non certo affidandole alla Borsa e agli investimenti privati. Ecco, per concludere, a me pare che in questa partita Banca Etica si sia trovata dall’altra parte della barricata, anche coerentemente se vuoi, nel senso che ha proseguito sulla strada intrapresa con i fondi d’investimento.
Hai parlato di pensioni. L’invecchiamento della popolazione rischia di far precipitare una situazione già critica sul piano del welfare. Pensiamo all’Inps…
Io sono dell’avviso che questo discorso sia tutto da verificare. L’Inps non versa in una situazione tragica: lo ha spiegato molto bene, fra gli altri, Luciano Gallino. E comunque io non credo si debba escludere in linea di principio un’opzione di tipo diverso. Sono scelte politiche. Si potrebbe decidere di destinare risorse alle pensioni attraverso la tassazione generale. Insomma, mi sembra una questione malposta: dovrebbe avere a che fare più con i bisogni che con questioni finanziarie.
E’ vero, c’è un invecchiamento della popolazione per cui sta cambiando la composizione demografica e quindi i servizi sociali e sanitari sono in difficoltà perché sono stati pensati negli anni ’60 quando il problema erano le scuole e gli asili. Oggi la popolazione è invecchiata, per cui il welfare lo garantiscono le badanti che si sono infilate in un bisogno che le famiglie sono state costrette a “risolvere” (tra molte virgolette) da sole. In realtà lo ha risolto chi ha avuto le risorse per farlo. E’ evidente che il sistema statale sta avendo difficoltà a riorganizzarsi e questo è uno dei limiti e dei problemi più gravi. Tra l’altro la situazione si sta ulteriormente complicando. La nuova generazione di bambini stranieri sta a sua volta facendo emergere nuovi bisogni. Ma, lo ripeto, sono tutti problemi sociali, politici, non finanziari. Tornando al discorso dei fondi pensione, sinceramente io ho trovato deludente che anche i sindacati abbiano applaudito a questa scelta, magari invitando a scegliere i loro fondi pensione. Gestiti sempre secondo le logiche della Borsa e non secondo le logiche del sindacato, quindi con un progetto politico. E’ pur vero che c’è un controllo da parte dei lavoratori perché il fondo pensione ha un organismo rappresentativo ed elettivo tra gli stessi rappresentanti dei lavoratori, magari il fondo pensione della Cgil ha la cautela di scegliere profili d’investimento meno rischiosi rispetto a quelli di una banca privata, però i meccanismi sono quelli.
Paolo Andruccioli ha dedicato un libro a queste tematiche, La trappola dei Fondi Pensione, in cui appunto spiega come alla fine i fondi pensione, con qualche eccezione, vengano sempre gestiti da esperti finanziari.
Ecco, io credo che se il sindacato fosse un soggetto attivo, con una sua visione strategica, grazie alla sua forza d’urto avrebbe potuto impegnarsi nella sperimentazione di una strada diversa.
Il sindacato, per la verità, sembra essersi lasciato sfuggire diverse occasioni di cambiamento in questi anni. L’impressione è che non si lasci molto contaminare, che sia quasi impermeabile…
Nella logica dell’economia della sobrietà le persone non sono solo lavoratori e certo non può prevalere una visione “operaista”. Il cittadino è visto nella sua varietà di relazioni sociali. Io immagino che in un’economia più sobria si lavori di meno, e quindi ci sia più tempo per le relazioni.
Penso a una società che produce meno beni materiali e più relazioni, anche per le ragioni oggettive -l’inquinamento, le risorse limitate- che dicevamo prima.
Invece il sindacato mi sembra ancora immerso nella visione otto-novecentesca della produzione quantitativa: aumento del reddito e aumento dei consumi, un sistema che sta andando in crisi. Dentro quella logica, infatti, mi sembra impossibile assicurare un mondo di piena occupazione. Non ci sono più le risorse per farlo. E’ una visione che anche sul piano politico sta diventando residuale, perché non ha proposte da fare e quindi non ha alcun ruolo da svolgere, nonostante il sindacato abbia milioni di iscritti e la conseguente forza potenziale. Qui c’è proprio un limite culturale e politico.
Una rappresentazione fisica di quanto dico risale ad un anno e mezzo fa quando il gruppo sindacale di Cremaschi organizzò un incontro a Roma nella sede della Cgil per discutere di quale fosse la strada da prendere -anche a livello teorico, di pensiero- nella situazione contingente. A quell’incontro, oltre a economisti più classici di area marxista, c’erano alcuni eretici, come Bruno Amoroso, un allievo di Federico Caffè, che da tempo sta ragionando intorno al tema dei beni comuni, uno studioso quindi vicino ai movimenti che si battono per una nuova dimensione pubblica e partecipata; c’erano anche Tonino Perna, la direttrice di Altreconomia e il sottoscritto.
Bene, ci sono due cose che mi hanno colpito durante quell’incontro: da un lato l’impossibilità di dialogare con gli economisti marxisti per un rifiuto assoluto, da parte loro, dei nostri argomenti: la sobrietà, la decrescita… Per questi economisti le elaborazioni e le esperienze di altra economia sono fenomeni “di nicchia”, se non puri divertimenti per piccoli gruppi o addirittura teorizzazioni da “nemici di classe”.
Si continua insomma a ragionare del bisogno di aumentare il reddito dei ceti popolari aumentando la produzione, senza la minima curiosità per altre prospettive. Si continua a pensare che la Fiat sia l’azienda trainante dell’economia italiana. L’altro elemento di quella giornata, per me, è stato un paradosso che aveva una dimensione molto concreta: per entrare nella stanza in cui si teneva l’incontro, si passava attraverso un corridoio pieno di vecchie bandiere di fine Ottocento, inizio Novecento -bellissime!- delle Società di Mutuo Soccorso… Un’eredità storica esibita sui muri ma dimenticata nei fatti. Il sindacato è ormai incapace di disegnare qualsiasi progetto per il futuro, irrigidito sulla iperprotezione dei suoi iscritti, che sono solo uno spicchio dei lavoratori, e comunque non sono le nuove generazioni. Così facendo, e questa è la cosa più grave, non vuole guardare o non vede le sue stesse radici. Nel passaggio dal mutualismo al welfare statale, quindi verso i modelli socialdemocratici, è prevalso sul piano ideologico il socialismo statalista. E così si è persa tutta una dimensione preziosissima. Il partito comunista ha vinto e ha azzerato tutte le esperienze di socialismo libertario che invece oggi avrebbero molto da insegnarci.
A questo proposito, all’indomani delle ultime elezioni sono scomparse dal Parlamento alcune forze, penso a Rifondazione e ai Verdi, che erano state un riferimento per alcuni movimenti ed esperienze di base. E’ sembrata una vera sconfitta culturale. Cosa ne pensi?
Il giorno del voto, la domenica, io ero a Milano alla fiera “Fa’ la cosa giusta”, forse la migliore occasione per incontrare alcune esperienze di base, secondo i vari filoni: energetico, gruppi d’acquisto, produzione biologica, cohousing, ecc. E’ una fiera che quest’anno ha visto una grande partecipazione: 50.000 persone circa. Tra l’altro per entrare si paga, quindi c’è già un certo livello di motivazione rispetto, che so, a Terra Futura di Firenze che è gratuita.
Ecco, la riflessione che ho fatto è che quel mondo lì, portatore in qualche modo, magari ancora non coordinato, di un progetto di trasformazione radicale della società, non era minimamente rappresentato sulla scheda elettorale. Potendo, sarebbe interessante andare a verificare.
Ora, “Fa’ la cosa giusta” è una delle tante espressioni del movimento che ha cominciato a darsi una visibilità con i forum di Porto Alegre e poi Genova e via via.
Quel mondo sul piano politico ha avuto dei contatti con la sinistra classica, che però si sono rivelati infruttuosi sia sul piano culturale che su quello politico, perché il partito che più ha investito su queste realtà è stato Rifondazione Comunista, che però di quei movimenti o non ha capito niente -che pure è una possibilità-, oppure in qualche modo ha cercato di usarli, e forse è la stessa cosa.
Di questi movimenti è stato colto prevalentemente, se non esclusivamente, l’aspetto dell’antagonismo, per cui siamo “contro” il G8, siamo “contro” l’economia di sfruttamento, tutte cose condivisibili. Però è completamente mancata l’attenzione a quello che secondo me è l’aspetto più rivoluzionario e promettente di quest’altra visione dell’economia e cioè l’abbandono del paradigma dello sviluppo quantitativo, dell’ideologia della crescita, tutti miti a cui la sinistra storica si è aggrappata e che continua a coltivare.
Purtroppo non c’è stata questa apertura culturale e anche nel post elezioni mi sembra si sia continuato a ragionare secondo i vecchi schemi. Certo, sarebbe stato meglio avere un Parlamento più vivace visto l’attuale conformismo dell’opposizione parlamentare, per cui non sono contento, ma sarebbe lecito chiedere alle forze politiche extraparlamentari uno sforzo d’innovazione culturale più coerente con i tempi.
D’altra parte, i movimenti scontano anche una cultura talvolta carente sul piano dell’azione politica…
Sicuramente i movimenti hanno difficoltà a ragionare secondo gli schemi del partito. Pur avendo individuato alcune delle domande giuste del nostro tempo e avendo anche cercato di costruire delle risposte, effettivamente la relazione con i partiti è stata un loro punto di debolezza.
Il rapporto con Rifondazione è stato incerto, e anche gli spazi che sembravano essersi aperti non sono stati colti. Quando Bertinotti parlò della nonviolenza poteva essere l’occasione per mettere alla prova quel partito: parlare di nonviolenza significa cambiare totalmente rotta rispetto alla tradizione del partito comunista e di tutte le sue filiazioni. Applicare la nonviolenza avrebbe completamente stravolto la logica del partito e anche la sua visione piuttosto tradizionale dell’economia. Purtroppo è una sfida che né Rifondazione né i movimenti hanno avuto il coraggio di portare in fondo. Peccato, perché a quel punto si sarebbero aperti degli spazi per avere linfa e vita nuova.
Eppure le questioni che si ponevano nel 2001 (l’anno forse più decisivo sotto il profilo della visibilità, della creatività del movimento, anche della massa critica, penso soprattutto al primo forum sociale di Porto Alegre) -le relazioni di giustizia tra Nord e Sud, la questione del debito, dell’esaurimento delle risorse, il discorso sull’acqua e sull’energia- sono più attuali di allora. I temi sono ancora quelli. Pensa al corteo dei migranti a Genova, durante il G8 del 2001, e all’intuizione che esprimeva: l’idea di un’alleanza stretta fra “chi sta sotto” nel Nord e i “nuovi schiavi” che vengono dal Sud, e in prospettiva fra i “senza potere” dei paesi ricchi e le popolazioni di quelli poveri. Questa è una risposta strategica alla crisi delle democrazie e un’ipotesi di lotta rispetto al sistema economico oggi dominante. Questa idea è rimasta embrionale. Alla qualità dell’elaborazione, non è corrisposta un’azione politica adeguata.
In questi anni forse la battaglia più efficace è stata quella sull’acqua, contro le privatizzazioni e a favore della gestione pubblica. Lì il modello d’azione non è stato puramente antagonista. Il movimento mondiale per l’acqua e la sua versione italiana hanno dato vita ad una azione di contestazione, ma anche di proposta. Oggi, grazie a queste battaglie, l’idea di bene comune comincia ad avere una sua credibilità sul piano culturale e politico. Il movimento sull’acqua si è posto anche il problema dei limiti, delle inefficienze del sistema pubblico. Insomma ha dato l’esempio di un buon modo di fare azione politica.
Purtroppo in questa fase di tracollo, la sinistra sembra veramente moribonda. Anche la sconfitta elettorale è stata a mio avviso affrontata in modo davvero deludente, e la credibilità complessiva della sinistra politica ne ha risentito ulteriormente. Io sono sempre più convinto che il punto di ripartenza -anche a livello strettamente politico- sia la dimensione locale. Bisognerebbe tornare a guardare alla tradizione del socialismo municipale. Sono esperienze già fatte in passato e questa è una grande chance, perché non è irrilevante poter fare riferimento ad una tradizione storico-culturale che c’è, che si può recuperare. Certo, con i dovuti aggiornamenti e su nuovi presupposti, a cominciare da quello che dicevamo all’inizio: la necessità di immaginare un’economia di giustizia che faccia i conti con risorse limitate e la necessità di superare l’ideologia dello sviluppo.
(a cura di Luciano Coluccia)
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