La tua stagione

Insieme. Per l’ambiente, l’innovazione, il lavoro.

Riceviamo e pubblichiamo: il discorso di Obama

La svolta c’é. Netta. Nel discorso di Obama, la presa di distanza dalla nefasta stagione del neo liberismo é inequivocabile. Basta con le “false promesse” e con i “dogmi logori”, basta con le “cose infantili”, bisogna “rifare l’America”. Ambizioso programma. Certo.

Ma sarebbe errore imperdonabile non comprendere la vastità e la profondità dell’impegno che, con Obama, le classi dirigenti statunitensi si assumono di fronte al mondo. Il neo presidente ritiene che chiedersi se “il mercato sia una forza per il bene o per il male ” corrisponde a un interrogativo ozioso, poiché ciò che davvero conta é “che un paese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi”.

Beh, siamo di fronte a qualcosa che pochi, o forse nessun uomo di governo, in America, aveva mai avuto l’ardire di affermare. Clinton compreso. Lo stesso vale per l’affermazione secondo cui :”respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali”.

Le implicazioni, in politica estera, di un tal approccio sono effettivamente di notevole spessore. Particolarmente verso il resto del mondo l’idea che “la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare” ribalta letteralmente la teoria, imbecille e sciagurata dei neocon, della cosiddetta proiezione di forza.

Basta rileggere il documento sulla sicurezza nazionale presentato al congresso (se non sbaglio nel settembre del 2000) da Bush per comprendere l’entità della svolta. In sostanza l’America, scegliendo Obama, si é resa conto, nella crisi in atto, che il proprio declino era già iniziato da molto tempo. Per la verità i neocon per primi avevano compreso l’urgenza di una risposta impostando una controffensiva a tutto campo. Il consolidamento ulteriore e radicale dell’idolatria del mercato e la scelta della violenza più estrema dovevano servire a mettere in riga i riottosi in America e nel mondo, realizzando progressivamente, all’insegna della “guerra al terrorismo”, un vero e proprio colpo di stato nei confronti di ciò che rimaneva della democrazia americana accentuando oltre misura la sua tendenza plutocratica, oligarchica e militarista. Adesso si prende apertamente atto del fallimento di teorie politiche e dottrine economiche che, basate su di una visione imperialistica e neocoloniale, hanno finito per incentivare ogni sorta di crimine, nel mercato e fuori di esso.

Nel discorso di Obama non vi é però solo soft power inteso come un passo indietro imposto dalla dura necessità. O al limite come generico maquillage. S’intravede qualcosa di più e di molto meno scontato: un progetto alternativo di ampia portata nel quale il richiamo continuo ai Padri Fondatori appare come utile rassicurazione proprio di fronte all’entità del cambiamento che ci si propone. Staremo a vedere. Noi. L’Europa, invece, non può permettersi di assistere passivamente. Ma qui inizia un altro discorso.

Mauro Zani

http://www.democraticiesocialisti.eu/

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4 Commenti a "Riceviamo e pubblichiamo: il discorso di Obama"

  1. Raffaele Barbiero 25 novembre 2009 15:32

    La scandalosa rapina dell¹acqua pubblica
    di Paolo Rumiz

    Pubblichiamo l’intervento che Paolo Rumiz, giornalista di
    “Repubblica”, ha tenuto alla Facoltà di scienze politiche
    dell’Università La Sapienza di Roma sul tema ³Acqua bene comune:
    storia, civiltà vita².

    E¹ un peccato che non possa parlarvi a voce. Solo a voce avrei potuto
    comunicarvi l¹urgenza, la rabbia e l¹indignazione legate al tema
    primordiale dell¹acqua. Sono un professionista della parola scritta,
    ma so che solo il racconto orale sa trasmettere sentimenti forti.
    Questo scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a forza
    maggiore. E sappiate che gli uomini che avrei dovuto affiancare in
    quest¹incontro sono i responsabili della mia passione per la
    questione idrica. Dunque perfetti per accendere anche la vostra.
    Mi sono occupato di molti temi nel mio mestiere. Guerre etniche e
    planetarie, crolli di sistemi e di alleanze politiche, esplorazione
    dei territori e viaggi alle periferie del mondo. All¹acqua sono
    arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una
    segnalazione di Emilio Molinari. Era successo che era stata approvata
    una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi
    idrici. La svendita di un patrimonio comune, mascherata da
    rivoluzione efficentista…
    Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza
    proteste da parte dell¹opposizione. Il popolo era rimasto tagliato
    fuori da tutto. Gli interessi attorno all¹operazione erano così
    trasversali che i giornali avevano taciuto, i partiti e i sindacati
    pure. Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse
    passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere
    attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l¹assunto.
    L¹Italia non ne sapeva niente. Non entro nello specifico di questa
    scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di
    me. Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato
    lo stesso brivido della guerra dei Balcani. Come allora, ho avuto la
    certezza che cadesse un sipario di bugie, e si svelasse la verità
    nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi abitanti, l¹ultimo
    assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie, dalle tangenti e
    dalla dilapidazione del bene comune.
    Pensiamoci un attimo. I giornali pompano mille emergenze minori per
    non farci vedere quelle realmente importanti. La tensione etnica
    aumenta. Ci parlano di clandestini, di rumeni stupratori, di
    terroristi annidati nelle moschee. Ci infliggono ronde per tenere
    testa a una criminalità che ­ stranamente ­ non include la camorra,
    la speculazione edilizia o lo strapotere degli ultras. Televisione,
    telefonini, I-pod costruiscono una cortina fumogena che incoraggia il
    singolo ad arraffare e impedisce al gruppo di reagire.
    E¹ così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un¹altra e più
    grave emergenza: la distruzione del territorio. Un¹ emergenza così
    grave che la lingua dell¹economia non basta più a descriverla. Oggi
    serve la lingua del Pentateuco, o dell¹Apocalisse di Giovanni, perché
    viviamo un momento biblico: ³E verrà il giorno in cui le campagne si
    desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai
    entreranno in agonia e l¹aria diverrà veleno. Il tempo in cui la
    natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili². Se i nostri
    padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo creduti.
    Invece succede.
    Siamo in guerra. Una guerra contro i territori. In Italia è iniziata
    la guerra per l¹accaparramento delle ultime risorse. Sta già
    avvenendo: Cementificazione dei parchi naturali, Requisizione delle
    sorgenti, Privatizzazione dell¹acqua pubblica, Discariche e
    inceneritori negli spazi più incontaminati del Paese, Ritorno al
    nucleare, Grandi opere imposte con la militarizzazione dei territori
    e la distruzione di interi habitat. Fiumi già in agonia, disseminati
    di ulteriori centrali idroelettriche. Impianti eolici che stanno
    cambiando i connotati all¹Appennino.
    Tutto conduce su questa strada: la ricorrente invocazione di poteri
    forti ai danni del parlamento, il fallimento del pubblico e
    l¹invadenza del privato, la sottrazione delle risorse ai Comuni, lo
    smantellamento della democrazia diretta, la corsa a un federalismo
    irresponsabile che assomiglia tanto a una licenza di sperpero, la
    deregulation legislativa, la crisi della scuola e delle università,
    la visione speculativa e finanziaria dell¹economia.
    E¹ come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione
    inesistente, criminalità diffusa. Ma con in più (e in peggio) la
    desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna. Il
    ³Paese profondo² si è talmente indebolito che oggi l¹atteggiamento
    predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l¹Etiopia e poi
    verso l¹Est Europa, può essere rivolto verso l¹Italia medesima senza
    il rischio di una rivoluzione. Anche noi diventiamo discarica,
    miniera, piantagione. E anche da noi i territori deboli sono lasciati
    completamente soli di fronte ai poteri forti. Come le tribù
    centro-africane.
    Guardate cosa succede con l¹eolico. Gli emissari di una
    multinazionale dell¹energia si presentano a un comune di
    cinquecento-mille abitanti. Offrono centomila euro l¹anno per due o
    tre pale eoliche alte come grattacieli di trenta piani. Il sindaco al
    verde non ha alternative. Accetta. Per lui quelle pale sono il solo
    modo per pagare l¹illuminazione pubblica e gli impiegati. La Regione
    e lo Stato non intervengono. In nome dell¹emergenza energetica
    passano sopra a tutto, anche a un bene primario come il paesaggio.
    Risultato? Oggi la rete eolica italiana non è il risultato di un
    piano ma del caso. Segna come le pustole del morbillo i territori
    deboli, incapaci di contrattare.
    Con l¹acqua la situazione è ancora più limpida. Vi racconto cose che
    ho visto personalmente. Qualche scena, capace di illuminare il tutto.
    Alta Val di Taro. C¹è una fabbrica di acque minerali che succhia
    dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di
    siccità gli abitanti del paese ­ noto fino a ieri per le sue fonti
    terapeutiche e oggi semi abbandonato ­ restano senz¹acqua nelle
    condutture pubbliche. C¹è una protesta ma il sindaco tranquillizza
    tutti in consiglio comunale. ³Non abbiate paura ­ dice ­ quando
    mancherà la NOSTRA acqua, la fabbrica pomperà la SUA nei nostri
    tubi². L¹acqua del paese è data già per persa, requisita dai padroni
    delle minerali. L¹idea che si tratti di un bene pubblico e
    prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.
    Recoaro, provincia di Vicenza. Una pattuglia di ³tecnici dell¹acqua²
    (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una
    frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle
    falde. La donna pensa che siano del Comune. Il lavoro dura un mese. I
    tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con
    dei sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque
    minerali giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili
    in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in
    riscaldamento climatico. I parenti della donna si accorgono del
    maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in
    tempo per evitare l¹usocapione del pozzo. Il sindaco tace. Gli
    abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata
    sede.
    Castel Juval, in val Venosta. Qui potete fare le vostre verifiche da
    soli. Vi sedete al ristorante dell¹agriturismo di Reinhold Messner e
    chiedete dell¹acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L¹acqua
    minerale ­ la notissima acqua propagandata dall¹alpinista
    sud-tirolese ­ e l¹acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner.
    Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in
    bottiglia, ma anch¹essa a pagamento. E la gente beve, estasiata.
    Vedere per credere.
    Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti
    a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente. Abbiamo rinunciato
    a considerare l¹acqua come pubblico bene. La nostra sconfitta, prima
    che economica, è culturale. La grande vittoria del secolo scorso fu
    l¹acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro. Siamo
    ridiventati portatori d¹acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le
    strade con carichi inverosimili d¹acqua e non riflettiamo che il
    valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della
    bottiglia. Meno del costo della colla necessaria a fissare
    l¹etichetta. Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la
    nostre insensibilità alla rapina in atto. Abbiamo accettato di farci
    derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo
    sanno perfettamente.
    Il dossier di un¹azienda multinazionale finlandese descrive così una
    regione italiana del centro: ³facilità di penetrazione, costi
    d¹insediamento minimi, zero conflittualità sociale². Soprattutto,
    ³poche obiezioni ecologiche². Sembra il Congo, invece è Italia.
    Grazie di avermi ascoltato.

  2. Raffaele Barbiero 25 novembre 2009 16:19

    “Appello per salvare il corso di Scienze per la Pace - To
    save Scienze per la Pace (Peace Studies university course)”

    http://www.PetitionOnline.com/savesplp/

    I personally agree with what this petition says, and I think you might
    agree, too. If you can spare a moment, please take a look, and
    consider
    signing yourself.

    Best wishes,

    raffaele barbiero

    Dear raffaele barbiero,

    This email message is sent to you from PetitionOnline to confirm your
    signature as “raffaele barbiero” on the online petition:

    “Appello per salvare il corso di Scienze per la Pace - To
    save Scienze per la Pace (Peace Studies university course)”

    hosted on the web by our free online petition service, at:

    http://www.PetitionOnline.com/savesplp/

    Your signature number for this petition is 2292.

    At PetitionOnline, we host the petition you’ve signed, but we didn’t
    create it. If you would like to comment on the petition, or otherwise
    communicate directly with the petition author, you can contact the
    author at:

    Gli studenti di Scienze per la Pace,
    salvascienzeperlapace@gmail.com

  3. sandro 26 novembre 2009 21:48

    100 PIAZZE PER IL CLIMA, ADRISCE ANCHE LA FIAB
    12 DICEMBRE 2009 MANIFESTAZIONI IN TUTTA ITALIA

    DA’ UN TAGLIO ALLE EMISSIONI: PIU’ INVESTIMENTI PER LA CICLABILITA’ URBANA E
    PER L’INTERMOBILITA’ BICI E TRENO

    Anche la FIAB aderisce alla coalizione nazionale “In marcia per il clima” che, in occasione del summit di Copenaghen dal 7 al 12 dicembre prossimi, lancia l’appello “Fermiamo la febbre del pianeta”. Più di 15milioni di persone chiedono al governo italiano impegni precisi per ridurre le emissioni di Co2. Firma anche tu la petizone online su http://www.100piazze.it .

    È tempo di agire. Tutti possono fare qualcosa, rivedendo i propri stili di vita. Come? “Per esempio - spiega Antonio Dalla Venezia, presidente nazionale FIAB - non acquistando i SUV (a cosa servono in città?) oppure lasciando parcheggiata l’auto sotto casa per andare in ufficio in bicicletta specie se si abita in una città pianeggiante e se il luogo di lavoro dista 3-5 Km dall’abitazione. Oppure chiedendo alle scuole e all’Amministrazione comunale di organizzare i “bicibus” e collaborando per accompagnare a turno i propri figli e quegli degli altri in bicicletta, invece che in auto. Oppure, ancora, usando la formula treno+bici per spostarsi ogni giorno nei tragitti pendolari o il fine settimana per escursioni e gite, chiedendo a Trenitalia di organizzarsi meglio per favorire - e non scoraggiare - il trasporto integrato bici e treno, e alle Regioni - sull’esempio positivo di Puglia, Campania e Marche - di introdurre il trasporto gratuito della bici al seguito, facendo rientra
    re gli oneri tra i costi dei contratti di servizio sottoscritti con le Amministrazioni regionali, in sede di rinnovo”.

    Il 12 dicembre, in coincidenza con il Summit internazionale ONU sul clima che si terrà dal 7 al 18 dicembre a Copenhagen, le oltre 50 associazioni di “In marcia per il clima”, organizzeranno dibattiti, spettacoli, manifestazioni in bicicletta, proiezioni di film e documentari sull’ambiente, mostre tematiche e incontri gastronomici, per sensibilizzare i cittadini sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. Anche la FIAB con le proprie associazioni locali, organizza iniziative a favore della mobilità sostenibile e non motorizzata.

    Sottoscrivendo la petizione online (www.100piazze.it) si chiede al Governo Italiano di promuovere un’iniziativa politica forte a Copenaghen che porti ad un accordo mondiale equo, solidale e vincolante per la riduzione dei gas serra e quindi di intraprendere iniziative precise e concrete nel nostro Paese per eliminare gli sprechi e migliorare l’efficienza energetica; ridurre i consumi legati ai trasporti favorendo la mobilità sostenibile, promuovere le rinnovabili e adoperarsi per fermare la deforestazione e le emissioni associate a livello globale entro il 2020 e nelle aree critiche entro il 2015.

    Il clima sta cambiando, qui e ora. Aumentano i temporali violenti, le frane, le alluvioni, le ondate di calore, la diffusione di malattie cui non eravamo abituati, lo scioglimento dei ghiacciai che alza il livello dei mari, la desertificazione di zone sempre più vaste della Terra.

    Tutti gli italiani responsabile e consapevoli sono invitati a partecipare alle inziative organizzate nelle rispettive città. Tramite il sito http://www.100piazze.it sarà possibile conoscere dove e cosa sarà organizzato il 12 dicembre.

  4. Patrizia Graziani 27 novembre 2009 16:34

    MAFIA: FORUM GIUSTIZIA PD di FORLI’ DICE NO AD ASTA BENI CONFISCATI
    FORLI’- 27 novembre 2009 – Sabato 28 novembre dalle ore 10 alle 12 il Forum Giustizia del Partito Democratico di Forlì , unendosi all’ iniziativa di mobilitazione nazionale lanciata da Libera, l’associazione di Don Ciotti, dal titolo ‘Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra’, sarà presente in Piazza Saffi avanti all’ingresso del Comune di Forlì per divulgare l’appello lanciato da Luigi Ciotti e raccogliere firme per chiedere al Governo “di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati. La vendita dei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. Non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un ‘Italia civile, onesta e coraggiosa.”

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