La tua stagione

Insieme. Per l’ambiente, l’innovazione, il lavoro.

Geografie democratiche II ciclo

“Sentire le istituzioni”, le scelte di governo tra decisionismo e partecipazione democratica

dialogo con
Roberto Balzani candidato Sindaco PD (Univ. di Bologna – Sede di Ravenna) e
Lorenzo Ciapetti (Antares, Univ. di Bologna - sede di Forlì)

Lunedì 16 febbraio - ore 20.45, presso Circolo PD Cà Ossi, via Don Minzoni, 35, Forlì

in collaborazione con Circolo PD Cà Ossi

“Pari o dispari?”, la democrazia nei partiti tra equo accesso e oligarchie ristrette

dialogo con

Salvatore Vassallo (politologo, Univ. di Bologna - Deputato PD)

in collaborazione con Circolo PD Meldola, presso Sala Medusa, viale Roma 40

Venerdì 27 febbraio – ore 20.45

“In cerca di autori”, costruire l’identità del Pd tra riformismo e rivoluzione democratica

dialogo con
Goffredo Bettini (Coordinatore nazionale iniziativa politica PD)

in collaborazione con Circolo Pd Centro Storico

Giovedì 12 marzo – ore 20.45, Cinema Apollo, via Mentana

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19 Commenti a "Geografie democratiche II ciclo"

  1. Sara Samorì 18 febbraio 2009 03:02

    ADESSO BASTA!

    “L’anima è trascinata dal corpo a cose che non sono mai costanti, ed ella medesima va errando qua e là e si conturba e barcolla come ebbra, perchè tali appunto sono le cose a cui si appiglia (…) quando invece l’anima procede tutta sola in se stessa alla sua ricerca, allora se na va colà dov’è il puro, dov’è l’eterno e l’immortale e l’invariabile; e, come di questi è congenere, così sempre insieme con questi si genera ogni volta che le accade di raccogliersi in sè medesima e le è possibile; e cessa dal suo errare, e rimane sempre rispetto a essi invariabilemte costante, perchè tali sono appunto
    codesti esseri a cui ella si appiglia. E questa sua condizione è ciò che diciamo intelligenza (sofia)”

    (dal Fedone di Platone. Dedicata ad Eluana)

    Badate bene, non è pessimismo il mio, ma dopo la sconfitta di Soru in Sardegna e le dimissioni di Veltroni alla segreteria del partito credo si debba ripartire assolutamente da un’analisi profonda della nostra società e dall’egoistico individualismo che pare attanagli inesorabilmente le nostre coscienze

    Non c’è più fiducia, apparentemente nessuno in cui credere; siamo un popolo di disillusi,cerchiamo il futile ignorando l’umanità ed i “grandi disegni” che un popolo deve essere capace di compiere: ognuno vuole stare solo, più spesso sul divano con la tv accesa

    Dall’altra parte vengono seppelliti bambini dalle macerie delle scuole bombardate, ma la nostra tv resta accesa: c’è Sanremo..

    Il Pdl esalta e celebra Berlusconi come “un vero gladiatore della politica italiana”, quando potrebbe meglio contendere il ruolo di Gollum nel Signore degli anelli (ricordate? “il mio tesssoro”) E perdonate, non ricordo che i gladiatori nell’antica Roma servissero al preciso scopo di inoculare bugie alle masse anche se è sempre vero il detto “panem et circenses” e in questo senso, l’abitudine dei personaggi più facoltosi di offrire al popolo pubblici spettacoli in occasione di particolari circostanze non viene smentita nemmeno nel XXI secolo

    “Indichiamo” i “figli del commercialista”, ricchi cementatori della costa, a governo di una delle nostre isole più belle: burattini con un mero calcolo utilitaristico. Ma siamo apparentemente imperturbabili: poco importa se gli antichi e splendidi nuraghi verranno cementati da nuovi, luccicanti Billionair e quant’altro. A noi da casa terrà certo sotto stretto controllo le nostre emozioni l’occhio insipido del Grande Fratello

    Basta con la “politica di spot” di una destra irrispettosa, amorale, aliena ai nostri valori fondanti che poggiano sull’inviolabilità della nostra Costituzione: è miserabile sfruttare una morte per trarne un vantaggio politico

    Basta con chi insabbia il rapporto tra una Costituzione liberal- democratica e la chiesa regolata dal diritto e dalle regole trafungando il rapporto tra fede e ragione, tra verità assoluta e quella relativa, tra principi religiosi, laicità e la nostra sacrosanta Libertà di scegliere. Su questi grandi temi, non c’è più posto per la nostra indifferenza

    Ripartiamo seriamente da Forli e dal nostro locale “laboratorio politico nazionale”:
    organizziamo la resistenza contro una destra bieca e autoritaria che utilizza le ronde per assicurare protezione alla gente sottraendo strumentalmente ai veri depositari dell’ordine pubblico, la forze dell’ordine, il suo compito. Una destra che sfrutta il fenomeno dell’immigrazione per dipingere nuovamente sul nostro petto una stella di Davide, una x o una y, per separare le coscienze tra quelle “buone” e quelle “cattive”, per spaccare un paese tra un “partito della morte” e uno “della vita”

    Il “re” è nudo: chi crede di avere raggiunto la verità assoluta può costringere gli altri a conformarsi ad essa; se invece si ritiene che la verità assoluta non sia conoscibile, o quanto meno conoscibile “oggettivamente”, bisognerà permettere a ciascuno di cercare la propria verità personale e di adeguare ad essa il proprio comportamento

    Costruiamo insieme una politica di sostanza votata all’Ascolto e alla Partecipazione. Traduciamo in possibilità concrete la voglia di “non sentirsi soli” della gente, restutiamo loro fiducia, speranza e Guida

    Investiamo sull’istruzione, il lavoro, le nuove tecnologie, la difesa dell’ambiente, sui giovani e sull’integrazione

    Investiamo sulla trasparenza, sulla responsabilità, sul codice etico del Pd, sulla questione morale, su una “pedagogia della politica”. Evitiamo di utilizzare gli stessi strumenti della destra organizzando fronde interne che ostacolano la vittoria di persone che lavorano seriamente, duramente, lontano da qualunque ruffianeria e concentrati sugli interessi reali della gente e della città

    Investiamo sul nostro candidato sindaco: investiamo seriamente su Roberto Balzani..

    Scusate i toni “epici”, ma come direbbe Tolkien, dove la fiaba intreccia, invisibile, la morale: “per tutto ciò che ritenete caro su questa bella terra, vi invito a RESISTERE!!!”

    Un abbraccio a tutti e scusate lo sfogo, ma adesso veramente basta!

    Sara Samorì

    p.s.: segnalo a tutti questa bella lettera di Bruno Tognolini a Soru: http://www.unita.it/news/81739/lettera_a_soru

  2. Thomas Casadei 18 febbraio 2009 11:57

    La strategia - fallita - dei “lemmings”.

    Posto questo articolo che mi pare fornire utili spunti di riflessione. Specie per chi intende scrivere una pagina del pd che non “sia già scritta”: il pd, come partito nuovo, deve proseguire, altrimenti c’è il nulla, indietro non si può tornare.

    Apprezzo molto il coraggio di Valter Veltroni, quello che forse gli è mancato in altri frangenti, specie nei confronti dei suoi oppositori interni (in primis la corrente di Red).
    Troppo facile individuare il “capro espiatorio” e volerlo conservare logorandolo: ora serve uno scatto, un salto, chi lavorava nei corridoi è chiamato a confrontarsi allo scoperto.

    §§§§

    Un gruppo dirigente segnato da tempo per il quale
    Berlusconi continua ad essere un oggetto misterioso
    L’ira dei militanti: andatevene tutti

    Tutto un vertice finisce sotto processo
    di CURZIO MALTESE

    ROMA - “Con questo gruppo dirigente non vinceremo mai”. L’invettiva di Nanni Moretti a Piazza Navona era la più citata nel drappello di curiosi e militanti davanti alla sede del Partito Democratico, in attesa dell’ultimo atto dell’era Veltroni.

    Sfilava un pezzo di nomenklatura. Fassino e Bersani, Letta e Bindi, Finocchiaro e Soro. Erano entrati la mattina da congiurati, gioviali nonostante tutto, pronti a infilare qualche altra banderillas nel corpo del capo. Sono usciti alle due, quando s’era ormai capito che “Walter faceva sul serio”, mogi e silenziosi, scansando telecamere e taccuini, spiazzati, perplessi, scongiurati. A parti invertite, Walter Veltroni è stato il solo a uscire con passo leggero, sorridente, sollevato. L’immagine di un uomo tornato libero. E dire che li aveva avvisati. “Guardate che non rimarrò a farmi infilzare. Non v’illudete, la mia fine sarà quella dell’intero gruppo dirigente”. Sembravano parole. Ma il fatto, le dimissioni, cambia il senso della profezia. Fa apparire l’estinzione vicina, quasi inevitabile.

    “E’ la strategia dei lemmings” commenta lo scrittore e senatore Pd Gianrico Carofiglio, i roditori che per combattere i tempi di carestia si gettano in massa dai dirupi. Alle quattro le dimissioni sono irrevocabili e il pezzo di nomenclatura presente s’attacca al telefono per consultarsi con gli assenti: D’Alema, Rutelli, Fioroni, Marini. “E adesso, che facciamo?”. L’evento tanto atteso, evocato, programmato, le dimissioni di Veltroni, li annienta di colpo. Era tutto scritto, la batosta elettorale di giugno, la nomina di Bersani alla successione, in attesa magari di farsi venire qualche altra idea, fidando nel logoramento della maggioranza alle prese con la crisi. Un’altra strategia fallita, rovesciata in corsa al dirupo. Per giunta, fra gli applausi.

    Sui siti del partito, dei giornali, delle televisioni, piovono migliaia di messaggi di elettori che ripetono, in forme più o meno colorite, la stessa richiesta: “Ora andatevene tutti”. E’ lo stesso messaggio che da mesi arriva da ogni elezioni, dal Friuli alla Sardegna. Perfino dalle primarie di Firenze, l’epicentro in tutti questi anni delle lotte fra guelfi veltroniani e ghibellini dalemiani, o viceversa se volete. Dove stravince al primo turno il candidato Matteo Renzi, 34 anni, con una campagna impostata su un attacco al giorno a Veltroni e uno a D’Alema, per mesi. I lemmings democratici sono rimasti a beccarsi fino all’orlo del precipizio, e poi giù tutti insieme.

    E’ un gruppo dirigente segnato da tempo, dalla profezia di Piazza Navona. Sopravvissuto a lungo grazie all’odiato Romano Prodi e poi, per poco, grazie all’odiato Walter Veltroni. Specializzato nel segare il ramo sul quale si poggia. Un gruppo dirigente per il quale Silvio Berlusconi, a distanza di vent’anni, continua a essere un oggetto misterioso, impossibile da contrastare. “Per due mesi è stato lasciato libero di scorrazzare a caccia di voti in Sardegna, senza che il partito mettesse in campo una risposta adeguata”, hanno acutamente osservato i critici di Veltroni anche nella riunione di ieri. Sempre dopo, però, e col tono dei commentatori esterni.

    “Ora si apre l’ennesimo dibattito. Inutile come i precedenti, finché i dirigenti non capiranno che una stagione, la loro, è finita. Bisogna andare, anzi correre a un ricambio generazionale”. Ha ragione Francesco Boccia, classe 1968, economista e deputato Pd. Ma con chi? Boccia è uno dei pochi scampati alla silenziosa epurazione di giovani di talento, di amministratori popolari, insomma di potenziali successori, che in questi anni ha stroncato il futuro del centrosinistra, per concludersi in bellezza con il siluramento di Riccardo Illy e Renato Soru. “Spazzati via da Berlusconi ma anche dal Pd”, come ammette lui stesso.

    Alla linea di Boccia, l’avvento di una nuova generazione per generosa volontà degli attuali dirigenti, si contrappone l’esempio di Renzi. La sfida aperta dei giovani ai vecchi, l’uccisione simbolica dei padri. Qualcuno che si presenti alle primarie, l’unica soluzione ormai possibile, con l’accento del papa straniero, da fuori e contro la nomenklatura. Uno in grado di parlare una nuova lingua, capace di farsi ascoltare perfino da quel gruppo di giovani studentesse che ieri per qualche minuto ha sostato davanti alla sede del dramma, attratta dalle luci delle telecamere. Finché non hanno chiesto: “Ma che c’è là dentro?”. E alla risposta (”La sede del Pd, il vertice con Veltroni”) hanno commentato: “Ah, credevamo uno famoso”. E sono sparite in un attimo.

  3. giancarlo romanini 18 febbraio 2009 13:25

    La sconfitta di Soru in Sardegna sarebbe una ulteriore prova della dannosità di tre principi cardine del PD: primarie, ricambio, apertura.
    Il fatto che Soru fosse un esponente del centro-sinistra prePD, che non fosse stato scelto con una elezione primaria, che si sia dimesso per contrasti con esponenti della sua maggioranza e anzi del suo partito, gente che gestisce voti e facilita interessi, grazie proprio all’inamovibilità garantita dai vecchi meccanismi di partito, e che non so quanto si è spesa per la rielezione, tutto questo tesimonia l’esatto contrario.
    Lo so che tanti preferiscono il PARTITO che decide e dice chi si deve votare, dove stanno ragioni e torti, che promuove e boccia per fedeltà e non per capacità, che il PD richiede un ripensamento di tante storie personali oltre che il sovvertimento di abitudini consolidate.
    Konrad Lorenz, studioso del comportamento animale, racconta questa sua esperienza con un cane dietro una recinzione.
    Camminando lungo la recinzione veniva inseguito dal cane che abbaiava e ringhiava come se lo volesse sbranare, se solo non ci fosse stata la rete.
    Lorenz, giunto al cancello, lo aprì ed il cane, dopo un attimo di smarrimento, riprese ad abbaiare e ringhiare, senza uscire ad azzanarlo.
    Per il cane il confine della recinzione esiste comunque, ed uscire ad affrontare una situazione inusuale non risponde al suo compito istintivo.
    Che senso ha riferire questo episodio?
    Vedete un po’ voi.
    Per quanto mi riguarda un PD senza i suoi principi fondamentali non mi interessa, con o senza Veltroni.
    Quello che è successo in questi 16 mesi ed a Forlì in particolare mi spinge a dire che questo è il momento di rilanciare, di uscire dal cancello ed affrontare i problemi con strumenti e spirito e persone nuove.

  4. Patrizia Graziani 18 febbraio 2009 15:53

    Riflettiamo, posto qui l’articolo di Ezio Mauro!

    IL COMMENTO
    La responsabilità dei riformisti
    di EZIO MAURO

    Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una “cosa” di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L’Italia sta con Berlusconi. E come conseguenza, il Pd va in frantumi.

    L’uscita di scena di Walter Veltroni mentre tutti i capipartito ieri gli chiedevano di restare è un gesto inusuale in un Paese di finti abbandoni, di dimissioni annunciate, di mandati “messi a disposizione”: talmente inusuale che può persino essere seme di una nuova politica, dove finiscono le tutele, gli scambi, le garanzie reciproche di una “classe eterna” che si autoperpetua. Ma quelle dimissioni erano ormai obbligatorie. Il Pd trascinava se stesso nel deserto della sinistra giocando di rimessa in un’agenda politica imposta da Berlusconi, prigioniero di un senso comune altrui che non riusciva a spezzare. Il segretario - il primo segretario di un nuovo partito, dunque in qualche modo il fondatore - ha detto in questi mesi cose anche ragionevoli e giuste. Ma non è mai riuscito a spezzare l’onda alta del pensiero dominante, anche quando le idee della destra arrancavano davanti alla realtà, diventavano inadeguate, non riuscivano a mordere la crisi economica.

    Il problema vero è che non c’è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all’intero Paese, cambiandolo.

    Di questa insufficienza, la responsabilità è certo di Veltroni, ma la colpa è dell’intero gruppo dirigente che oggi si trova nudo ed esposto dalle dimissioni del segretario, e palesemente non sa che pesci pigliare. Dev’essere ben chiaro, infatti, che se Veltroni paga, com’è giusto, nessuno tra i molti sedicenti leader del Pd può considerarsi assolto, per due ragioni ben evidenti a tutti gli elettori.

    La prima, è nel gioco continuo di delegittimazione e di interdizione nei confronti di Veltroni, come se il Pd fosse riuscito nel miracolo di importare al suo interno tutti i veleni intestini e i cannibalismi con cui la destra di Dini e Mastella da un lato e la sinistra di Bertinotti e Pecoraro dall’altro avevano prima logorato e poi ucciso il governo Prodi. Con Berlusconi non solo leader ma egemone di una destra ridotta a pensiero unico, i Democratici hanno parlato sempre con mille voci che volevano via via affermare vecchie autorità declinanti e nuove identità incerte, e finivano soltanto per confondersi, imprigionando il leader e impaurendolo.

    La sintesi paralizzante di tutto questo è la guerra tra Veltroni e D’Alema, che nel disinteresse totale degli elettori litigano da quattro partiti (pci, pds, ds e pd), mentre nel frattempo il mondo ha fatto un giro, è nato Google, ci sono stati cinque presidenti americani e l’Inter è tornata a vincere lo scudetto.

    La seconda ragione è nell’incapacità del gruppo dirigente nel suo insieme di produrre una chiara cultura politica di riferimento per gli elettori, la struttura di idee di una moderna forza di progresso, la definizione di che cosa deve essere il riformismo italiano oggi. Il deficit culturale è direttamente un deficit politico. Perché come dimostra il caso Englaro le idee oggi predeterminano le scelte politiche, soprattutto in partiti che sono nati appena ieri, e dunque non hanno un portato storico, una cultura di riferimento elaborata negli anni, una struttura di pensiero a cui potersi appoggiare. Ridotto a prassi, il Pd non poteva che appiccicare le sue figurine casuali nell’album di Berlusconi, dove la prassi sostituisce la politica, l’energia prende il posto della cultura, la figura stessa del leader è il messaggio e persino il suo contesto.

    Ecco perché il deficit culturale diventa oggi deficit di leadership. Il progetto del Pd è rimasto un grande orizzonte annunciato: il superamento del Novecento, la fine della stagione grigia e troppo lunga del post-comunismo, l’approdo costituente e definitivo della cultura popolare irriducibile al berlusconismo, anche dopo la crisi evidente del cattolicesimo democratico, la speranza di crescita di una sinistra di governo, che coniughi finalmente davanti al Paese la rappresentanza e la responsabilità, la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto e il cambiamento di un Paese immobile, la rottura delle sue incrostazioni e delle troppe rendite di posizione.

    Per fare questo serviva un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, e tuttavia presente sul territorio, nell’Italia dei comuni, in mezzo ai cittadini. Un partito forte della serenità delle sue scelte. Ci vuol tanto a spiegare che la sinistra è in ritardo nella percezione dell’insicurezza, e tuttavia è una mistificazione sostenere che questa è la prima emergenza del Paese, una mistificazione che mette in gioco la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri? È davvero così difficile sostenere che credenti e non credenti hanno a pari titolo la loro casa nel Pd, ma il partito ha tra le sue regole di fondo la separazione tra Stato e Chiesa, tra la legge del Creatore e la legge delle creature? Soprattutto, è un tabù pronunciare la parola sinistra nel Partito democratico, pur sapendo bene che socio fondatore è la Margherita, con la sua storia? Quando ciò che è al governo è “destra realizzata”, anzi destra al cubo, con tre partiti tutti post-costituzionali e l’espulsione dell’anima cattolica dell’Udc, come può ciò che si oppone a tutto questo non definirsi sinistra, naturalmente del nuovo secolo, risolta, europea e riformista?

    Molte volte il Pd non sa cosa dire perché non sa cos’è. È stato certo una speranza, per i milioni delle primarie, per quel 33,4 per cento che l’ha votato alle politiche, segnando nelle sconfitta con Berlusconi il risultato più alto nella storia del riformismo italiano. Oggi quella speranza è in buona parte delusa e prende la via di una secessione silenziosa, cittadini che si disconnettono dal discorso pubblico, attraversano una linea che li porta in qualche modo nella clandestinità politica, convinti di poter conservare individualmente una loro identità di sinistra fuori dal “campo”, pensando così di punire un intero gruppo dirigente che giudicano colpevole di aver risuscitato qualche illusione, e poi di averla tradita. Ma come dimostra il risultato di Soru, il migliore tra i possibili candidati in Sardegna, senza l’acqua della politica non si galleggia.
    Non è il momento della secessione individuale, della solitudine di sinistra. Berlusconi dopo il trionfo personale in Sardegna può permettersi di aggiornare la sua strategia, rinviando la scalata al Quirinale, che farà, ma più tardi. Oggi può provare a prendere ciò che gli manca dell’Italia. Napoli, la Campania. Poi portare la sfida direttamente nel cuore della sinistra del Novecento, a Bologna. Quindi pensare a Torino, magari a Firenze. Chiudere il cerchio. Per poi finalmente pensare ai giornali.

    Il Pd in questi mesi si è certamente opposto al governo Berlusconi, e anche a suoi singoli provvedimenti. Ma a me ha dato l’impressione di non avere l’esatta percezione della posta in gioco, che non si contende, oggi, con il normale contrasto parlamentare e televisivo di una destra normale. Qui c’è in campo qualcosa di particolare, l’esperimento di un moderno populismo europeo che coltiva in pubblico la sua anomalia sottraendosi alle leggi, sfidando le istituzioni di controllo, proponendosi come sovraordinato rispetto agli altri poteri dello Stato in nome di un rapporto mistico e sacro con gli elettori. Un’anomalia vittoriosa, che ha saputo conquistarsi il consenso di quasi tutti i media, che ha indotto un riflesso di “sazietà democratica” anche a sinistra (”il conflitto di interessi esiste ma basta, non ne posso più”) che ha reso la sinistra e il Pd incapace di pronunciare il suo nome mentre non sa pronunciare il nome del suo leader: e che quindi proprio oggi, per tutte queste ragioni, può chiedere apertamente di essere “costituzionalizzata”, proponendo di fatto all’intero sistema politico, istituzionale e costituzionale italiano di farsi berlusconiano.

    Se questa è la partita - e con ogni evidenza lo è - dovrebbero discendere comportamenti politici e scelte all’altezza della sfida. E persino del pericolo, per una sinistra di governo. Dunque il Pd, se vuole continuare ad esistere - cominciare davvero ad esistere: il partito non ha nemmeno ancora un tesseramento - deve capitalizzare le dimissioni di Veltroni, come la spia di un punto d’allarme a cui è giunto il partito, ma anche come un investimento di generosità. Deve restituire infine un nome alle cose, leggendo Berlusconi per ciò che è, un potere anomalo e vincente, che tuttavia può essere battuto, come ha fatto per due volte Prodi.

    La situazione è eccezionale, non fosse altro per la crisi gravissima della sinistra davanti al trionfo della destra. Si adottino misure d’eccezione. Capisco che è più comodo prendere tempo, studiarsi, far decantare le cose, misurare i pericoli di scissione, cercare una soluzione di transizione. Ma io penso che serva subito una soluzione forte e vera, la scelta di un leader per oggi e per domani o attraverso un congresso anticipato o attraverso le primarie. È in gioco la stessa idea del Partito democratico. Ci si confronti su programmi alternativi, idee diverse di partito, schemi di alleanza chiari, qualcosa di riconoscibile, che si tocca con mano, in modo che il cittadino si veda restituita una capacità reale di scelta. Quei leader che oggi dovrebbero sentirsi tutti spodestati e dimissionari, per l’incapacità dimostrata di costruire una leadership collettiva, facciano un patto pubblico di responsabilità, pronti ad accettare l’autorità del segretario e l’interesse del partito - per una volta - , invece di minacciare scissioni striscianti, veti feudali. Solo così ritroveranno quel popolo disperso che conserva comunque una certa idea dell’Italia alternativa a quella berlusconiana: e chiede per l’ultima volta di essere rappresentato.

    (18 febbraio 2009)

  5. giliana mercatali 18 febbraio 2009 17:44

    Il rischio serio che corriamo, in mancanza di una leadership e di conseguenza di una identità è quella di essere tentati da un riflusso nel privato e di essere pervasi da una paura incerta che accompagna chi al buio, non sa più se sotto i piedi ha ancora la sua strada, o se invece l’ha smarrita.

  6. Sandro Zedda 18 febbraio 2009 19:11

    Vorrei portare in discussione alcune riflessioni inerenti ai temi di estrema attualità sia nazionali che locali.:
    Un emendamento anti immigrati approvato al Senato intende sopprimere una norma fondamentale per il diritto alle persone e alla deontologia della libertà e della riservatezza della professione medica.
    Tale norma metterebbe gli individui nella condizione di scegliere fra l’accesso alle cure e il rischio di essere denunciati;spingerebbe parte della popolazione presente in Italia nella clandestinità sanitaria, con grandi rischi per sé e per la collettività.
    L’intolleranza porta le persone a non considerare il rispetto e la dignità del prossimo. Il razzismo la forma più bieca che una società civile può portare avanti. Il razzismo è uno dei fenomeni più tipici della deformazione psicologica dell’essere umano. Il razzismo come termine è un concetto di vasta portata, il cui raggio di azione comprende gran parte dell’orizzonte mentale di chi ne è succube. Il razzismo è un abitudine mentale che ha sostituito i tabù dell’uomo arcaico .L’uomo per vivere ha bisogno di fondamenta sicure: di abitudini. Quando una di tali abitudini scompare, un’altra ne prende il posto modellandosi sulla precedente, poiché ne acquisisce la meccanica funzionale di protezione contro il caos. Il razzismo infatti è una meccanica mentale: non l’importa l’oggetto che può essere sostituito con la massima facilità .L’odio verso gli ebrei può essere sostituito dall’odio verso i negri; l’importante è che ci sia una minoranza o una categoria di persone da odiare, in nome naturalmente di coloro che sono tutti uguali tra loro, la cui vita è regolata dalle stesse norme, i cui lineamenti finiscono per assumere una analogia quasi fisica, in nome del conformismo di una specie eletta. Che la posta in gioco sia la qualità civile della nostra convivenza e le ragioni della democrazia,oggi non sembra essere molto chiara “vedi le elezioni avvenute in Sardegna”,a quelle forze che si ergono come paladini della vita civile del nostro paese. Le immigrazioni in Europa potevano e possono essere l’occasione per ripensare la Democrazia con la D maiuscola, e la cittadinanza nell’epoca post del villaggio globale,della mondializzazione, dello svuotamento degli stati nazionali, per fondare una seria strategia dei diritti per tutti. Così non è, e le incertezze d’oggi sono il frutto di un grave limite teorico: l’incomprensione che la questione immigrazione ha a che fare non già con quel “di più” che è l’etica della solidarietà e dell’esistere come essere portatori di diritti nel mondo, con le ragioni fondanti della Democrazia e delle cittadinanza. Le colpe se si vogliono definire in questa maniera ( o almeno di alcuni di loro ,ma non solo di loro), paradossalmente, evidenziano le nostre; e mettono in luce, sottolineandole, le nostre ipocrisie. Una chiamata a voce alta da parte degli uomini e donne che si riconoscono in una concezione diversa delle relazioni umane e credono e son convinti che la Politica con l’accezione sana del termine e della sua filosofia concreta deve incidere dentro i sistemi sociali delle nostre città. Le coscienze parlino e dicano sinceramente che il nostro vivere quotidiano è e deve essere diverso. Nessuno sconto (sia chiaro ) per eventuali reati degli immigrati e non solo di essi, e soprattutto, nessuna confusione fra immigrazione regolare ed irregolare; quella che alimenta, purtroppo, i focolai di delinquenza già largamente esistenti, da tempo immemorabile, nel nostro Paese . Ma attenzione: il grande spaccio di droga, della clandestinità, della violenza sia fisica che psicologica, dei beni materiali ed immateriali ,non è certamente in mano e nelle coscienze degli immigrati, Chi tiene le fila del grande mercato lo sappiamo tutti, ha la pelle bianca e spesso ,ha anche bianca la propria fedina penale. Le nostre mafie sono più vecchie e solide di quelle degli immigrati che sono andate a rafforzarle: semplicemente una manovalanza che si sostituisce alla precedente, Ancora, sembra che la loro presenza faccia ingrossare i conti in banca dei proprietari di appartamenti delle nostre città, e loro si lamentano perché gli immigrati li degradano, ma certo non disdegnano dei lauti guadagni. Questi si, spesso neri. Sulla vita a degli immigrati la nostra società celebra i riti della propria ipocrisia. Condanna, insulta, ma non costruisce vere prospettive di integrazione, spesso utilizza questi Cittadini in maniera contorta è contro ogni principio Democratico .Stiamo insomma assistendo ad un ipocrita inflazione di parole di solidarietà da una parte e dall’altra alla soppressione di qualsiasi dignità umana. Nessuno o quasi si dice razzista, tutti a parole sono solidali; ma, fra le chiacchiere da una parte, e gli affari dall’altra, il problema del razzismo non imbocca la strada di alcuna soluzione. Non è facile, d’accordo, ma vi si deve riflettere seriamente. Non bastano le parole, non bastano neppure le impostazioni etiche: il problema è politico, e come tale andrebbe affrontato. Leggi, norme e soprattutto mezzi; con la consapevolezza che questo problema dell’immigrazione è e sarà inevitabilmente uno dei quesiti politici di questo secolo. E la sua mancata soluzione crea e potrebbe comportare odi e guerre fratricide nel mondo e nel nostro paese.

    Sandro Zedda

  7. Maria Teresa Vaccari 18 febbraio 2009 22:15

    Roma, 18 feb. (Adnkronos) - “Le parole pronunciate da Walter Veltroni questa mattina sono le parole di un politico diverso, nello stile, nel sentimento e nei valori dei tratti di una politica troppo cinica e autoreferenziale, oggi non a caso lontana dai cittadini”. Lo dichiara Roberto Morassut, Segretario del Pd Lazio.

    “Il progetto del Pd continua e deve continuare - prosegue Morassut - sul solco del messaggio che in questi mesi Veltroni ha voluto dare al campo democratico e all’Italia. Un partito che cambi l’Italia nella societa’; un partito radicato nei luoghi di lavoro; un Partito Democratico, non solo perche’ riconosce le differenze al suo interno, ma perche’ e’ aperto alla partecipazione libera dei singoli individui; un Partito Riformista, perche’ capace di assumere su di se’ la concretezza dei problemi quotidiani e la capacita’ di risolverli. Nel Lazio continueremo questo lavoro per costruire un partito di persone libere e consapevoli, dove non ci sia posto per i furbi, per i disonesti, per i capobastone di ogni tipo di parrocchia e che coltivi valori, idealita’ e si faccia carico dei problemi reali dei cittadini”.

    “Anche nel Lazio - conclude Morassut - bisogna affermare uno stile ed una sobrieta’ nei comportamenti pubblici e privati, senza i quali non c’e’ posto nel Pd. Meglio dieci capobastone in meno, con i loro relativi voti, e tanti giovani, cittadini, donne e uomini liberi, che scelgono il Pd per passione e non per interesse”.

  8. maria maltoni 19 febbraio 2009 23:40

    Parteciperò sabato all’assemblea nazionale del PD , nella consapevolezza che occorre far andare avanti il progetto di partito che Walter Veltroni, certo con i suoi limiti, ma anche con grande coraggio e passione, aveva incarnato. Non credo si possa tornare indietro , quantomeno sulle grandi opzioni quali le primarie, anche se c’è già chi ci sta provando e non da oggi. L’azione di logoramento che è stata condotta nei confronti di Veltroni è stata a mio avviso semplicemnte vergognosa, anche perchè è stata espressione della volontà di salvaguardare interessi personali e di componente, senza tenere in alcuna considerazione quelli del paese, ancor prima di quelli del PD. Aver consegnato alla destra il nostro paese prima per l’azione distruttutiva svolta verso il governo Prodi, non tanto dagli avversari politici ma quanto da componenti della sua stessa coalizione , poi per la medesima strategia messa in atto contro Veltroni, è qualcosa di veramente inconcepibile.
    L’orologio della storia non si rimette indietro, le occasioni perdute restano tali. Se c’è qualcuno che pensa che dopo il PD possa esserci un futuro politico non minoritario per il centro sinistra in Italia, temo si sbaglia di grosso. Tornare indietro rispetto alla grande speranza di rinnovamento dei metodi e dei contenuti di una politica riformista, come quello tentato dal PD di Veltroni, può solo consegnarci ad un futuro di opposizione a vita.
    I tempi da qui alle amministrative non sono tali da consentirci di tenere un congresso ed eleggere con le procedure demostratiche più ampie il nuovo segretario. ma dopo però, è necessario un azzeramento dei vertici che ci liberi da chi ha responsabilità dirette in questa situazione, la vecchia nomenklatura dei partiti, siano DS o Margherita a me non importa, deve farsi da parte, per fare spazio ad una nuova generazione di giovani dirigenti, donne e umoni, che costruiscano questa volta veramente il futuro.

    Maria Maltoni

  9. Maria Teresa Vaccari 20 febbraio 2009 00:09

    RICOMINCIO DA TRE

    Sono dispiaciuta e amareggiata.

    Sono dispiaciuta, come militante, per Veltroni: mi è sempre piaciuto, fin dai tempi in cui, ancora lontana dalla politica attiva, come iscritta alla CGIL, votai per lui nel primo esperimento di primarie, in cui si chiedeva alla “base” di scegliere tra Veltroni e D’Alema come segretario del PDS. La base scelse Veltroni, ma la direzione elesse D’Alema.
    Mi sono iscritta al Partito Democratico perchè Veltroni era il segretario e perchè mi sono riconosciuta nei principi, nei valori e nelle idee, a partire da “Il manifesto per il Partito Democratico” del 14 giugno 2007, di cui riporto un brano:
    “Ci impegniamo a lavorare con passione per costruire un partito di popolo, radicato e diffuso sul territorio, capace di rendere partecipati e condivisi i processi di riforma. Un partito che riconosca e rispetti il pluralismo delle organizzazioni sociali, che riconosca e rispetti la distinzione tra la sfera dell’intrapresa economica privata e la sfera dell’azione politica. Un partito che riconosca e rispetti il pluralismo delle posizioni che maturano al suo interno ma che rimanga sempre capace di identificare una linea programmatica comune e di portarla avanti in maniera coesa e coerente nelle istituzioni. Ci impegniamo a costruire un partito che, sin dalla sua fase fondativa, sia aperto alla partecipazione di una larga platea di cittadini, ed affidi al loro voto, diretto e segreto, la scelta della leadership.
    Un partito capace di parlare al paese con una voce autorevole, che proponga il suo leader alla guida del Governo della nazione, un partito che affidi al metodo delle primarie la scelta delle candidature alle massime cariche di governo nelle Regioni e negli Enti locali.
    Ci impegniamo a costruire un partito a rete, che preveda molteplici opportunità di adesione e di impegno, che assuma le differenze di genere, di ispirazione culturale, di interesse sociale e professionale. Un partito organizzato su base federale, che preveda una ampia autonomia regionale e territoriale. Per noi, i democratici, la politica è prima di tutto servizio, è una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro paese. Per questo vogliamo riscattarne il valore, difendendolo dalle degenerazioni affaristiche, dalle manipolazioni delle procedure democratiche, dalle oligarchie inamovibili, restituendo fiducia alle tante persone che sono disposte a impegnarsi per passione civile, in forma volontaria e a proprie spese.”

    Veltroni ha le sue responsabilità e ha commesso degli errori, come lui stesso ha riconosciuto nel suo discorso di dimissioni.
    Ma ha pagato un prezzo molto più alto di quanto meritasse, soprattutto perchè adesso è l’intero progetto del Partito Democratico ad essere in pericolo.

    Sono amareggiata, come cittadina elettrice, perchè, come avvenne per Prodi, non è bastato il sostegno quasi plebiscitario degli elettori, la cui opinione, ancora una volta, è stata ignorata da quei dirigenti e “pezzi grossi” che fin dal 15 ottobre 2007 hanno cominciato a segare il ramo su cui sedeva, a partire da D’Alema, passando per Rutelli per arrivare alla Binetti.
    Alla fine, come purtroppo troppo spesso accade in Italia, nonostante i bei principi solamente enunciati e mai veramente condivisi, i personalismi, le ripicche, la mania di protagonismo, l’attaccamento alla poltrona hanno prevalso sulla ricerca del bene comune del Partito e dell’Italia.

    Condivido l’analisi di Curzio Maltese, lo sconforto di Vincenzo Cerami, ma anche la concreta proposta di Morassut.

    E per questo, nonostante l’amarezza di questi momenti, so che non si può tornare indietro e ho deciso che, nel mio piccolo, ricomincerò da tre.
    Prima di tutto da me, dai miei valori e dai miei principi.
    In secondo luogo, dal PD di Forlì dove sono tante le persone che condividono con me il progetto di fare il Partito Democratico davvero.
    Infine, da Roberto Balzani e dal suo progetto di “rivoluzione democratica” e di fare di Forlì un laboratorio politico nazionale di democrazia partecipata.
    Perchè, sempre citando Balzani, non credo sarebbe valsa la pena impegnarsi così per qualcosa di meno.

  10. max 20 febbraio 2009 12:04

    invece di attaccare d’alema e fare i soliti vittimoni leggetevi la sua intervista di oggi su repubblica. e imparate.

  11. Thomas Casadei 20 febbraio 2009 12:09

    L’intervista è il segno dell’ipocrisia più assoluta.

    Leggiti le dichiarazioni di Vincenzo Cerami, sono molto più puntuali.

  12. max 20 febbraio 2009 12:17

    io amo la politica e l’arte. D’Alema è un grande Politico. Cerami è un grande artista.

  13. Thomas Casadei 20 febbraio 2009 13:05

    e infatti i fallimenti politici di D’Alema sono numerosissimi, e nonostante questo è sempre lì…
    le valutazioni e le analisi politiche, poi, le fanno i cittadini, e sono spesso più avanzate di quelle dei politici professione, specie se questi ultimi si ritengono inamovibili.

  14. max 20 febbraio 2009 15:04

    Con lui ministro degli esteri l’Italia ha avuto un ruolo determinante per la missione di pace in Libano e per l’approvazione della moratoria ONU sull’abolizione della pena di morte. Tutto questo evidentemente fa di D’Alema un pessimo politico.
    Invece le sconfitte elettorali di Veltroni ne fanno una vittima della nomenklatura.
    Strano modo di intendere la politica.

  15. Thomas Casadei 20 febbraio 2009 15:37

    nessuno strano modo: D’Alema è stato un buon ministro degli esteri; altri errori politici assai evidenti sono ben noti: dalla designazione dall’alto al posto di Veltroni nel PDS (contro la consultazione della base del partito), al pasticcio che portò alla caduta del governo Prodi, dal tragico fallimento della bicamerale (un errore fondamentale e gravissimo) alle sue recenti manovre (da red ai pizzini di La Torre al lancio di Bersani).

    Faccio notare che Veltroni si è dimesso, ammettendo le sue responsabilità, che comunque non sono certamente solo sue (leggere Cerami primo punto).

  16. Fulvio Castellucci 21 febbraio 2009 20:44

    ho letto Cerami, condivido ed aggiungo:

    ” Il cambiamanto è iniziato nonostante i retropolitici, sta a noi riuscire a portarlo avanti. ” E’ ora che certe teste quadre e sederi adesivi vengano prese a pedate perchè non hanno più diritto di cittadinanza nel PD.

  17. Marina Flamigni 22 febbraio 2009 13:10

    Cronache dalla Costituente – 21 febbraio 2009

    … che giornata!!

    Dopo le vicende politiche (…così precisamente, sinteticamente e crudamente “pennellate” da Cerami) che hanno portato alla sconfitta in Sardegna e alle dimissioni del nostro Segretario nazionale, tornare così repentinamente alla costituente con in mano i “destini” di quel progetto politico così fortemente e tenacemente preseguito da tanti di noi, con la consepevolezza che certi “passaggi stretti” possono essere forieri di maggior danno, oppure a volte di aperture verso più intense e rinnovate energie propulsive, è stato senza dubbio molto impegnativo sotto il profilo emotivo, ma anche e soprattutto nello sforzo di sfoderare una lucidità che tenesse conto sia del contesto nazionale, sia (non meno importanti) dei contesti locali.

    Confrontandomi con chi ha condiviso con me lo sforzo di rappresentare alla costituente “quel” Partito Democratico, le esigenze in campo erano da un lato di mantenere salvo il principio delle primarie come metodo di scelta “fondante” del partito (senza nascondere che ora, dopo aver costituito il partito con le primarie del 14 ottobre ed avere predisposto un quadro di regole, l’esigenza emergente è quella di un confronto politico che parta dalla base, e dunque concretamente di un percorso congressuale), dall’altro di traguardare la prossima scadenza elettorale con un partito non defatigato da confronti “interni”, ma impegnato a vincere le elezioni.

    Dunque ieri mattina all’apertura dell’Assemblea la sensazione era di forte tensione emotiva ed evidenti fibrillazioni, in un via vai di capannelli e di gruppi che si creavano e si riaggregavano in una ricerca di confronto nella base, una base poco propensa ad accettare soluzioni “di vertice” che premiassero chi ha indotto Veltroni a dimettersi, o portassero il partito fuori dalla linea “veltroniana”.

    La presidente dell’Assemblea, una determinata Anna Finocchiaro, è riuscita a delineare gli obiettivi perseguibili, parlando francamente all’assise e ricevendo dalla platea un potente e vivace segnale di appoggio a proseguire sulla linea di Veltroni, con un Segretario con pieni poteri che ci porti, con rinnovata energia, dopo le elezioni, alla Convenzione Nazionale.

    Di quanti hanno parlato, prima della prima votazione, chi si è rivelata capace di delineare, in modo più vicino al mio “sentire”, analisi e prospettive è stata, devo dire, Rosy Bindi, con serietà, lealtà, passione e… autentica laicità.

    Una volta scelta la strada di investire un nuovo Segretario fino al congresso, il discorso di Dario Franceschini all’Assemblea ha rivelato un personaggio che, se come “vice” di Veltroni non si era mai messo troppo in evidenza, lo aveva fatto evidentemente per scelta, con piena consapevolezza del suo ruolo, rispetto per il “capo” e condivisione degli obiettivi del progetto, in un responsabile “gioco di squadra”: se sarà capace di mettere in atto quanto dichiarato nel suo intervento (in termini poco “politichesi” e con toni per nulla “subordinati”, da autentico leader) credo che questo impegnativo processo di costruzione del Partito Democratico non subirà negative ripercussioni da queste vicende, ma forse trarrà ulteriori e nuove energie per proseguire e compiersi.

    …… come il primo stadio di propulsione di un missile che si stacca e consente al secondo, con nuovo carburante, di spingere la navetta verso la sua orbita: a Walter Veltroni va tutta la mia affettuosa stima e la mia profonda gratitudine!

    Avanti con Dario!!

    Marina Flamigni

  18. Marilena Tesei 22 febbraio 2009 15:54

    Non ho resistito … posto questo articolo della Spinelli da condividere con tutti voi.
    Mi viene da piangere. Ogni giorno di più mi chiedo : come abbiamo fatto ad arrivare a tanto?
    Andreotti sapeva bene di parlare per se ma anche per molti altri!!!! “il potere logora chi non ce l’ha” sia a destra che a sinistra.

    ciao marilena

    §§§§

    La stampa 22.02.09 ANALISI di Barbara Spinelli.

    Vale la pena osservare il naufragio dell’opposizione italiana con l’aiuto d’un terzo occhio, più ingenuo forse ma più vero: l’occhio che ci guarda da fuori. Perché il nostro sguardo s’è come consumato col tempo, se ne sta appeso alla noia, è al tempo stesso astioso e non severo, collerico e passivo. Non credendo possibile cambiare la cultura italiana dell’illegalità, siamo da essa cambiati. Se qualcuno riscrivesse le “Lettere Persiane” di Montesquieu, racconterebbe il nostro presente come i due principi Usbek e Rica videro, nel 1700, la Francia di Luigi XIV: con stupore, senso del ridicolo, e realismo. È quello che i giornali stranieri hanno fatto negli ultimi giorni: dal New York Times alla Süddeutsche Zeitung, da Le Monde al Guardian o El País. Tutti si son domandati, candidamente, come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna di Mills. Come mai Veltroni addirittura si scusava, mentre il capo del governo ­ protetto da una legge che lo immunizza ­ avallava il più singolare dei paradossi (il corrotto c’è, ma non il corruttore).

    Chi fuori Italia si interroga ha poco a vedere con la sinistra salottiera o giustizialista criticata da Veltroni. Naturalmente c’è caos, nel partito nato dalle primarie del 2007. Ma soprattutto c’è incapacità di fare opposizione, di dire quel che si pensa su laicità, testamento biologico, sicurezza, immigrazione, giustizia, per non urtare gli apparati che compongono il nuovo-non nuovo ancor ieri esaltato all’assemblea che ha eletto Franceschini segretario provvisorio. Il partito democratico non è nato mai, e oggi è chiaro che alle primarie 3 milioni di italiani hanno eletto il leader di un partito senza statuto, senza iscritti, in nome del quale si è distrutto il governo Prodi per poi lasciare l’elettore solo. Arturo Parisi lo spiega bene a Fabio Martini: «Quando un partito si costituisce come somma di apparati, assumendo come premessa la continuità di una storia e di un gruppo dirigente, ogni scelta rischia di essere o apparire come l’imposizione di una componente sull’altra e quindi di mettere a rischio la sopravvivenza del partito». Solo un «partito nuovo, fatto di persone che decidono ex novo, democraticamente» può riuscire (La Stampa, 18-2). Solo un’analisi spietata di errori passati: i siluramenti di Prodi, la fretta di presentarsi da soli, le intese con Berlusconi quando questi parve finito nell’autunno 2007.

    Veltroni ha giustamente difeso, mercoledì, il «tempo lungo, quello in cui si misura il progetto (…) che deve convincere milioni di esseri umani». Ma lui per primo ha tolto tempo al tempo, ha avuto fretta d’arrivare, di esserci. Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una visione patrimoniale. L’Ulivo cancella i cacicchi: è stato quindi seppellito. I cacicchi vogliono il potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre. Come scrive Gustavo Zagrebelsky: lo vogliono «come fine, puro potere per il potere» (la Repubblica 9-2). Per questo il Pd non ha un leader, che rappresenti l’opposizione nella società e sia sovrano sulle tribù. Anche qui Parisi ha ragione: non di facce nuove e giovani c’è bisogno (ci sono giovani vecchissimi), perché «in politica le generazioni che contano sono le generazioni politiche». Si capisce bene lo scoramento di Veltroni: le correnti del Pd e Di Pietro lo hanno logorato. Ma non l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di giustizialismo.

    Naufragi analoghi si son già visti in Europa, conviene ricordarli. Il socialismo francese, prima di Mitterrand, era assai simile. La Sfio (Sezione francese dell’internazionale operaia) fu per decenni un’accozzaglia di partitelli incapaci d’opporsi a De Gaulle. Oscillavano fra il centro e il marxismo, un giorno erano colonialisti l’altro no, volevano e non volevano ampie coalizioni. Erano perpetuamente in attesa, assorti nel rinvio della scelta: proprio come ieri all’assemblea Pd, che ha rinviato primarie e nomina d’un vero leader («Perché Bersani non si candida segretario oggi, e invece rinvia?», ha chiesto Gad Lerner). Sempre c’era un segretario a termine, guatato da falsi amici. La parabola fu tragica: nel ‘45 avevano il 24 per cento dei voti, nel ‘69 quando Defferre sindaco di Marsiglia si candidò alle presidenziali precipitarono al 5.

    È a quel punto che apparve Mitterrand: non mettendosi alla testa d’un partito ormai cadavere, ma creando una vasta Federazione a partire dalla quale s’impossessò della Sfio e di tutti i frammenti e club. Anche la Sfio era un accumulo di clan in lotta. Mitterrand guardò alto e oltre: l’avversario non era questo o quel clan, ma De Gaulle e poi Pompidou. In una decina d’anni costruì un Partito socialista, lo rese più forte del Pc, portò l’insieme della sinistra al potere.

    Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte. Anch’egli edificò inizialmente una federazione (Ulivo, Unione): è stata l’unica strategia di sinistra che ha vinto. Mentre non è risultata vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione. A volte accade che si frantumi un’unione per riprodurne una ancor più frantumata. Veltroni osserva correttamente che «Berlusconi ha vinto una battaglia di “egemonia” nella società. L’ha vinta perché ha avuto gli strumenti e la possibilità di cambiare ­ dal mio punto di vista di stravolgere ­ il sistema dei valori e persino le tradizioni migliori» in Italia. Ma che vuol dire «avere strumenti»? Berlusconi ha le tv ma Soru ha ragione quando dice che su Internet la sinistra «ha già vinto, anzi stravinto». Quel che occorre è «lavorare in profondità ­ sulla cultura degli ignoranti, sulle coscienze dei qualunquisti ­ e battere l’incultura del nichilismo aprendo dappertutto sezioni di partito e perfino case del popolo». Berlusconi da tempo inventa realtà televisive, ma è anche sul territorio che lavora.

    Per questo è così importante il terzo sguardo. Perché da fuori si vedono cose su cui il nostro occhio ormai scivola: l’illegalità, il fastidio di Berlusconi per ogni potere che freni il suo potere, il diritto offeso degli immigrati, la fine del monopolio statale sulla sicurezza con l’introduzione delle ronde. Perché fuori casa fanno impressione più che da noi certi tristi scherzetti: sui campi di concentramento, su Obama, sulle belle ragazze stuprate, sulla gravidanza di Eluana, su Englaro che «per comodità» si disfa della figlia, sui voli della morte in Argentina: voli concepiti dall’ammiraglio argentino Massera, membro con Berlusconi della P2 di Gelli.

    Veltroni ha lasciato senza rappresentanza molti italiani d’opposizione, e il suo monito non è generoso («Non venga mai in nessun momento la tentazione di pensare che esista uno ieri migliore dell’oggi»). Per chi si sente abbandonato c’è stato uno ieri migliore, e la sensazione è che da lì urga ripartire: dalle cadute di Prodi, inspiegate.

    Come nell’Angelo Sterminatore di Buñuel, è l’errore inaugurale che va rammemorato. In un aristocratico salotto messicano, a Via della Provvidenza, un gruppo di smagati signori non è più capace, d’un tratto, d’uscire dal palazzo. È paralizzato dal sortilegio della non volontà, o meglio della non-volizione. Sfugge alla prigione volontaria quando ripensa al modo in cui, giorni prima, si dispose nel salotto. È vero, appena scampato s’accorge che liberazione non è libertà: anche il vasto mondo è una gabbia, tutti come pecore affluiscono in una Cattedrale oscura. Ma almeno i naufraghi hanno sentito una brezza, e in quella Cattedrale potrebbero anche non entrare, e fuori dal Palazzo il mondo è un poco più vasto.

  19. maria maltoni 22 febbraio 2009 22:50

    Dall’Assemblea Costituente

    Sono arrivata alla riunione della Assemblea Costituente con poche certezze, come credo tutti i componenti, tranne una : il PD non poteva e non doveva essere al capolinea. Un sentimento sintetizzato poi con chiarezza Anna Finocchiaro, quando ha affermato : “questo non è l’8 settembre del PD. “
    Mi sono interrogata a lungo nei giorni precedenti su quale fosse la soluzione migliore, seguendo sulla stampa e sui blog il dibattito che si andava delineando, ed era assolutamente evidente che da parte dei dirigenti e dell’elettorato più giovane la richiesta di primarie era crescente. Una esigenza vera e assolutamente condivisibile. D’altra parte, però, l’imminenza delle elezioni soprattutto amministrative e la mancanza di più candidature significative da sottoporre alle primarie, rendeva poco convincente per me l’idea di chiedere le primarie subito, benché le reputi uno degli elementi fondanti del nuovo modo di rapportarsi ai cittadini elettori ed agli iscritti, da parte del PD. All’arrivo alla fiera il clima era piuttosto teso: all’ingresso un piccolo gruppo capitano da Gad Lerner distribuiva volantini che invitavano alle primarie subito, dentro piccoli gruppi che discutevano ovunque mentre le tv inseguivano i personaggi più noti per farsi rilasciare interviste, dando il segno che l’interesse dei media era elevatissimo. Poi il tam-tam tra i delegati, prima ancora dell’inizio , faceva filtrare qualche prima notizia. In buona sostanza la preoccupazione per l’imminenza della scadenza elettorale, aveva prevalso in po’ in tutti i settori del partito, compresi segretari regionali, sulla volontà di andare ad un congresso ed alle primarie subito. L’idea che si faceva strada, quindi era di eleggere un segretario che sarebbe rimasto tale fino alla scadenza naturale del mandato, cioè ottobre. La differenziazione, perciò, non sarebbe stata in ogni caso, primarie sì o no, ma primarie ora o primarie ad ottobre. L’annunciata decisione di azzerare governo ombra e coordinamento, è stato un ulteriore elemento che ha contributo ad aumentare i consensi. Anche io come la maggioranza dei delegati presenti ( sarebbe interessante comprendere dove sono finiti e perché quel migliaio ed oltre di delegati che non erano presenti) ho deciso di votare per una soluzione immediata, e sono convinta di avere agito per il bene del PD e del nostro Paese. Quando Franceschini ha iniziato a parlare, è stato un crescendo di consensi, ed abbiamo avuto tutti la consapevolezza che il progetto del PD e l’eredità di Veltroni potevano essere in buone mani con lui. Certo la candidatura di un giovane avrebbe dato maggiormente il segno della discontinuità, ma per individuarne una, ci sarà tempo fino ad ottobre. Franceschini nel suo discorso ha insistito molto sui valori, sulla visione del futuro, suscitando sempre maggior convinzione nella platea. Vi confesso che quando ha chiuso citando il padre partigiano e annunciando di voler giurare sulla sua copia della Costituzione , sono tra quelli che avevano le lacrime agli occhi. Amo i gesti simbolici e la politica ha bisogno di passione, per non essere mera gestione burocratica del potere o della ricerca di potere.
    Ora mi auguro che il nuovo segretario mantenga le sue promesse e che riesca a dare veramente un segnale di vivacità e rinnovamento tale da riuscire a convincere anche chi è rimasto a casa, chi non l’ha votato e chi chiedeva in tutta Italia , primarie subito.

    Maria Maltoni

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