Riceviamo e pubblichiamo: Vietato sognare (Forbidden Childhood): viaggio nell’inferno di un’infanzia negata
Lunedì 27 aprile ore 21, Circolo Arci Valverde - Via Valverde 15, Forlì
Vietato sognare (Forbidden Childhood): viaggio nell’inferno di un’infanzia negata
Il nuovo documentario di Barbara Cupisti sulla difficile condizione di vita dei bambini palestinesi, nati e cresciuti in mezzo al conflitto.
Il sogno proibito, in Israele e Palestina, può essere anche solo quello di avere un’infanzia normale, senza il tonfo delle armi a farle da onnipresente sottofondo, senza la paura di muoversi da casa a scuola, senza il lutto per l’amichetta uccisa da una pallottola a 12 anni. Girato insieme a “Madri” (premiato col David di Donatello), questo documentario ne costituisce la prosecuzione nell’ascolto dei degni figli ideali, i “combatants for peace”, ONG di ex soldati ebrei e miliziani palestinesi che insieme cercano una soluzione al conflitto. Dure storie luttuose e percorsi ardui e sofferti di chi è cresciuto in ambiente militare o in una colonia, chi nei territori occupati o in un campo profughi subendo soprusi fin da piccolo.
Con questo nuovo, efficace documentario, Barbara Cupisti riporta sullo schermo tutto il dramma di una guerra ad armi impari, vissuta in prima battuta sulla pelle di bambini che hanno perso il diritto a rimanere tali. E lo fa, però, mostrandone il lato migliore, le due imprescindibili facce di una stessa medaglia che parla dei buoni frutti che possono nascere anche da una terra in cui sono stati seminati solo ingiustizia e odio. A parlare, tra le braci e il fumo di sigarette nella penombra, sono essenzialmente due voci, la cui identità, con efficacia scenica, sarà resa nota soltanto sul finire del documentario, quando si capirà che si tratta del palestinese Ali Abu Awwad da una parte, e dell’israeliano Elik Elhanan dall’altra. Strano: perché a ben ascoltare sembra ci raccontino esattamente le stesse cose.
Un binomio, il loro, che ci accompagna per mano lungo tutto il film – duro, denso di immagini di repertorio che ci portano in una Striscia di Gaza martoriata dalle bombe – senza dividersi mai, e che ci racconta l’esperienza di chi, cresciuto senza quella spensieratezza propria dell’infanzia, con il passare degli anni ha fatto una scelta diversa, uscendo dagli schemi e pagandone se necessario anche il prezzo. È la storia di Elik, 29enne cresciuto in una Israele militarizzata con un futuro come soldato già scritto, che decide di rifiutare odio e violenza, abbandonando le armi e opponendosi a prestare servizio nei territori palestinesi occupati. Combattente, ma per la pace: nel gruppo dei Combatents for Peace, creato da ex soldati israeliani ed ex miliziani palestinesi, accomunati dall’aver collezionato lutti tra i loro cari, ma decisi a battersi per un futuro migliore, senza armi. Accanto alla sua si dispiega la storia di Ali, palestinese cresciuto tra le macerie del campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania occupata, con un’infanzia costellata da violenza e conflitto, nell’impossibilità di fare un cosa semplice e banale, come vivere. Che dopo un’adolescenza come combattente ha scelto un’altra strada, e oggi si è fatto portavoce di una strategia di resistenza non violenta. Nei loro racconti, ma soprattutto nelle loro scelte, la costanza testarda di credere in un futuro migliore, libero, più giusto per lo sguardo di bambini che non portano alcuna colpa. Ma soprattutto, la costante resistenza quotidiana che porta a non voler accettare il ricatto imposto dalla spirale dell’odio reciproco. Perché è proprio laddove non sembra possibile una strada alternativa che il trovarne una rappresenta il solo, laico miracolo esistente in una terra che si pensa santa. Quello di bambini cresciuti sotto occupazione militare, venuti su con la speranza della pace.
Il documentario di Cupisti non è il solito elenco retorico di dolore e ingiustizia all’interno di uno scenario di guerra, raccontato giocando la carta sicura della testimonianza infantile. È un lungo viaggio all’inferno, che per alcuni è quotidiano, raccontato con un annullamento totale della regista, che scompare dietro la macchina da presa lasciando parlare i protagonisti interni, le immagini di repertorio che sconvolgono le coscienze addormentate, e rendono il mosaico di ingiustizie compiute nelle infinite sfaccettature in cui si manifestano.
La frase: Ho perso mia sorella in un attentato suicida. Tante “buone persone” mi hanno proposto di vendicarmi. Non capivo come potrei sentirmi meglio semplicemente uccidendo qualcuno. Ho pensato che fosse un prezzo estremamente basso da mettere sulla vita di qualcuno, quello di sostituirla con un altro corpo. Quante persone dovrei uccidere per sentirmi meglio? Uccidere qualcuno la farà tornare in vita? Non esiste vendetta. Questa vendetta chi dovrebbe proteggere, e come potrebbe prevenire ulteriori attacchi? Ho deciso che volevo uscire da questo gioco.
View blog reactionsNessun commento disponibile.
Scrivi un commento