Crisi economica: le prime risposte dal territorio – format con Roberto Balzani
Roberto Balzani continua la sua compagna elettorale presentando proposte concrete sui temi di maggiore interesse ed attualità. Tra questi non poteva mancare l’attenzione alla difficile situazione economica che ha investito anche il territorio locale.
Mercoledì 12 maggio, alle ore 20.45 al cinema Apollo di Forlì, è in programma il quarto FORMAT in cui il candidato sindaco del PD e del centrosinistra presenterà alcune proposte concrete alla città.
Questa volta il focus sarà sulla situazione economica del territorio: la crisi ma anche le prospettive di sviluppo dell’economia locale. Come per i precedenti appuntamenti, molte le immagini che varranno proposte per documentare situazioni ed argomenti del mondo del lavoro e dell’economia della nostra città.
La serata di martedì 12 maggio si apre con un intervento di Lorenzo Ciapetti, Direttore Antares, Centro di Ricerche Economiche, Politica Industriale e Territoriale “Ma cos’è questa crisi: dati e immagini per comprendere, le prime risposte dal territorio”.
Dopo l’intervento introduttivo, sono previste una serie di “Interviste dal pianeta lavoro” registrate in città, e a seguire altre interviste dedicate al mondo dell’impresa forlivese: “ Le buone prassi: l’innovazione, le reti d’impresa, l’ambiente, la solidarietà, la conciliazione famiglia/lavoro”, a cura dei “reporter di Balzani”.
Come per gli altri appuntamenti, il pubblico potrà rivolgere domande al candidato, ed conclusione della serata è previsto l‘intervento di Roberto Balzani.
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Capire e combattere l’attuale crisi: punti di vista di un cittadino qualunque.
I. Considerazioni generali
Molto è stato scritto e detto a proposito dell’attuale stato di crisi, che si è manifestata soprattutto nei paesi a più elevato grado di sviluppo.
Ciò che in sintesi sembra emergere chiaramente è che abbiamo vissuto per troppo tempo ( e viviamo ) al di sopra delle nostre possibilità, bruciando risorse ben al di là di quanto la ricchezza prodotta e producibile dal nostro lavoro consenta ( lo sappiamo, eppure continuiamo a farlo ); abbiamo anche creato tipologie di consumi non necessari ( cui diamo ancora un valore ); abbiamo inutilmente sperperato ( e sprechiamo ) energie non rinnovabili ( senza ricercare seriamente alternative ).
I debiti contratti per sostenere queste perverse attitudini, sia si trattasse di debiti rimborsabili o non coperti, sono stati “ cartolarizzati “ e ceduti ad investitori alla ricerca di facili guadagni da speculazione o ad ignari risparmiatori deliberatamente mal consigliati.
Addirittura anche i TFR sono stati “ cartolarizzati “, mettendo a rischio le pensioni di tanti lavoratori ( oltre che dando un improprio potere economico a privati e a Istituzioni Sindacali ).
Infine la catena di Sant’Antonio si è interrotta, lasciando senza più risorse semplici cittadini, industriali, grandi Istituti Finanziari, e ciò ha bloccato consumi ed economie.
In Italia questa crisi si abbatte in un contesto già degradato da altri fattori, che sono specifici del nostro Paese.
Si tratta innanzi tutto della corruzione diffusa e delle provate perverse relazioni fra istituzioni locali e associazioni camorristiche; a ciò si associa, in un mix micidiale, l’inefficienza strutturale della giustizia ( dovuta a Leggi che favoriscono la corruzione invece di combatterla, prescrizione dei reati, procedure inadeguate dei processi civili e penale, incapacità organizzativa strutturale nei Tribunali e nelle Procure ). Tutto ciò è causa prima di mancato sviluppo.
Inoltre il nostro sistema industriale, nel suo qurantennale declino, ha perso le grandi industrie (elettronica, elettromeccanica, chimica, parti essenziali della siderurgia … ), che a suo tempo facevano invece da traino all’economia, dando altresì lustro al Paese, e offrivano valide opportunità di dignitoso lavoro ai giovani.
E’ anche accaduto che troppe aziende strategiche per il Paese sono state cedute in monopolio a privati (telecomunicazioni, autostrade, energia, gestione di altro servizi al cittadino …), utilizzando anche la formula perversa delle società miste pubblico-privato, che a fronte di limitati dividendi garantisce alla parte privata gestioni senza concorrenza.
Questo non ha reso in generale buon servizio al cittadino, ed inoltre una grave conseguenza di queste iniziative, ben poco presa in considerazione, è che in tal modo ingenti capitali di rischio sono stati dirottati in Italia dagli investimenti produttivi alla speculazione sui servizi, e anche ciò ha causato mancato sviluppo e disoccupazione.
Grava su noi cittadini infine un’Amministrazione Statale eccessivamente articolata, oltre che costosa nella gestione, e particolarmente inefficiente per conflitto endemico fra Poteri Locali e centrali e fra Poteri Locali e altri poteri Locali.
La crescita del Debito Pubblico (anche a scapito delle vendite di “Assets“ dello Stato e delle relative risorse evedentemente sparite) è l’indice implacabile delle dissipazioni e dell’inefficienza nello Stato.
Solo un governo diverso del Paese potrebbe porre rimedio a situazioni strutturalmente così negative; ma il nostro Parlamento, attraverso Leggi elettorali inique, è un Parlamento di nominati e non di rappresentanti dei cittadini.
Il Governo gestisce così senza controllo le risorse dello Stato, inducendo chiunque ad esso vicino una rilevante appropriazione di tali risorse (un rrembaggio ). Emblematico in questo quadro è l’uso del cosiddetto “ Spoil System “ , che coopta nei posti di comando solo chi è gradito al Governo, con pregiudizio di incompatibilità fra Politica e Istituzioni.
II. Che dovrebbe fare la politica ?
Facendo riferimento a ritroso ai ragionamenti sopra riportati, occorrerebbe:
1. Modificare la legge elettorale, di modo che essa garantisca un Parlamento di veri rappresentati dei cittadini; tale Legge si dovrebbe basare su Collegi Uninominali, ove i candidati debbano essere residenti nel collegio dove si presentano;
2. Porre sotto il Controllo della Corte Costituzionale l’operato delle più alte Cariche dello Stato;
3. Perseguire con Leggi opportune ogni forma di conflitto di interesse nelle Pubbliche Amministrazioni; ciò vale anche per le “ Autorities” la cui indipendenza deve essere assicurata;
4. Ritrasferire allo Stato tutta la Previdenza Sociale;
5. Ritrasferire allo Stato tutte le Aziende che operano nell’ambito dei servizi pubblici, rimuovendo ogni situazione di monopolio privato, ed eliminare le società miste pubblico-privato operanti in regime monopolistico ( il privato deve fare il privato in un ambito concorrenziale, e il pubblico deve direttamente garantire i servizi pubblici essenziali );
6. Riformare la Giustizia, eliminando tutte le Leggi che favoriscono i crimini contro l’Amministrazione ( ripristino del reato di falso in bilancio …. ), eliminando la prescrizione dei reati, confermando l’obbligatorietà dell’azione penale, snellendo le procedure dei processi, rimuovendo tutte le motivazioni pretestuose di allungamento dei processi ( ricusazione dei giudici … );
7. Eliminare ogni forma di “ deregolazione “ nel mondo della Finanza, e di commistione fra Istituzioni Finanziarie e Imprese;
8. Avviare la semplificazione delle Istituzioni Centrali ( riduzione del numero dei Parlamentari e eliminazione del bicameralismo ) e delle Istituzioni Locali ( accorpamento delle Provincie in vista della loro graduale eliminazione; accorpamento dei Comuni con meno di 2000 abitanti );
9. Promuovere un programma di investimenti pubblici in infrastrutture e in ricerca e sviluppo; promuovere nuove linee di comunicazione privilegiando le ferrovie e i trasporti marittimi piuttosto ce i trasporti su gomma;
10. Dotare i Paese di un Piano Energetico degno di tale nome, ricercando il risparmio energetico ( sia con vincoli sia con incentivi stabiliti per Legge ) che garantirà risorse per i necessari investimenti, e perseguendo la massima disponibilità di energia, senza trascurare alcuna fonte nel massimo rispetto dell’ambiente.
III. Che fare intanto ?
La crisi va combattuta su due piani, anche a livello di singole entità giuridiche (aziende e persone fisiche), attraverso il risparmio, di modo che sia subito possibile convogliare risorse per investimenti e attraverso le più appropriate iniziative di solidarietà verso chi (aziende e persone fisiche le quali, senza particolare loro colpa, si trovino in difficoltà ).
Il risparmio va perseguito anche come un nuovo (antico !) modo di concepire la nostra esistenza, che senza limitazioni delle necessità, sia tuttavia più frugale; si tratta di recuperare valori e cultura perduti e recuperare una morale non bacchettona.
La solidarietà si dovrà esprimere con l’aiuto da parte di chi ha risorse verso a chi non ne ha a sufficienza.
Ciò potrò essere fatto, temporaneamente fin che serve, nei modi più diversi: autoriduzione dell’orario di lavoro in modo che più persone possano restare al lavoro; riduzione dei canoni di affitto; ritaglio dei prezzi di listino, soprattutto per i generi alimentari e per le medicine; promozione di consorzi di acquisto di beni; rinegoziazione di mutui con allungamento dei termini temporali senza aggravio di interessi; mutui a tasso agevolato per investimenti; azioni di volontariato per l’assistenza ad anziani e per la custodia di minori; … . Evidentemente di tratta di azioni che i Governi Locali devono incentivare, regolamentare e, ove necessario, controllare.
IV. Sviluppo economico nella Provincia di Forlì:
alcune idee per un programma amministrativo.
A quanto sopra espresso, in vista delle prossime elezioni Comunali e Provinciali, possono essere aggiunte alcune idee più specificamente orientate allo sviluppo territoriale.
Lo sviluppo economico di una Provincia a tenore di vita avanzato deve basarsi sulle vocazioni del suo territorio; queste a loro valuta sono dipendenti dalla situazione geografica, dall’esistente tessuto culturale e industriale, dalla forza dei poli finanziari esistenti, dallo stato infrastrutturale delle comunicazioni, dalle possibili sinergie con i territori vicini.
Alcune idee di sviluppo che dipendono dai fattori sopra elencati sono riportate qui di seguito, ancorchè esse non siano ancora articolate in un programma completo.
Nuove vie di comunicazione per una, maggiore sinergia commerciale e industriale con Cesena e Ravenna.
Un elemento di forza per Forlì è costituito dalla presenza del nuovo scalo merci ferroviario, a valenza romagnola, dalla presenza di un aeroporto riattivato, sia pure a fronte di rilevanti perdite di esercizio, dalle nuove tangenziali. Allo scopo di incrementare i rapporti industriali e commerciali con Ravenna e soprattutto il suo porto è indispensabile realizzare un collegamento ferroviario fra questo porto e il nuovo Scalo Merci di Forlì, Villa Selva.
Ciò può essere agevolmente realizzabile, con limitata spesa e in tempi brevissimi, previo accordo con le Ferrovie dello Stato, utilizzando la linea ferroviaria esistente e da ripristinare e potenziare allo scopo, che da Forlì può arrivare a Ravenna attraverso Granarolo di Faenza.
Inoltre, come noto, il “Business Plan “ dell’aeroporto di Forlì prende in considerazione lo sviluppo di una linea “ cargo “. E’ evidente che una tale linea, oltre a richiedere servizi doganali e aree di magazzinaggio nella sede dell’aeroporto, ha anch’essa bisogno di un agevole collegamento con lo Scalo Merci ferroviario; tale collegamento può essere realizzato per automezzi con una nuova breve strada che dall’apice dell’aeroporto lato Forlimpopoli arrivi alla prima rotonda della tangenziale di Forlimpopoli ( che sarà collegata con lo Scalo Merci ). ( Nota: un collegamento ferroviaria fra l’aeroporto e lo scalo merci richiederebbe la realizzazione di un sottopasso sulla via Emilia ).
Le nuove Amministrazioni Comunali e Provinciali dovrebbero perseguire la realizzazione di queste due opere, interagendo con la Direzione delle Ferrovie, curandone il progetto e il reperimento dei necessari finanziamenti regionali, nazionali o europei.
Per quanto riguarda il miglioramento delle comunicazioni con Cesena, senza attendere la complessa possibile realizzazione delle via Emilia-bis ( in relazione alle non immediate procedure di “ project finanacing “ ), occorrerebbe: a) realizzare un’ ampia rotonda all’incrocio fra via Mattei e via del Bosco; b) collegare tale rotonda alla vicina tangenziale di Forlimpopoli ( in questo modo infatti si arriverebbe facilmente ( attraverso la via Mattei a Forlì e la tangenziale di Forlimpopoli ) dal casello autostradale di Forlì allo svincolo della tangenziale di Forlimpopoli posto a valle dell’abitato ); c) realizzare una rotonda all’incrocio della “panighina “; d) completare il collegamento con Cesena per mezzo di un by-pass della via Emilia in corrispondenza della strettotoia di “ monte spaccato “, con collegamento con la vicina rotonda di Diegaro.
Queste iniziative non sono particolarmente costose, sono facilmente realizzabili in tempi brevi e richiedono solo qualche esproprio per incontestabile pubblica utilità di terreni prevalentemente a destinazione agricola.
Ricerca e Innovazione Industriale.
Ricerca e innovazione sono motori di sviluppo. Quando si ragiona di ricerca e innovazione industriale occorre fare un’importante distinzione fra ricerca di prodotto e ricerca tecnologica.
E’ tipico delle economie sostenute da aziende di media dimensione orientarsi maggiormente sull’innovazione di prodotto: essa non costa molto ed è più vicina al sostegno delle produzione corrente. Certamente questa linea di innovazione va sviluppata, soprattutto in termini di riduzione dei costi di produzione e di miglioramento dell’efficienza e qualità dei prodotti, allo scopo di aumentare la competitività.
Ma è ben noto che ogni prodotto ha una tempo finito di vita; occorre allora che la ricerca e l’innovazione siano dedicate anche e soprattutto allo sviluppo di nuove tecnologie e processi, che soli consentiranno di inventare e sviluppare nuovi prodotti, ed evitare la morte di imprese, che muoiono con l’esaurirsi della vita dei loro prodotti
Questa forma di innovazione tecnologica e dei processi deve avvenire intanto nei comparti industriali di eccellenza del territorio ( lavorazione dei metalli e delle plastiche, industria nautica ) per nuove produzioni ( ad esempio: nuovi componenti meccanici, basati su innovative soluzioni fluidodinamiche, quali grandi pale eoliche, o nuove forme di carene; prodotti realizzati con processi di microfusione e micromeccanica, quali supporti di precisione per macchine di diagnostica medica o strumentazione …; sviluppo di piccole turbine a fluido organico a bassa volatilità per la realizzazione di cicli binari per la produzione di energia elettrica da fonte solare ( molto meglio del fotovoltaico, che ha bassa resa e costringe all’importazione dei pannelli ); sviluppo di turbine minidrauliche per la produzione di energie elettrica da acqua fluente … ).
La Facoltà di Ingegneria di Forlì può essere di grande aiuto in simili iniziative. Contestualmente, a fronte di programmi concordati con l’Associazione Industriali, occorre indirizzare l’investimento in attrezzature dei nuovi laboratori della Facoltà di Ingegneria, senza lasciarlo alla sola scelta dell’Istituzione Universitaria.
Agroalimentare e sua industria di trasformazione.
Il comparto agroalimentare è molto forte nella nostra zona. Va verificato se anche in questo caso non sia necessario istituire, d’accordo con le Associazioni di Categoria relative, un Ente di Sviluppo che studi nuove varietà, più adatte al territorio, al suo clima e alla possibili mutazioni di tale clima. Occorre integrare meglio ( e di più di quanto già fatto ) la produzione agricola con l’industria di trasformazione a valle, in filiere complete, per salvaguardare l’economia della produzione e ottenere nuovi prodotti per l’esportazione. Non mancano nell’area industriale di Cesena le azienda in grado di sviluppare nuovi stabilimenti industriali di tipo agroalimentare.
E’ necessario promuovere forme di associazione consortile, dove le dimensioni dei poderi individuali non consentano riduzione dei costi di produzione. Le necessarie forme contrattuali possono essere promosse dalla Camera di Commercio.
Smaltimento rifiuti.
L’ analisi della situazione dello smaltimento dei rifiuti urbani mostra con evidenza che mancano nel territorio provinciale essenziali impianti di pretrattamento che consentano una raccolta differenziata efficiente e poco costosa.
La realizzazione di tali impianti in ambito esclusivamente provato va considerata come una ulteriore forma di industrializzazione del territorio, con aumento delle possibilità di lavoro e miglioramento dell ‘economia.
Gli impianti indispensabili sono almeno i seguenti: processi innovativi per il recupero dei materiali pregiati da prodotti RAEE; selezione e pressatura di plastiche; selezione e pressatura di carte e cartoni; selezione, triturazione e vagliatura di inerti; combustione di biomasse da potature con produzione di energia elettrica ( piccolo impianto da 1 Mwe ). Non mancano i capannoni industriali vuoti in cui far confluire queste iniziative, da realizzare in modi ecologicamente adeguati.
Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti speciali e tossico nocivi la situazione a fronte di una produzione stimata elevatissima, non fornisce in Provincia un quadro di smaltimento. In questo campo è necessario stabilire in modo chiaro quale sia la produzione per le diverse tipologie di rifiuto, e definire quindi quali possibili iniziative industriali di smaltimento sia utile realizzare nel territorio, onde evitare un’eccessiva esportazione di questi rifiuti; è infine indispensabile intensificare i controlli sul territorio per evitate abusi.
Fiera
Una vocazione naturale di Forlì è quella commerciale, sia per posizione geografica sia per tradizione storica. La sede di una Fiera è pertanto elemento essenziale e irrinunciabile per Forlì, più che per altre città vicine ( come Rimini e Cesena ).
Anche se la Fiera di Forlì resterà una struttura locale, non paragonabile alle analoghe strutture di grandi città, come Milano o Roma, ciò non toglie che essa debba poter avere valenza nel territorio su cui insiste.
Tuttavia la Fiera di Forlì, che ha la struttura giuridica di una SpA, non raggiunge oggi obiettivi di redditività economica. Eppure per dimensioni, attrezzature, ampi edifici e localizzazione ( vicina allo svincolo autostradale e dotata di ampi parcheggi circostanti ) non manca delle infrastrutture necessarie al successo.
Un primo intervento andrebbe dedicato alla ripartizione delle Azioni, aumentando la quota oggi troppo limitata di cui sono titolari le Categorie Economiche e privati investitori; ciò infatti non è compatibile con gli obiettivi di un Ente Fiera a carattere locale, ove le Categorie Economiche devono essere più coinvolte nella Gestione.
Infine occorre che la gestione della Società sia affidata ad un Direttore Generale, stimato dalle Categorie Economiche, eventualmente indicato proprio da loro.
Si deve trattare di una persona che sapendo gestire la Fiera come un’Azienda, conosca il territorio verso il quale le attività della Fiera si volgono, e che sia pronta ad aprirsi alla conoscenza di nuovi territori verso i quali operare. ci vuole una persona capace e compente, che sia pronta a muoversi fisicamente, com’ è indispensabile per allargare le opzioni di lavoro.
Si è detto che la Fiera deve operare rivolta al suo territorio; ad esempio, sarebbe assai compatibile con le vocazioni commerciali di Forlì realizzare una fiera della Logistica moderna, hardware e software ( a Forlì sono in realizzazione un’area di interscambio e Scalo Merci ferroviario, ed esiste un aeroporto che fra le sue potenzialità ha quella di scalo commerciale; ci sono industrie che operano nel comparto, una facoltà di Economia e Commercio che potrebbe istituire una corso di Logistica …).
Occorre chiarire che, come proprio territorio, qui si intende il territorio influenzato dalla Fiera e da essa influenzabile; e cioè non la sola Romagna, ma anche territori extra regionali vicini e compatibili per assetti industriali ed economici oltre che per storia e cultura: ad esempio, l’Umbria e le Marche, le cui produzioni artigianali ed industriali potrebbero essere valorizzate dalla Fiera di Forlì (le scarpe o gli elettrodomestici del marchigiano, i vini e la cioccolata dell’Umbria … ).
Più curiosamente niente vieterebbe di guardare anche agli Stati entrati da poco in Europa, per portare in Italia i loro prodotti, e/o i loro costumi ( abbiamo a Forlì una prestigiosa Facoltà di Lingue Straniere ): ad esempio, molte persone non possono o non vogliono andare in Lettonia, ma a molti di loro potrebbe piacere che attraverso la Fiera le tradizioni dei lettoni fossero loro mostrate, portandole in mostra qui.
E’ infine evidente che occorre guardare a possibili sinergie con altri Enti fieristici dell’Emilia-Romagna ( soprattutto con la Fiera di Cesena ), in un ottica di complementarità ed integrazione. Tuttavia, prima di analizzare possibilità di sinergie e complementarietà di sistema, è necessario recuperare la posizione che il nostro Ente Fiera può raggiungere, in modo da non essere penalizzato nelle trattative di alleanza.
Credito.
In questi tempi difficili al singolo cittadino o impresa mancano in genere le risorse per dare attuazione ad elevati investimenti, indipendentemente dalla loro redditività. Occorre quindi un accesso privilegiato al credito da parte di chi ha progetti validi.
Una soluzione a livello Comunale e Provinciale potrebbe essere la seguente: un accordo fra Comune, Provincia e Banche primarie ( Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna, Unicredit, Banca di Forlì .. ), in base al quale un soggetto può assumere un mutuo decennale a tasso zero e gli interessi, che la Banca però stabilirà a livello poco superiore all’Euribor, sono pagati dalle Amministrazioni a fronte di progetti ben definiti e convenienti. In queste ipotesi, con stanziamenti limitati potrebbero promuovere annualmente mutui significativi.
Vincenzo Annino
Economia sociale di mercato: un progetto.
Angela Merkel nell’annunciare la costituzione di un governo di centro-destra se ne esce con un’originale e traumatica proposta: la Germania uscirà dalla crisi solo attraverso un’economia sociale di mercato. È il primo paese europeo, dopo quello di Confucio, a perseguire una politica economica innovativa; nessun governo socialista in Europa ha avuto il coraggio di percorrere questa strada.
Per quanto riguarda la Germania non c’è da stupirsi; fu il Cancelliere Bismarck, il primo, attingendo dal programma del socialista Ferdinand Lassalle, a realizzare una legislazione sociale per i lavoratori. Successivamente agli inizi del secolo scorso il sociologo tedesco Max Weber sosteneva che nel Calvinismo stava la culla del capitalismo moderno e che: la religione non può non dotarsi di un’etica economica. Questa cultura ha guidato i padri fondatori degli Stati Uniti nella costruzione del suo apparato economico e industriale.
Lungi da me la presunzione di arrampicarmi su sentieri così impervi, ma sta di fatto che Weber partendo dalla sovrastruttura “religiosa” che da un senso alla struttura economica io leggo, in filigrana, alcuni riverberi delle riflessioni di Antonio Gramsci sul ruolo, appunto, della sovrastruttura.
Tre sono i punti basilari: il ruolo dell’impresa, la sua utilità sociale e quella dei prestatori d’opera.
Se andiamo agli inizi del settecento Adam Smith, il padre dell’economia di mercato, in un celebre saggio affermava, (vado a memoria): se il birraio, il macellaio o il panettiere ti propone il suo prodotto, ciò non avviene per benevolenza, ma per la cura e l’amore che, in armonia, egli mette nel gestire la sua impresa; l’amore per questa e il conseguimento del profitto, si coniugano con la dignità dei dipendenti e con l’utilità per il territorio in cui essa è insediata.
La Merkel non può ignorare che oltre ventisei milioni di suoi concittadini sono di religione Protestante.
Scendendo a terra dai massimi sistemi la domanda è: cosa può fare il Comune, pur con le sue limitate risorse e competenze, per rimettere in moto l’economia e l’apparato industriale in forte sofferenza?
Come intervenire perché si affermino anche nel nostro territorio l’etica dell’impresa, la dignità del lavoro e l’utilità sociale?
Di fronte ad una crisi così grave tutte le istituzioni debbono fare la loro parte, meglio se in sintonia, nessuno né tantomeno il Comune deve collocarsi in stand-by in attesa d’interventi dall’alto; non deve sostituirsi allo Stato ma può, come fece per l’Acquedotto di Romagna, anticiparlo e costringerlo a entrare nella partita.
I campi d’intervento sono già individuati: l’ambiente, il territorio, le infrastrutture, i beni di consumo sociale e le innovazioni tecnologiche; tale impegno non lieve il Comune lo può affrontare con risultati positivi chiamando all’impegno gli istituti di credito, le organizzazioni professionali, la Camera di Commercio e tutte le istituzioni che sul territorio hanno competenza.
Solo così può germinare anche nel nostro terreno il seme di una moderna economia sociale di mercato.
Angelo Satanassi.
Vi prego di inviare a tutti i vostri contatti questo messaggio per dare visibilità al problema che stanno vivento questi lavoratori della AGILE srl. Vi ringrazio
Gianni Suzzi Castelfranco Emilia (Modena)
COME LICENZIARE 9000 PERSONE SENZA CHE NESSUNO SE NE ACCORGA !!!!!
E iniziato il licenziamento dei primi 1200 lavoratori di
OLIVETTI-GETRONICS-BULL-EU TELIA-NOICOM-EDISONTEL TUTTI CONFLUITI in: AGILE
s.r.l. ora Gruppo Omega
Agile ex Eutelia è stata consegnata a professionisti del FALLIMENTO.
Agile ex Eutelia è stata svuotata di ogni bene mobile ed immobile.
Agile ex Eutelia è stata condotta con maestria alla perdita di commesse e
clienti .
Il gruppo Omega continua la sua opera di killer di aziende in crisi, lultima
è Phonemedia 6600
dipendenti che subirà a breve la stessa sorte.
Siamo una realtà di quasi 10.000 dipendenti e considerando che ognuno di noi
ha una famiglia,le persone coinvolte sono circa 40.000 eppure nessuno parla
di noi.
Abbiamo bisogno di visibilità mediatica, malgrado le nostre manifestazioni
nelle maggiori città italiane (Roma - Siena Montepaschi Milano Torino
Ivrea Bari Napoli - Arezzo - ) e che alcuni di noi sono saliti sui
TETTI, altri si sono INCATENATI a Roma in piazza Barberini, nessun giornale
a tiratura nazionale si è occupato di noi ad eccezione dei TG REGIONALI e
GIORNALI LOCALI.
NON siamo mai stati nominati in nessun TELEGIORNALE NAZIONALE perchè la
parola dordine è che se non siamo visibili allopinione pubblica il
PROBLEMA NON ESISTE.
Dal 4-Novembre-2009 le nostre principali sedi sono PRESIDIATE con assemblee
permanenti
Credo sia sbagliato affrontare la questione Cultura, come spesso avviene, solo in termini quantitativi.
In sintesi basti pensare che le scenografie di un’opera lirica di medio valore costano come la
programmazione media di un teatro di provincia.
Non è mia intenzione iniziare qui una guerra di cifre e di meriti tra le varie anime dello spettacolo
dal vivo, semplicemente vorrei provare a dire la mia su come penso che i fondi, a me piace
chiamarli investimenti, alla cultura dovrebbero essere destinati.
Mi astengo da illustrare sistemi di altri paesi, all’estero - si sa - le cose vanno sempre meglio… e poi
a guardare troppo gli altri c’è anche il rischio di atrofizzare le proprie idee… qualche spunto, anche
se non citato, ne seguirà certamente comunque.
L’obiettivo dei miei discorsi è quello di sperimentare un modello italiano di investire in cultura.
Provo a buttar giù qualche esempio e qualche idea, avverto che sarò obbligatoriamente sintetico e
che quindi sarò costretto a semplificare situazioni che meriterebbero tesi di laurea e non due righe
di analisi…
Mi dispiace, ma mi viene comodo usare la lirica come esempio, se non altro perché, avendo
dimensioni pachidermiche, è più facile notare i piccoli particolari. Lascio alla intraprendenza di chi
legge misurare le mie parole anche per altri settori della cultura.
Due numeri. Circa l’80% del FUS (uso l’acronimo perché immagino sia ugualmente conosciuto)
finisce a finanziare le attività liriche. La vendita dei biglietti contribuisce a meno del 10% dei costi di
produzione di un’opera.
Nonostante io sia un appassionato d’opera, non mi posso esimere dal sostenere che,
semplicemente alla luce di questi due dati, la lirica sia un mondo sovradimensionato che ha fatto
dello sperpero magniloquente una linea del proprio operare.
La domanda che mi pongo, quindi, è la seguente: il costo è funzionale alla conservazione di un
mondo o si è oltrepassato un confine?
Vorrei astenermi sia da entrare nei meriti artistici, sia da tentare rivoluzioni.
Un’analisi sul modo di gestire le risorse pubbliche, no, questo mi sento di farlo.
Immaginare un modello in cui le attività culturali si auto alimentino è un’utopia, cercare però che
quello striminzito 10% di cui parlavo sopra (in realtà non arriva all’8%) diventi un 20% no, deve
essere un obiettivo.
L’economia della cultura è e rimarrà un’economia protetta dal finanziamento pubblico, ma io
penso che un buona politica culturale deve smettere di guardare solo a se stessa, deve saper
leggere il proprio territorio incentivando i vari interlocutori, siano essi pubblici o privati, verso
l’utilizzo di buone pratiche (di natura imprenditoriale, perché no?!).
Provo, quindi, di seguito a dar riscontro a questa idea ponendo alcuni, ne ho pensati cinque,
parametri che, a mio avviso, dovrebbero guidare il nostro operare politico.
Il decidere dove e come investire non può primariamente non volgersi verso l’incentivazione di
esperienze di sistema, che costruiscano le proprie attività attraverso la determinazione di reti o
la nascita soggetti plurimi.
Significa semplificando sostenere operazioni che vedano non due o tre soggetti coproduttori , ma
dieci o addirittura venti.
Vedo già chi storce il naso, chi dice impossibile (!). Certo, se garantiamo il finanziamento a
prescindere… se invece forzassimo la mano, obbligando, anche attraverso la concessione degli
investimenti, lo sviluppo di progetti con altri, con molti altri e non solo italiani.
Esistono magazzini pieni di scenografie utilizzate un paio di volte e poi rintanate li, in attesa del
nulla. In termini terra terra questo si chiama spreco o sperpero. Si può cominciare a ragionare
sostenendo esperienze innovative anche per l’aspetto gestionale, ad esempio, si parla di
supermercati energeticamente autonomi, perché non i teatri o i musei?
Io penso poi che il bravo amministratore non può non verificare la capacità, del progetto che
andrà a sostenere, di rapportarsi con il proprio territorio anche in questo senso non solo in
termini quantitativi. Penso ai processi virtuosi che si devono innescare con i soggetti privati, gli
sponsor, quando diventano interlocutori con i quali costruire anche dei percorsi comuni, non solo
mucche da mungere. Senza dimenticare la conoscenza di tutti quei soggetti produttivi privati,
piccoli imprenditori culturali e della loro rete di contatti (gli stakeholders, adesso va di moda
chiamarli così). Soggetti che molto spesso sono i reali ‘produttori’ di cultura sul territorio.
Esiste anche in italia, un mercato, un’intraprendenza culturale, molto spesso i nostri amministratori
(sempre in abito culturale, s’intende) hanno un visione troppo ’spannometrica’ della propria
economia, un curioso navigare a vista: dall’Assessore che valuta l’impatto delle proprie attività
aggirandosi nei luoghi degli eventi con il conta persone, ad improbabili interviste a ristoratori e
albergatori in cerca di un positivo consenso al proprio operare.
Il finanziamento alla cultura, per l’ente pubblico come per la società privata, è un investimento che
si misura anche, non solo, ma anche attraverso lo studio dell’impatto economico che ha con il
territorio. Io credo che sia necessario che l’ente erogatore (il Ministero, la Regione soprattutto) si
doti della collaborazione stabile di società che studiano questi aspetti in modo sistematico. Il
sapere che un euro investito, porta al territorio un beneficio economico, non è un dato che deve
essere ignorato o sottovalutato.
Sono anche convinto della necessità di connettere le attività culturali alla promozione del
territorio e del marketing territoriale. Segnali forti sono venuti quando le deleghe di cultura e
turismo erano nelle mani dello stesso assessore. Non è una necessità vitale, ma un valore aggiunto
importante che si lega fortemente, come l’aspetto precedente, ad uno sviluppo complessivo di un
territorio. L’entità dei Festival, troppo spesso usato come sinonimo di rassegna, è proprio quella di
saper porre a valore le emergenze dei territori, di sviluppare reti miste (pubbliche/private), di
incentivare la capacità di produrre ricchezza e di reperire risorse altre rispetto a quelle pubbliche.
Per concludere, in sintesi, le mie riflessioni si possono concentrare nell’idea che le istituzioni
culturali non possono più considerarsi autosufficienti, ma devono farsi strumento di sostegno a ciò
che il territorio produce culturalmente analizzando i progetti su cui investire, oltre al loro valore
artistico/culturale, alla loro capacità di fare rete, di ottimizzare le risorse a disposizione e di
trovarne in autonomia attraverso percorsi virtuosi, di confrontarsi con il territorio, di inserirsi in
attività di promozione dello stesso, anche dal punto di vista turistico, e di impattare positivamente
con il sistema produttivo.
Andrea Bonaccini