Riceviamo e pubblichiamo: “Leggi razziste. Ecco perché”
Alla fine, per far passare il disegno di legge sulla sicurezza la maggioranza ha posto di nuovo la questione di fiducia. Per tutta la settimana scorsa la votazione, già all’ordine del giorno dell’Aula, è stata ripetutamente ritardata perché PdL e Lega Nord non riuscivano a trovare al loro interno un accordo. Poi si è capito che avrebbero rinviato tutto alla settimana successiva (questa), con il seguente programma: martedì 12 viene posta la fiducia, mercoledì la si vota, giovedì si approva il provvedimento. Da un lato saranno state svuotate due settimane di attività della Camera. Dall’altro verrà impedito ancora una volta all’opposizione di esprimere compiutamente critiche e proposte alternative nella sede parlamentare. Le varie componenti della maggioranza si sottrarranno alle loro responsabilità e al rischio che un voto libero dei singoli deputati (come è già capitato) metta in discussione l’accordo raggiunto sottobanco.
In questo modo il governo conta di far approvare l’istituzione delle ronde e il trattenimento prolungato fino a sei mesi delle persone prive di permesso di soggiorno nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie). La prima decisione era stata bloccata e la seconda già espressamente respinta (con il voto segreto) alla Camera quattro settimane fa. Stavolta vengono messe insieme a una serie di altre scelte aberranti che consentano alla Lega e al governo di dire, prima delle elezioni europee, che è iniziata una guerra finalmente inflessibile contro l’immigrazione clandestina.
Ora, l’idea che ha guidato la redazione del progetto è che una tale guerra possa essere condotta disseminando di controlli sulla regolarità del soggiorno - affidati anche a figure “civili”, come gli insegnanti o i medici - tutti i passaggi più essenziali e delicati della vita delle persone: l’istruzione, le cure sanitarie, il matrimonio, la fissazione della dimora, la dichiarazione di nascita dei figli.
Peccato che questo tipo di norme siano di dubbia efficacia nei confronti dei delinquenti. Gli extracomunitari entrati clandestinamente e dediti al crimine probabilmente già oggi evitano di andare in ospedale per farsi curare, non denunciano la nascita dei figli e non li mandano a scuola, non intendono far conoscere il loro domicilio e non stipulano regolari contratti di locazione, non chiedono di sposarsi regolarmente, non cercano un lavoro pulito per poter ottenere e conservare il permesso di soggiorno. Le norme proposte dal governo finirebbero per indurre gli irregolari più miti e operosi, entrati magari regolarmente ma con un permesso di soggiorno scaduto, a vivere “come clandestini”.
Sono norme sbagliate come parte di una seria politica sull’immigrazione (su cui questo governo balbetta almeno quanto i suoi predecessori), ma hanno anche un difetto molto più grave. Minano diritti fondamentali ed inalienabili della persona – come la formazione della famiglia, il riconoscimento alla nascita, la cura e l’istruzione dei figli – la cui tutela non può dipendere dalla disponibilità o meno del permesso di soggiorno dei genitori.
Allo stesso tempo, su coloro i quali sono regolari o richiedono di essere regolarizzati vengono fatti gravare oneri crescenti. Ad esempio, il contributo per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno sale da 72 fino a 200 euro. Mentre oggi corrisponde ai costi amministrativi per il rilascio – che è quanto si richiede ad un cittadino italiano per ottenere la carta di identità o la patente – domani diventerà una specie di tassa.
Quanto all’estensione del periodo di fermo nei Cie, una direttiva dell’Unione Europea dice che gli stati membri possono trattenere un cittadino di un paese terzo per prepararne il rimpatrio solo se sussiste un pericolo di fuga o se l’immigrato ostacola la preparazione dell’allontanamento. Nel progetto del governo, una persona può essere tenuta coattivamente nei “centri di identificazione” per un periodo fino a sei mesi anche se il paese da cui proviene non coopera al suo rimpatrio o ci sono ritardi nell’ottenimento da parte di amministrazioni straniere della documentazione necessaria, quindi per ragioni indipendenti dalla sua volontà. Facciamoci una domanda. Cosa direbbero gli avvocati garantisti del premier se misure molto meno arbitrarie fossero applicate alla libertà di “persone eminenti”?
Salvatore Vassallo
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“Chiamata in causa direttamente dall’on.Pini , che ha ironizzato sul programma elettorale del Pd in tema di sicurezza , essendo anche responsabile dell’area Giustizia e sicurezza del Pd, ritengo necessario replicare brevemente al parlamentare del Carroccio facendogli presente che la città di Forlì non è sommersa dal degrado come vuole farci credere! In realtà, la nostra è una città tranquilla inserita , in almeno due statistiche nazionali, fra quelle più sicure d’Italia!”.
Con queste parole l’avvocato Patrizia Graziani, responsabile dell’area Giustizia e sicurezza Pd di Forlì, replica alla presa di posizione di Gianluca Pini della Lega Nord che, fra l’altro, ha promesso, in caso di vittoria del centrodestra di creare una sezione speciale della Polizia Municipale dedicata al controllo dell’immigrazione.
“A parte il fatto che le promesse di Pini vanno interpretate con il beneficio del dubbio, viste le recentissime sue dichiarazioni e auto proclamazioni politiche poi smentite dai fatti: dove è la cordata di imprenditori che doveva scalare l’aeroporto di Forlì? Perché ha prima annunciato e poi ritirato la sua candidatura a sindaco? Come mai non conosce l’esatta composizione delle Università della sua amata Romagna? Vorrei soltanto ricordargli – spiega Patrizia Graziani - che i soldi per realizzare un’aliquota specializzata per controllare il territorio non ci sono, a causa del fatto che il governo del quale fa parte lo stesso Pini, con il suo amico Maroni, si guarda bene dal trasferirli agli enti locali!”.
“ E , soprattutto, Pini dimentica di chiarire che nel controllo del territorio e del contrasto all’immigrazione clandestina solitamente è efficace il lavoro interforze: cosa ostica da fargli digerire, viste le sue recentissime critiche all’operato del questore di Forlì, Germanà, un poliziotto che la Mafia voleva uccidere, e che nel corso degli anni s’è distinto a Forlì come tutore dell’ordine di primo piano”: aggiunge l’avvocato Graziani.
“Ritengo superfluo per tutte queste ragioni considerare opportuna l’ipotesi che si possa votare un candidato sindaco che ha siglato un patto elettorale con il medesimo Pini. Forlì non ha bisogno di proclami roboanti (poi smentiti dai fatti) e di prove inutili di virilità. Alla nostra città serve – e non soltanto in tema di sicurezza – una visione realistica e pragmatica ispirata a valori di legalità, ma anche di pacifica coesistenza” conclude il responsabile area Giustizia e Sicurezza del Pd di Forlì Patrizia Graziani.
RONDONI: QUANTO PRESENZIALISMO! MA I CONTENUTI?
GiroRondo, RondoPoint, inaugurazioni, strette di mano. Rondoni: quanto presenzialismo! Ma i contenuti?
Per offrire un serio progetto politico per la propria città non basta stare per la strada, scambiare quattro chiacchiere con la gente che passa e distribuire palloncini ai bambini.
Non ho mai sentito parlare di iniziative pubbliche di confronto, di studio e di analisi della realtà della nostra città. Solo un annunciato sondaggio di cui si è scritto senza spiegare pubblicamente modalità e contenuti.
L’unica occasione che conosco in cui si è parlato di temi specifici è stato nell’ormai lontano 17 aprile il confronto organizzato dalle associazioni cattoliche (e non dai partiti di riferimento dell’”indipendente” Rondoni) con domande, a dire il vero molto pilotate, quasi esclusivamente su temi eticamente sensibili che, pur di assoluta importanza, poco hanno a che vedere con il governo della città.
E poi?
Da mesi Balzani, il Partito Democratico e le forze del centro-sinistra organizzano iniziative politiche di spessore, su temi importanti per la città, con l’intervento di esperti e il confronto con i cittadini (basta consultare l’agenda sul sito http://www.balzanisindaco.it), inaugurando così la stagione della democrazia partecipata.
Perchè la città non si governa con gli slogan a prescindere dalla conoscenza della realtà e alla costruzione di un progetto politico di ampio respiro.
Dopo i lunghi mesi di tira-e-molla con la Lega, significative visite a Forlì di Dell’Utri (su cui pende un’imbarazzante condanna per mafia) e Giovanardi, pezzi grossi nazionali, mi viene da pensare che il programma del candidato “indipendente” Rondoni sia arrivato via fax da Roma.
Maria Teresa Vaccari – Candidata PD al Consiglio Comunale
una serie di smatafloni civili del grande Moni Ovadia che venerdi ha incontrato alla libreria mega il nostro candidato sindaco Roberto Balzani,smatafloni civili come risposta all’onda anomala di xenofobia e razzismo che leggiamo in ogni contrada del nostro paese
Se voi foste persone normali
Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.
Se foste un musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l’ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale.
Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un’impalcatura, l’annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro.
Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitù, non provocherebbe solo il sussulto di un’indignazione passeggera.
Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele.
Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un’opposizione senza quartiere ad un governo autoritario, xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio.
Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra, non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.
Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia.
Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico.
Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali.
Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste vergogna di tutto questo schifo.
Moni Ovadia
Quando i proconsoli del PdL sbarcano in provincia……
E’ davvero una coalizione “ coesa “ quello che appoggia il candidato del PdL, talmente coesa che non fa altro che discutere sui giornali di posti da spartirsi: la Lega ha già richiesto vicesindaco, nuovo assessorato alla sicurezza e assessorato ai servizi sociali, ma il candidato dice che non ha ancora deciso a chi li assegnerà, si vedrà…..Si discute davvero di questioni di grande spessore in casa della destra, con proposte che riguardano direttamente la vita dei cittadini forlivesi !
La povertà di proposta politica che caratterizza la destra è evidente anche dal numero dei big espressione dei partiti di governo nazionale che stanno arrivando a Forlì : in pratica un sottosegretario al giorno, a sostegno di un candidato che viene presentato come indipendente !
Per non parlare delle perle di saggezza distillate dagli esponenti in visita. Qualche giorno fa , da Stefania Craxi abbiamo appreso che a Forlì si vive come in certe zone del sud ( dove la destra è al governo anche a livello locale ) in cui le cosche la fanno da padroni ed ogni tanto ci scappa qualche morto ammazzato e che Forlì vive nell’omertà mafiosa dal dopoguerra in poi.
Credo che chi ricopre incarichi pubblici dovrebbe avere più senso dello stato e non offendere la memoria dei morti di mafia, che sono tanti in Italia. Stupisce poi, che queste dichiarazioni vengano avvallate da politici locali che - prima di essere folgorati sulla via di Arcore - hanno ricoperto incarichi amministrativi proprio in quelle giunte presentate come “associazioni a delinquere” e che hanno invece contribuito a costruire quel sistema articolato di insediamenti produttivi e quel welfare locale fatto di scuole dell’infanzia e servizi, che ha garantito per alcuni decenni la coesione sociale della nostra città.
Oggi però Forlì è cambiata , come del resto l’intera società, ha problemi inediti che sono amplificati dalla crisi di questo modello di sviluppo, perciò ha la necessità di fare un nuovo grande salto e lo farà con Balzani sindaco.
Nelle decine e decine di incontri pubblici e con gruppi più ristretti di cittadini, nei quartieri, associazioni, categorie economiche, luoghi di lavoro, che in questi mesi e in questi giorni il candidato sindaco del PD e del centrosinistra sta visitando ( altro che distribuzione di palloncini in piazza ! ) emerge un elemento comune ed è la qualità della proposta.
Grazie alla elaborazione sui temi della città che Balzani sta conducendo da mesi ( fin dal periodo delle primarie del Partito Democratico) coinvolgendo donne e uomini della nostra città, nel confronto con le aree tematiche PD e con l’ampia coalizione che lo sostiene, ed ancora in queste settimane nei numerosi confronti che sta continuando ad effettuare, il candidato sindaco del centrosinistra ha già avanzato moltissime proposte concrete per modernizzare la città e le realtà vicine. L’idea di servizi pubblici ampiamente accessibili via internet per imprese e cittadini, ad esempio va in questa direzione, liberando tempi e spazi di fruizione diretta per le categorie che, come gli anziani, potrebbero trovare difficoltoso l’accesso telematico.
Forlì , con Balzani sindaco, può davvero diventare un punto di innovazione amministrativa che fa scuola nel paese. Questo il progetto fatto di politiche concrete, ben radicate nel contesto sociale, economico, culturale del nostro territorio, che Balzani e la coalizione di centrosinistra propongono ai cittadini forlivesi. La destra si diletta con i suoi proconsoli e con polemiche di “bassa lega” (è il caso di dirlo) e quando prova ad avanzare proposte concrete brandisce le ronde o afferma solennemente di spostare il luogo del consiglio comunale. La differenza è sotto gli occhi di tutti.
Maria Maltoni, componente assemblea comunale PD
Una gara indecorosa verso la xenofobia
Quello che si è visto, sentito e deciso nella settimana in tema di immigrazione e sicurezza somiglia molto a una spericolata gara in notturna tra automobilisti incoscienti che finisce in un disastro.
Berlusconi, il Pdl e la Lega sono entrati in competizione - con risvolti in parlamento, in varie città, nelle Tv e sui giornali – nella corsa tra chi è più cinico nel ricacciare uomini, donne e bambini che disperati cercano di raggiungere l’Italia, e nel considerare gli immigrati irregolari dei sicuri o potenziali criminali.
Obbiettivo: conquistare più voti alle prossime elezioni cavalcando paure e preoccupazioni, che in parte sono reali ma che vengono sollecitate nel tentativo di occultare le evidenti contraddizioni del governo in materia, a partire dal drastico taglio agli organici delle forze di polizia e alle risorse a loro disposizione.
E per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla crescente gravità della crisi economica e sociale.
Gli spot elettoralistici si sono sprecati, a partire dal vittorioso urlo guerresco del ministro Maroni per il “respingimento” in Libia di gente che viaggiava su alcuni barconi, in violazione dei trattati internazionali che obbligano a verificare la sussistenza dei requisiti per dare asilo a chi fugge da guerre, fame e dittature.
Senza curarsi delle proteste dell’Onu, di autorità europee, dei vescovi e di tante associazioni umanitarie.
Poi è sceso in campo Berlusconi negando che l’Italia sia diventata multietnica, caratteristica ritenuta comunque inaccettabile per il futuro per il semplice motivo che nasconde la testa sotto la sabbia.
Intanto la maggioranza di governo, forzatamente compattata con ripetuti voti di fiducia, legifera trasformando in reato la clandestinità pur se si tratta di immigrati che lavorano, prolungando i “sequestri” di persone nei centri di identificazione, istituendo le ronde di cittadini che come si è visto creano problemi più che risolverne; e rendendo più difficile la vita agli immigrati regolari mediante iniqui e salati balzelli (che c’entra questo con la sicurezza ?) per i ricongiungimenti famigliari e i permessi di soggiorno.
La gara tra Lega e Pdl è proseguita a livello locale: a Milano si propone di istituire la “apartheid” negli autobus separando meneghini e immigrati, in un Comune del bergamasco il Sindaco leghista nega la cittadinanza a un egiziano che ha maturato tutti i diritti perchè non conosce bene l’italiano; mentre in Romagna, dove violenze ad opera di immigrati non se ne vedono, i capi leghisti vogliono aprire la caccia ai clandestini con ronde e pattuglie che otterrebbero il solo risultato di creare la psicosi dell’insicurezza.
Questa sarabanda di retorica xenofoba, come ha denunciato il Presidente Napolitano, è estremamente rischiosa considerati i precedenti storici (ricordo solo ciò che seguì alla esaltazione della “razza ariana” in Germania) e tenendo conto della radicale distorsione dei dati di fatto e di prospettive ormai ineluttabili.
E’ puerile sostenere, o dare per scontato, che nel nostro paese esista la “razza italica”, da preservare in nome di principi che sarebbero semplicemente aberranti: in realtà noi autoctoni viventi siamo il risultato di una mescolanza di etnie e culture, anche molto diverse, che in varie epoche hanno popolato la penisola.
D’altra parte negli ultimi 150 anni gli italiani sono emigrati nel mondo per sfuggire alla fame e migliorare le condizioni di vita – durante il regime fascista anche per non subire persecuzioni o scampare alla morte – e non sempre si è trattato di emigrazione regolare, cioè concordata e organizzata con i paesi di arrivo.
Ovunque, negli Stati Uniti come in sud America, e dopo la 2° guerra mondiale anche in vari paesi europei, i nostri migranti hanno contribuito allo sviluppo di quelle nazioni e migliorato la loro condizione sociale, si sono integrati senza perdere la cultura, hanno sofferto per la presenza tra loro di delinquenti e mafiosi.
Questo va ricordato sempre, e oggi che siamo diventati un paese di immigrazione non possiamo ignorare che gli “stranieri” arrivati in Italia producono il 10% del Pil, molti svolgono lavori che noi non vogliamo più fare in vari settori, tanti hanno una istruzione superiore e non pochi sono diventati imprenditori.
Per la bassa natalità, da oggi al 2050 in Italia e in Europa sarà necessario inserire alcune decine di milioni di immigrati se vogliamo fare funzionare l’economia, assistere gli anziani, finanziare la previdenza.
Questo è un processo storico in atto e incontrovertibile, che però non significa aprire le porte a tutti in modo incontrollato, come sostengono Pdl e Lega addebitando tale sbagliata politica al PD e alla sinistra.!
Si tratta di una accusa vergognosa perchè non veritiera e in quanto mira a coprire l’incapacità del governo a mettere in campo una efficace politica di regolazione della immigrazione, di contrasto alla clandestinità vocata alla delinquenza, di inserimento delle persone che lavorano e vivono nella legalità.
E nel preparare gli italiani ad affrontare il vero problema, che è quello della coesistenza tra culture diverse.
L’accanimento contro i disperati che rischiano la vita traversando il mare nasconde il fatto che al 50% degli arrivati per questa via è stato concesso asilo in base alla legge, che il 90% degli immigrati giunge via terra, che una parte non secondaria del flusso totale è in realtà diretto verso altri paesi europei.
Dunque basta con spot elettoralistici e provvedimenti che colpiscono alla cieca tutti, occorre lavorare a una intesa europea per governare l’arrivo, la destinazione, l’impiego e l’inserimento dei migranti.
Spero che gli elettori deludano gli artefici di politiche inumane e razziste, anche in quei Comuni dove candidati di fede cattolica presunti “indipendenti” si sono prestati a sostenere le rozze tesi della Lega.
sabato 16 maggio 2009, ore 11,30 Giorgio Zanniboni
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LA STRANA COPPIA……RONDONI-PINI.
Quando ho letto sui giornali locali che RONDONI (Candidato Sindaco del Centro Destra) ha sottoscritto un patto elettorale con la LEGA di PINI, firmando i 35 punti di accordo di programma che la LEGA gli ha “imposto”, mi è nata spontanea una considerazione: in Piazza Saffi e dintorni (e non solo), chi “acchiapperà” per primo l’”extracomunitario” di turno? I volontari delle Associazioni cattoliche, come la Caritas, che cercheranno di aiutarlo, lo rifocilleranno, lo rivestiranno, cercheranno di inserirlo nel mondo del lavoro, di integrarlo nella nostra Città, in nome di una Carità Cristiana (che condivido) e di un comune senso di umanità, oppure le RONDE di PINI che la LEGA ha voluto, per poi “impacchettarlo”, tenerlo in un CPT per 6 mesi e poi su un bel “VAGONE” rispedirlo da dove è venuto? Facevano così anche gli Stati dove i nostri emigranti per un secolo sono andati a cercare miglior sorte !? Ma nessuno sembra ricordarsi di quando noi eravamo immigrati, perché è sempre più facile dimenticare che avere ricordo del passato.
Per fortuna non sono mai stato un elettore del Centro Destra ma comunque mi chiedo come fa un Cattolico praticante ad accettare un simile compromesso, il programma di un candidato Sindaco
che in alcuni punti è a dir poco razzista?
Quale premio Rondoni mette in palio per chi per primo acciufferà qualche irregolare, più per le “astrusità” della legge Bossi-Fini (che li ha fatti aumentare) che per altro?
Quando gli “extracomunitari” fanno i lavori più umili, quelli che nessun italiano vuole più fare, o quando sono essenziali nel lavoro di cura dei nostri anziani però vanno bene anche agli elettori del centrodestra (che in questo caso chiudono un occhio forse).
AUGURI A TUTTI QUELLI CHE VOTERANNO UNA SIMILE ACCOPPIATA…
Valter Nanni
Candidato per il PD alla Circoscrizione 3
La forza concreta del progetto di Roberto Balzani
Per un militante, per un attivista, per un cittadino attivo interessato alle vicende della propria città e del proprio paese, le campagne elettorali sono sempre appassionanti, dense di emozioni, di iniziative da seguire, di obiettivi da perseguire, sempre al servizio di un progetto. Per i militanti del PD, partito nuovo e che vuole essere aperto a tutti i cittadini che hanno a cuore una prospettiva progressista e di partecipazione attiva, questa è una campagna importantissima.
Abbiamo scelto il candidato sindaco attraverso il sistema delle primarie in modo trasparente, democratico, aperto alla partecipazione dei cittadini-elettori. Abbiamo scelto già da mesi e non solo ora di assegnare un ruolo ai cittadini per renderli protagonisti, per ascoltarli, per raccogliere le loro idee e proposte.
Lo spoglio dei voti delle primarie del PD ha consegnato alla città un candidato a sindaco come Roberto Balzani, figura di straordinario valore, profondo conoscitore della storia e delle dinamiche sociali ed economiche del nostro territorio. Balzani, mantenendo la sua prestigiosa professione, si sta dando anima e corpo al servizio di un progetto di città futura che intende portare avanti insieme ai cittadini forlivesi e del territorio: un’idea di città aperta, capace di far fronte a nuove sfide, dando continuità a quanto di buono hanno realizzato la migliore tradizione del municipalismo forlivese e i partiti della sinistra nel dopoguerra.
Balzani è il candidato del PD che è riuscito a ritessere e ricostruire rapporti ed alleanze vaste e profonde fra i partiti del centrosinistra e anche con due liste civiche di appoggio (segno di apertura autentica alle positive istanze che si muovono in tante sfere della vita cittadina). Un’alleanza per la Forlì che vogliamo, costruita attorno a un programma chiaro, condiviso, innovativo. Una visione della Forlì futura che, partendo da una tradizione di buon governo, ora guarda avanti, andando anche oltre i confini comunali e provinciali per una politica incisiva, che comporta scelte e azioni concordate anche con i comuni e i territori limitrofi, verso quella città Romagna plurale che è ormai una nuova necessaria frontiera per politiche pubbliche di qualità. Balzani è un candidato che dichiara pubblicamente di sentire come unica forte sua dipendenza quella morale nei confronti degli elettori che lo voteranno come sindaco il 6 e 7 giugno prossimo.
Anche la destra ha un candidato, non scelto dalla base ma a tavolino dai partiti. Anche il recente balletto “Lega sì o Lega no” dentro la coalizione di destra ha mostrato che fra il dire e il fare, come si suol dire, c’è di mezzo il mare. Il candidato pseudoindipendente Rondoni ha sottoscritto di suo pugno i 35 punti del programma imposto dal leghista Pini: è caduta la maschera e gli ci vorrà tutto il suo impegno e l’intercessione di chissà quali santi per convincere i forlivesi che le parole indipendenza e libertà siano davvero calzanti al suo caso. A me è bastato, dopo la lettura del programma Pini-Rondoni, il maxi gazebo viaggiante esibito sabato scorso, mi dicono con aria condizionata, che impediva la vista del Chiostro di San Mercuriale.
In tantissimi stiamo dedicando tempo prezioso a questa campagna elettorale, togliendo spazio alla famiglia, alla cura della casa, agli spazi personali, al riposo, al lavoro, per dedicarci anima , cuore e corpo ad una affermazione netta e chiara fin dal primo turno del PD, del centro-sinistra e del candidato Balzani: un gioco di squadra in cui l’obiettivo non è solo quello di far vincere il Pd e la coalizione al primo turno, ma anche quello di realizzare concretamente un programma per la città che, all’insegna di un grande rinnovato respiro, fuori dalle gabbie della paura che evoca la destra, saprà dare, con la partecipazione dei cittadini, le risposte per una qualità della vita ancora migliore e degna, per ognuno, nessuno escluso.
Stefania Collini, Componente Direzione comunale PD
su SICUREZZA, IMMIGRAZIONE, CATTIVA MEMORIA
[da diffondere!]
“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in due e cercano una stanza ad uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano sia perché sono poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.”
*Ottobre 1912. Ispettorato dell’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti d’America. RELAZIONE SUGLI IMMIGRATI ITALIANI.*
Il disprezzo delle istituzioni internazionali
Dire che sono rimasta stupita è una bugia, ma resta pur sempre il fatto che quando a pronunciare certe parole è un ministro resto colpita dai nostri tempi che mi fanno invocare persino quelli passati, sempre in democrazia, quando veniva insegnato il senso dell’alta istituzione.
Ne abbiamo studiato sui libri di scienza della politica, ma evidentemente abbiamo studiato qualcosa di molto lontano dalla realtà cupa dei nostri tempi nei quali un ministro della difesa come Ignazio La Russa si permette di definire l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite un’istituzione che non vale un fico secco. E del fatto la cosa grave non è che abbia dato una definizione di senso, ma che ne sia compiaciuto. Evidentemente nella cultura politica di questo ministro, che rappresenta la pseudo evoluzione da Alleanza Nazionale a una cosiddetta Destra moderata, mancano alcuni meccanismi dell’evoluzione democratica.
Altro difetto dell’Alto commissariato sarebbe essere comandato da una certa Laura Boldrini…figlia (per carità si concede La Russa) del capo partigiano (e per questo implicitamente un poco di buono, un efferato criminale, o chissà cosa altro). La mia età e la mia pur breve storia politica e personale mi hanno tenuto fuori dalla vecchia contrapposizione fascisti-comunisti, mentre mi è sempre piaciuta la dialettica fra liberal-democrazia e social-democrazia (magari condita da una certa laicità e un certo mazzinianesimo) ma devo dire che le “sparate” di La Russa rendono piccina e striminzita l’idea nazionale che si vuole portare avanti.
Con chi e come dovremmo affrontare le emergenze dei migranti che scappano dalle guerre e guerricciole che si combattono nel mondo? Cosa sarebbe successo se nel Darfur o nel Sahara Occidentale non fosse intervenuto l’Alto Commissariato? Basta vedere dove manca l’Alto Commissariato cosa sta succedendo come in Somalia. Nel 2009 sono già alcune decine di migliaia i somali in movimento verso l’Italia con ogni mezzo. Ne parleremo con il ministro del Pdl “alla guerra” alla fine di questo anno.
Se fosse un uomo illuminato si preoccuperebbe di come trovare fondi per le tendopoli dell’Alto commissariato per i rifugiati nel mondo, per evitare poi di doverli soccorrere con aggravio di costi, dopo sanguinosi combattimenti fra le diverse parti e fazioni. A differenza di Fini La Russa è un clone che matura più lentamente, lo attendo. Ho soltanto 29 anni, posso aspettare ancora quei 20 o 30 anni per gloriarmi del nostro Paese. E’ la stessa cosa che sognava mio padre negli anni Settanta…e sta ancora aspettando…
Sara Samorì
Tolleranza, accoglienza
Posto questo splendido intervento del filosofo spagnolo Carlos Thiebaut
Quando si acuiscono dei conflitti che hanno almeno in parte, se non
del tutto, una componente religiosa, parlare di tolleranza sembra una
mera dichiarazione di intenti che stride contro la storia e il
presente che stiamo vivendo. Un presente martoriato dalle guerre che
sembra focalizzarsi più sulle ragioni politiche, sul calcolo delle
probabilità e su una gestione utilitaristica della vittoria e della
sconfitta, piuttosto che su un atteggiamento morale orientato alla
tolleranza. C’è di più: in tempi di crisi economica, quando le nostre
nazioni europee, per proteggere se stesse, chiudono le frontiere
giungendo persino ad espellere immigrati legali e clandestini,
parlare di accoglienza può risultare amaramente ironico. Nel migliore
dei casi, chiunque continuerà a parlare di tolleranza ed accoglienza
verrà considerato un ingenuo, e verrà ancor più frequentemente
accusato dai cinici di perpetuare un’immagine falsa della realtà
della nostra società e delle nostre politiche, attraverso le parole
che la filosofia rivolge inutilmente al mondo.
Pensare, in tempi bui, richiede sobrietà e coraggio, e ci obbliga a
resistere alla nostra cattiva coscienza, con cui parliamo del nostro
tempo contro la coscienza che il tempo ha di se stesso. La filosofia
ha sempre avuto un carattere non tanto atemporale quanto
intempestivo. Parlare del presente contro se stesso è una delle sue
caratteristiche. Senza spingerci troppo lontano ne abbiamo
testimonianza in Grecia, nel Rinascimento, nell’Illuminismo e in
tutta l’Età Moderna. Un’altra caratteristica della filosofia è che ci
spinge a pensare a noi stessi contro noi stessi. Riflettere oggi
sulla tolleranza e sull’accoglienza è forse il modo più radicale e
più urgente di pensarci contro noi stessi.
Non si tratta di prefigurare un altro mondo, un mondo futuro,
possibile o impossibile, ma di ripensare a questo mondo e a questo
presente. Significa pensare ad un presente e ad un “noi”
intolleranti, o vicini a diventarlo, e ad un presente e a un “noi”
poco inclini all’accoglienza. Per ripensare noi stessi è necessaria
una condizione fondamentale: dobbiamo porci al di fuori della realtà
e della nostra condizione. Dobbiamo essere coscienti e disposti a
sentire e sperimentare il disorientamento ed il disaccordo. E’
necessario avvertire nel profondo di noi stessi ciò che le guerre
attuali hanno di inaccettabile per sentire le ingiustizie perpetuate
dalle nostre istituzioni e dalle nostre politiche come quelle in
materia di immigrazione. E per fare ciò, è necessario guardare a noi
stessi, alla nostra condizione ed ai vari modelli della nostra
società e delle nostre politiche da una certa distanza. E’ necessario
sentirci e vivere come se fossimo estranei e stranieri a noi stessi
per imparare ad essere tolleranti. E’ proprio questo processo di
estraniamento a costituire il nucleo della tolleranza e, anche se può
sembrare paradossale, per essere accoglienti dobbiamo essere
stranieri in casa nostra.
L’estraniamento e l’aspirazione alla pace
In prima battuta suggerirò quale è la causa principale in grado di
generare l’esperienza del disorientamento e dell’estraniamento: si
tratta della percezione che il nostro mondo e la nostra condizione
danneggiano noi stessi e chi ci è caro. Ogni volta che viviamo o
assistiamo a qualcosa che rientra nella categoria del danno ci
sentiamo disorientati, estraniati al nostro vivere, sentiamo una
ferita che si sarebbe potuta evitare e che dovrebbe essere evitata.
Rifiutiamo, dunque, la ferita e quanto l’ha resa possibile. Lo
rifiutiamo. Quel rifiuto è ciò che costituisce il nostro
estraniamento. Forse la guerra, con i suoi disastri e le sofferenze
delle sue vittime, è sempre stata l’emblema principale del danno,
inteso come qualcosa che si potrebbe evitare e che andrebbe evitato.
La guerra, che sembra trovare la sua giustificazione nella ferrea
necessità della sopravvivenza o della legittima risposta
all’aggressione altrui, può, come sappiamo, essere evitata. Chi la
inizia o chi la incoraggia la considera sempre necessaria e
inevitabile. Chi la subisce, invece, sa quanto questo sia falso e
quanto sia possibile evitarla, utilizzando altri metodi, quali quelli
della politica e del dialogo.
A maggior ragione, se siamo vittime o testimoni della sofferenza, del
dolore e della morte delle popolazioni che la subiscono, sappiamo che
dobbiamo evitarla. L’orrore della guerra contiene questa doppia
negazione: ciò che sarebbe potuto non essere e ciò che sarebbe dovuto
non essere. La guerra, come simbolo del danno, è anche il primo
simbolo di quello che chiamiamo estraniamento e disorientamento. Il
rifiuto della guerra, delle ferite e della morte che potrebbero e
dovrebbero essere evitate, è alla base della ricerca della pace,
della ricerca di una forma di vita sociale che possa evitare quella
ferita e quello estraniamento. Il pensiero che emerge
dall’estraniamento, dalla ferita e dal danno, vuole suturare e
ri-fare il mondo in modo tale che queste esperienze non si ripetano.
Estraniandosi dalle ferite del presente, il pensiero si propone di
rifare il presente ed impone, in un mondo spaccato e lacerato nel
quale ci sentiamo alienati, la ricerca delle condizioni per curare le
ferite del danno e la necessità di rendere il mondo diverso da quello
che è. Questo è ciò che chiamiamo pace. Il mondo della guerra, il
mondo dello stato di natura, come lo definivano Hobbes e Kant, poiché
ci danneggia e ci induce una prima forma di estraniamento, reclama da
sé l’aspirazione alla pace.
Quella parte di noi che è alla ricerca della pace civile, reagisce
contro la parte che ha indotto o ha vissuto lo stato di natura. La
guerra come forma di danno è la prima esperienza in cui ci
estraniamo: subiamo la ferita di quel danno, rifiutiamo le sue cause
e facciamo in modo, molto spesso inutilmente, che quel danno non si
ripeta. «Mai più!» Gridiamo. La tolleranza è una forma di quel «mai
più!» in cui c’è più risolutezza che speranza, più rabbia che
consolazione. Il processo storico che ha determinato l’affermazione
della tolleranza, dopo i secoli oscuri della prima modernità europea,
può essere interpretato alla luce della disperazione prodotta
dall’inutilità delle guerre di religione, intese come l’espressione
di uno stato di natura in cui le differenze tra le mie e le tue idee
rappresentano motivo sufficiente, o semplice pretesto, per eliminare
l’altro o per giustificare la sua voglia di eliminare me. La
tolleranza nasce e si afferma pienamente solo se percepiamo
l’inutilità di un conflitto volto all’eliminazione dell’altro. Dopo
la pace sentiremo l’esigenza di garantire la tolleranza come
un’istituzione, che tuteli diritti quali la libertà di culto e di
idee, e sia un limite al potere di fronte alla libertà di coscienza
dell’individuo. Potremo stabilire attraverso il diritto e la
politica, un sistema o una prassi che ripeta con un altro linguaggio,
l’inutilità della violenza come modo di articolare socialmente le
differenze. Per differenze si intendono le nostre convinzioni
filosofiche e le dottrine con cui interpretiamo il mondo, tra cui,
quelle religiose.
La riflessione sull’Altro
Prima di questa fase di istituzionalizzazione, però abbiamo dovuto
sperimentare l’estraniamento ed il disorientamento di fronte a una
vita sociale che ha prodotto dei danni. La specificità del danno
deriva dal fatto di non prendere in considerazione l’Altro, di
vederlo diverso, come se quella differenza fosse la causa del
conflitto e dovesse necessariamente generare guerra e danno. E chi è
l’Altro, qualcuno che vediamo diverso e spesso distante? La
riflessione sull’Altro ha permeato di sé buona parte del pensiero
filosofico della seconda metà del XX secolo. Levinas, Arendt,
Derrida, Rawls e Habermas, con contributi che riflettono programmi
teorici spesso molto divergenti tra di loro, hanno approfondito
quell’intuizione che ha prodotto un cambiamento radicale nella
filosofia occidentale. Si tratta dello spostamento, sotto diversi
punti di vista, dalla prospettiva in prima persona, quella in cui
diciamo e pensiamo “io” o “noi”, alla prospettiva in seconda persona,
quella in cui diciamo e pensiamo “tu” o “voi”. Nel XX secolo – con le
riflessioni di Levinas sul nazismo, di Arendt sui totalitarismi, di
Rawls su Hiroshima – la prospettiva in seconda persona ha acquisito
la forza colossale che le ha consentito di considerare i danni dalla
prospettiva delle vittime invece che da quella degli spettatori o di
coloro che li hanno commessi.
E’ un cambiamento che modifica e rinforza la nostra idea su ciò che è
un danno, su che cosa si dovrebbe sempre evitare. Noi non possiamo,
né moralmente né culturalmente, vedere i conflitti e le guerre senza
chiederci chi li subisce e chi li patisce. Il nostro sguardo, come
disse Susan Sontag poco prima di morire, non può staccarsi dalla pena
e dal dolore altrui. Il fratello, il vicino, ci sembra quasi da
subito, un altro, qualcuno che proprio per la sua differenza rispetto
a ciò a cui teniamo, ci mette in discussione, ci interroga. Vediamo
il fratello che è diventato un altro, che ormai non pensa come noi,
come se fosse una minaccia, o un tradimento che suscita in noi la
violenza, l’odio, il desiderio di sterminio. L’amara lezione di
quello scontro è, una volta passato l’insopportabile, eterno tempo di
violenza, la sua assoluta inutilità. Se, un po’ alla volta,
lentamente, impariamo che la strada dello scontro fratricida è
inutile, l’esistenza dell’altro, la forzata coesistenza con lui
susciterà una riflessione che va verso noi stessi, verso il nostro
centro. Il suo diritto mi mette davanti alla responsabilità di dover
pensare e vivere dal mio punto di vista. Accettare chi pensa in modo
differente e conferirgli il diritto alla sua diversità fa ricadere su
chi ora lo accetta il peso di emulare il suo coraggio e la sua forza.
Il riconoscimento dell’altro, della differenza dell’altro, è il
motore che muove la mia autonomia. Non vedo soltanto l’altro, il
fratello che è già diverso; vedo me stesso attraverso i suoi occhi.
Vedo la mia identità così diversa come vedo la sua differenza.
Questo processo oltre all’accettazione e al riconoscimento dello
stesso peso dell’autonomia – tollerare e sopportare il peso
dell’altro, ma anche il peso della nostra autonomia – stimola
un’altra forma di estraniamento. Quando Montaigne si occupa della
diversità dei costumi fra società diverse e interviene, come punto di
partenza, sul grado di estraneità che alcune di esse ci provocano,
immediatamente si auto-estrania, e percepisce quanto sia strana – e
molte volte banale – la forma stessa della nostra vita.
Quell’auto-estraneità è la base della tolleranza, è il movimento che
rende possibile la sua nascita e, a sua volta, è il suo effetto più
immediato. Che l’altro esista e che in lui ci si riconosca, introduce
un seme di alterità in noi stessi. Di fronte all’altro che riusciamo
ad accettare, a riconoscere, noi stessi diventiamo, in parte, altri
rispetto a noi stessi.
Il nuovo “Altro” e l’accoglienza
Nello stesso periodo storico in cui si costruisce la modernità,
compare la figura di un altro ancora più estraneo, più straniero:
colui che abita i continenti recentemente scoperti – America, Asia,
Africa, Oceania – Questo nuovo “altro” si pone in modi diversi e, nei
secoli, subisce forme brutali di dominazione e sfruttamento
occidentali che ben conosciamo come le diverse forme di schiavitù. Se
il rifiuto della violenza interna al proprio ambito europeo mette in
moto il movimento della tolleranza, allora il rifiuto della violenza
esterna, nel mondo allargato, metterà in moto il movimento
dell’accoglienza. La scoperta di questo altro, lo straniero, fa
sorgere una dinamica del riconoscimento diversa. Se il processo della
tolleranza si realizza in un sistema di diritti – quelli che hanno al
centro la libertà di coscienza – quello dell’accoglienza si inserirà
in una prospettiva cosmopolita.
Questa visione cosmopolita indica, fiduciosa, il possibile cammino
dello sviluppo morale della specie umana. La globalizzazione
positiva, per chiamarla così, a cui si riferisce Kant in Per la Pace
Perpetua, ha avuto nonostante tutto importanti conferme, quale la
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani promulgata quasi
sessant’anni fa. Ma ha anche subìto – e continua a subire –
mistificazioni non meno importanti. Non possiamo pensare alla
globalizzazione solo come fenomeno positivo dimenticando ciò che di
negativo ha avuto e ha ancora nelle vite di molti membri della nostra
specie, cosa che lo stesso Kant riconosce quando dice che le
violazioni del diritto in qualsiasi parte del mondo si ripercuotono
su tutti noi. E’ all’interno di questo contesto della
globalizzazione, negativo e non solo positivo, che bisogna ripensare
oggi all’accoglienza.
Essere ospitali nei confronti dell’altro significa accettarlo,
aprirgli le porte di casa nostra. Siamo ospitali con chi viene a
trovarci o ha bisogno del nostro aiuto. Siamo ospitali con chi non è
“dei nostri”. Non siamo ospitali con la nostra famiglia e non siamo,
come popolo, ospitali con i nostri concittadini. Anzi. Con questo
ultimi facciamo valere altri diritti e altri obblighi. Chi ci fa
visita ha uno status particolare. Non può pretendere l’accoglienza
perché è un visitatore, uno straniero. Magari è solo di passaggio o,
forse, farà ritorno in patria. Ma, fintanto che rimane, e pertanto
non è più “in visita” – perché è diventato parte della nostra
famiglia o della nostra città – verrà riconosciuto non attraverso la
lente dell’accoglienza, ma dei diritti e doveri condivisi, di
compartecipazione politica.
Una grammatica dell’accoglienza
In buona sostanza: l’accoglienza è un meccanismo provvisorio,
transitorio. Ma è un meccanismo che si presta a fraintendimenti. Che
succede quando il visitatore vuole perpetrare il suo status, non
accetta di far parte della nostra famiglia o della nostra nazione e
ciononostante pretende che si sia ospitali nei suoi confronti? In
Europa tocchiamo con mano questa situazione quando gruppi di
immigranti non sono disposti ad accettare gli elementi della nostra
cultura che riteniamo fondamentali per l’integrazione sociale e
politica. Cosa succederebbe se qualcuno ci chiedesse asilo ma al
contempo volesse rimanere stabilmente a casa nostra senza però
accettarne le regole? Ancora una volta non possiamo farci prendere
dall’inebriante illusione di poter trovare una risposta unica,
definitiva. Credo, invece, che si debba procedere con estrema cautela
e buon senso. Perché potremmo interpretare come invasione ciò che è
una semplice, ragionevole (nel senso che è accettabile per entrambi)
constatazione di una differenza cui possiamo far fronte. Potremmo
interpretare come rifiuto a formare parte della nostra famiglia – per
usare la stessa metafora – ciò che è, al contrario, una richiesta di
accettazione di un’identità culturale diversa.
Dobbiamo, ancora una volta, analizzare caso per caso e contesto per
contesto e, forse accontentarci di formulare una grammatica di base
dell’accoglienza. Una grammatica che potrebbe contenere questi
principi: dobbiamo accettare ed accogliere chiunque non impedisca o
mutili la nostra natura di esseri ospitali, che basano sul concetto
di accoglienza la possibilità di creare una società cosmopolita. Tale
principio è meramente formale. Ciò che ci mette a disagio sono i casi
specifici (il velo islamico, il crocifisso cristiano) che possiamo
interpretare, ragionevolmente, solo all’interno di contesti culturali
e sociali specifici. Ad esempio, il velo islamico nelle scuole
pubbliche ha un senso diverso in Francia – dove vige una forte
tradizione laica nell’insegnamento pubblico – o in Spagna, dove
questa prospettiva è più duttile e meno militante. Il velo islamico
ha significati diversi a seconda dei contesti specifici così come
assume significati diversi per le singole donne che lo usano. E così
va detto che i limiti dell’accoglienza dipendono, almeno
concettualmente, da quanto possiamo definire forme invasive o
offensive o dannose, della richiesta di accoglienza. Portare un
simbolo religioso può in alcuni casi, risultare offensivo; in altre
circostanze può essere semplicemente un segno identificativo.
Ancora una volta, la semantica morale di ciò che ci colpisce – ovvero
quanto percepiamo come danno – definisce i limiti che definiscono a
loro volta l’applicazione dei nostri principi. Forse, dalla
prospettiva filosofica non possiamo dire molto di più; ciò non toglie
che come cittadini, che ci confrontiamo giorno per giorno con tutto
ciò, molto resta ancora da dire. Ma, al di là dei suoi limiti, la
filosofia può averci aiutato, forse, a focalizzare con maggior
chiarezza i problemi.
Tolleranza e accoglienza
La tolleranza, si diceva, è nata come movimento di accettazione
dell’altro in quanto diverso; ma si trattava di un diverso prossimo:
un fratello, un vicino. Ora la tolleranza ci sembra problematica
perché si riferisce all’immigrante, allo straniero: all’immigrante
che vive fra noi, che vive in altre società e rivendica i propri
stili di vita, il suo modo d’essere e di comportarsi e che noi
consideriamo lontanissimi. La tolleranza, il problema tolleranza, ha
permeato di sé l’accoglienza; l’accoglienza, il problema accoglienza,
si è trasformato nel terreno in cui nasce la paradossale domanda di
tolleranza. O, per dir meglio, la tolleranza – l’accettare la
differenza dell’altro nello stesso spazio politico – è diventata
problematica perché non sappiamo come gestire le richieste di
accoglienza. L’altro, il fratello, il vicino, è diventato diverso da
quando ha assunto le sembianze dello straniero. Così le nostre
nazioni, i nostri territori si sono trasformati in luoghi del
bisogno, della necessità, della tolleranza e dell’accoglienza, come
dimostra la crescente immigrazione. Ma, al tempo stesso, la terra
intera è terreno degli stessi bisogni, come simboleggia la figura
scioccante e tremendamente nitida dei rifugiati e la non meno
scioccante immagine delle vittime della guerra.
L’accoglienza rifiuta, da parte sua, che un popolo possa invadere
altri popoli e renderli schiavi, come hanno fatto gli europei nei
secoli scorsi. L’obiettivo è vivere il mondo in modo cosmopolita;
essere cittadini del mondo riduce l’importanza dei diversi modi che
abbiamo di viverlo e esalta la dimensione di spazio condiviso. Se la
tradizione democratica ha nella tolleranza e nell’accoglienza uno dei
suoi principi più radicati, possiamo concludere suggerendo che la
democrazia è la forma politica di quanto ho definito auto-estraneità.
Forse non è solo questo (visto che è anche la messa in pratica
solidale e positiva delle nostre ragioni, delle nostre decisioni e
delle nostre azioni). E tuttavia non va dimenticato che è anche
questo: una pratica che afferma e dubita al tempo stesso, che impara
e rifiuta quanto dava per certo, che ci rende profondamente ingenui
rispetto a quanto siamo diventati. Concepire la democrazia in questi
termini ha in tempi bui, credo, un enorme vantaggio. Significa non
dare niente per scontato, né garantito per sempre. Neanche la
democrazia stessa.
17 Nov 2009