Ignazio Marino a Forlì
Ignazio Marino
candidato alla segreteria nazionale del Partito Democratico
ALLA FESTA DEMOCRATICA CITTA’ DI FORLI’ - RONCO
Piazza Berlinguer
FORLI’ 13 LUGLIO ORE 18.00
Partecipano
ONIDE DONATI Redazione regionale de L’Unità
PAOLA NATALICCHIO Redazione nazionale de L’Unità
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CHIAMPARINO (E MARINO)
da REPUBBLICA (10 LUGLIO 2009)
Chiamparino presenta un documento congressuale:
bene Marino ma io non mi schiero. Il Pd è malato di correntismo
“Apriamo il partito a chi sta fuori
ripartiamo dall’esperienza dell’Ulivo”
di PAOLO GRISERI
Sergio Chiamparino
TORINO - Abbandonare il vecchio Pd. Uno slogan provocatorio per un partito nato due anni fa: “Ma un esercizio necessario, soprattutto se quella nascita è stata viziata da una grave malattia genetica”. Parla così Sergio Chiamparino, sindaco e candidato mancato alla segreteria nazionale del partito.
Chiamparino, qual è la malattia genetica del Pd?
“Il correntismo esasperato”.
Un virus nuovo nella politica italiana?
“Non è nuovo ma ha contagiato anche noi. Si ricorda il comitato dei 45 che avrebbe dovuto dare vita al partito? Ogni correntina aveva il suo uomo. C’erano Agazio Loiero, Luciana Sbarbati. C’era addirittura Lamberto Dini”.
Perché ce l’ha con Dini?
“Mah, era così convinto di fondare il nuovo partito che adesso sta con Berlusconi”.
Nel comitato dei 45 lei non c’era. È ancora arrabbiato?
“Non mi arrabbiai per me ma per il fatto che quell’organismo fosse frutto di un manuale Cencelli”.
Dopo due anni non possiamo considerarla acqua passata?
“Lo farei volentieri. Ma il problema è proprio questo, che continuiamo a galleggiare nella stessa acqua”.
Il nuovo congresso figlio del vecchio Pd?
“Vedo questo rischio ed è per questa ragione che ero contrario a tenerlo prima delle regionali dell’anno prossimo”.
Fa parte del vecchio Pd anche la polemica D’Alema-Fassino?
“È uno scontro che certamente provoca sofferenze personali a tutti e due. Ma a chi parla quel confronto? Quale parte della società italiana può appassionarsi a quella discussione?”.
Come sarebbe, invece, il congresso di un partito nuovo, di un nuovo Pd?
“Proverò a rispondere con un documento congressuale in tre punti. Il primo è la capacità del partito di raccogliere le indicazioni dei territori e della società”.
Cioè?
“Se una parte della società è garantita e una parte non lo è, un governo di centrosinistra dovrebbe spostare risorse verso chi è meno garantito per realizzare una maggiore giustizia sociale”.
Chi ci perde e chi ci guadagna?
“Beh, forse ci perderebbero i dipendenti pubblici e magari ci guadagnerebbero i lavoratori dell’industria. O vogliamo lasciare questa bandiera a Brunetta?”.
Gli altri punti del suo documento?
“La laicità è molto importante. Questo è uno dei motivi per i quali apprezzo la candidatura di Ignazio Marino”.
Starà con Marino?
“Non penso che mi schiererò. Però la candidatura di Marino ha il pregio di rompere gli schemi del vecchio Pd”.
Come dovrà discutere il nuovo Pd?
“Questo è il terzo punto del documento. Dovrà essere un partito che ha sempre uno spazio vuoto al suo interno per accogliere chi vuole aggregarsi e oggi sta fuori. Un partito permeabile, in grado di attirare”.
Dovrà attirare più a destra o a sinistra?
“A destra e a sinistra. L’importante è che arrivino forze nuove dall’esterno. Solo così si superano le incrostazioni e si curano le malattie genetiche”.
Tutti insieme da Vendola , ai Verdi, alla Binetti?
“Penso a un partito che raccoglie tutta l’esperienza dell’Ulivo”.
Dalla coalizione a un’unica forza politica?
“Penso che sia possibile lavorare in quella direzione”.
Altrimenti?
“Altrimenti rischiamo l’asfissia”.
Come dovrà discutere il nuovo Pd?
“Questo è il terzo punto del documento. Dovrà essere un partito che ha sempre uno spazio vuoto al suo interno per accogliere chi vuole aggregarsi e oggi sta fuori. Un partito permeabile, in grado di attirare”.
§§§
TROVO MOLTO LUCIDE ALCUNE CONSIDERAZIONI DI CHIAMPARINO, QUELLA CHE MI CONVINCE DI PIU’ E’ PERO’ LA SEGUENTE:
“il nuovo Pd [...] Dovrà essere un partito che ha sempre uno spazio vuoto al suo interno per accogliere chi vuole aggregarsi e oggi sta fuori. Un partito permeabile, in grado di attirare”.
SU QUESTO OCCORRE APRIRE LO SPAZIO DI DISCUSSIONE COSTRUTTIVA.
Ho assistito all’intervista a Ignazio Marino presso la Festa Democratica del Ronco, e ho deciso di schierarmi dalla sua parte perché rappresenta il superamento della vecchia contrapposizione DS – Margherita, incarna quel nuovo sostanzioso di idee di cui c’è effettivo bisogno e soprattutto ha il coraggio di impegnarsi in prima persona nella battaglia che mi sta più a cuore, quella sulla laicità.
Marino ha ragione a parlare di laicità, perché è un problema vero, uno di quei valori vivi e contemporanei decisivi per le scelte elettorali.
In alcune occasioni, durante la campagna elettorale di Balzani, ho ascoltato i capannelli delle persone, e nessuno più parla di comunismo e capitalismo, ma di testamento biologico e di Eluana Englaro.
Anzi, volendo semplificare la questione al suo nucleo essenziale, anche correndo il rischio di apparire banale, non vedo nessun altro motivo per giustificare le insofferenze di Rutelli e altri all’interno del PD e il voto di molti cattolici all’UDC se non il nodo irrisolto della laicità.
Questo è ciò che interessa alla gente, e la futura battaglia culturale del nuovo millennio è quella relativa ai rapporti tra religioni e modernità, che è sempre quella tra scienza e fede, tra fede e ragione.
E’ una battaglia che bisogna combattere, perché in un’epoca di crisi come la nostra il bisogno di spiritualità della gente è forte, e non bisogna lasciare le risposte appannaggio esclusivo dei movimenti religiosi, ma bisogna tornare a parlare con gli argomenti della scienza e della filosofia, non per fomentare una guerra tra laici e cattolici, ma per definire sia le possibilità di dialogo e sintesi, sia i campi di reciproca autonomia.
Questa questione in Italia ha un peso incommensurabile, e non si lega solo alle questioni di bioetica. Come si potrà parlare seriamente di una grande scuola pubblica e progettarla, se i tagli continueranno a essere finalizzati ad aumentare i fondi della scuola privata? E chi c’è dietro alla scuola privata?
Secondo me ci vuole il coraggio di denunciare questo conflitto di interessi, e al tempo stesso valorizzare al massimo quel cristianesimo civile che pone al primo posto la carità, e quindi il principio che se vuoi essere buon cristiano devi essere buon cittadino, e quindi amare e servire il bene comune. E il bene comune non tollera discriminazioni per fede, etnia ed estrazione sociale.
Bisogna spiegare con pazienza e argomentare la compatibilità tra cristianesimo ed etica civile, purchè il primo, nella sua facciata teocratica e integralista, non pretenda di dettare la linea politica alla seconda.
Senza questa battaglia culturale non sarà mai possibile che l’Italia diventi un paese veramente moderno, e non sarà neppure possibile assistere alla nascita di un PD con valori laici e progressisti e aperto al dialogo con tutte le religioni sul modello del Partito Democratico di Obama.
La sintesi potrebbe essere proprio quella indicata dal discorso pronunciato da Obama il 4 giugno all’università del Cairo, un discorso che si rivolge ai rappresentanti delle tre religioni monoteiste e che apre a orizzonti nuovi…
Il senso di quel discorso è che per un mondo nuovo occorre anche un concetto di Dio nuovo, un Dio dell’umanità che possa parlare a tutti i popoli in modo diverso e relativo ma sempre attraverso il rispetto e l’interesse reciproco…
E un concetto così alto di Dio pone come principio non negoziabile, da discutere ma sempre da difendere, la differenza tra la sfera di azione della religione e la sfera di azione della politica, che possono anche essere complementari, purchè siano sempre autonome e indipendenti.
Per concludere, dopo aver indicato le ragioni per appoggiare la candidatura di Marino, voglio rivolgere un appello unitario. Se è inevitabile che lo scontro sia duro, è altrettanto doveroso che si svolga con quella lealtà necessaria a ricompattare il partito sul nuovo segretario, qualunque esso sia, prendendo ad esempio le primarie americane, in cui lo scontro tra Obama e Illary si è concluso con una leale pacificazione fondamentale per quella collaborazione che li ha poi portati alla vittoria.
Marco Errani 66
Omonimo di Marco Errani, ex-capogruppo in Comune del PD di Forlì. Vero?
Marco Errani 66 è un bravissimo insegnante del liceo classico di Cesena,ex boy scout dei Romiti…che ha sostenuto Balzani.Ciao Pilotti, Giliana Mercatali
un caro saluto a Marco Errani compagno di avventure del liceo classico degli anni 80 con il quale mi ritrovo a condividere ideali politici e a fianco del quale sono pronto a combattere nuove avvincenti battaglie per affermare la vera natura del nostro partito. gianluca monti
CONGRESSO, PRIMARIE E INIZIATIVA POLITICA
L’incursione di Beppe Grillo nel PD, per tentare di candidarsi alla segreteria del Partito, conferma l’opinione di quanti, come me, fin dall’inizio hanno considerato non condivisibili alcune parti dello Statuto e macchinose le regole che definiscono il percorso per la scelta dei gruppi dirigenti.
All’indomani delle primarie di Forlì per la candidatura a Sindaco, prendendo atto del risultato che sancirono, parlai di rischio di “scorribande” e posi il problema di una revisione statutaria. Era una affermazione di principio, non legata al caso specifico. Quella affermazione oggi è rilanciata anche dal Sen. Franco Marini, che in una intervista a Repubblica, parla di uno Statuto che “E’ un catalogo di contraddizioni, c’è anche un forte rischio di inquinamento” e “la segreteria è ridotta a un gratta e vinci”.
Fra le tante, rilevo questa contraddizione: perché chiudere le nuove iscrizioni al 21 luglio, per quanti potranno votare nei circoli l’11 ottobre, mentre per coloro che potranno partecipare alle primarie del 25 ottobre non esiste alcun limite temporale? Forse che il rischio dei “signori delle tessere” non può generare quello dei “signori delle primarie”?
A me è chiaro che il Partito che vogliamo deve essere degli iscritti e degli elettori che lo sostengono senza furbizie. Ma è altrettanto chiaro che moltissimi iscritti e militanti si interrogano sul senso della loro adesione rafforzata se i diritti sono identici a quelli di quanti possono presentarsi fino all’ultimo minuto del giorno delle primarie, limitandosi a sottoscrivere una dichiarazione che non li vincola in nulla.
Personalmente non ho cambiato opinione sul fatto che le primarie sono uno strumento importante di partecipazione e di democrazia. Penso, però, che debbano essere più trasparenti, definendo meglio, quantomeno, per quali cariche siano da effettuare, con quale ventaglio di partecipazione (le coalizioni, in caso di primari incarichi amministrativi) e come si compone il corpo elettorale.
Perché, per esempio, non prevedere la formazione di albi aperti a tutti coloro che intendeno parteciparvi, stabilendo, come per gli iscritti, una data entro la quale effettuare l’iscrizione e dandone il massimo di pubblicità preventiva?
Per quanto riguarda il segretario del Partito, però, non credo proprio che il metodo migliore sia quello delle primarie, appesantito dal sistema bizzarro previsto dall’attuale Statuto.
Un meccanismo che chiama gli iscritti a votare su mozioni presentate dai candidati a segretario. Questi delegati avranno il solo compito di partecipare alla convenzione dell’11 ottobre per ratificare i risultati delle votazioni nei circoli, per poi scomparire.
Il 25 ottobre vengono sottoposti ad elezioni primarie, aperte a tutti, i primi 3 candidati che avranno conseguito più voti nei circoli. Ad essi sono collegate liste, bloccate, anche più di una per candidato, che eleggono dei grandi elettori che, in seguito, o ratificheranno l’esito delle primarie, se un candidato avrà superato il 50 più uno dei voti validi, altrimenti dovranno eleggere loro il segretario, nel ballottaggio fra i due meglio piazzati. Per assurdo, si potrebbe verificare: che un candidato prevale fra gli iscritti, un altro alle primarie, mentre diventa segretario un terzo che vince il balloggaggio fra i grandi elettori!
Poi si dovranno fare ulteriori passaggi per i livelli provinciali. Con il termine massimo di maggio 2010.
In sostanza la fase costituente-elettorale del PD, partita con le primarie del 14 ottobre 2007, bene che vada , si concluderà nella tarda primavera del 2010.
Intanto il Paese continua ad essere governato da Berlusconi nel modo che vediamo e noi rischiamo di essere in tutt’altre faccende affaccendati.
Ma oramai, così è. Facciamo in modo, però, che questo anno che abbiamo davanti si caratterizzi anche per una forte iniziativa politica sui temi che interessano direttamente i cittadini e le imprese.
Facciamo in modo che il congresso prima e le primarie poi, siano grandi eventi politici e siano molto partecipati.
Facciamo in modo che esca una chiara idea dell’Italia che vogliamo, del Partito che vogliamo, della sua identità, del suo sistema di valori, delle alleanze che intendiamo costruire per l’alternativa a Berlusconi. Ed eletto il segretario, facciamo in modo che tutti portino avanti uniti la stessa linea. E facciamo in modo che venga cambiato lo Statuto.
E impegniamoci a non buttare via nessuno, perché è già dura combattere contro questo centro-destra per vincere, essendoci tutti, figuriamoci che cosa può succedere se ci attardiamo ancora a discutere fra quelli che c’erano prima, quelli che ci sono adesso e quelli che vogliono esserci domami e dopodomani. L’Italia guarderebbe da un’altra parte, non a noi.
Giuliano Pedulli
Salutando Giliana Mercatali e Gianluca Monti, che conosco, mi voglio presentare a Alessandro Pilotti: mi chiamo Marco Errani, sono professore di Latino e Greco al Liceo Morgagni di Forlì, abilitato anche in Filosofia e Storia. Ho insegnato per tanti anni a Bolzano, poi a Cesena, e da quest’anno sono a Forlì.
Spero che anche voi condividiate la centralità del tema della laicità nel futuro assetto del PD, decisiva per almeno 2 questioni assolutamente prioritarie.
1) la definizione del futuro della scuola pubblica e dell’università… senza un chiarimento sulla questione delle modalità e dell’entità del finanziamento pubblico alle scuole private paritarie, non sarà possibile progettare una riforma per una scuola e università pubblica dell’eccellenza,così come è nei paesi scandinavi, che penso debba essere una delle punte di diamante delle prossime elezioni politiche… E se questa non è una battaglia che il PD deve combattere, da chi deve essere combattuta? Le reticenze sono già fin da ora sin troppe…
2)la definizione del sistema delle future alleanze alle elezioni politiche.
E’ evidente che una corretta impostazione del concetto di laicità rimuoverebbe gli ostacoli che si frappongono tra il PD e sinistra democratica e la lista pannella - bonino,che credo sarebbero disposti a firmare il programma del pd , a confluire in esso e a rispettarlo lealmente. Credo che anche gli ultimi elettori di Rifondazione comunista perderebbero ogni motivo per votare un partito che non ha più alcuna credibilità storica.
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO DALLA NEWSLETTER DI SALVATORE VASSALLO
IL 25 OTTOBRE LASCIAMOCI INVADERE
Chi non sopporta le primarie dice che il processo congressuale disegnato dallo statuto è interminabile, che lo Statuto del PD è complicato, macchinoso, da cambiare se non da cancellare. Non che non siano necessari aggiustamenti. Ma tanti, proprio tanti, lo dicono senza averlo nemmeno letto, lo Statuto, e per un’unica ragione. A controprova, mi capita spesso di fare questo esperimento, con dirigenti nazionali o locali di partito. Chiedo innanzitutto se i congressi dei Ds o della Margherita richiedevano meno tempo dei due mesi e mezzo (al netto di agosto) che impiegheremo a iniziare e chiudere la procedura congressuale 2009. Non ho mai ricevuto, come è ovvio, una risposta diversa. I congressi dei vecchi parititi duravano di più. Procedendo nel test, chiedo allora di indicare tre degli aspetti che secondo loro vanno cambiati. Fino ad oggi non sono riuscito a ottenere nessuna risposta precisa. In un terzo dei casi mi vengono indicate come modifiche assolutamente necessarie cose che nello statuto sono già esattamente come si dice dovrebbero essere. In un altro terzo ottengo risposte generiche. In un altro terzo si ricade nella vera questione: se a determinare la scelta del segretario e gli equilibri interni deve essere il voto dei soli iscritti o anche di tutte le persone che dichiarano d’essere elettori del PD e sono disposte a versare un contributo minimo; se sia giusto che il gruppo dirigente del Pd si faccia giudicare dall’intera platea dei suoi elettori oppure se i cittadini che votano alle primarie siano degli “invasori”. Proprio così, invasori, li ha chiamati D’Alema domenica scorsa alla festa dell’Unità a Roma: “le primarie per l’elezione del segretario sono una regola assurda, figlia di una concezione che ha portato la società civile a invadere, occupare il partito” (ANSA, Roma 5 luglio). Bersani aveva già espresso un’opinione simile e ora a catena i dirigenti territoriali che lo sostengono hanno perso ogni residua reticenza.
La contrarietà verso le primarie di D’alema (Sole24Ore) e della dorsale organizzativa pro-Bersani non mi stupisce. Purtroppo, anche osservatori normalmente acuti ed equanimi hanno preso a praticare, senza andare troppo per il sottile, lo sport nazionale di sparare a zero sul PD e (quindi) sulle sue regole interne, a prescindere, e danno credito all’idea che il meccanismo congressuale sia contorto o insensato. Cerco di dire in breve perché secondo me non è vero.
In base allo statuto le (cosiddette) primarie, che si terranno il 25 ottobre 2009 per eleggere gli organismi nazionali e regionali, saranno precedute da una consultazione tra i soli iscritti. Nel mese di settembre i circoli si riuniranno per discutere le candidature a segretario e le connesse mozioni. Votando per una o l’altra mozione, gli iscritti nomineranno anche i loro delegati alla Convenzione nazionale che si terrà l’11 ottobre e i delegati per le Convenzioni regionali che si terranno qualche giorno prima.
Questa prima fase ha tre funzioni: a) verificare che le potenziali candidature a segretario (nazionale e regionali) siano dotate di un minimo consenso tra gli iscritti, scremando le candidature credibili da quelle fittizie, giudicate inutili o inopportune; b) consentire ai candidati a segretario e ai sostenitori delle diverse mozioni di presentare le loro proposte e confrontarle di fronte a una platea qualificata di delegati (la “convention” nazionale dell’11 ottobre e quelle regionali); c) dare modo ai sostenitori delle diverse mozioni di coordinarsi e formare le liste per le assemblee nazionale e regionali in maniera meno verticistica di quanto accadde, per forza di cose, in assenza di una base organizzativa comune, nel 2007.
Alla elezione vera e propria, quella che si svolge il 25 ottobre, saranno ammessi tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 15% dei voti tra gli iscritti e comunque i primi tre, purché abbiano ottenuto almeno il 5% nella consultazione preliminare interna. Esattamente come nel 2007, il 25 ottobre, su una prima scheda si vota per liste di candidati all’Assemblea nazionale collegate alle candidature a segretario nazionale. Su una scheda distinta, si vota per le liste di candidati all’Assemblea regionale collegate alle candidature a segretario regionale.
È davvero così complicato? Non mi pare. Anche se, certo, è stato più semplice lo svolgimento del congresso fondativo del PdL! C’è tutttavia un aspetto che può legittimamente generare qualche dubbio. Siccome potranno accedere alle “primarie” più di due candidati alla segreteria, è possibile che nessuno di loro ottenga la maggioranza assoluta dei delegati nell’Assemblea (il discorso vale ovviamente sia per il livello regionale che per quello nazionale). In teoria, potrebbe succedere che tre candidati ottengano ciascuno circa un terzo dei seggi. Che si fa a quel punto? Non sarebbe meglio allora limitare l’accesso all’elezione finale solo ai primi due più votati dagli iscritti?
Sono dubbi che ci si è posti in fase di redazione dello Statuto. Limitando l’accesso alle “primarie” solo ai due più votati tra gli iscritti sarebbe stato escluso dalla competizione qualsiasi outsider, comprese personalità molto popolari. In ogni caso, in fase di elaborazione dello statuto i “bindiani” posero come condizione per loro irrinunciabile che fosse lasciata una chance di partecipare anche ad una terza candidatura di nicchia. Avendo accolto questa richiesta, c’erano tre alternative per chiudere il cerchio, ciascuna con un suo difetto. Una prima, apparentemente semplice, sarebbe stata quella di considerare in ogni caso eletto il candidato più votato, con il rischio di avere un segretario sostenuto da poco più di un terzo dell’Assemblea o addirittura portatore di una linea invisa ad una larga maggioranza del “parlamento” del PD. Una seconda alternativa poteva consistere nel chiamare di nuovo a votare tutti i simpatizzanti per un secondo turno di ballottaggio, ma era troppo costosa organizzativamente. Si è previsto quindi che, in caso non emerga un chiaro vincitore, ci sia un ballottaggio tra i primi due in Assemblea. Naturalmente l’Assemblea chiamata eventualmente a scegliere tra i primi due non è la “convention” eletta dagli iscritti, ma quella eletta dai simpatizzanti il 25 ottobre, in collegamento con i candidati a segretario e alle relative mozioni. Anche in caso di ballottaggio, quindi, il voto del 25 ottobre non verrà vanificato, soprattutto se i rappresentanti eletti in collegamento con il candidato arrivato terzo voteranno per quello tra i primi due con la “piattaforma” più simile alla loro.
La pratica ci dirà cosa può essere migliorato nel percorso. Sperando che nel frattempo non vinca chi vuole tornare al partito introverso … liberandosi degli “invasori”.
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
PD: TRE CANDIDATI
Premetto che considero l’attuale Statuto del PD perfettamente autolesionistico laddove pretende che il Segretario diventi anche Presidente del Consiglio se vincente alle politiche (condurre in contemporanea il paese, la coalizione di governo ed il partito, conoscete qualcuno che potrebbe riuscirci?). Se perdente, poi, abbiamo visto che non ci sono milioni di voti alle primarie che possano frenare gli attacchi interni. Ed anche dove impone obbligatoriamente ai candidati la presentazione di linee politiche differenziate (quando mai acquisiremo la fiducia dei cittadini presentando ogni tre anni tre o quattro ipotesi politiche diverse?). Ma, ormai, il dado è tratto e non ci resta che esaminare i tre candidati. Ognuno di loro è un individuo di pregio, perciò mi limiterò a sottolinearne più che altro i difetti. Di Bersani ho sempre pensato che sarebbe stato l’unico capace di battere Berlusconi nel 2001. Nel 2007, purtroppo, si è ritratto dalle primarie, con motivazioni non chiare, frustrando le attese di molti. Un peccato che gli potrebbe costare caro. Franceschini ha sorpreso tutti per l’energia che ha immesso nel partito nei pochi mesi della campagna elettorale europea, ha usufruito di una tregua da parte dei “big” e l’ha sfruttata bene, non credo che riuscirebbe ad ottenere la stessa franchigia per il futuro. Nella sua coalizione ci sono personaggi francamente impresentabili. I teodem, per me, presentano evidenti caratteri di incompatibilità con la cosiddetta “laicità” del partito al quale nessuno vuol vietar loro di iscriversi e partecipare, ma senza concorrere ad incarichi nelle istituzioni, luoghi dove la laicità dovrebbe essere un prerequisito obbligato. Di Marino si dice che non ha l’esperienza politica necessaria. Mi chiedo se questo è un vero difetto o se non consista nel suo maggior pregio. Mi chiedo anche a che serva l’esperienza di vecchie forme partito quando se ne deve costruire uno totalmente nuovo, con regole interne profondamente diverse, non servirà a frenare l’evoluzione? Per ora è servita a deludere iscritti, simpatizzanti ed elettori, milioni di persone. Credo che abbiamo vitale necessità di sparigliare, di uscire da questo duello continuo giocato in prima o per interposta persona, senza di ché non riconquisteremo tutte quei democratici che non si sono riassociati per il 2009 e non sono venuti a votare nel giugno scorso. Il vero rischio è ricominciare eternamente lo stesso stanco gioco.
Paolo Serra
PD: TRE CANDIDATI
Premetto che considero l’attuale Statuto del PD perfettamente autolesionistico laddove pretende che il Segretario diventi anche Presidente del Consiglio se vincente alle politiche (condurre in contemporanea il paese, la coalizione di governo ed il partito, conoscete qualcuno che potrebbe riuscirci?). Se perdente, poi, abbiamo visto che non ci sono milioni di voti alle primarie che possano frenare gli attacchi interni. Ed anche dove impone obbligatoriamente ai candidati la presentazione di linee politiche differenziate (quando mai acquisiremo la fiducia dei cittadini presentando ogni tre anni tre o quattro ipotesi politiche diverse?). Ma, ormai, il dado è tratto e non ci resta che esaminare i tre candidati. Ognuno di loro è un individuo di pregio, perciò mi limiterò a sottolinearne più che altro i difetti. Di Bersani ho sempre pensato che sarebbe stato l’unico capace di battere Berlusconi nel 2001. Nel 2007, purtroppo, si è ritratto dalle primarie, con motivazioni non chiare, frustrando le attese di molti. Un peccato che gli potrebbe costare caro. Franceschini ha sorpreso tutti per l’energia che ha immesso nel partito nei pochi mesi della campagna elettorale europea, ha usufruito di una tregua da parte dei “big” e l’ha sfruttata bene, non credo che riuscirebbe ad ottenere la stessa franchigia per il futuro. Nella sua coalizione ci sono personaggi francamente impresentabili. I teodem, per me, presentano evidenti caratteri di incompatibilità con la cosiddetta “laicità” del partito al quale nessuno vuol vietar loro di iscriversi e partecipare, ma senza concorrere ad incarichi nelle istituzioni, luoghi dove la laicità dovrebbe essere un prerequisito obbligato. Di Marino si dice che non ha l’esperienza politica necessaria. Mi chiedo se questo è un vero difetto o se non consista nel suo maggior pregio. Mi chiedo anche a che serva l’esperienza di vecchie forme partito quando se ne deve costruire uno totalmente nuovo, con regole interne profondamente diverse, non servirà a frenare l’evoluzione? Per ora è servita a deludere iscritti, simpatizzanti ed elettori, milioni di persone. Credo che abbiamo vitale necessità di sparigliare, di uscire da questo duello continuo giocato in prima o per interposta persona, senza di ché non riconquisteremo tutte quei democratici che non si sono riassociati per il 2009 e non sono venuti a votare nel giugno scorso. Il vero rischio è ricominciare eternamente lo stesso stanco gioco.
Paolo Serra
PD: TRE CANDIDATI
Premetto che considero l’attuale Statuto del PD perfettamente autolesionistico laddove pretende che il Segretario diventi anche Presidente del Consiglio se vincente alle politiche (condurre in contemporanea il paese, la coalizione di governo ed il partito, conoscete qualcuno che potrebbe riuscirci?). Se perdente, poi, abbiamo visto che non ci sono milioni di voti alle primarie che possano frenare gli attacchi interni. Ed anche dove impone obbligatoriamente ai candidati la presentazione di linee politiche differenziate (quando mai acquisiremo la fiducia dei cittadini presentando ogni tre anni tre o quattro ipotesi politiche diverse?). Ma, ormai, il dado è tratto e non ci resta che esaminare i tre candidati. Ognuno di loro è un individuo di pregio, perciò mi limiterò a sottolinearne più che altro i difetti. Di Bersani ho sempre pensato che sarebbe stato l’unico capace di battere Berlusconi nel 2001. Nel 2007, purtroppo, si è ritratto dalle primarie, con motivazioni non chiare, frustrando le attese di molti. Un peccato che gli potrebbe costare caro. Franceschini ha sorpreso tutti per l’energia che ha immesso nel partito nei pochi mesi della campagna elettorale europea, ha usufruito di una tregua da parte dei “big” e l’ha sfruttata bene, non credo che riuscirebbe ad ottenere la stessa franchigia per il futuro. Nella sua coalizione ci sono personaggi francamente impresentabili. I teodem, per me, presentano evidenti caratteri di incompatibilità con la cosiddetta “laicità” del partito al quale nessuno vuol vietar loro di iscriversi e partecipare, ma senza concorrere ad incarichi nelle istituzioni, luoghi dove la laicità dovrebbe essere un prerequisito obbligato. Di Marino si dice che non ha l’esperienza politica necessaria. Mi chiedo se questo è un vero difetto o se non consista nel suo maggior pregio. Mi chiedo anche a che serva l’esperienza di vecchie forme partito quando se ne deve costruire uno totalmente nuovo, con regole interne profondamente diverse, non servirà a frenare l’evoluzione? Per ora è servita a deludere iscritti, simpatizzanti ed elettori, milioni di persone. Credo che abbiamo vitale necessità di sparigliare, di uscire da questo duello continuo giocato in prima o per interposta persona, senza di ché non riconquisteremo tutte quei democratici che non si sono riassociati per il 2009 e non sono venuti a votare nel giugno scorso. Il vero rischio è ricominciare eternamente lo stesso stanco gioco.
Paolo Serra
L’UNITA’ 12/7/2009
Carissimi,
Ho deciso di impegnarmi direttamente a sostegno della candidatura di Ignazio Marino allasegreteria del PD perchè voglio un partito veramente nuovo.
Un partito nuovo nel linguaggio, nelle persone, nel metodo. Un partito che parta dalla centralità della persona, dai suoi diritti e doveri. Un partito che riveda le grandi priorità della politica partendo dall’etica, la laicità, i diritti, il merito. Un partito fortemente Europeo.
Durante tutta la campagna dovremo ascoltare i nostri elettori e mettere al centro dei nostri discorsi i valori fondanti, i loro problemi e le loro richieste.
In questa fase così difficile, ci servono costanza, impegno e creatività straordinari per trovare la ricetta giusta che porterà il nostro paese fuori dalla crisi.
Credo che Marino possa mettere insieme le forze migliori dentro e fuori del PD. Possa avviare quel cambiamento sempre più necessario. Possa costruire in modo aperto, ascoltando i bisogni e le idee della gente, una grande forza democratica in grado di modernizzare il paese.
Sono convinto che sia il momento di mettersi in gioco, di compiere un atto di coraggio, di impegnarsi per un congresso in cui dovremo elaborare un’alternativa forte e credibile ai disastri del governo delle destre.
Cercherò di portare la mia esperienza e quella di tutti coloro che in questi anni, nel mondo della sinistra liberale, degli ulivisti, della parte più liberal democratica del nostro partito, hanno condiviso con me un percorso in Italia e in Europa.
Un caro saluto,
Sandro Gozi
posto da il sole24ore.com di oggi
Michele Serra: «Il problema del Pd non è Grillo ma l’astensione»
di Lina Palmerini
Il problema del Pd non è «la minoranza dei “vaffa day” ma è la massa impressionante di astenuti e sfiduciati, è quella la rivoluzione». La vera rivoluzione per Michele Serra è, dunque, quell’«Aventino» in cui si è ritirato l’elettorato di sinistra, quella folla di assenti alle urne, più che le piazze reali e virtuali.
Serra era autore di Beppe Grillo negli anni ‘90 quando già era stato tra gli inventori di Cuore, luogo culto della satira di sinistra. Da allora – e oggi di più – è il punto di riferimento di un disagio diventato astensionismo perché non si vota più «per appartenenza ma per lucida scelta» e non si sceglie un partito chiuso nelle «beghe tra ereditieri» che non riesce a essere riformista e innovatore ma riesce invece a spaventarsi della candidatura di Grillo citando codici dello Statuto.
Il Pd ha fatto bene a dire no alla candidatura di Grillo?
Penso che molti dirigenti abbiano avuto una reazione notarile, che in tempi di debolezza non è conveniente. La stragrande maggioranza degli iscritti e degli elettori di quell’area non sopporta Grillo: forse era meglio accettare iscrizione e candidatura e lasciare che Grillo misurasse democraticamente la sua impopolarità.
Ma Grillo è stato corretto a candidarsi?
Non so giudicare. Grillo segue criteri tutti suoi ed è convinto che il suggello dei blog valga un investitura popolare. Non si confronta più con la banalità del reale, ma con la magnificenza della rete. Beato lui.
E quell’appello allo Statuto, alle regole?
Il Pd ha dato un’immagine burocratica che poteva avere un senso ai tempi del Pci, quando al corpus rigido e spesso ottuso delle norme corrispondevano una potenza politica sostanziale, e un’investitura popolare fortissima. Oggi un atteggiamento burocratico è quanto di meno opportuno e funzionale: un’armatura con dentro il fantasma di un partito non ancora nato. Immagine cervantesca, per chi ama il genere.
Arriviamo al “no”: la motivazione è stata l’ostilità di Grillo verso il Pd. È questo il punto politico? Non serve una rottura con la sinistra demagogica del “vaffa day”?
Il problema del Pd non è la minoranza entusiasta e visibile che ama i “vaffa day”. Il problema del Pd è la massa impressionante di astenuti e sfiduciati di sinistra, ormai milioni di italiani che bivaccano dentro la loro disillusione in attesa che qualcuno gli conceda asilo politico. È a loro che si dovrebbe parlare, è a loro che fa un cattivo effetto una campagna precongressuale che rischia di interessare solo i già accasati.
Un Pd innovatore, riformista può contenere i movimenti?
Non c’è dubbio. Ignazio Marino, per fare solo un esempio, ha già ricevuto molti segnali da quel mondo: se vinci e costruisci un partito davvero laico, siamo con te. Il vuoto a sinistra è un territorio così vasto che spiace vedere i dirigenti del Pd contendersi quel poco o tanto che è rimasto nel loro recinto, e non accorgersi che il futuro del Pd è pieno di opportunità soprattutto fuori dall’attuale Pd, oltre i suoi confini, e al riparo dalle sue beghe interne.
Lei ha legato la vicenda Grillo al tema del ricambio. Ha parlato di una rivoluzione in corso citando la Serracchiani.
La rivoluzione è già in corso, o addirittura c’è già stata. Nella tradizione di questo paese l’astensione, l’antipolitica, il distacco dalla vita civile sono sempre stati tipici della destra. Oggi, secondo gli analisti, è un pezzo consistente dell’elettorato di sinistra che si è ritirato sull’Aventino. Berlusconi stravince per questo, non perché abbia una maggioranza numerica schiacciante. Nessuno, a sinistra, vota più per ragioni identitarie, di fedeltà o di militanza strenua, se non piccolissime frange. Si vota per ragione, per lucida scelta, e non più per appartenenza: se non è una rivoluzione questa….
E vede tracce di rinnovamento nella corsa tra Bersani, Franceschini e Marino? Chi voterebbe o voterà tra loro?
Voterei Marino o Franceschini. Per un ex comunista come me è un paradosso, ma vorrei che gli ex dirigenti di quel partito lasciassero il campo: troppi rancori personali li dividono, troppe vanità da ereditieri in lite.
C’è una questione morale nel Pd? Nel tesseramento di Napoli, per esempio?
C’è una questione morale in Italia. Secolare. Ovviamente c’è anche nel Pd. La faccenda delle tessere campane è semplicemente mortificante, ma non odora di grande scandalo. Produce, piuttosto, quel tanfo casalingo, da pianerottolo colluso, che è perfino più pericoloso del puzzo di zolfo degli Scandali con la esse maiuscola. Perché è un odore casalingo, quello del familismo, delle parentele, dei favori, del controllo del collocamento. Ci siamo abituati, e molti italiani, purtroppo, quell’odore non lo avvertono neanche più. E si stupiscono se qualcuno gli dice che a un partito ci si deve iscrivere per passione ideale, non perché si tiene famiglia.
Ho letto su “Repubblica” di domenica 19 luglio alcune dichiarazioni della senatrice Paola Binetti, che, chiamata in causa da Ignazio Marino sul tema della laicità, contrattacca: “ È Ignazio che, per la deriva radical-laicista presa, è estraneo al Pd. Marino è cambiato con un viraggio spiccato verso i radicali.”
Sarebbe facile rispondere direttamente a queste dichiarazioni e dimostrarne l’assoluta assurdità, ma, siccome pare che in questa fase del dibattito politico, che è un chiaro specchio dei nostri tempi, ognuno sia autorizzato a dire sul delicatissimo e fondamentale tema della laicità qualunque opinione gli passi per la testa, mi pare opportuno, per dare un fondamento autorevole alla questione, riportare e commentare un brano di Dante tratto da una delle sue più importanti opere minori, il De Monarchia, opera in cui tratta appunto dei rapporti tra religione e politica, ovvero tra Papato e Impero ( non si ha una data certa della composizione del trattato, siamo nel 1311, o poco prima, o poco dopo).
“L’ineffabile Provvidenza ha posto dunque innanzi all’uomo due fini cui tendere: la felicità di questa vita … che è simboleggiata nel paradiso terrestre, e la felicità della vita eterna, che consiste nel godimento della visione di Dio, e costituisce il paradiso celeste …
A queste [due] beatitudini, come a [due] fini diversi, occorre giungere con mezzi diversi. Alla prima infatti perveniamo per mezzo degli insegnamenti filosofici, purché li mettiamo in pratica operando secondo le virtù morali e intellettuali; alla seconda invece perveniamo per mezzo degli insegnamenti divini che trascendono la ragione umana, purché li seguiamo operando secondo le virtù teologiche della fede, speranza e carità….
Per questo l’uomo ebbe bisogno di una duplice guida, in corrispondenza del duplice fine, cioè del Sommo Pontefice, per condurre il genere umano alla vita eterna mediante la dottrina rivelata, e dell’Imperatore, per dirigere il genere umano alla felicità terrena attraverso gli insegnamenti della filosofia.
De Monarchia III, XV, 7 ss.
Difficile? A me non pare. Il cattolicissimo Dante ( c’è qualcuno che ne dubita?) afferma che Dio ha posto dinanzi all’uomo due fini a cui tendere; uno è la felicità nella vita terrena, e l’altro è la felicità nella vita eterna, cioè la salvezza nella vita dopo la morte.
A queste due felicità si perviene per strade diverse. Alla felicità della vita terrena ( che altri non è che il benessere, la prosperità, la giustizia, la pace nella vita civile) si perviene attraverso i saperi filosofico e scientifico , mentre alla felicità nella vita eterna si perviene attraverso gli insegnamenti che derivano dai testi sacri ( il vecchio e nuovo testamento dei cristiani).
Come logica conseguenza Dante sente la necessità di distinguere due guide dell’umanità, il Papa e l’Imperatore, rispettivamente potere religioso e potere politico e temporale, che devono guidare l’umanità attraverso due metodi diversi. L’uno ( l’imperatore, e cioè la politica ) attraverso il sapere filosofico e scientifico, l’altro ( il Papa, e quindi l’autorità religiosa) attraverso la verità rivelata.
Dunque, il cristianissimo Dante, il nostro poeta più grande, distingueva già nel medioevo le due sfere autonome e distinte della politica e della religione, e diceva senza ombra di dubbio che a guidare la vita terrena deve essere la politica attraverso il sapere filosofico scientifico.
Dunque il nostro Dante sarebbe stato un radical laicista? Ma cos’ è questo laicismo che certe persone tirano fuori in continuazione?
Sarebbe bene smettere di usare questa parola che non ha alcuna giustificazione né storica né logica!
Chi opera in politica o è laico, o è un esponente dell’integralismo teocratico.
Il laico, tenendo separate le due sfere della religione e della politica, non potrà che operare per il bene comune, che non tollera discriminazioni religiose.
L’integralista teocratico tenderà sempre a mischiare quelle due sfere che andrebbero distinte nel tentativo di imporre alla collettività il suo credo religioso.
Per tornare all’attualità, le dichiarazioni della Binetti, così come le domande che sono state poste a Balzani la sera del 17 Aprile quando è stato ospite delle associazioni religiose forlivesi, tra cui quella quasi surreale sullo smaltimento degli embrioni abortiti nel rispetto della legge 194, dimostrano che la partita si gioca tra un cattolicesimo integralista e teocratico ( ma queste parole si possono usare? Io credo di si, quando questo cattolicesimo pretende di imporre una certa visione all’intera comunità politica e civile ) e un cristianesimo civile che, senza rinunciare in alcun modo al proprio credo, pone come principio non negoziabile, da discutere ma sempre da difendere, la differenza tra la sfera di azione della religione e la sfera di azione della politica.
Nella comprensione dell’esistenza di queste due sfere autonome e indipendenti si situa il concetto di laicità, che in nessun modo dovrebbe essere confuso con l’ateismo ( io mi potrei definire come ha fatto Balzani un cristiano per cultura e tradizione, sicuramente pieno di dubbi ) ma che allo stesso modo non dovrebbe lasciarsi accusare di laicismo, categoria culturale assurda e assolutamente infondata sul piano storico e sul piano concettuale, a cui una corretta impostazione del concetto di laicità non lascerebbe alcun margine di sopravvivenza.
Secondo me, e lo dico nel massimo rispetto per tutti, sarebbe un gran bene per il partito democratico che gli esponenti di un certo cattolicesimo integralista teocratico uscissero da un partito che tutti vorrebbero laico a parole, ma non nei fatti.
Per fortuna che è sceso in campo Ignazio Marino. Si tratta di una causa nobilissima, non di uno dei tanti problemi dell’Italia ma del problema dell’Italia,un problema che è inutile minimizzare o tentare di ignorare, perché è ciò che, consciamente o inconsciamente, determina gran parte delle scelte elettorali della gente.
Un problema che, se non verrà risolto, peserà come macigno su tematiche quali integrazione, scuola, ricerca scientifica e cultura, troppo vitali per un partito di centrosinistra.
Marco Errani 66
Scusi il disturbo Sig. Errani, ma non crede che il primo compito di un partito che ambisce ad essere il partito del lavoro, oggi più che mai dovrebbe essere quello di elaborare un disegno per l’economia ed il lavoro per i prossimi anni? Soprattutto nella nostra regione, che per anni ha avuto tassi di vivacità economica sopra la media nazionale e che oggi soffre in maniera drammatica la crisi mondiale?
No, perchè se a settembre ottobre, nel pieno del dramma della crisi (MIGLIAIA di lavoratori a casa senza nessun ammortizzatore sociale), a questa gente parliamo del valore della laicità secondo me il Pd palesa la sua assolutà inutilità.
Grazie e saluti
La preoccupazione del Sig. Riccardo Vitali è legittima e comprensibilissima, e io sono il primo a riconoscere che Marino deve costruire un programma con una visuale a 360° su tutte le questioni, in primo luogo quelle dell’economia e del lavoro.
Tuttavia non sono assolutamente d’accordo con lui nella sottovalutazione della questione laicità, vitale per la coesistenza nel PD dell’elettorato cattolico a fianco di quello storicamente laico - progressista e proveniente da esperienze diverse.
La mancanza di questo chiarimento, la mancanza di un dibattito e di un confronto in cui si sarebbero potute anche costruire importanti sintesi è la causa fondamentale del fallimento del progetto di Veltroni di sfondare verso il centro, e lascia tuttora il partito democratico sospeso in un limbo in cui è aggredito da destra dall’UDC e al suo fianco sinistro più populista e deluso dal partito di Di Pietro, nell’impossibilità di difendersi proprio per l’incapacità di dare risposte a domande che nessun formulario politichese riesce a soddisfare.
Sembra che non ci si voglia rendere conto che non vi è alcuna differenza tra una battaglia non combattuta e una battaglia persa.
Intanto, parlando in termini elettorali, per non perdere il probabile voto di quella componente cattolica incapace a rassegnarsi a considerare la religione e la politica come due sfere autonome, non si è lavorato su quel 47- 50% della popolazione che tutti i sondaggi hanno indicato in disaccordo sul modo in cui il parlamento ha gestito il caso Englaro…
Ma ora inviterei il signor Vitali a rispondermi, se vorrà farlo, su due questioni per me decisive:
1) Perchè il PD, e i vari partiti a sinistra del Pd, hanno perso il voto degli operai,che ormai, non solo al nord, ma anche qui in Romagna votano in gran parte per la lega?
Non le viene il dubbio che siano state sottovalutate questioni decisive o che si siano combattute battaglie o sbagliate o in ritardo con la storia?
2) Chi è il candidato che il centrodestra ha scelto qui a Forlì come oppositore di Balzani? Se non sbaglio Rondoni è conosciuto ai più come direttore di un settimanale, ” Il Momento “, dichiaratamente collegato ad un movimento cattolico molto conosciuto e potente, Comunione e Liberazione…
Non le pare che per quelli che lo hanno votato le questioni legate alla laicità e a tutto il dibattito che ruota attorno a questi temi siano di una qualche importanza?
E mi pare che lo abbiano votato in tanti, in una città come Forlì in cui fino a 5 anni fa il centrosinistra avrebbe stravinto al primo turno con qualsiasi candidato…
Per concludere,pur condividendo con lei la prima parte del suo ragionamento, sulla necessità fondamentale di rispondere a questioni legate all’economia e al lavoro, ritengo profondamente miope e assolutamente sbagliata la sottovalutazione della questione della laicità, purtroppo per il PD, tutt’altro che inutile.
Marco Errani 66
Gentile Sig. Errani, cerco di risponderle per quanto mi è possibile.
Intanto non credo che l’abbandono del voto per il Pd riguardi nelle fasce basse solo gli operari. Credo riguardi un pò tutti i lavoratori dipendenti probabilmente esclusi quelli della PA dove il pd rimane il primo partito (ma non è difficile se la controparte ti insulta e ti schernisce).
Per quello che concerne la preferenza degli operai per la Lega credo si debba al fatto che l’operaio soffre la presenza nei propri luoghi di lavoro di pari grado stranieri, e percepisce che questi vengano maggiormente aiutati sia nell’ambito professionale che nell’ambito del welfare. Di certo vi sono esempi anche nelle nostre zone che lo testimoniano. Il fatto che nel bidente vi siano numerosi lavoratori extracomunitari nel reparto della macellazione e che questi, per minori costi, abbiano in minor modo risentito della crisi avicola di qualche anno fa, è un dato difficilemte confutabile. La Lega li affascina con la promessa di cacciare gli stranieri, noi non siamo abbastanza capaci nello spiegare la nostra proposta di convivenza.
Ha visto un solo nostro dirigente fare una campagna nelle fabbriche chiedendo ai tanti che rimangono senza lavoro e che hanno votato Lega se li soddisfa rimanere a casa però con il federalismo e le ronde?
Per quanto riguarda il candidato della destra di Forlì (che personalmente ho apprezzato perchè mi è sembrato costruttivo e spero lo sia anche in futuro), il fatto che sia cattolico è dichiarato in maniera strumentale.
Molti italiani vivono la religiosità in maniera personalistica, osservando i precetti che meno faticano ad osservare ed ignorando quelli più complessi. La castità per esempio è un peccato che spesso (soprattutto nella nostra terra godereccia) viene derubricato. Come il non pagare le tasse, che per molti non è nemmeno un peccato ma legittima difesa. D’altronde se i cattolici fossero così intransigenti cercherebbero di scegliersi rappresentanti migliori (ovviamente parlo a livello nazionale).
Per quello che concerne la laicità, io sono completamente d’accordo con Lei, anzi forse sono pure più rigido.
Ma Le rivolgo un paio di domande io questa volta:
- Non crede che la sonora sconfitta del referendum sulla fecondazione abbia posto i temi riguardanti la laicità perlomeno non tra quelli di prima fascia?
- Non crede che un partito che si propone di essere utile debba saper individuare le priorità (anche Balzani credo abbia detto che prima di tutto viene la crisi, mica ha detto che prima di tutto si farà il registro delle coppie di fatto)?
- Non crede che su questo tema sia difficile oggi non riconoscere libertà di coscienza ad una minoranza (generalizzando diciamo quelli provenienti dalla Margherita) che diversamente non avrebbe scelto di fondersi in un partito dove si sapeva anche prima che la maggioranza sui temi etici la pensa in modo diverso?
Molti saluti.
Credo, signor Vitali, che siamo giunti ad una sintesi.. mi pare che lei abbia riconosciuto l’importanza del tema della laicità, così come io ( e sarebbe da pazzi non farlo) l’assoluta centralità delle tematiche legate al lavoro… le sue riflessioni sul voto degli operai alla lega in un certo senso mi danno ragione… se i nostri operai sono infastiditi dai presunti vantaggi che avrebbero gli extracomunitari, allora è anche un problema culturale, anche se credo che la questione sia molto più complessa…
Provo a rispondere rapidamente alle sue domande
1) Negli ultimi anni in Italia sono falliti tutti i referendum, perchè si è escogitata la formula dell’astensionismo che li fa fallire … a ciò va aggiunta la carenza di informazione e indubbiamente la timidezza dei partiti, che non vogliono rischiare di esporsi in prima persona in una battaglia che potrebbero perdere
2) mi pare che Balzani abbia valorizzato in egual misura tutte le tematiche vitali per il centrosinistra; cultura, scuola, lavoro, formazione professionale, laicità
3)Sull’ultimo punto non sono d’accordo con lei… se si vuole affermare il principio della laicità non si può imporre alla collettività il credo religioso di una parte … ognuno deve avere il diritto di decidere su certe tematiche in base alle proprie convinzioni filosofiche o religiose…
Cordiali saluti
E-MOZIONI
condividendole appieno posto queste osservazioni/riflessioni tratte da un blog
http://mattiacarzaniga.wordpress.com/2009/07/21/tu-chiamale-se-vuoi-e-mozioni/
Tu chiamale, se vuoi, e-mozioni
By mattiacarzaniga
Negli ultimi giorni, in tanti si sono iscritti al Pd. Insolazioni, direte. Colpi di testa. Di tessera. Mancano poche ore. Passate queste, solo chi sarà iscritto potrà indicare il futuro segretario. Segno che, quando le cose si muovono (o almeno così sembra), una speranzosa risposta arriva. Tanta gente mi dimostra che c’è. Ognuno con la sua opinione, come alla vigilia dei Mondiali di calcio. C’è quello che dà la squadra Franceschini vincitrice sicura. Quello che «Bersani è rimasto all’Ulivo del ‘96» e quello che «Bersani è emiliano, è il più simpatico» (non è che c’è troppa simpatia in giro?); e quell’altro che si esalta per la terza via, nelle mani (e nei bisturi) del Dr. Ignazio Marino. Tu, chiamale, se vuoi, e-mozioni. Io, chiunque ciascuno decida di appoggiare e qualunque cosa accadrà, mi auguro solo una cosa: che il Pd-che-verrà non si dimentichi di queste persone. Le cose vanno più o meno così: nel partito si preparano gli assetti futuri (ovviamente bisticciando); la stampa strilla i suoi titoloni; l’elettore addormentato vede che qualcosa succede e si risveglia. È un loop giornalistico-politichese inevitabile, anche se non fa troppo bene. Ma quelli che si iscrivono oggi ci credono davvero. E sono (anche) quelli che domani chiederanno al loro partito, che so, una politica chiara sul lavoro, la possibilità di accedere più facilmente a un mutuo o a un affitto, una migliore qualità dell’ambiente in cui vivono, la tutela dei loro diritti, la detassasazione dell’Iva o gli ammortizzatori sociali. Cose quotidiane da cui – detta alla Alberoni (c’è ancora, sul Corriere del lunedì?) – partono le emozioni. Le mozioni, da sole, non bastano.
Rispetto alla discussione sulla laicità proposta da Marco Errani 66 (20 luglio 2009) vorrei apportare questa precisazione filologica. Pare, dagli studi fatti sulla cronologia delle opere di Dante Alighieri, che la Monarchia sia stata l’ultima opera scritta dal grande fiorentino e non nel 1311. Infatti, Giovanni del Virgilio nel 1320 mostra di non conoscere ancora la Monarchia, ma, invece, la conosce e la ricorda l’anno dopo nell’epitaffio composto per la morte di Dante (14 settembre 1321) e infine la replica ierocratica di Guido Vernani ritarda sino al 1328. Questo fatto potrebbe confermare una tarda circolazione dell’opera, verosimilmente pubblicata l’ultimo anno di vita di Dante.
Marco Errani 1959
Mi fa piacere che il mio omonimo Marco Errani 59 abbia proposto una datazione del De Monarchia diversa da quella indicata da me.
Vorrei però comunicargli che, allo stato attuale degli studi, non è assolutamente possibile datare con certezza l’opera.
A questo proposito vorrei ricordare che Pier Giogio Ricci, il curatore della voce Monarchia nell’Enciclopedia Dantesca, scrive: sono a disposizione, per chi voglia sbizzarrirsi a immaginare ogni possibile datazione della Monarchia, gli anni che corrono dal 1308 alla morte di Dante ( 1321).
E io avevo scritto che non si ha una data certa della composizione del trattato, siamo nel 1311, o poco prima, o poco dopo.
La mia indicazione relativa al 1311, o poco prima o poco dopo, fa riferimento ad una tra le tante ipotesi, quella che Dante abbia iniziato a comporre il De Monarchia in occasione della discesa in Italia dell’imperatore germanico Arrigo VII di Lussemburgo.
Detto questo, sarebbe auspicabile una discussione sulla sconcertante attualità dei contenuti del De Monarchia, che offrirebbero una possibile soluzione sul tema dei rapporti tra religione e politica, autentico cuneo conficcato nel fianco del Partito Democratico.
Forse sarà pedanteria, ma la data del De Monarchia è estremamente importante per ragionare sull’essenza del pensiero politico di Dante. Considerarla l’ultima sua opera (come gli ultimi studi del Prof. Fenzi apparsi su Studi Danteschi ci portano a dire, l’enciclopedia dantesca è più datata) significa misurarsi con la “summa” del suo pensiero che, non dimentichiamolo, in gioventù aveva manifestato opzioni municipalistiche e guelfe. Considero l’opzione della laicità come indispensabile non solo per riempire il DNA del PD, ma per esprimere una concezione aperta e moderna dell’azione politica. La nascita del PD stesso non sta forse nell’unire, aldilà del proprio credo religioso, le forze riformiste? Oppure per dirla con Gramsci, la questione vaticana comporta ancora steccati permanenti e a mio avviso anacronistici tra laici e cattolici? Ci sono le condizioni per aggiornare la cultura politica del PD a 360° su questo punto rifuggendo sia dal laicismo aggressivo che dall’integralismo regressivo dei neoguelfi. Proprio in questi giorni, riordinando la mia biblioteca, ho ritrovato gli Atti del 48° corso di aggiornamento culturale dell’Università Cattolica “Laicità: problemi e prospettive”, rileggendo quei contributi vi ho trovato un’elaborazione significativa su cui imbastire un proficuo lavoro comune. Il PD deve essere all’altezza di questa sfida. Non bastano i ma anche. Romano Prodi affermava spesso, a ragione, che ci sono molti cattolici adulti. Partiamo da lì. Un’ultima annotazione: so bene che è aperta una dialettica fede-politica che ha radici storiche. Sono convinto che su questo punto debba esserci una discussione esplicita tra credenti e che soprattutto loro debbano sentirsi impegnati a risolverlo. In proposito condivido pienamente l’invito rivolto ai cattolici dal teologo Vito Mancuso perché si apprestino a un Concilio Vaticano III. La sua tesi è che il Vaticano II ha chiuso con la Controriforma e ha introdotto una svolta positiva tra politica e storia. Ora però c’è bisogno di una “teologia della natura”. Cioè relativa alla vita e alla morte degli uomini, fondata su una dottrina che deve muovere dallo stesso principio di laicità, introdotto dal Vaticano II a proposito della storia. A questo scopo serve appunto un Vaticano III. Impossibile? Non credo. Se dalla città dei Chicago boys è partita la svolta di Obama… Dunque, eppur si muove! Tocca a noi lavorare non da soli per affermare la cultura di un nuovo umanesimo e raccogliere il testimone di quel pensiero lungo che un grande italiano del Novecento ci ha indicato come meta del XXI secolo.
Marco Errani 59
Mi scuso per il ritardo con cui giunge la mia risposta, ma i temi che lei ha messo in campo non sono assolutamente banali, e meritano un adeguato approfondimento, ed io, in questi giorni, per l’intrecciarsi di troppe cose, non ho avuto tempo per scrivere.
Partiamo dalle cose che condivido; condivido assolutamente le valutazioni del teologo Mancuso, che personalmente stimo molto, sulla necessità di un Vaticano III, condivido le affermazioni di Prodi, che si definiva un cattolico adulto, e condivido anche la necessità di una discussione esplicita tra credenti sul tema dei rapporti religione politica, una questione che devono risolvere soprattutto loro.
Ma è su quest’ultimissimo punto che ho qualcosa da dire, ed è sostanzialmente un problema da porre in termini direzionali … qual è in questo momento la direzione degli attacchi, da dove partono? E’ la politica che invade la sfera della religione, o è la religione che invade la sfera della politica?
Vi sono stati dei momenti della storia, mi riferisco alla rivoluzione francese nella fase del Terrore e poi al marxismo nella sua fase sovietica, in cui è stata la politica a pretendere di sradicare la religione, oppio dei popoli, dalla vita degli stati … in entrambi i casi è stato commesso un gravissimo errore metodologico pagato a caro prezzo…
Ma in quest’epoca di crisi, in cui, crollato il comunismo e nel pieno trionfo del materialismo consumistico, ci si rende conto che il sogno del benessere può anche trasformarsi in un incubo, il bisogno di spiritualità della gente è aumentato, e questo ha ridato forza a certe forme di integralismo religioso, che è evidente che vengono strumentalizzate, ma vengono strumentalizzate perché esistono e premono sulla società civile.
Ora è la religione ad invadere lo spazio della politica, e ciò, e qui mi riallaccio all’estrema attualità del pensiero di Gramsci che lei ha citato, ha conseguenze deleterie in un paese come il nostro che sotto certi aspetti non è normale rispetto al resto d’Europa (e l’unico paese che poteva assimilarsi all’Italia era la Spagna ).
L’Italia non ha conosciuto il fermento etico della riforma protestante, è stata soffocata dalla controriforma ed è rimasta per grandi porzioni del suo territorio un dominio temporale del Vaticano dalla caduta dell’impero romano fino a tempi recentissimi.
Purtroppo la questione Vaticana, se vogliamo chiamarla così, pone steccati permanenti che, per quanto anacronistici e assurdi, sono in Italia vivissimi e drammatici.
Non le pare che i toni esasperati in cui si è vissuta la vicenda Englaro, e non voglio ricordare alcune parole che sono state pronunciate in parlamento, siano significativi? E non le pare che i continui attacchi al relativismo e al razionalismo che vengono da una precisa direzione siano spie sintomatiche di un atteggiamento aggressivo?
Di fronte a questa situazione è necessario impostare in modo corretto il discorso sulla laicità, e non è purtroppo sufficiente utilizzare formule come quella che lei ha usato: “aggiornare la cultura politica del PD rifuggendo sia dal laicismo aggressivo che dall’integralismo regressivo dei neoguelfi”.
Tanto per cominciare, questa definizione lascia sul terreno un concetto, quello di “ laicismo aggressivo” che una corretta impostazione metodologica eliminerebbe.
E poi una formula come questa è un compromesso sostanzialmente inutile, perché lascia un margine di ambiguità pericolosissimo, a meno che la strada che si vuole percorrere non sia quella di illudersi di evitare ogni possibile conflitto.
La mia citazione del De Monarchia di Dante non voleva essere uno sfoggio di erudizione, ma un tentativo, in una fase di voluta e provocata anarchia metodologica per cui a chiunque è lecito affermare qualunque cosa su tutto, di ricondurre un tema così delicato come quello della laicità sui binari della correttezza, al di fuori della quale non è dal mio punto di vista possibile trovare la tanto sospirata sintesi.
Crollate definitivamente dopo l’89-91 le basi storiche della cultura della sinistra italiana, a che cosa ci si vuole ispirare per colmare il vuoto che è rimasto, prima che il materialismo consumistico di cui Berlusconi è profeta sommerga tutto? Dante è troppo lontano nel tempo? Eppure Dante rappresenterebbe la tanto sospirata sintesi … Kant è troppo difficile?
Allora proviamo con gli ideali del neoilluminismo di Obama … ma la sua vittoria non è sorta dal nulla, è stata preparata da anni di battaglie culturali che hanno richiesto in alcuni casi un pesante tributo di sangue, da Rosa Parks a Martin Luther King a Kennedy fino ad Al Gore e alla sua campagna sul riscaldamento globale…
E non pensiamo che un discorso come quello pronunciato da Obama il 4 giugno all’Università del Cairo, un discorso di pace e di altissima spiritualità, in cui propone un concetto di Dio nuovo, sia nato dal nulla. E’ stato preparato da più di 200 anni di religione civile in cui mai si sono verificati attriti tra religione e politica, e in cui parole come radicalismo laicista non hanno ragione di essere pronunciate.
Discutiamone, ma il ritardo è già enorme, e non facciamoci vane illusioni …
Senza una corretta impostazione della questione laicità si è costretti a costruire su basi fragilissime.
E o si è destinati a cedere su ogni questione, o si è destinati a sfasciarsi al primo scoglio, e lascio a lei trarre le conseguenze politiche delle mie affermazioni…
Di una cosa sola sono sicuro, che la tematica della laicità è il cuore dell’identità culturale del PD e del futuro. Nasconderla, minimizzarla o, peggio ancora, lasciarla a Fini, potrebbe avere conseguenze negative enormi.
Ma, a quanto pare, molti non capiscono le profonde implicazioni legate al tema della laicità. Io ne propongo una sola: la scuola.
Io non ho mai fatto parte di un partito, e in questi ultimi tempi ho iniziato a seguire i dibattiti tra gli iscritti nei circoli.
Molti parlano di economia e di crisi, e quando ne parlano è quasi surreale come considerino la scuola e le tematiche del lavoro e dell’occupazione come separate, come se la scuola fosse un mondo di inutile erudizione e il mondo produttivo fosse tutt’altra cosa…
Secondo me una grande riforma della scuola che si opponga allo sfascio Gelmini dovrebbe essere in ogni dibattito una delle punte di diamante del programma del PD, perchè
una grande riforma scuola potrebbe essere il punto in cui riannodare scuola e mondo produttivo, rilanciare l’occupazione ed uscire meglio dalla crisi …
Non voglio proseguire oltre, magari parleremo di scuola in modo più tecnico in un’altra occasione.
Ma le pongo un solo interrogativo, prima di augurarle buone vacanze ( ammesso che le faccia).
Non le pare che le implicazioni legate alla tematica della laicità siano deleterie in materia di scuola pubblica?
Cordiali saluti
Marco Errani 66