Una fascetta rossa per la libertà di informazione
Con una fascetta rossa al braccio, a partire da oggi, Ignazio e i suoi sostenitori manifesteranno a favore della libertà di stampa. La scelta del simbolo richiama la storica striscia di colore rosso che incornicia la prima pagina del quotidiano L’Unità, gravemente attaccato dal Presidente del Consiglio che, dopo essersi scagliato contro Repubblica, El Pais e il Nouvelle Observateur, cita ora in giudizio e richiede due milioni di euro di risarcimento per diffamazione alla testata fondata da Antonio Gramsci, cifra che porterebbe alla chiusura del giornale.
L’azione del capo del governo, volta a intimidire gli organi informativi, costringe a ribadire che la libertà di stampa non è un accessorio della democrazia, ma la sua sostanza e che essa rappresenta un valore fondamentale garantito sia dalla Costituzione italiana che dalla Carta Europea per la libertà di stampa.
L’iniziativa della fascetta fa da volano alla manifestazione organizzata a Roma per sabato 19 settembre che invita alla mobilitazione in difesa della libertà di informazione alla quale, ovviamente, Ignazio parteciperà.
Mettete anche voi una fascetta al braccio, sugli abiti, sulle finestre, in ogni luogo pubblico e privato. Esponete il simbolo sui blog e i social network. Inviateci, inoltre, da oggi al 19 settembre, le vostre foto con la fascetta rossa all’indirizzo campagna@ignaziomarino.it e verranno pubblicate sul sito!
Per mettere la fascetta rossa sul tuo sito o come immagine del tupo profilo su facebook, clicca con il tasto destro sull’immagine, scegli “Salva immagine con nome” e salva sul tuo pc.
Poi aggiungila nel tuo sito oppure vai sul tuo profilo di facebook, sezione foto e cambia l’immagine del tuo profilo.
2 Commenti a "Una fascetta rossa per la libertà di informazione"
Scrivi un commento

Riporto questo articolo, che credo possa servire per sviluppare ragionamenti sulle trasformazioni delle mobilitazioni di massa e sulla necessità per il PD di affinare - o innovare radicalmente - alcuni dei suoi strumenti.
§§§§
Così nasce una protesta dal basso
di Francesco Costa
Complice il notevole interesse che il «No Berlusconi Day» ha suscitato nell’opinione pubblica e il conseguente dibattito politico sull’opportunità di andarvi o meno, la pagina su Facebook dedicata alla manifestazione del 5 dicembre vede i suoi fan aumentare al ritmo di diverse migliaia al giorno. In questo momento sono 275mila, ma con ogni probabilità quando questo articolo sarà stampato e diffuso nelle edicole del paese, il numero degli aderenti avrà superato quota 280mila – l’esempio lampante, potremmo dire, delle difficoltà che i mezzi di comunicazione tradizionali incontrano nel raccontare fenomeni e movimenti le cui evoluzioni avvengono ora dopo ora.
L’altra caratteristica che rende atipica questa manifestazione è rappresentata da una questione centrale in ogni mobilitazione di queste dimensioni: l’organizzazione, la logistica. A lungo i soggetti tradizionalmente preposti alla rappresentanza dei cittadini – i partiti politici, i sindacati, le associazioni – hanno avuto il monopolio di questo genere di abilità. Spostare migliaia di persone lungo tutto il territorio nazionale, stipulare convenzioni per avere treni a prezzo speciale, muovere centinaia di pullman da tutta l’Italia: attività imprescindibili per l’organizzazione di una manifestazione degna di questo nome, oggi non richiedono più la presenza di una struttura collaudata alle spalle. Se in passato erano i partiti e le associazioni a mettere le persone in contatto, permettendo loro di trovarsi e mettendo a loro disposizione risorse economiche e logistiche solide e collaudate, da tempo ormai internet permette di svolgere questa funzione con grande efficienza e funzionalità. Basta scorrere le pagine locali su Facebook dedicate al «No Berlusconi Day» per rendersi conto di come prende forma una manifestazione dal basso: trovare le persone necessarie per riempire un pullman è un gioco da ragazzi, così come non è più un problema cercare la persona giusta per svolgere questo o quel lavoro. Qualcuno ha bisogno di disegnare un banner, lo scrive in bacheca e in un baleno arriva il grafico. Lo stesso accade per trovare le persone per scegliere la società dai prezzi più convenienti, o la tipografia a cui far stampare i volantini. Saltano le mediazioni, cambia il peso del tempo e dello spazio nelle relazioni.
Non si tratta di una completa novità. La storia degli ultimi anni racconta già di mobilitazioni nate sulla rete che hanno sortito effetti particolarmente incisivi, dalle cosiddette «Twitter revolution», a cominciare da quella iraniana, al ruolo della rete nel percorso che ha portato Barack Obama alla Casa Bianca. Sarebbe un grave errore però pensare che questa trasformazione dei meccanismi di mediazione sia destinata a portare solo conseguenze benefiche al dibattito pubblico. La crisi dei principali interpreti e rappresentanti degli interessi dei cittadini, dai partiti ai sindacati, comporta diversi rischi: annulla la complessità delle cose e dei problemi (il nome di questa manifestazione ne è esempio), rafforza le posizioni più estreme e spiana la strada a demagogie e populismi più di quanto non accadesse un tempo. La palla, in questo senso, è destinata a tornare nel campo dei soggetti che hanno dominato il Novecento: i partiti, i sindacati, i giornali. Se questi non saranno capaci di cambiare, di farsi venire delle idee e scoprire nuove strade per rinnovare la loro missione, saranno inevitabilmente travolti. E non è detto che sarebbe una buona notizia.
Dal viola al nero, dal rosso al verde
Quando i colori diventano bandiere
di MATTEO TONELLI
ROMA - “L’abbiamo scelto perché non ricordava nessun partito e perché è un colore ludico”. Gli organizzatori del No B-day sintetizzano così la scelta del viola come colore simbolo della manifestazione di domani. Scelta coraggiosa se si pensa che, escludendo la fede calcistica, il viola è sempre stato noto per non essere un tonalità foriera di buona sorte. Scelta innovativa (gli unici che lo usano sono i canadesi del partito marxista-leninista), che esce dagli schemi tradizionali del rapporto tra colore e politica. Che mette da parte i toni tradizionali: rosso, il nero, il verde, il bianco. Che toglie la palma della novità all’arancione. Che consacra un colore così insolito sull’altare della politica.
Storia lunga quella del rapporto tra colori e lotta politica. Con i primi che diventano tratto identitario, vessilli da sventolare e all’occorrenza da ammainare precipitosamente. Colori che i confini nazionali piegano, modificano, stravolgono. Come in Austria dove l’italico bianco dei centristi è sostituito dal nero, di mussoliniana memoria.
Il viola, dunque. I popoli centro-italici, in epoca preromana, lo legavano alle carestie e alla Primavera sacra, celebrata in occasione di calamità. In tempi più recenti le sue presunte caratteristiche iettatorie nel mondo dello spettacolo diventano la norma. Eppure, incuranti del rischio, saranno moltissimi quelli che domani a Roma sventoleranno drappi viola.
Il rosso, per continuare. Che trae origine della Comune di Parigi e che gli anni fanno assurgere a simbolo di socialisti e comunisti. Ma non in molti Stati dell’America latina dove è appannaggio dei partiti conservatori. Ed ancora il nero, che nasce e resta ancora oggi il colore dell’anarchia. Anche se l’invadenza dell’estrema destra l’ha trasformato nel simbolo del fascismo (mentre il marrone segnò la famigerate camicie brune di hitleriana memoria). Se poi si volge lo sguardo al mondo islamico si scopre che l’hanno adottato i gruppi politici più radicali.
Eppoi il blu, vessilo del conservatorismo. Non negli Usa, però, dove contraddistingue i Democratici di Obama. E quando nel 2006 gli studenti dell’università di Manila iniziarono una protesta contro il governo, vergarono il loro grido di rivolta sulle magliette: “Blu, il colore della rivoluzione”.
Si arriva così al verde. Coloro simbolo dell’ambientalismo ma non solo. L’Islam, infatti, lo ha eletto a colore sacro. Ma anche colore della rivolta contro il regime. Come i ragazzi che a Teheran quando fecero volare in aria decine e decine di palloncini verdi per fare conoscere al mondo la loro protesta. E in Italia? Dopo anni di identificazione con gli ambientalisti, il verde è diventato il colore simbolo del Carroccio. Esibito nelle cravatte, nelle pochette, nelle magliette, il verde diventa il tono del “vento del Nord”.
E l’arancione? Come ignorare il nuovo arrivato sulla scena politica? Fino a qualche anno fa era proprio solo del piccolo partito Umanista, poi la cosidetta rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004, l’ha decisamente consacrato. E un po’ di arancione c’è anche nelle toghe dei monaci buddisti. Quelle tonache a metà tra il giallo e l’arancione che sono diventate il simbolo della lotta contro il regime birmano. Colore non casuale, che nella religione budddista è simbolo di energia, e forza di volontà.
Per chiudere la bandiera della pace che di colori ne racchiude ben sette: rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto. E si ritorna così al viola. Al suo sdoganamento e al suo trionfale ingresso in quel mondo, fatto anche di simboli, che è la politica.
La Repubblica, 5 dicembre