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Risultati delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo 2010

Dal sito www.pder.it

4.513 sezioni su 4.513  aggiornamento ore 00,23 dati definitivi

Vasco Errani 52,1 %
PD 40,64 %
Italia dei Valori 6,44 %
Sel - Verdi 1,78 %
Federazione Sinistra 2,79 %
Partito dei Pensionati 0,25 %

Anna Maria Bernini 36,7 %
Pdl 24,55%
Lega 13,67 %
La Destra 0,08 %

Gian Luca Galletti 4,2 %
Udc 3,75 %

Giovani Favia 7 %
Movimento 5 stelle 5,99 %

Affluenza: 68,07%

Bologna | Ferrara | Forlì/Cesena | Modena | Parma | Piacenza | Ravenna | Reggio EmiliaRimini

 

Da www.romagnaoggi.it

BOLOGNA - A spoglio concluso, questa la mappa della nuova Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna secondo l’elenco provvisorio pubblicato sul sito internet del ministero dell’Interno (tra parentesi il collegio in cui e’ avvenuta l’elezione), salvo rinunce e, quindi, eventuali “ripescaggi”.

 - Pd (18 consiglieri): Marco Carini (Piacenza), Roberto Garbi e Gabriele Ferrari (Parma), Giuseppe Pagani e Roberta Mori (Reggio Emilia), Matteo Ricchetti, Palma Costi e Luciano Vecchi (Modena), Roberto Montanari (Ferrara), Maurizio Cevenini, Anna Pariani, Antonio Mumolo, Paola Marani (Bologna), Mario Mazzotti e Miro Fiammenghi (Ravenna), Tiziano Alessandrini e Damiano Zoffoli (Forli’-Cesena), Roberto Piva (Rimini).

Idv (2): Matteo Riva (Reggio Emilia), Franco Grillini (Bologna).

Sel (1): Gianguido Naldi (Bologna).

Fed.Sinistra (1): Roberto Sconciaforni (Bologna).

Pdl (10): Andrea Pollastri (Piacenza), Luigi Villani (Parma), Fabio Filippi (Reggio Emilia), Enrico Aimi (Modena), Mauro Malaguti (Ferrara), Galeazzo Bignami e Alberto Vecchi (Bologna), Gianguido Bazzoni (Ravenna), Luca Bartolini (Forli’-Cesena), Marco Lombardi (Rimini).

Lega Nord (4): Stefano Cavalli (Piacenza), Roberto Corradi (Parma), Mauro Manfredini (Modena), Manes Bernardini (Bologna).

Movimento Grillo (2): Giovanni Favia (eletto sia a Modena che a Bologna; se optera’ per il collegio bolognese, sara’ “ripescata” la modenese Sandra Poppi).

Udc (1): Silvia Noe’ (Bologna).

Il “parlamentino” dell’Emilia-Romagna si completa con i candidati eletti nel “listino” del centrosinistra: al fianco del presidente Vasco Errani, entrano nell’Assemblea legislativa Liana Barbati, Stefano Bonaccini, Monica Donini, Marco Monari, Gabriella Meo, Sandro Mandini, Daniela Montani, Thomas Casadei e Rita Moriconi.

Infine, ha conquistato un posto in Assemblea legislativa anche la candidata presidente di Pdl e Lega Nord, Anna Maria Bernini. Se l’ex sfidante di Errani dovesse rinunciare al seggio per restare a tempo pieno alla Camera dei deputati, potrebbe ambire a riconquistare uno scranno nel “parlamentino” regionale Andrea Leoni, primo dei non eletti del Pdl nel collegio di Modena.

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9 Commenti a "Risultati delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo 2010"

  1. Maria Teresa Vaccari 3 aprile 2010 13:25

    Sinceramente non condivido l’eccessivo ottimismo dimostrato da Bersani (forse timoroso di rivendicazione “interne”) mentre mi sembra più realistica la posizione di Bonaccini.
    E’ vero, poteva andare molto peggio, soprattutto in Emilia-Romagna dopo il caso di Delbono; ma non dobbiamo illuderci. I segnali c’erano tutti. Spero che ora, numeri alla mano, si faccia una seria analisi di ciò che è stato fatto e come è stato fatto non per demonizzare nessuno ma per CAPIRE e impostare una giusta strategia che ci permetta di recuperare il terreno perso.
    Abbiamo tre anni davanti: il tempo c’è ma passa anche in fretta.
    Errori tattici come il pasticcio della Puglia (che per fortuna – o meglio grazie agli elettori - si è concluso a nostro vantaggio) e della Calabria (dove invece l’ostinazione al corteggiamento dell’UDC e alla candidatura di Loiero, le “primarie” proclamate e rinviate più volte, hanno provocato un crollo del PD) non dovrebbero più ripetersi.
    Sempre numeri alla mano, dovremmo serenamente e obiettivamente chiederci quali risultati ha portato la tanto desiderata alleanza con l’UDC.
    Le sconfitte che più mi bruciano sono quelle del Piemonte e del Lazio, le regioni dove l’arroganza e la maleducazione del centro-destra sono state più pesanti. E nonostante ciò in tanti li hanno votati.
    Sicuramente i voti alla Lega saranno difficili da recuperare perchè si tratta di un divario culturale notevole.
    Mentre il successo delle liste 5 stelle ci deve far riflettere a fondo: molti sono i punti in comune con i programmi del PD ma forse non siamo risultati abbastanza credibili e affidabili, neanche per quelli che hanno deciso di non votare proprio nessuno.
    Su questo fronte molto si può fare e penso che la strada intrapresa da Vasco Errani con il lavoro fatto in questi mesi dopo il congresso abbia rallentato l’emorragia di voti.
    Ma dobbiamo essere sinceri con noi stessi fino in fondo, non adagiarci sui deboli allori di un 52% (ma in termini assoluti i dati sono poco confortanti) e renderci definitivamente conto che dobbiamo avere più coraggio e proseguire con determinazione sulla strada di un profondo rinnovamento del modo di fare politica e di scegliere chi ci deve rappresentare nel Partito e nelle istituzioni.
    A Forlì abbiamo già cominciato: non è stato facile, il percorso è stato tortuoso e faticoso e ancora c’è molto da fare, ma i primi risultati positivi cominciano a vedersi. Per la prima volta abbiamo eletto due consiglieri in Regione, Thomas Casadei e Tiziano Alessandrini, e il risultato complessivo è stato buono rispetto alla media regionale e soprattutto nazionale.
    Anche l’elevato ricambio di consiglieri eletti nelle file del PD, lo straordinario risultato di Antonio Mumolo (molto citato anche sulla stampa) danno secondo me il chiaro segnale da parte dei nostri elettori della necessità di un vero rinnovamento della classe dirigente che deve essere più legata alla realtà quotidiana di tutti noi e meno alle alchimie e ai bilancini di accordi e alleanze studiate a tavolino.
    Nei prossimi mesi si svolgeranno molti congressi provinciali e non possiamo perdere questa occasione per rispondere a queste richieste di rinnovamento e di chiarezza di posizioni sui temi che ci stanno a cuore.
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    E’ vero, poteva andare molto peggio, soprattutto in Emilia-Romagna dopo il caso di Delbono; ma non dobbiamo illuderci. I segnali c’erano tutti. Spero che ora, numeri alla mano, si faccia una seria analisi di ciò che è stato fatto e come è stato fatto non per demonizzare nessuno ma per CAPIRE e impostare una giusta strategia che ci permetta di recuperare il terreno perso.
    Abbiamo tre anni davanti: il tempo c’è ma passa anche in fretta.
    Errori tattici come il pasticcio della Puglia (che per fortuna – o meglio grazie agli elettori - si è concluso a nostro vantaggio) e della Calabria (dove invece l’ostinazione al corteggiamento dell’UDC e alla candidatura di Loiero, le “primarie” proclamate e rinviate più volte, hanno provocato un crollo del PD) non dovrebbero più ripetersi.
    Sempre numeri alla mano, dovremmo serenamente e obiettivamente chiederci quali risultati ha portato la tanto desiderata alleanza con l’UDC.
    Le sconfitte che più mi bruciano sono quelle del Piemonte e del Lazio, le regioni dove l’arroganza e la maleducazione del centro-destra sono state più pesanti. E nonostante ciò in tanti li hanno votati.
    Sicuramente i voti alla Lega saranno difficili da recuperare perchè si tratta di un divario culturale notevole.
    Mentre il successo delle liste 5 stelle ci deve far riflettere a fondo: molti sono i punti in comune con i programmi del PD ma forse non siamo risultati abbastanza credibili e affidabili, neanche per quelli che hanno deciso di non votare proprio nessuno.
    Su questo fronte molto si può fare e penso che la strada intrapresa da Vasco Errani con il lavoro fatto in questi mesi dopo il congresso abbia rallentato l’emorragia di voti.
    Ma dobbiamo essere sinceri con noi stessi fino in fondo, non adagiarci sui deboli allori di un 52% (ma in termini assoluti i dati sono poco confortanti) e renderci definitivamente conto che dobbiamo avere più coraggio e proseguire con determinazione sulla strada di un profondo rinnovamento del modo di fare politica e di scegliere chi ci deve rappresentare nel Partito e nelle istituzioni.
    A Forlì abbiamo già cominciato: non è stato facile, il percorso è stato tortuoso e faticoso e ancora c’è molto da fare, ma i primi risultati positivi cominciano a vedersi. Per la prima volta abbiamo eletto due consiglieri in Regione, Thomas Casadei e Tiziano Alessandrini, e il risultato complessivo è stato buono rispetto alla media regionale e soprattutto nazionale.
    Anche l’elevato ricambio di consiglieri eletti nelle file del PD, lo straordinario risultato di Antonio Mumolo (molto citato anche sulla stampa) danno secondo me il chiaro segnale da parte dei nostri elettori della necessità di un vero rinnovamento della classe dirigente che deve essere più legata alla realtà quotidiana di tutti noi e meno alle alchimie e ai bilancini di accordi e alleanze studiate a tavolino.
    Nei prossimi mesi si svolgeranno molti congressi provinciali e non possiamo perdere questa occasione per rispondere a queste richieste di rinnovamento e di chiarezza di posizioni sui temi che ci stanno a cuore.

  2. Andrea Baravelli 4 aprile 2010 17:09

    Qualche riflessione sul voto

    Non possiamo nasconderci che i risultati di questa tornata elettorale rappresentano una nuova delusione per il nostro partito. Possiamo consolarci con il mantra della sostanziale “tenuta” dopo il disastro delle politiche e la grande paura delle europee; ma sappiamo tutti che si tratta di una difesa d’ufficio assai debole.
    Non voglio qui fare considerazioni di tipo generali, valide sul piano della discussione nazionale (altri commentatori ed esperti, molto più bravi di me le stanno già in queste ore facendo…); quel che mi interessa, perché è l’unico campo all’interno del quale la nostra azione può realmente incidere, è il piano locale-regionale.
    Ora, se assumiamo questa particolare prospettiva, la delusione non può che essere ancora più amara. In Emilia-Romagna abbiamo assistito a un vero e proprio crollo nelle percentuali, soprattutte se messe a confronto con la percentuale con cui fu eletto Vasco Errani al suo secondo mandato.
    Il dato è ancor più preoccupante se si considera che nella vicina Toscana, regione a noi comparabile (non hanno avuto certo meno problemi… si pensi alla querelledel nuovo centro sportivo a Firenze; alle inchieste che hanno coinvolto Dominici e alcuni assessori, ecc…), la percentuale di conferma del presidente della regione del PD è stata ben superiore di quella emilano-romagnola. Stessa cosa vale per l’Umbria, dove pure abbiamo assistito a primarie per la scelta del nostro candidato che non è fuori luogo definire “velenose”.
    Per fare un esame sereno della situazione e impostare corrette contromisure dobbiamo guardare in faccia ai problemi, cerchiamo di elencarne alcuni:

    1) QUESTIONE MORALE
    La questione morale è straordinariamente sentita dai nostri elettori; specialmente perché la strada per 15 anni scelta dai nostri dirigenti nazionali è stata quella della contrapposizione a Berlusconi sul piano della dicotomia tra Silvio Berlusconi (corruzione/immoralità/affarismo/disprezzo delle regole) e i suoi oppositori (competenti/difensori delle regole e delle istituzioni/responsabili di fronte al paese). Personalmente ritengo che si sia trattato di un errore di strategia, ma non è ora il momento di dilungarci su questo tipo di analisi. Quel che è certo è che una parte non piccola dei votanti di sinistra oggi scelgono sulla base di questo parametro. Non si spiegherebbe altrimenti la forza del dipietrismo, del “popolo viola”, del “movimento cinque stelle”. Se vogliamo recuperare una parte di questi elettori non si può cadere in scivolate come quella rappresentata dalla vicenda del sindaco di Bologna Del Bono; a poco conta la correttezza istituzionale poi avuta dalla nostra parte politica: nel momento in cui l’elettore si è trovato a pensare “sono tutti uguali” il danno era già stato fatto. Se appariamo “uguali agli altri” i nostri elettori ci puniranno, astenendosi o votando i movimenti “nuovisti”.
    QUALI I RIMEDI?
    E’ evidente che la strada della “moralità assoluta” è insensata, perché sostanzialmente antitetica al modo proprio che è della politica (compromesso, mediazione… non necessariamente al ribasso o per fini esclusivamente di parte). Tuttavia, non ci possiamo permettere di bollare come “populisti” e “fuori della realtà” coloro che ci rimproverano seguendo questo tipo di schema retorico. Non fosse altro che, escludendoli dal nostro perimetro politico, poi rimediamo sonore sconfitte (oltre a condannarci a perdere risorse politiche molto importanti). A mio parere lo scoglio deve essere aggirato sforzandosi di adottare un “mantra” nuovo: quello della TRASPARENZA.
    Questo perché l’accusa di “essere uguali” a quegli altri in realtà nasce dal fatto che i processi decisionali rimangono del tutto all’oscuro; non solo degli elettori in generale, ma anche della grande parte dei cittadini attivi (quelli che sono impegnati nell’associazionismo di matrice politica, per esempio). L’opacità della politica – anche locale – genera sterotipi negativi e conduce la cosiddetta “società civile” a diffidare della proposta politica che avanziamo.
    Detto in termini ancora più espliciti: se diamo la sensazione di richiedere l’apporto delle persone interessate alla politica solamente al momento del voto (o nelle due settimane della festa del Pd….), quelle stesse persone si allontaneranno e diffideranno di noi.
    Cosa si può fare a livello locale? A mio parere bisogna sforzarsi – non so se sia possibile, se non sia solo una belle utopia…. non lo so perché non sono all’interno di questi processi decisionali – di pubblicizzare il processo di presa di decisione politica. Sia chiaro, non sto parlando della decisione politica concernente l’attribuzione di questo o quel posto (cosa che esiste, e non potrebbe essere altrimenti…); sto parlando delle decisioni riguardanti grandi nodi del vivere locale: la darsena di città (l’esempio potrebbe essere la fatica – tutta ripagata, però – che è stata fatta dall’amministrazione di Bologna a proposito della riqualificazione dell’area Navile, per coinvolgere i cittadini della zona attraverso le circoscrizioni e disegnare insieme le coordinate dello sviluppo territoriale); la mobilità (cittadina, ma anche relativamente alle reti ferroviarie… solo per fare un esempio, sono sicuro che se adeguatamente messa partecipe delle difficoltà esistenti nelle trattative con FFSS per il rafforzamento della tratta Ravenna-Ferrara, la cittadinanza potrebbe trovare modi per aiutare l’amministrazione pubblica… come strumento di pressione…); i progetti di risparmio energetico che l’amministrazione dovrebbe mettere in cantiere….
    Non dico che sia una cosa semplice da realizzare, ma certamente si tratta di una decisione strategica che credo una classe dirigente competente, non schiava della contingenza e non impaurita dal futuro dovrebbe saper prendere.
    E non trinceriamoci dietro la “tecnicità” delle decisioni da prendere: l’abilità tecnica – trovare le risorse finanziarie, i modi migliori dal punto di vista ingenieristico, ecc. – viene dopo alla decisione politica. Se si perdesse un po’ di tempo nell’associare – quanto più possibile – la cittadinanza al momento della decisione politica si farebbe un investimento importante; un investimento che sono sicuro “prosciugherebbe” il bacino di voti dei movimenti “radicali”. Non so sia praticabile, ma perché non cercare contatti e relazioni stabili con le personalità di questo composito mondo dei “movimenti”? Perché non prendere la pratica costante di invitarli alle nostra discussioni politiche (magari non l’esecutivo, ma qualche cosa di vicino a questo certamente…)? Perché non domandare loro di organizzare eventi comuni, su temi che trovano un comune sentire?
    Sono convinto che in questo momento la presunzione del grande partito di fronte ai ramoscelli sia sbagliatissima e foriera di nuove delusioni. Indossiamo il saio dell’umiltà e non disdegniamo di andare a chiedere di collaborare. Lancio un’ultima provocazione: manca un anno alle amministrative di Ravenna, perché non predisporre un programma comune di avvicinamento; che permetta di costruire un programma condiviso e che consenta alla cittadinanza di vedere un PD capace di “mettersi in gioco” nella città che governa da così tanto tempo? Da questo punto di vista l’esperienza delle primarie di Faenza devono per noi essere un insegnamento, che non ci deve spingere ad accentuare all’arroccamento bensì a “preparare per tempo” i passaggi politici.

    2) NON ABBIAMO UNA NARRAZIONE DEL PRESENTE E DEL FUTURO, NON ABBIAMO L’INTERPRETE DI QUESTA NARRAZIONE
    Si tratta di un discorso generale per il PD, da tutti i commentatori definito come un partito incompiuto. Un partito che ha abbandonato i propri punti di riferimento ideali e non ha saputo crearne dei nuovi. Noi abbiamo affrontato il passaggio di DS al PD fidando in un unico tema: “siamo il partito delle persone competenti”, delle “persone serie che sanno fare le cose” (vedi la campagna elettorale di Prodi nel 2006). Per un po’ quel tema ha retto, ora stenta moltissimo. Non perché i nostri amministratori non siano competenti, ma perché il tema non è più un issues del dibattito pubblico e non è più uno dei motivi che stanno alla base della scelta compiuta dagli elettori.
    In realtà, come credo abbia ben dimostrato Vendola in Puglia, nella politica moderna l’ideologia e il sistema simbolico ad essa associato non hanno molta più importanza. Al contrario, serve un nucleo di valori e di sentimenti (che abbiamo: la Costituzione, l’uguaglianza, la libertà, il mettere tutti alla partenza con le stesse opportunità…) e serve una efficace narrazione di quei valori. Ancor più servono persone che abbiano il carisma per rendere credibile ed efficace la narrazione. Dal primo punto di vista occorre investire nel lavoro culturale, perché è il lavoro culturale che può creare il paradigma fondamentale di quella narrazione. Da questo punto di vista non dobbiamo farci imbrigliare dal falso problema dell’identità: l’identità è un manufatto che si crea naturalmente, se sappiamo valorizzare le parti più utili della nostra storia (penso per esempio a un percorso di valorizzazione della nostra grande tradizione politico-amministrativa: i grandi sindaci come il bolognese Dozza, come il repubblicano Fortunato Buzzi… come tanti altri amministratori che hanno saputo incarnare i desideri e le speranze degli amministrati). Se la costruzione è un percorso il più possibile condiviso con spezzoni di società civile a noi vicina, più facile sarà poi l’affermazione pubblica di quel paradigma. In modo da trasformarsi in senso comune, quanto meno del popolo di sinistra. Dal punto di vista della guida dotata di carisma, è evidente come non tutti i politici (specie quando la formazione è quella del funzionariato di partito) possono risultare efficaci. Pur non indulgendo nell’antipolitica e nell’antipartitismo, il bisogno di avere dalla propria parte una leadership di tipo carismatico impone di “avere le antenne ben aperte” all’interno della società per individuare le risorse umane, valorizzarle e accompagnarle.
    Anche in questo caso è importante sottolineare come il partito, anche a livello locale, non possa più lasciarsi sorprendere dagli eventi elettorali (sul modello della vicenda della candidatura Errani, inevitabile anche per la mancanza di credibili soluzioni alternative). Per quanto mi riguarda, la Federazione provinciale deve essere il motore primo di un serio ragionamento sullo strumento principe della selezione delle leadership carismatiche: le primarie. La scarsa credibilità di cui godiamo – non più compensata dal giudizio generalmente positivo sull’abilità come amministratori – è in gran parte legata alla sensazione che, proprio sul punto qualificante delle primarie, il partito abbia deciso in modo opportunistico di non decidere. La Federazione di Ravenna dovrebbe, a mio parere e se è possibile, dotarsi di un regolamento preciso sull’uso e sulle forme delle primarie. Di partito e, ancor di più, di coalizione. Dovrebbe soprattutto accelerare sulla strada della redazione di un albo degli elettori del PD, per azzerare tutte le voci che generano retropensieri negativi. Le primarie, se condotte con trasparenza e partecipazione, generano “naturalmente” le leadership credibili.

    3) SIAMO PESSIMISTI, E QUESTO E’ UN LIMITE GRAVE
    Ogni tanto leggere ciò che viene pubblicato da studiosi importanti (e a noi vicini, quindi non pregiudizialmente avversi…) farebbe bene. Uno dei refrain che tornano continuamente è che la sinistra è antipatica. L’antipatia della sinistra è un luogo comune, ma straordinariamente efficace. Perché siamo antipatici? Senza dubbio perché un luogo comune ci descrive come “intellettualoidi” e “incapaci di confrontarci con i problemi veri della gente”; ideologici e sempre con la soluzione pronta. Su questo punto non so come ci si dovrebbe muovere. Senza dubbio non è involgarendo il linguaggio o le opinioni che si rimedierebbe alla pervasività e all’efficacia cliché (del resto, se si azzeccano i contenuti e si sa come comunicarli, la spocchia e l’intellettualismo viene meno… come insegna ancora Vendola….).
    Un altro motivo dell’antipatia della sinistra risiede nel fatto che la gente ci percepisce come “uccellacci del malaugurio”, inevitabilmente pessimisti senza poi avere una proposta concreta per volgere al rosa il grigio del presente. Il tutto – anche se a noi fa ridere – potrebbe bene essere riassunto nello slogan di Berlusconi: il partito dell’amore contro il partito dell’odio; il partito del fare contro quello del lamentarsi. Allora, da questo punto di vista bisognerebbe forse impegnarsi, anche a livello locale, per valorizzare le realtà positive che esistono. Proviamo a istituire occasioni speciali, a cui dare molto rilievo sulla stampa e sul sistema di comunicazione, in cui si premiano le imprese efficienti e che stanno sul mercato, in cui si dà risalto alla ricerca scientifica fatta da i nostri giovani ricercatori, in cui si dà risalto agli indicatori positivi del sistema scolastico (nonostante tutto…). Proviamo a cercare le positività esistenti e impossessiamocene, facendoci paladini del progresso possibile. L’ultima grande narrazione vincente che la sinistra ha saputo esprimere è stata l’Europa (1996), cerchiamo di riallacciarci a quella: esaltiamo i legami della nostra comunità con l’Europa dei popoli, con le città gemellate e con quelle con cui abbiamo legami più stretti; inventiamoci partnership che oltrepassino i confini nazionali e proiettino la nostra realtà nella dimensione europea. Penso all’esperienza di Padova, che ha costruito una specie di alleanza produttiva (a tutti i livelli) con Friburgo (la capitale europea delle energie rinnovabili, in una partnership che vede Friburgo come tutor di Padova nel percorso di trasformazione in città al 100% rinnovabile). Da questo punto di vista, sempre con riferimento al contesto che meglio conosco, penso che il partito debba accompagnare il percorso dell’amministrazione nella sfida di Ravenna città capitale europea della cultura, in modo che un’eventuale vittoria venga percepita dalla cittadinanza come un risultato certo ottenuto dall’amministrazione comunale, ma anche dal partito che con maggiore forza ha lavorato per predisporre gli animi all’essere cittadini europei. In un simile contesto il PD dovrebbe impostare un vero e proprio programma di iniziative – a tutti i livelli – che duri alcuni anni, e che, con intensità variabile, si mantenga costante fino almeno al 2012. Insomma, si deve scegliere di fare di quel progetto non solo il progetto strategico della città, ma anche la prospettiva strategica di questo partito.

    Andrea Baravelli (Segreteria PD - Ravenna)

  3. maria maltoni 4 aprile 2010 22:54

    Il risultato elettorale si può leggere senza dubbio da più punti di vista, ma devo dire che ad urne chiuse e risultati certi, una delle cose che mi ha più colpito in negativo è stato il risultato riferito alle elette del PD: appena 25 consigliere regionali su un totale di 189 eletti ( di cui 5 in Emilia Romagna). Condivido appieno l’analisi di Paola Concia sull’Unità di oggi: la parità di genere prevista statutariamente per il PD, era stato uno degli elementi fondanti delle novità introdotte dal nostro partito. La mia stessa esperienza politica di dirigente nel PD è nata in virtù di questo statuto. Il risultato delle regionali conferma che, rispetto alle aspettative, questo effetto novità del PD si è molto appannato , anche per quanto riguarda la possibilità di rappresentare l’elettorale femminile essendone un elemento di riferimento forte , a partire da una significativa presenze di donne non solo nelle liste, ma anche tra le elette.
    Certo il pericolo era ben presente: in una situazione molto critica e difficile non nascondo che in molte realtà, compresa quella locale, si è puntato su un candidato che potesse raccogliere molti consensi perché noto ( benchè “ nuovo “ dal punto di vista degli incarichi politici) piuttosto che scommettere su una candidatura nuova e più “ rischiosa “al femminile. Ora mi auguro che Vasco Errani vorrà confermare la sua scelta di rinnovamento, così come ha fatto con il programma cogliendo tutti gli aspetti innovativi emersi dal confronto svolto in occasione delle primarie, puntando alla parità di genere nella sua giunta e scommettendo sui talenti delle donne, oltre che degli uomini.
    Ed ora sta a tutto il PD, ad ogni livello, recuperare la capacità di rappresentare assieme alle donne, tutti quegli elettori che hanno fatto scelte diverse o semplicemente hanno deciso di starsene a casa e di non votare. Per farlo occorre recuperare attenzione ai problemi reali delle persone, ai bisogni emergenti di chi è travolto dalla crisi così come alle necessità dei territori, alle risposte da dare sulle problematiche ambientali sempre più stringenti per la nostra salute e per quella del pianeta.
    Al di là dell’impegno dei singoli dirigenti, troppo spesso anche la nostra “classe politica” è stata percepita come più preoccupata degli equilibri tattici e delle collocazioni personali, che non della soluzione dei problemi reali della gente. E questo è stato ancora più vero in molte regioni dove già amministravamo, dove siamo troppo spesso percepiti non come il partito di chi governa per il bene comune, ma come quello di chi gestisce “il potere”. Il successo delle liste Grillo, anche in Emilia Romagna lo dimostra e non credo sia casuale che nel nostro territorio, a Forlì in particolare, dove il PD ha saputo rinnovarsi sul piano politico ed amministrativo, questa lista ha ottenuto un risultato percentualmente inferiore di quello regionale.
    Credo anche che per il futuro il vero problema sia quello di fare saldamente riferimento ai temi che stanno alla base del nostro “Manifesto dei valori” e del nostro “Codice etico” , non credo ci sia da inventare molto, si tratta di praticare le scelte fatte, in modo rigoroso senza perdersi per la strada e senza distrarsi. Pensando non solo alle alleanze, ma ai programmi su cui costruirle, senza cedimenti moderati sui contenuti. Radicando il partito sul territorio, ma al tempo stesso utilizzando tutti gli strumenti di comunicazione utili a ricostruire una rete di opinione pubblica critica, unico mezzo per superare l’egemonia culturale imposta dalla televisione, come Pasolini aveva previsto profeticamente molti anni fa.

    Maria Maltoni

  4. Angelo Satanassi 9 aprile 2010 16:44

    Analisi di una sconfitta

    In ogni competizione elettorale si vince o si perde: è nella norma; importante è sapere perché e come si perde. Nel caso del P.D. se manca una corretta radiografia c’è il rischio di future e ancor più gravi sconfitte; affermare che le cause sono da attribuire all’astensione o al fenomeno Grillo è puerile, questi sono effetti non cause. La causa vera è il disorientamento di una parte del popolo della sinistra, che non si sente motivato e protagonista di un rivendicato rinnovamento della società e del partito e per questo ha espresso un voto di rabbia.

    Altri dirigenti hanno attribuito la sconfitta a una modificazione del modo di fare politica e di comunicare, come se il 2005 appartenesse a un’altra epoca. Un vero leader i cambiamenti li avverte prima, quando sono in fieri, dopo li comprende anche l’ultimo dei Mohicani; il governatore di una regione e il suo staff che non avvertono quali profonde modificazioni stanno avvenendo nel tessuto connettivo della società che amministrano e governano, dimostrano scarsa intelligenza politica.

    Per fortuna ci sono ancora realtà di segno positivo, ma anche le cosiddette regioni rosse sono al limite, pressate da nord e da sud, e anche queste vanno sottoposte a una corretta analisi critica. Un riconoscimento va dato all’impegno, al sacrificio e alla disponibilità di Emma Bonino che ha consentito di ridare dignità a un centro-sinistra umiliato, prima dalla sconfitta del Sindaco Rutelli, poi dalla drammatica vicenda Marrazzo.

    Una delle verità sta nel fatto che il P.D. non è ancora il partito dell’alternativa, non ha un progetto per l’Italia, né dice come dovrà essere diversa per superare la crisi economica; un partito che non ha radicamento nel territorio, salvo rare eccezioni; un personale dirigente incapace di raccogliere consensi. Non si può chiedere al Governo e alla sua maggioranza di cambiare il paese, perché questi l’hanno modellato a loro immagine e somiglianza; né il P.D. deve limitarsi ai dibattiti parlamentari sugli emendamenti alle leggi del Governo; il P.D. deve dettare l’agenda politica sui temi che, sin da ora, diano il segno della volontà di cambiamento.

    Dove vanno i Senatori, i Deputati, i Consiglieri Regionali, Provinciali e Comunali quando non sono impegnati nelle istituzioni?

    Quanti incontri organizzano, in modo sistematico, con gli elettori per motivarli, per renderli protagonisti?

    Quanti progetti vengono fatti vivere nelle nostre comunità prima di approdare nelle sedi istituzionali?

    Il partito dell’alternativa ha bisogno, per vincere, che collettiva e costante sia la fatica del senso critico; se questa folta schiera di dirigenti fosse più attenta comprenderebbe che ai temi cruciali del lavoro, dell’occupazione, del welfare, dei giovani, delle imprese e via elencando, si sovrappone il male, non tanto oscuro, che si chiama alienazione. Un male che coinvolge tutti coloro che, senza distinzione di ceto, vogliono affermare la loro dignità e personalità; l’alienazione è il vero comun denominatore che mina le basi della solidarietà.

    Un esempio per tutti: l’esproprio ai danni degli Italiani dei diritti civili, ereditati dall’illuminismo, chiamati impropriamente temi etici; un silenzio assordante dimostra che di fatto è stata affidata ad altre autorità, estranee alla Repubblica, l’esercizio della loro potestà.

    La strada non è diritta e facile come la Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, è necessario leggere bene l’attualità e le grandi contraddizioni che la contraddistinguono.

    Non posso a chiusura non riconoscere il buon lavoro svolto dal giovane segretario del P.D. forlivese Marco Di Maio; al primo esame ha risposto col piglio di un autorevole dirigente, che si nutre della migliore eredità che gli consegna la Sinistra Riformista forlivese; il segretario dovrà essere sostenuto e accompagnato da un gruppo dirigente che sappia governare il partito, mandando in soffitta le vecchie mozioni che rischiano, se fossilizzate, di fare del P.D. un partito “liquido, incolore, insapore, inodore” che, come ci insegna la fisica, prende la forma del contenitore. Il contenitore non è di proprietà di una o dell’altra mozione, ma di chi controlla incontrastato le leve del potere nell’universo del mondo globale.

    Angelo Satanassi.

  5. Giorgio Zanniboni 10 aprile 2010 10:50

    Elezioni: per il PD non è andata bene, perchè?

    D’accordo: nel PD non basta esprimere soddisfazione per l’elezione di due consiglieri regionali, contro lo zero di prima, ma tenendo conto dei problemi di Forlì non si può sminuirne il significato.
    Così come è sbagliato non apprezzare il successo di Tiziano Alessandrini in termini di preferenze: se il candidato forlivese del 2005 avesse ottenuto la stessa percentuale sui voti di lista sarebbe stato eletto.
    Ma poi il calo di voti del PD, certamente preoccupante, va analizzato congiuntamente al risultato degli altri partiti, valutando il contesto politico complessivo e cercando di capire e spiegarne le cause.
    Chi è andato bene e chi è andato male in confronto ai voti ottenuti alle Europee del 2009 (punto di riferimento più oggettivo) o alle comunali dello stesso anno per liste non presenti alle europee.?
    Nel Comune di Forlì, a fronte di un calo di 7.977 votanti e di 6.881 voti validi, avanzano solo la lista Grillo-Destinazione Forlì, più 32,40%, e la Lega Nord, più 10,62%.
    Perdono, in ordine di calo percentuale, l’UDC 38,19%, Rifondazione 24,02%, Pdl 20,54%, Idv 19,73%, Sinistra-Verdi 19,08%, PD 15,61%.
    Limitando l’analisi al PD, i flussi di voto indicano che circa il 95% dei 4.370 consensi persi riguarda persone che non sono andate a votare, in parte per ragioni nazionali (il PD è appena uscito dal congresso, difetta di profilo riformista e programma convincente) e in parte maggiore, diversamente dalla vicina Toscana, per motivi chiaramente regionali e locali.
    Non dice nulla che la lista “Grillo” abbia registrato il più alto incremento incalzando Regione ed Enti locali su tematiche ambientali e questioni di etica politica che dovevano essere punti forti della sinistra.?
    Se gli inceneritori a Forlì bruciano due-tre volte il necessario o l’accettabile e le decisioni sono state prese da Provincia e Comuni, se con Hera la gestione monopolistica “controllata” di acqua e rifiuti in rapporto al fatturato produce profitti 4,4 volte superiori all’energia elettrica e al gas che sono in regime concorrenziale.
    Se all’ASL la Regione scopre con due anni di ritardo un enorme buco nella contabilità e dopo che tanti Sindaci, consiglieri regionali e dirigenti politici hanno invocato la conferma del Direttore.
    Se il “caso Delbono” (a parte gli aspetti boccacceschi) evidenzia che il cancro del nepotismo ha colpito anche la sinistra, e la selezione di candidati a cariche istituzionali e amministratori di aziende pubbliche viene fatta a prescindere da comportamenti non certo esemplari durante l’esercizio di precedenti mandati.
    Se Sapro rischia il fallimento perchè gestori e controllori pensano a uno sviluppo industriale alla cinese, e inoltre si trasformano aree agricole in produttive in cambio di nuovi posti di lavoro che non sono credibili.
    Ecco, tutto questo, e anche altro, spinge una parte dell’elettorato PD a disertare il voto per fare capire a dirigenti politici e amministratori pubblici che occorre cambiare, imboccare strade diverse.
    A partire dal riconoscimento degli errori commessi, alcuni molto gravi, fatti non nell’ultimo anno ma da almeno un decennio; e tra i massimi responsabili c’è anche chi adesso scrive a sproposito.
    Da qui deve iniziare un profondo cambiamento del quale tutti devono essere convinti.
    Non pare lo sia Errani, stando ai giornali che parlano della conferma dell’assessore all’ambiente Zanichelli.
    Caro Presidente, ti manderò un dossier sulle sue scelte sbagliate (in particolare in Romagna) l’assenza di una strategia convincente in materia, le stupide esternazioni anti Ridracoli a una TV regionale.
    Anche se dovresti semplicemente riconoscere che i tantissimi voti andati alla lista “Grillo”, sopratutto per le puntuali contestazioni in materia ambientale, impongono una svolta e una nuova guida dell’assessorato.
    08/04/2010 Giorgio Zanniboni - 348 6602612 , e-mail: g.zann@alice.it

  6. raoul mosconi 12 aprile 2010 20:57

    Più bambini inclusi, meno povertà futura!

    Il 2010 è l’anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, che cosa fa il nostro Comune? Con la sottoscrizione della convezione con i gestori privati per il sostegno ai nidi di infanzia e alle famiglie, in continuità con le scelte delle precedenti amministrazioni, si è fatto qualcosa.

    I servizi educativi per l’infanzia rappresentano un formidabile strumento per migliorare l’apprendimento dei bambini favorendo soprattutto quelli in situazione di povertà e esclusione sociale. La povertà rischia spesso di essere trasmessa dalla famiglia di origine. Le condizioni, dei genitori, anche in relazione al basso livello culturale e alla scarsa integrazione sociale, si ripercuotono sui bambini.

    Avere sul territorio un sistema di servizi per la prima infanzia, integrato fra pubblico e privato che adottano standard e sistemi di verifica condivisi, con il voucher alle famiglie così come nel resto dell’Europa, significa creare le premesse affinché i bambini maturino uguali possibilità di avere buoni risultati nel loro percorso scolastico futuro a prescindere dalle loro origini.

    Naturalmente per avere effetti positivi per la comunità locale è necessario oltre ad ampliare l’offerta ridurre al minimo il numero degli esclusi. L’esclusione dei bambini in base alle condizioni economiche o alla status giuridico dei genitori rischia nel futuro di creare danni più grandi con un maggior numero di abbandoni scolastici e un conseguente aumento del disagio minorile e dell’esclusione sociale.

    La decisione dell’amministrazione di rispondere ai bisogni presenti delle famiglie con un occhio agli effetti futuri in termini di eguaglianza e solidarietà fra i bambini ed il voto all’unanimità del Consiglio comunale rappresentano passi mossi nella giusta direzione. In questo momento storico infatti la politica, chiamata a prendersi maggiormente cura del territorio e del sentire dei cittadini, sembra sapere risponde solo a parole o a colpi di maggioranza facendo pagare il conto a chi si trova nel bisogno o agli ultimi che vengono esclusi.

    Questa scelta relativa ai servizi per l’infanzia ha il merito della concretezza e dovrebbe fare riconoscere, prima di criticare o dare letture ideologiche dell’accaduto, che l’amministrazione comunale di Forlì è in sintonia con i suoi cittadini, cerca di rispondere ai bisogni delle famiglie e opera contro la povertà e l’esclusione sociale.

    Raoul Mosconi

  7. vico zanetti 13 aprile 2010 10:13

    Contro analisi di un pareggio.

    Le belle parole di Angelo Satanassi , con cui in larga parte concordo, non fanno che confermare che la gioventù, a volte, sia più che un fatto biologico, un fatto meramente mentale.
    La sua, evidentemente, è una mente più giovane di tante altre, che nel nostro partito, hanno un “vantaggio generazionale”.
    Tuttavia, questa non è una sconfitta. Per fare un paragone storico, dopo la rotta di Caporetto che sono state tutte le elezioni dalla nascita del PD, il nostro partito trova la sua linea del Piave. Per la prima volta, il nemico segna il passo. E lo segna in un momento in cui le circostanze non sono certamente a nostro favore. Mi limito a ricordare la defezione di una intera ala del partito, i cosidetti teodem, che assieme a Rutelli hanno (finalmente direi io ) lasciato il partito, senza che da ciò derivasse particolare nocumento.
    E parrà banale ricordare i casi Marrazzo, Del Bono e sanità pugliese, che sicuramente non hanno ampliato i nostri consensi. Avremmo dovuto pagare errori strategici come il tentativo di epurare Vendola o l’incapacità di presentare un nostro candidato nel Lazio (neanche lo stupratore segretario di circolo si sarebbe candidato, tanto eravamo sicuri di perdere). Eppure gli esiti elettorali ci raccontano cose ben diverse. Abbiamo vinto nelle regioni “rosse”, e anche lì c’erano dubbi, specie in Umbria o nelle Marche, teniamo Puglia e Liguria, perdiamo il Lazio per 10000 voti e il Piemonte per 70.000 voti. Certo, dove non abbiamo saputo governare, la scoppola è inevitabile, ma è una debacle che viene da lontano.
    Ora, la vera domanda da porsi è come mai, dalla fondazione del PD, per la prima volta teniamo? Nelle precedenti regionali avevamo perso Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli e portato a casa solo il Trentino, grazie all’alleanza con l’UDC.
    Adesso, a bandierine non siamo messi neanche tanto male. (basterebbe ricordare che nel 2000 andò molto peggio e che sulle stesse regioni di oggi realizzammo un 6 su 7 per la destra, perdendo anche in Piemonte e Liguria e vincendo in Campania. E, vorrei ricordare alla figlia di Veltroni, che chiede dimissioni su Face Book che allora a dimettersi fu il premier, Massimo D’Alema. Suo padre che dei DS era segretario, pensò bene di restare al suo posto.
    E’ cambiato qualcosa? In realtà poco. Ma tanto è bastato, quelle poche cose che ha saputo dire Bersani, la dose minima di rettitudine delle dimissioni, obtorto collo di Marrazzo e Del Bono, per evitare una ulteriore disfatta.
    Questo significa che la nostra gente è ancora lì, ci aspetta. E aspetta, stavolta segnali forti. Ha ragione Satanassi su questo punto. Questo partito deve avere il coraggio di scegliere da che parte stare. Deve ricominciare a parlare alla gente con il linguaggio della gente. Non si capisce perchè i giovani, le donne, i laici, gli operai dovrebbero votare un partito che non ha le idee chiare su droghe leggere, che tentenna sulla difesa della 194, che non continua una battaglia su testamento biologico, che fa ricorso alla corte europea sullla sentenza sul crocefisso. non ha posizioni chiarissime sul lavoro, e, d’altronde candidando Calearo, Colaninno e la Merloni, non sa se stare nel PSE…
    ci vuole il coraggio di dire parole considerate tabù: sinistra, socialdemocrazia, uguaglianza, ci vuole la capacita di mordere, la cattiveria che tanto è mancata in questi 3 anni. E quando un leader alleato pretende di decidere chi deve candidare la coalizione o chi deve ricoprire un incarico nel nostro partito, dobbiamo spiegargli che siamo noi a decidere in casa nostra, noi il punto di riferimento della coalizione.
    Le alleanze un grande partito le può fare con tutti, ma tenendo la barra del timone della nave comune.
    Il compito di Bersani è da far tremar le vene ai polsi… creare dal caos del PD l’armonia, dare un’anima, un’identità ad un partito golem sarà uno sforzo titanico.
    Ma vedo che i suoi molti critici sono ottimisti, e gli riconoscono doti quasi divine, se pensano che solo in sei mesi il segretario avrebbe potuto risollevare le sorti di questo partito, e riportarlo agli esiti del momento migliore della storia della sinistra italiana. Molto potranno fare, per aiutarlo, se nei prossimi tre anni sapranno fare critiche intelligenti, nei luoghi deputati del partito e non attacchi sterili su tv e sui giornali.

  8. Paolo Serra 24 aprile 2010 00:19

    Posto la lettera pubblicata sul Fatto Quotidiano del 21 aprile col titolo (incongruo) “I vantaggi del bipolarismo”.

    Paolo Serra

    Anche l’ultima tornata elettorale ha contribuito a rianimare i detrattori del bipolarismo. D’Alema, ed altri, fanno notare che dopo 16 anni (in realtà 17) i benefici effetti attesi non si sono visti. In realtà mi pare che siano preda di un’illusione ottica. Se per bipolarismo s’intende un sistema politico composto da due fronti contrapposti per la conquista della maggioranza degli elettori all’interno di un campo democratico, francamente non se ne vede traccia nel nostro paese. Al contrario tutto il mondo vede uno dei due contendenti intento esclusivamente a distruggere il campo e sostituirlo con qualcosa di sinistramente simile ad una monarchia patrimoniale. Se ne sono accorti anche Casini, che ha già abbandonato il fronte, e Fini che non ce la fa più a farne parte. Lo stesso Bossi finge solamente di non accorgersene, perché spera di trarne giovamento, ma lo sa meglio di chiunque altro, basta rileggere i suoi discorsi del passato. Solo dopo che ci saremo liberati di questa anomalia, che non ha riscontro in nessun altro paese a regime democratico, ed avremo due fronti politicamente contrapposti ma democraticamente corretti, potremo permetterci il lusso di fare i necessari perfezionamenti. Altroché nuove e vecchie bicamerali. E’ così difficile da capire?

  9. Cristian Torri 24 aprile 2010 20:51

    Sulla Repubblica del 15 aprile, il famoso teologo Hans Kung ha lanciato un monito a tutti i fedeli in merito alla crisi della Chiesa. Credo che, con le dovute eccezioni, gli stessi punti toccati da Kung siano attualissimi anche per rilanciare l’azione del Partito Democratico e la sua apertura verso la società. Ecco una rivisitazione dei sei punti:

    1. Non tacere. Il silenzio a fronte di tanti gravissimi errori rende corresponsabili. Al contrario, ogni qualvolta si ritiene che determinate leggi, linee politiche e prese di posizione abbiano effetti controproducenti, bisognerebbe dichiararlo scrivendo ai dirigenti del Partito.

    2. Porre mano a iniziative riformatrici. Tanti, si lamentano della dirigenza del Partito Democratico, senza però mai prendere un’iniziativa. Ma se oggi in questo o quel circolo i tesserati disertano gli incontri, se l’opera di reclutamento risulta inefficace, se manca l’apertura verso i problemi e i mali della nostra società, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma. Tutti, dal segretario di circolo al tesserato o al semplice elettore, devono impegnarsi per il rinnovamento del partito nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia. Molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale nel mondo, sono nate dall’iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi.

    3. Agire collegialmente. Il recente congresso ha decretato, dopo un lungo dibattito, la collegialità dei dirigenti. Ma fin dall’inizio questa posizione è risultata disattesa. Perciò, appellatevi ai dirigenti per invitarli a non agire solo individualmente, bensì in comune con altri dirigenti, con i segretari di circolo, con le donne e gli uomini che formano il popolo democratico.

    4. L’ obbedienza assoluta non si deve a nessuno. Perciò non bisogna evitare di dire la verità sull’attuale crisi del partito, della federazione e dei circoli. Seguite l’ esempio dell’apostolo Paolo, che si oppose a Pietro «a viso aperto, perché evidentemente aveva torto». Può essere legittimo fare pressione sulla dirigenza, in uno spirito di sincera critica, laddove questa non aderisca allo spirito del partito e alla sua missione.

    5. Agire dal basso. Perseguire soluzioni regionali o addirittura locali se il Partito nazionale si mostra sordo alle giustificate richieste dei dirigenti locali, dei segretari di circolo e dei tesserati.

    6. Organi. Qualora emerga un problema, si chieda immediatamente la convocazione dell’organo destinato a dibatterne.

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