IperEmilia, viaggio nella penetrazione leghista in Emilia - L’Unità 10/5/2010
Lo aveva detto Nadia Urbinati nella sua intervista all’Unità del 4 aprile: «In Emilia ho visto nascere come funghi grandi centri commerciali fatti per dare ossigeno alle coop edili. Hai dato lavoro per qualche tempo agli edili, ma hai finito per portare la gente nei luoghi del berlusconismo. Dentro casa davanti alla tv durante la settimana, al centro commerciale nel week end. L’integrazione con le comunità immigrate non è avvenuta. Ciascuno vive nel proprio ghetto».
Lo ripetono, a modo loro, i leghisti, da sempre difensori degli «interessi di bottega» del piccolo commercio: «Gli ipermercati hanno stravolto il tessuto sociale della regione. Sono ormai l’unico punto di aggregazione. Ci sono anziani e giovani che ci passano l’intero sabato pomeriggio». Uno dei più titolati a parlarne è Mauro Manfredini, 68 anni, modenese, capogruppo del Carroccio all’Assemblea legislativa (il consiglio regionale) dell’Emilia-Romagna. Lui, prima che l’avvento di Bossi e la crescita leghista nelle regioni rosse gli cambiasse la vita, trasformandolo in politico, faceva il venditore ambulante, e di come il mercato è cambiato dice di saperne parecchio: «Cominciò negli anni Ottanta, quando iniziarono a puntare tutto sulla grande distribuzione. Poi non c’è stato più freno. A Bologna di questi ipermercati ne hanno aperti 12, a Modena sei, e altri sono in costruzione. La gente ci va perché ci trova caldo d’inverno e freddo d’estate e perché, a differenza dei centri storici, lì il parcheggio c’è e in tre minuti sei dentro col tuo carrellino».
Diffusore porta a porta dell’Unità da giovane, militante di Pci e Pds, fondatore dei “Comunisti padani” alle elezioni per il Parlamento del Nord del 1997 (con tanto di falce e martello sul simbolo) Manfredini oggi ce l’ha a morte con le Coop («ho vietato a mia moglie di andarci. Anche se degli altri centri commerciali non possiamo farne a meno, ormai lì c’è più assortimento». Ha affittato la sua licenza di ambulante a italiani («perché non volevo incrementare questo fenomeno degli immigrati») e conclude senza mezze misure: «Per i negozi e per le bancarelle è stata una “mort sutila”, un’agonia. I centri storici sono stati trasferiti nei centri commerciali. E nelle piazze cittadine sono rimasti quasi solo gli stranieri, che si notano bene perché di colore o vestiti in modo riconoscibile, tipico di un’altra cultura. Noi lo riteniamo un danno».
Pubblicato su L’Unità del 10/5/2010
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