02.06.10 - Passeggiata Costituzionale - Castrocaro T. (FC)
PD Unione Territoriale di Forlì in collaborazione con il Circolo PD di Castrocaro Terme – Terra del Sole
Castrocaro Terme, 2 giugno 2010
Passeggiata costituzionale: percorso animato per spiegare la Costituzione ai bambini
ore 16,00 – ritrovo e avvio della passeggiata in piazza Garibaldi sotto la lapide in ricordo dell’eccidio di Iris Versari, Casadei e Corbari
introduce Marco Di Maio segretario Territoriale PD Forlivese
al termine consegna degli attestati di Cavalieri della Costituzione da parte di una rappresentanza dell’ANPI di Forlì-Cesena
merenda e musica in piazza Martelli con DJ Principe
Info: PD Castrocato Terme e Terra del Sole 327 8294349
… e per i più coraggiosi…
Pedalata tricolore
in collaborazione con “Amici della bicicletta” della FIAB di Forlì (www.amicidellabicifo.org)
E’ consigliata una tenuta bianco-rosso-verde.
- ore 14.15: Ritrovo al Parco Urbano di Forlì (Parcheggio ingresso Via Bertarina
- ore 14.30: Partenza con destinazione il Parco Fluviale di Castrocaro Terme (KM 12 circa solo andata). Percorso su strada bianca, lungo l’argine del fiume Montone, e asfalto con alcuni punti critici dove potrà essere necessario condurre le biciclette a mano.
- ore 15.45: Arrivo previsto a Castrocaro Terme
E’ gradita la prenotazione entro il 30/5. Info: Teresa 347 1593160
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E’ necessario ricordare che nel nostro Paese c’è ancora chi ha moralità e che rispetta gli altri anche pagando di persona. Solo con un’ampia solidarietà possiamo in piccola parte ripagare queste persone che si sacrificano anche per darci qualche barlume di verità .
Marilena Tesei
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A SCHIENA DRITTA: la lettera di dimissioni dal TG1 di Maria Luisa Busi
Ecco la lettera integrale pubblicata dall’Ansa, indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell’azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi.
Una scelta difficile ma obbligata
“Oggi l’informazione del TG1 è
un’informazione parziale e di parte”
“Caro direttore - scrive la Busi - ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me - prosegue - una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.
Una volta era il giornale di tutti, come ha detto - osserva la giornalista - il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: ‘la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale’.
Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perchè è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa,
Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani.
L’informazione del Tg1 parziale e di parte
Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del TG1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, i precari, i cassintegrati? Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il tg1 l’ha eliminata.
Anche io compro la carta igienica per la scuola di mia figlia
Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.
L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo.
Arricchiamo le sceneggiature dei programmi di satira
Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi inchieste di più alto profilo e interesse generale.
Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.
I fatti dell’Aquila quando mi gridavano “vergogna”
I fatti dell’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica.
Dissentire non è tradire:
punto 1 Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:
1) respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento.
Non sputo nel piatto in cui mangio:
punto 2 )
Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2) Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
L’intervista a Repubblica: punto 3)
Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di ‘danneggiare il giornale per cui lavoro’, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto.
I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: ‘il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche’. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto.
Gli attacchi de Il Giornale, Libero e Panorama
Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita ‘tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali’ e via di questo passo.
Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio nt Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.
Serve più rispetto per le notizie, il pubblico e la verità Thomas Bernhard in “Antichi Maestri” scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.
Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.
Maria Luisa Busi
IL DIRITTO ALLO STUDIO E’IN GRAVE PERICOLO
Il diritto allo studio - sancito dalla nostra carta costituzionale - è in pericolo: a dirlo sono i fatti e le ultime misure adottate dal Governo. Nessun catastrofismo, tanto meno voglia di creare inutili tensioni, ma la scuola pubblica è minata nelle sue fondamenta e tutti dobbiamo cominciare a riflettere su questo punto, a maggior ragione in un momento di grande crisi economica, che rischia di farci rimanere più poveri.
Il Governo ha avviato un disinvestimento che riguarda sia gli organici sia le revisioni ordinamentali (tutte tese al risparmio), ma anche una riduzione dei finanziamenti diretti alle scuole da parte dello Stato, l’innalzamento dell’obbligo di istruzione verso la formazione professionale e l’apprendistato, che oltre ad essere a sua volta un impoverimento sul piano della qualità dell’offerta formativa, è un’ulteriore occasione di risparmio per addossare poi alle regioni i costi di un avviamento precoce al lavoro, di scarsa qualità anche rispetto alle richieste formative del mondo produttivo.
In particolare, per quanto riguarda gli organici, il Governo fa lo slalom cercando di far credere che non ci siano tagli, vedi la pantomima del tempo pieno, ma è evidente che i tagli ci sono eccome, sono lineari, dunque senza valutazioni demografiche e sociali, anche se il sistema si comporta in modo diverso nelle varie parti d’Italia. E poi la messa a rischio delle scuole materne, la scuola media a 30 ore (non più a 33), il tempo prolungato a 36 solo se restano risorse (quasi mai); e ancora la diminuzione degli orari nelle superiori, il ritorno alle “pluriclassi” nella scuola dell’obbligo e l’attacco alle scuole di montagna, che devono essere bilanciate con il numero degli alunni delle classi nei centri urbani. Infine, ma non ultimo per rilevanza, il quasi totale annullamento delle risorse per le borse di studio, la soppressione del contributo statale per i libri di testo e la pratica di alcune regioni che offrono voucer maggiori per la frequenza alle scuole private/paritarie, rispetto alla frequenza verso quelle statali.
Cosa fare dunque? Innanzitutto l’autonomia scolastica è l’occasione per costruire un sistema formativo territoriale che regoli il rapporto domanda e offerta, tenendo presente che l’offerta non è di puro servizio al cliente, ma di sostegno al cittadino, come ci ricordano i principi contenuti nell’articolo 3 della Costituzione, che punta allo sviluppo della persona attraverso la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale. E dunque con una istruzione di qualità garantita dallo Stato. Inoltre, per quanto riguarda il personale, va prevista una adeguata spesa dello Stato, una gestione funzionale delle regioni e delle realtà locali, con organici a livello di istituto scolastico, in collaborazione con altre agenzie formative locali. Infine, attraverso il tanto sbandierato federalismo fiscale, di cui però si sono perse le tracce, andrebbero garantiti livelli essenziali delle prestazioni (che non sono i livelli minimi del Governo) e costi standard per determinare il concorso degli investimenti.
Dopo anni in cui la scuola è stata dimenticata nella discussione pubblica, gli obiettivi fondamentali di ridare valore alla scuola e rendere effettivo, per tutti, il diritto allo studio richiedono una grande mobilitazione: una mobilitazione che già da questi giorni deve puntare diritto a settembre e all’autunno. In Italia è sempre più urgente una grande mobilitazione pacifica e democratica che metta al centro dell’agenda politica, ad ogni livello, la centralità della formazione e della ricerca, il diritto e la qualità dello studio, nonché dei luoghi in cui esso si attua.
Thomas Casadei
Consigliere regionale PD
Il due giugno dei Democratici
da http://www.pder.it
Roberto Balzani, responsabile cultura ed Europa dell’escutivo regionale del PD, presenta la Festa della Repubblica di domani, due giugno 2010
L’anniversario del Due Giugno trova un paese incerto, spaccato addirittura sul senso della Repubblica. L’attesa della seconda fase del “ciclo federalista” - quella che dovrebbe toccare le istituzioni - rende imbarazzante e quasi scomodo il ricordo del 1946 ai partiti e alla classe dirigente ora al governo. Nel contempo, la percezione della carta costituzionale come “grande libro” del destino comune - con i suoi articoli programmatici ancora alla radice delle aspirazioni e dei sogni collettivi degli italiani - resta appannaggio di un discorso pubblico che solo il Quirinale, con rigore e autorevolezza, riesce ancora a proporre attraverso i mezzi di comunicazione di massa.
Ma annegare il Due Giugno nella ripetizione del gesto un po’ cerimonioso e rigido dell’élite statale, con i suoi riti militari e civili (che pure appartengono ad una pratica pressoché necessaria e inossidabile della retorica nazionale), significa staccarlo dalla gente e dalla memoria biologica di chi ancora ricorda l’ansia dello scrutinio e il senso di liberazione che seguì e la speranza suscitata dalla Costituente, in un’Italia povera e distrutta, ma ansiosa di costruire da sé il proprio futuro.
Se il Due Giugno non viene utilizzato per inoculare, di nuovo, il ricostituente della fiducia nella democrazia, intesa come unico strumento per fabbricare un pezzo dell’avvenire “nella giustizia e nella libertà” (come si sarebbe detto all’epoca, con parole prestate dal Risorgimento), a che serve la festa? Se il Due Giugno non costituisce una “ricorrenza confermativa” del patto unitario fra gli italiani, tanto più necessaria nell’imminenza di un Centocinquantesimo male impostato e peggio gestito - e il cui già smilzo bilancio finirà di sicuro per subire l’ulteriore sfregio dei tagli alla cultura -, a che giova esporre le bandiere, convocare in piazza gli alunni delle scuole, far risuonare gli ottoni delle bande?
Il PD è consapevole di dover promuovere, oggi quasi in solitudine, una pedagogia civica e civile che passa per i canali informali e minimi di una rialfabetizzazione democratica costruita attraverso piccoli gesti, atti di attenzione nei riguardi del patrimonio simbolico e dei monumenti, confronti fra generazioni, confronti fra culture, assunzione di un concetto di “pubblico” rimesso a nuovo e di nuovo proposto quale perno di un’azione collettiva degna di questo nome. Siamo consapevoli del fatto che nulla può essere dato per scontato e che l’abrasione dei valori repubblicani operata dalla mercificazione dei princìpi e dalla pervicace privatizzazione di ogni spazio della nostra vita pubblica perseguite dalla destra, rischia di ledere la stessa memoria culturale della nazione. Proprio per questo, occorre tornare a raccontare il Due Giugno; e spiegare come accadde che un mezzo migliaio di persone, diverse tra loro e del tutto prive, in maggioranza, di una reale esperienza parlamentare, compirono quell’autentico ed incredibile miracolo di equilibrio che è la nostra legge fondamentale. E, insieme a questo, bisogna dire come fu che molti tra loro, lavorando fianco a fianco, scoprirono la necessità di quel “patto costituzionale”, insieme ordinamento e programma orientativo dei futuri governi democratici, indipendentemente dai risultati elettorali.
Il Due Giugno proietta sulla nostra Italia l’immagine di una classe dirigente che pare ai nostri occhi composta da giganti per il solo fatto che seppe costruire un solido scenario all’interno del quale poterono muoversi in libertà i diversi attori della Repubblica. Ripercorrere i passaggi di allora - senza tacere le complicazioni, le incomprensioni e anche le difficoltà che li segnarono - non è opera meramente erudita o celebrativa se, in una prospettiva critica e comparata, essa offre pure l’opportunità per identificare i limiti e le manchevolezze del lungo “ciclo” della destra al potere, in particolare per ciò che attiene la profonda trasformazione dello “spirito pubblico”, del senso comune della gente, mercé la disintegrazione dei legami sociali e l’evocazione - a tratti paranoica - di un universo di piccoli mondi ripiegati su se stessi ed accomunati soltanto dalla solitudine e dalla paura.
Il Due Giugno, conclusione della “triade” festiva della democrazia italiana (col 25 Aprile e il 1° Maggio), è invece la certificazione documentata di un Paese diverso e possibile, che non appartiene alla sfera dei sogni e delle illusioni, ma che si è materialmente concretizzato, nella vicenda del nostro Paese, neppur molti anni fa: certificato scomodo e da occultare o trascurare, per chi governa le istituzioni pensando in cuor suo di sovvertirle; per noi testimonianza di una speranza che ogni primavera si rinnova nei nostri cuori e nelle nostre menti.