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Di molti, non di tutti - Intervista a Nadia Urbinati - Una citta’ n.174-maggio 2010

Di molti, non di tutti

Diritti, cittadinanza, lingua, religione, tutto diventa patrimonio etnico di una maggioranza che decide chi potrà accedere ai diritti e chi no; la novità di una reazione identitaria, comunitaria, che si combina con l’accettazione piena del liberismo economico; in Europa un attacco antilluministico senza precedenti. Intervista a Nadia Urbinati.
Nadia Urbinati insegna Teoria politica alla Columbia University di New York. Collabora a varie riviste di teoria e filosofia politica.

In tutta Europa avanzano partiti xenofobi. Da quel che abbiamo capito tu sei molto pessimista e preoccupata. Cosa sta succedendo?
Mi sembra che sia in corso una trasformazione della democrazia in Europa, non solo in Italia. Stiamo assistendo al declino delle filosofie universalistiche, ma, paradossalmente, non in filosofia, bensì in politica. Nelle accademie le filosofie universalistiche sono egemoni. Ci sono certo stati revisioni e adattamenti; tentativi di armonizzare conoscenza locale e universale, multiculturalismo e liberalismo. Per esempio dopo più di vent’anni di fruttuoso dibattito, i comunitari hanno stemperato le loro posizioni particolaristiche. Del resto, non bisogna dimenticare che le filosofie più attraenti, diciamo più in vista, sono quelle legate a visioni universali della natura umana, all’idea di flourishing, di benessere della persona: pensiamo a Marta Nussbaum o Amartya Sen. Quindi c’è un quadro teorico ben strutturato in chiave universalista.
Ma questo riguarda l’accademia, è contenuto nei libri che leggiamo; che leggono pochissime persone. Se usciamo da questo gruppo ristretto e anche specialistico, vediamo uno scenario molto diverso. Nella realtà quotidiana nella quale viviamo, per esempio nell’Occidente europeo, sembra che si stiano verificando cose completamente diverse: l’universalismo è sotto attacco. Qui l’idea di uguali diritti è sotto processo, la stessa idea di integrazione europea come una grande casa comune di liberi e diversi è a rischio, almeno sotto il profilo ideologico. Le regole ci sono ancora, certamente; la moneta unica c’è ancora (benché sotto tiro del capitale finanziario globale), le istituzioni che presidiano i diritti e l’eguaglianza, come la Corte, ci sono ancora; però quello che viene avanti con sistematica tenacia, a livello nazionale degli Stati membri, è un attacco frontale all’universalismo, ai diritti individuali, all’idea di persona scorporata da ogni identità locale. Nel mondo della vita concreta delle nostre società c’è una rinascita del comunitarismo, di un comunitarismo etnico, radicato in presunte tradizioni, pre-politico. L’abbiamo visto nelle ultime elezioni in Ungheria, nella civilissima Olanda, poi in Italia, in Polonia: ci sono fenomeni che vanno esattamente verso una disgregazione delle grandi costruzioni post-nazionali nate in nome di ideali universalistici di pace, di unificazione, di cosmopolitismo, di inclusione. Le nostre Costituzioni, le carte dei diritti, le convenzioni internazionali, l’Unione Europea, sono nate proprio in reazione e per opporsi alle esperienze totalitarie fasciste, che erano e sono profondamente identitarie.
Sì, è vero che, nel caso di quei totalitarismi, più che un’etnia c’era un’ideologia invadente e potentissima che esaltava un ordine nel quale il partito era integrato allo Stato; tuttavia, il totalitarismo, il nazionalismo fascista erano comunque forme anti-illuministe, anti-individualiste (se dell’individualismo abbiamo una visione liberale), senza meno. Le nostre Costituzioni sono nate proprio per proteggerci da queste orrende cose.
Ora, questo che accade sotto i nostri occhi ci dice invece che non siamo per niente protetti, che queste carte costituzionali non ci proteggono abbastanza, perché forse nel frattempo non si è voluto curare il male profondo che c’era all’origine, che sono i fondamenti culturali dell’ideologia identitaria delle democrazie europee; vizi che non si sono mai corretti, mai sciolti, mai emendati. Le nostre democrazie europee sono nate su un elemento identitario. La nazione per tanto tempo ha avuto una funzione democratica, emancipatrice, "una nazione di cittadini", come dice Habermas, e non di membri. Benissimo. Però in situazioni come questa, forse per ragioni che gli economisti, i sociologi e i pubblicisti dovrebbero analizzare (cioè per cause economiche, di declino del benessere), assistiamo a una rilettura della nazione in chiave etnica.
I diritti diventano un patrimonio etnico?
Esattamente: è l’identificazione della libertà, e quindi dei diritti, col possesso; il possesso del suolo, il possesso di una cultura, il possesso di una lingua, il possesso di una religione. Ora, l’idea di possesso, l’idea, cioè, di essere noi i possessori legittimi di quella che chiamiamo la nostra terra, la nostra nazione, la nostra stessa Costituzione, ci induce a leggere i diritti non come uno strumento che stempera questo istintivo possessivismo che esiste nella nostra storia, ma che invece lo fagocita. Quando si vogliono tener fuori gli immigrati, non li si vuole solo tener fuori fisicamente dai nostri confini (spesso vengono in realtà accettati), ma li si vuole tener fuori anche quando sono dentro, quando vivono sotto le nostre leggi e pagano come noi le tasse; li si vuole escludere dalla cittadinanza attiva, da una democrazia attiva. E perché? Perché, si sente dire sempre più spesso, i diritti appartengono a noi.
Ma stiamo attenti, perché queste nuove forme di pensiero comunitario o anti-illuminista non sono un ritorno indietro. I comunitari etnici di oggi non vogliono ritornare a vivere come si viveva prima della società di mercato, prima della rivoluzione, prima, prima… Non ci pensano nemmeno: questi amano la tecnologia, sono figli del nostro tempo, non rifiutano per niente il liberalismo economico, non rifiutano per niente il mercato. E così si crea un’alleanza anche stretta fra queste forme, che sembrano retrograde, e le forme più avanzate di tecnologia e di cultura politica come il liberalismo, per esempio. Questo connubio non appartiene alle forme di comunitarismo del passato o alla tradizione antilluministica classica, è nuovo.
Si è detto anche che i diritti li si deve meritare…
Sì, e francamente di tutta questa grande manfrina che si è fatta sul merito non se ne può più. Sembra che tu il merito ce l’abbia dalla nascita, che non sia, cioè, qualcosa di costruito, di situato in una società, secondo le capacità di cui la società ha bisogno, dei criteri di valutazione in base all’utile sociale. Oggi c’è l’idea che tu devi meritare le cose che hai senz’altra specificazione. Ma ci sono cose che, meritate o no, le hai, punto e basta. Tu hai dei diritti perché sei un essere umano, non devi meritarteli. Questa è la tradizione del mondo occidentale, dalla Rivoluzione francese in poi, questo è il punto fondamentale della nostra politica, che si chiama Stato costituzionale, Stato di diritto, eccetera. Oggi, invece, con questa idea di nazione non più legata alla legalità, al diritto, ma all’etnia, all’identità culturale, una maggioranza potrà decidere se tu ti meriti o non ti meriti un diritto, se tu potrai appartenere al gruppo che detiene i diritti o no.
E’ una concezione da democrazia "maggioritaristica", in fondo dispotica, in cui il gruppo di maggioranza decreta se gli altri meritano di accedere alla stessa mensa o se dovranno restar separati.
La stessa religione entra a far parte dei possedimenti…
Ma la religione non è "possedere"una fede o una tradizione, ma "credere", esercitare una libertà di credere. Dice Tocqueville: "Solo i popoli liberi hanno fede". Gli altri non hanno fede, perché la fede è uno degli atti più liberi: diversamente c’è ipocrisia, la negazione della fede. C’è libertà di religione non solo per consentire agli altri di esistere, ma per consentire a te di esprimere la tua fede. La fede non è una cosa che possiedi, è un esercizio, un’espressione, una pratica, quindi hai bisogno di un diritto. Invece no, sembra che oggi la fede non sia più fede, ma essenzialmente religione costituita: noi la possediamo, questa è la nostra, gli altri possiedono la loro e devono star fuori, perché altrimenti ce la contaminano. L’idea sempre più diffusa, che fa veramente paura, è quella del possesso dei diritti.
Ma questo possesso, ed è qui il problema secondo me su cui bisognerebbe lavorare molto, non è -lo ripeto- necessariamente in contraddizione con la modernità e le forme estreme di liberalismo. Quando dico forme estreme di liberalismo intendo quelle che insistono molto sul successo, sulla capacità di fare, di costruire, di produrre, di accumulare, che è una capacità che tu hai in un mercato libero, in una società che si basa sullo scambio.
Ricordo un libro molto bello, forse meritevole di rilettura, di Macpherson, Possessive liberalism. Ecco, oggi assistiamo alla coniugazione tra un liberalismo possessivo, basato sull’idea che tu possiedi quello che è l’esito del tuo lavoro, la tua energia, la tua vita, e l’idea di una comunità possessiva a livello comunitario. Questa idea del "possesso" travalica l’economia, per diventare un minimo comune denominatore che può unire tutto. E infatti, fra questi comunitari del possesso, possiamo trovare dei veri e propri fascisti, come in Ungheria, gente che ritorna a dire "il nostro suolo" senza odiare il liberalismo. Questa che sembrava una bestemmia non lo è più.
Ma vedi qualcosa di questo genere anche in Italia?
Certo, l’Italia è un caso esemplare. Si potrebbe pensare che l’alleanza fra Bossi e Berlusconi sia una pura alleanza di governo; io penso invece che la convergenza sia profonda, perché i due movimenti sono legati nella cultura, fondata in entrambi i casi sul possesso.
Nel caso di Bossi, è il possesso del territorio, della lingua, della tradizione, secondo una visione etnica dell’identità, che si crede radicata o si pretende che lo sia, e rispetto alla quale si giudicano gli altri. I leghisti dicono: "la libertà nostra", quindi una libertà radicata dentro di noi come etnia, non come esseri umani. Dall’altra parte, in una realtà mossa da valori opposti a quelli del radicamento nel suolo (il potere capitalistico è senza patria e non ha alcun radicamento, tanto più se è capitalismo finanziario) ritrovi dominante l’idea del possesso, un possesso strumentalmente funzionale al capitalismo globale: le istituzioni politiche, i diritti, la legge, tutto deve essere funzionale a questo possesso, ed è il possesso che determina il valore.
Berlusconi vuole mutare la Costituzione? Non dobbiamo pensare che sia un pazzo, oppure un vanaglorioso, oppure un tiranno. Forse è tutte queste cose insieme. Ma il suo "volere" ha una logica secondo la quale la dimensione materiale della vita, ovvero i rapporti di potere, di forza, i possessi, gli interessi, devono dettare le leggi e devono plasmare la dimensione istituzionale e normativa.
Quindi quell’idea antica per cui nella democrazia la politica dovesse avere una funzione non strumentale, e anche se, o proprio perché gli interessi si combattono in Parlamento, doveva cercare di mediare; l’idea cioè che ci dovesse essere una dimensione di impersonale separatezza, perché diversamente la legge di natura domina, portando al dominio del più forte; ebbene quell’idea è in declino. Infatti la dimensione impersonale e istituzionale sembra che non abbia più le risorse interne per essere autonoma, e viene quindi fagocitata, presa, rapita, dalla dimensione del possesso, sia esso del territorio, o dell’etnia, oppure del possesso vero, economico. Questo è uno scenario preoccupante, perché significa davvero che la Costituzione legale è il mezzo di quella materiale, affinché quella materiale faccia il suo corso. Quella materiale dice che i rapporti di potere presenti nella società, nell’economia, nella famiglia, invece di essere limitati, stemperati, controllati da un potere superiore, si prendono quel potere superiore e in questo modo si legittimano. Cioè l’abnormal becomes the norm, quello che è anormale si normalizza impossessandosi della legge.
La dimensione della separazione della sfera del possedere o della materialità, da quella della legge o della norma, o della impersonalità, viene così ad erodersi, a scomparire, in alcuni casi. Con nostro grave pericolo, perché è come dire che la vita come è nel presente contingente diventa la norma. Non c’è più una dimensione trascendente, che noi accettiamo e nella quale ci specchiamo come individui. E ritorna buono il detto di De Maistre: " non ho mai visto individui, ho visto francesi, tedeschi, italiani…", cioè ha visto l’immediatezza della specificità, mai l’universalità del "come se", della norma.
Noi europei, dalla Rivoluzione francese in poi, abbiamo lottato per mantenere questo spazio trascendente e simbolico rappresentato dalle norme (che ha preso il nome di cittadinanza) separato dalla vita empirica concreta; lo abbiamo fatto proprio perché, come individui concreti, con una materialità, una locazione o una biografia specifiche, ci possiamo riflettere in quella dimensione universale e sentire che, oltre alla nostra realtà immediata, ce n’è un’altra alla quale apparteniamo e per mezzo della quale ci possiamo relazionare agli altri, a tutti, sia coloro che parlano la nostra lingua sia gli stranieri. Ecco, questa trascendenza rispetto alla vita, alla quotidianità, all’essere come è, nella dimensione di vita irriflessa, pare cadere.
L’idea che vive nella cultura popolare è che chi vince si impossessa delle regole; se abiti questo territorio, immediatamente stabilisci chi è dentro e chi è fuori, stabilisci che tu sei il territorio, te lo prendi, è tuo. Questo io penso che sia spaventoso…
Il federalismo qui diventa qualcosa di molto cupo…
Ma è esattamente l’opposto di quello che pensava chi apparteneva alla tradizione liberal-socialista, o i federalisti di Ventotene. Loro pensavano al federalismo esattamente come a un modo per unire, in una dimensione superiore alla nazione, popoli diversi. Si partiva dal luogo, perché erano democratici quasi più vicini alla democrazia diretta che a quella rappresentativa; si partiva dalla vita della città o della propria regione, per potere interagire con gli altri e vivere una dimensione quasi cosmopolita, universale. Quindi il federalismo era un modo per ascendere dalla materialità della specifica vita alla dimensione generale, astratta o universale. Oggi avviene l’opposto: il federalismo viene rivendicato per andare giù, per togliersi da questa dimensione, e tornare al particolare della vita, a quella vita del quotidiano, alla vitalità del luogo, dell’etnia, più o meno inventata non importa.
Il paradosso è che anche le categorie dovrebbero essere riscritte, perché questi comunitari del possesso usano le nostre stesse categorie, ma le declinano in tutt’altro modo. La parola federalismo usata da loro non ha nulla a che vedere con quella che usava un illuminista. La parola libertà nemmeno: quando usano la parola libertà, loro intendono "la libertà nostra".
Questo rovesciamento dei valori, per cui le stesse parole non significano le stesse cose, è parte di questo grosso problema.
Ecco perché chi ha una cultura liberale e democratica si sente senza linguaggio, perché oggi le sue parole non verrebbero capite, verrebbero stravolte. Tu parli dei diritti? "Ah, ma io sono a favore dei diritti…". Vogliamo la scuola… "Ah, ma io sono a favore delle nostre scuole…". Tu credi che la Lega, se vince in Emilia-Romagna, voglia togliere le scuole materne pubbliche? "Per carità di Dio, gli asili vanno bene, sono i nostri servizi sociali"… i nostri, i nostri… "Anzi, li vogliamo perfezionare, li vogliamo rendere ancora più belli, purché siano nostri!".
Quindi si appropriano di parole, conferendo loro un significato diverso, e noi, quelli che hanno idee ancora universaliste, nonostante tutto, facciamo fatica, perché ogni volta dobbiamo specificare, fare uno sforzo doppio, quasi meta-linguistico, perché prima di parlare abbiamo bisogno di premettere: "Io intendo questo" quando uso questa parola. Ma così si perde il senso della comunanza della parola, la grammatica comune si rompe. Se dobbiamo discutere delle parole che usiamo prima di cominciare a parlare, finisce che smettiamo di parlare. Non c’è più accesso alla discussione, perché il linguaggio, la grammatica, la sintassi, cioè le regole della discussione, sono possedute da quel particolare di vita, da quella materialità che è loro. Ripeto, si è erosa quella dimensione astratta, quella dimensione universale nella quale tutti potevano entrare. E’ debilitata la dimensione dell’impersonale, quella di cui parlava Rousseau: la cittadinanza fuori e sopra la nazione, la cittadinanza non nazionalistica, non etnica; l’essere cittadini al di là dell’essere individui privati.
Beh, è in discussione la concezione della democrazia. Anche Habermas è sotto accusa in questo momento. Quando lui comincia a parlare di religione, che è necessaria e utile, e quasi accetta l’osservazione di Böckenförde per cui i paesi liberaldemocratici, o gli Stati liberal democratici, non avendo in sé l’energia per riprodurre i proprio valori, devono andare a prestito dalla religione, per esempio, perché la religione crea solidarietà, mentre la legge no… E allora, tu dici "la colpa è della sinistra".
Mah, il fatto è che quando sono state scritte le Costituzioni, tra il ‘46 e il ‘48, in Italia, in Germania ecc., i teorici della democrazia, da Aron al nostro Bobbio, avevano il terrore di sostanzializzare i valori politici, proprio perché venivano da una ipersostanzializzazione: lo Stato etico trasformato in Stato totalitario. Per cui c’è stato un ritirarsi dell’etica, e le norme, le regole, l’imparzialità dei processi, sono diventate il luogo di libertà. Questo è stato la creazione degli Stati democratici in Europa. Evidentemente queste norme non sono però capaci di creare l’etica. C’è dunque una responsabilità nella teoria moderna della democrazia, in questo fissarsi esclusivamente sulle procedure, le norme e le regole, senza la dovuta e necessaria attenzione alla dimensione etica della democrazia, all’ethos della democrazia, appunto. Ha un ethos, la democrazia? Aron e Bobbio credevano che non ce l’avesse, perché la democrazia era appunto le regole del gioco, un sistema per risolvere i problemi in una dimensione di decisioni collettive: ci mettiamo insieme e per risolvere usiamo le regole democratiche, ovvero il voto, la maggioranza e minoranza, ecc. La democrazia non aveva valore sostanziale, se non per questo: rendeva possibile la pace (che è certo un valore di grande sostanza!). In fondo la battuta di Churchill -la democrazia è il migliore dei peggiori governi- è diventata il modo di dire di tutti, fino allo stesso Rawls.
Quindi c’è questo aspetto negativo incorporato nella democrazia: noi non possiamo farne a meno, però dobbiamo riconoscere che non è il migliore governo possibile, perché dovrebbe governare la competenza, non il numero. Questa è una lacuna profonda del pensiero democratico, che non ha saputo dare a se stesso qualcosa di più.
Habermas è forse il solo ad aver fatto un tentativo in questa direzione, peraltro in modo egregio, però affidandosi di fatto alla ragione razionalista: non solo la norma, ma il dialogo razionale. E’ la lingua ad unirci, a consentirci di dirimere le controversie. E’ questo elemento razionale che è dentro la lingua, il linguaggio, che ci consente di dialogare. Tuttavia questo funziona, se, come abbiamo detto prima, c’è un consenso sulla lingua e sull’uso della grammatica e delle parole, cioè se siamo nella stessa famiglia che parla; se, infine, non abbiamo ideologie forti che ci oscurano la capacità razionale e la possibilità di riconoscere che abbiamo sbagliato e di cambiare idea.
Secondo Habermas la parola, al di là dei diversi linguaggi, è la struttura normativa che unifica il mondo umano, tutti i parlanti, a prescindere dalla lingua che pratichiamo. Il linguaggio ci unisce anche quando abbiamo lingue diverse. Habermas ci credeva perché era un illuminista. Era molto diffidente sulla ricerca di una dimensione etica. Per esempio, non ha mai accettato il repubblicanesimo, perché lo ha identificato col civismo, col mito della virtù, e però… Però forse è necessaria un’addizionale. Probabilmente la democrazia va anche insegnata, non soltanto praticata. Ci sono dei valori che vanno insegnati. I valori dell’uguaglianza, per esempio, di cui oggi nessuno vuol più sentire parlare…
Forse, e tu lo dici da un po’, la democrazia rappresentativa non può fare a meno della vitalità associazionistica…
Certo, la società civile è importante perché come sappiamo l’associazionismo garantisce il pluralismo. Però, anche in questo caso, il quadro universalistico resta decisivo. Perché se queste realtà non sono interpretate all’interno di una dimensione generale, universale, si rischia una forma di neomedievalismo, un pluralismo normativo in relazione al quale l’uguaglianza perde di rilevanza, poiché ci sono associazioni che hanno più peso e altre che ne hanno meno, e poi all’interno di ciascuna ci sono associati che hanno più potere e altri meno, e poi c’è chi usa le associazioni per difendere ciò che ha. Senza una dimensione della legge generale o statale, l’associazionismo -e Tocqueville lo diceva molto bene- diventa il luogo per la libertà (solo) di alcuni.
Comunque è riduttivo dire che viviamo in un momento di reazione anti-moderna perché rischiamo di non vedere bene il pericolo. Un conto è la reazione contro l’universalismo quando l’universalismo non c’è ancora: dopo la Rivoluzione francese, la reazione, la restaurazione contro i lumi, è la restaurazione di pochi, di una minoranza. Dov’era l’universalismo in quel tempo? Non nelle leggi e nella società, ancora. Lo stesso liberalismo era essenzialmente quello dei proprietari.
Tutt’altra cosa è una reazione contro l’universalismo da parte di coloro che godono dell’universalismo dei diritti. In questo caso, è come un essere reazionari in un mondo di libertà, che ha la libertà. Nel 1815, la libertà dov’era? Quella che portava Napoleone, d’accordo, ma era pur sempre una libertà imposta e della quale godevano gruppi ristretti. Oggi invece c’è la libertà di milioni di persone, che hanno uguali diritti. E’ in questa situazione che noi abbiamo una reazione contro l’universalismo: ecco perché parlo di figure dispotiche in democrazia. Perché una massa di individui, che sono uguali per legge e sono uguali anche nelle opportunità di scambio, di acquisto, di possesso, pensano di costruire la "repubblica degli uguali" tra loro. Il loro universalismo si chiude a quello degli altri e diventa veramente la democrazia dispotica che decide sul proprio territorio. A rigore bisogna allora parlare di reazione contro i principi democratici all’interno di un mondo che è democratico.
Così la libertà, ma anche l’asilo nido, diventano privilegi…
Diventa tutto patrimonio degli uguali, di "noi". E’ proprio la democrazia dispotica di cui parlava Tocqueville alla fine di Democrazia in America. Si mette un po’ di filo spinato intorno e si dice: noi siamo gli uguali e dobbiamo difendere questa nostra uguaglianza. E’ il modello spartano, il modello degli uguali, la democrazia dei molti ma non di tutti, la democrazia dispotica che decide sul proprio territorio, di cui Tocqueville aveva terrore. Quindi non è che noi non saremo più liberi, non è che noi perderemo la libertà, no, no, noi compreremo, venderemo, accenderemo il nostro computer, vivremo uniti, usciremo di sera senza incorrere in alcun coprifuoco. Ma sarà una libertà nostra, appunto, una libertà tra noi, chiusa agli altri. Quindi l’Europa, che è fatta di democrazie fondate sulla "nazione", quindi già limitate nella loro espansione, si chiuderà ancora di più per conservare quella libertà formatasi nella cultura universalista, che ora viene rigettata.
Certo, quando tu separi la libertà dall’uguaglianza, la libertà diventa un privilegio. Ma quando i leghisti "conquistano" queste terre, mica si propongono di diminuire le libertà o di togliere dei benefici sociali. No, no, semmai li vogliono rafforzare, ma saranno le "loro" libertà, i "loro" benefici. E chi è fuori è fuori. Quando la libertà viene dissociata dall’uguaglianza, dall’universalismo, si crea una trasformazione del diritto in privilegio.
Tutto va in questa direzione ed è veramente una cultura egemonica di destra in tutti i sensi. La destra, in fondo, a partire dalla Rivoluzione francese, ha sempre osteggiato l’uguaglianza, come ha ben mostrato Bobbio. Il problema è questo: non è che ci tolgano la libertà, quello che ci tolgono è l’uguale libertà, per cui, ad esempio, i poveri tra un po’ verranno visti come tali. D’altra parte cos’è la carta sociale, la social card, istituita da questo governo? Io la chiamo "carta di povertà", perché bisogna chiamare le cose col loro nome. A prescindere dal fatto provato che non ha funzionato anche per mancanza di finanziamenti, la carta di povertà è una certificazione di chi è povero; "fa vedere" il povero quando ne fa oggetto di carità pubblica. La verità è che quando si rompe il fronte dell’uguaglianza non si sa più dove si finisce. I bambini che vengono cacciati dalla mensa, perché poveri, sono una conseguenza molto eloquente di un rovesciamento della democrazia. L’universalità di cittadinanza serve appunto a eliminare lo stigma, a farci sentire uguali. Il sentimento dell’autostima, del sentirsi uguali, è potentissimo perché genera il senso della dignità. Ma quando tu umilii una persona davanti agli altri, quando trasformi la sua specificità o la sua difficoltà in un fatto discriminante, di ineguaglianza, allora l’altro si sente un inferiore, un poveraccio. Ma attenzione, perché se si interrompe l’uguaglianza una volta, la si interrompe sempre. Non è che si possa dire: ci fermiamo qui, perché quando la logica della esclusione e della discriminazione è entrata nella pratica pubblica, allora ci sarà sempre una ragione per applicarla.
Ecco perché le nostre società sono anche reazionarie oltre che conservatrici: perché partono con una limitazione dell’uguaglianza, ma poi continuano per arrivare al governo dei pochi lungo un percorso che pensa di limitare la libertà a "noi" soltanto.
Si dice spesso che questa è una "democrazia autoritaria". Ma non esiste una democrazia autoritaria. Gli autoritari se ne vogliono impossessare per poi trasformarla in qualcos’altro, che è il governo oligarchico.
Per questo l’uguaglianza è un principio fon-da-men-ta-le per la democrazia. Si dice: "No, lo è più la libertà". Io non condivido questa priorità della libertà. Bobbio aveva perfettamente ragione: "Guai a pensare che una possa stare senza l’altra". Si chiamano infatti uguali libertà: c’è un primato di entrambe oppure entrambe vengono a cadere. L’uguaglianza, diceva Condorcet, è un diritto fondamentale, è sbagliato considerarlo come uno strumento; è il diritto degli esseri umani, tutti, di appartenere allo stesso gruppo umano, di chiamarsi "esseri umani", è la dichiarazione di unità degli esseri umani. Questa è l’uguaglianza: io ho il diritto di essere uguale a te.
Invece adesso c’è una reinterpretazione dell’uguaglianza, scritta all’interno, appunto, delle comunità specifiche. Questa traiettoria può portare alla distruzione della democrazia. Quindi il "dispotismo" dei molti è un passo in un movimento che va in direzione opposta: verso una società oligarchica, in cui i pochi, quelli che hanno più possesso, più uguaglianza tra loro, riusciranno ad avere il potere sugli altri.
In sostanza è davvero una fase di reazione contro la democrazia, se per democrazia si intende l’uguale libertà e l’universalismo che ci consente, con la cittadinanza, di trascendere la nostra vita specifica locale, quotidiana, economica, sociale, e di sentirci cittadini uguali. Perché anche il sentire è importante; se non ti senti inferiore a nessuno, e nessuno ti fa sentire inferiore, l’essere non ricco non ti fa sentire perdente; l’orgoglio della cittadinanza democratica è psicologicamente, oltre che eticamente, liberante. E’ un orgoglio buono.
UNA CITTA’ n. 174 - maggio 2010

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2 Commenti a "Di molti, non di tutti - Intervista a Nadia Urbinati - Una citta’ n.174-maggio 2010"

  1. STEFANIA 15 giugno 2010 07:03

    E dopo la Urbinati, posto un commento di Umberto Eco da l’Espresso, che spiega perchè attaccano scuola e cultura e universalità dei diritti.

    §§§§

    È nota la definizione della democrazia come sistema pieno di difetti ma di cui non si è ancora trovato nulla di meglio. Da questa ragionevole assunzione discende, per la maggior parte della gente, la convinzione errata che la democrazia (il migliore o il meno peggio dei sistemi di governo) sia quello per cui la maggioranza ha sempre ragione. Nulla di più falso. La democrazia è il sistema per cui, visto che è difficile definire in termini qualitativi chi abbia più ragione degli altri, si ricorre a un sistema bassamente quantitativo, ma oggettivamente controllabile: in democrazia governa chi prende più consensi. E se qualcuno ritiene che la maggioranza abbia torto, peggio per lui: se ha accettato i principi democratici deve accettare che governi una maggioranza che si sbaglia.

    Una delle funzioni delle opposizioni è quella di dimostrare alla maggioranza che si era sbagliata. E se non ce la fa? Allora abbiamo, oltre a una cattiva maggioranza, anche una cattiva opposizione. Quante volte la maggioranza può sbagliarsi? Per millenni la maggioranza degli uomini ha creduto che il sole girasse intorno alla terra (e, considerando le vaste aree poco alfabetizzate del mondo, e il fatto che sondaggi fatti nei paesi più avanzati hanno dimostrato che moltissimi occidentali ancora credono che il sole giri) ecco un bel caso in cui la maggioranza non solo si è sbagliata ma si sbaglia ancora. Le maggioranze si sono sbagliate a ritenere Beethoven inascoltabile o Picasso inguardabile, la maggioranza a Gerusalemme si è sbagliata a preferire Barabba a Gesù, la maggioranza degli americani sbaglia a credere che due uova con pancetta tutte le mattine e una bella bistecca a pasto siano garanzie di buona salute, la maggioranza si sbagliava a preferire gli orsi a Terenzio e (forse) si sbaglia ancora a preferire “La pupa e il secchione” a Sofocle. Per secoli la maggioranza della gente ha ritenuto che esistessero le streghe e che fosse giusto bruciarle, nel Seicento la maggioranza dei milanesi credeva che la peste fosse provocata dagli untori, l’enorme maggioranza degli occidentali, compreso Voltaire, riteneva legittima e naturale la schiavitù, la maggioranza degli europei credeva che fosse nobile e sacrosanto colonizzare l’Africa.

    In politica Hitler non è andato al potere per un colpo di Stato ma è stato eletto dalla maggioranza, Mussolini ha instaurato la dittatura dopo l’assassinio di Matteotti ma prima godeva di una maggioranza parlamentare, anche se disprezzava quell’aula «sorda e grigia». Sarebbe ingiusto giocare di paradossi e dire dunque che la maggioranza è quella che sbaglia sempre, ma è certo che non sempre ha ragione. In politica l’appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale (”Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti”) ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche (”Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore”).

    In certe aree della Sicilia e della Campania i mafiosi e i camorristi hanno la maggioranza dei consensi ma sarebbe difficile concluderne che siano pertanto i migliori rappresentati di quelle nobilissime popolazioni. Recentemente leggevo un giornalista governativo (ma non era il solo ad usare quell’argomento) che, nell’ironizzare sul caso Santoro (bersaglio ormai felicemente bipartisan), diceva che costui aveva la curiosa persuasione che la maggioranza degli italiani si fosse piegata di buon grado a essere sodomizzata da Berlusconi. Ora non credo che Berlusconi abbia mai sodomizzato qualcuno, ma è certo che una consistente quantità di italiani consente con lui senza accorgersi che il loro beniamino sta lentamente erodendo le loro libertà. Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di zione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All’idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l’azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.

    Pensate alla inutile violenza con cui il fascismo, per fare tacere la voce scomoda di Matteotti, ha dovuto farlo ammazzare. Cose da medioevo. Non sarebbe bastato pagargli una buona uscita megagalattica (e tra l’altro non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini che pagano il canone)? Mussolini era davvero uomo rozzissimo. Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura - e infatti quando qualche cassandra lo fa viene sbertucciata. Il fatto è che per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla. Si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura.

    Si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d’informazione? Ma suvvia, se qualcuno ha delitto lo sapranno tutti a giudizio avvenuto, e l’evitare di parlare in anticipo di delitti solo presunti rispetta se mai la privatezza di ciascuno di noi. Vi piacerebbe che andasse sui giornali la vostra conversazione con l’amante, così che lo venisse a sapere la vostra signora? No, certo. E se il prezzo da pagare è che non venga intercettata la conversazione di un potente corrotto o di un mafioso in servizio permanente effettivo, ebbene, la nostra privatezza avrà bene un prezzo. Vi pare nazifascismo ridurre i fondi per la scuola pubblica? Ma dobbiamo risparmiare tutti, e bisogna pur dare l’esempio a cominciare dalle spese collettive. E se questo consegna il paese alle scuole private? Non sarà la fine del mondo, ce ne sono delle buonissime. È stalinismo rendere inguardabili i telegiornali delle reti pubbliche? No, se mai le vecchie dittature facevano di tutto per rendere la radio affettuosissima. Ma se questo va a favore delle reti private? Beh, vi risulta che Stalin abbia mai favorito le televisioni private?

    Ecco, la funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi percepite, o sono avvertite come irrilevanti. E quando la loro somma avrà prodotto non la seconda ma la terza Repubblica, sarà troppo tardi. Non perché non si potrebbe tornare indietro, ma perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata. Un nuovo Malaparte potrebbe scrivere un trattato superbo su questa nuova tecnica dello struscio di Stato. Anche perché di fronte a essa ogni protesta e ogni denuncia perde valore provocatorio e sembra che chi si lamenta dia corpo alle ombre.

    Pessimismo globale, dunque? No, fiducia nell’azione benigna del tempo e della sua erosione continua. Una trasformazione delle istituzioni che procede a piccoli passi può non avere tempo per compiersi del tutto, a metà strada possono avvenire smandrappamenti, stanchezze, cadute di tensione, incidenti di percorso. È un poco come la barzelletta sulla differenza tra inferno tedesco e inferno italiano. In entrambi bagno nella benzina bollente al mattino, sedia elettrica a mezzogiorno, squartamento a sera. Salvo che nell’inferno italiano un giorno la benzina non arriva, un altro la centrale elettrica è in sciopero, un altro ancora il boia si è dato malato… Tagliare la testa al re o occupare il Palazzo d’Inverno è cosa che si fa in cinque minuti. Avvelenare qualcuno con piccole dosi d’arsenico nella minestra prende molto tempo, e nel frattempo chissà, vedrà chi vivrà. Per il momento, resistere, resistere, resistere.

    (27 maggio 2010)

  2. Marilena Tesei 20 giugno 2010 22:22

    E’ un po’ lungo lo so ma val la pena arrivare fino in fondo

    ciao a tutti marilena

    A Pomigliano comincia l’epoca dopo Cristo - Repubblica.it

    http://www.repubblica.it/politica/2010/06/20/news/scalfari_pomigliano-4991542/?ref=HREC1-2

    L’EDITORIALE
    A Pomigliano comincia l’epoca dopo Cristo

    di EUGENIO SCALFARI

    TRA le tante dichiarazioni fatte da Marchionne in questi giorni ce n’è una che è d’una chiarezza disarmante ed anche sconcertante: “Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa”.
    Il dopo Cristo per l’amministratore delegato della Fiat comincia evidentemente con la globalizzazione della finanza, delle merci e del lavoro. È un’epoca che ha accentuato e radicalizzato la legge dei vasi comunicanti.
    Le grandezze economiche, come ovviamente per i liquidi, tendono a raggiungere lo stesso livello. Si livellano i rendimenti del capitale, i rapporti tra benessere e povertà, la produttività del lavoro e, naturalmente i salari.
    I salari dei Paesi emergenti sono ancora molto bassi; dovranno gradualmente aumentare ma lo faranno lentamente. I livelli dei salari nei paesi opulenti e di antica civiltà industriale sono molto alti, ma tenderanno a diminuire e questo fenomeno avverrà invece con notevole rapidità per consentire alle imprese manifatturiere di vendere le loro merci sui mercati mondiali a prezzi competitivi.

    In questo schema già operante va collocata la vicenda di Pomigliano. Se la Fiat trasferisce la produzione di uno dei suo modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà.
    Questo è il dopo Cristo di Marchionne; non si tratta di ricatto ma di dati di fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare. I sindacati che hanno firmato l’accordo proposto dalla Fiat ritengono che si tratti d’un evento eccezionale e non più ripetibile. La stessa posizione l’hanno fatta propria molte delle parti interessate alla vicenda di Pomigliano, compresa una parte dell’opposizione parlamentare: passi per Pomigliano purché non si ripeta.

    Errore. La legge dei vasi comunicanti ha carattere generale e quindi il livellamento salariale e delle condizioni di lavoro si ripeterà. Molte imprese in difficoltà, specialmente nel Nordest, nelle Marche, in Puglia e in tutto il Mezzogiorno, metteranno i loro dipendenti di fronte allo stesso dilemma che riguarda per ora i 5000 dipendenti Fiat di Pomigliano. Dichiareranno che in caso di risposta negativa saranno costrette a de-localizzare la produzione in siti più convenienti. Pomigliano cioè è l’apripista d’un movimento generale e non sarà né la Fiom né Bonanni che potrà fermarlo.

    Chi pensa di fermare l’alta marea costruendo un muro che blocchi l’oceano non ha capito niente di quanto sta avvenendo nel mondo. Nello stesso modo non ha capito niente chi ritiene di bloccare la massa di migranti che abbandona i luoghi della povertà e preme per fare ingresso nei luoghi dell’opulenza. Quel tipo di muri può reggere qualche mese o qualche anno ma poi si sbriciolerà e il livellamento procederà.
    Allora non si può far niente? Bisogna rassegnarsi al livellamento verso il basso del benessere delle zone ricche del mondo?
    * *
    Qualche cosa si può e si deve fare. Ma occorre molta lucidità e molto coraggio. I Paesi opulenti, al loro interno, non sono affatto livellati per quanto riguarda la diffusione del benessere. Ci sono, nelle zone ricche del mondo, sacche di povertà impressionanti e diseguaglianze mai verificatesi prima con questa intensità. Voglio dire che la legge dei vasi comunicanti deve entrare in funzione dovunque e spetta alla politica rimuovere gli impedimenti che la bloccano. Perciò i sindacati e le forze di opposizione debbono spostare l’obiettivo. Le categorie svantaggiate e costrette a rinunciare ad una parte delle conquiste raggiunte nell’epoca “prima di Cristo” debbono recuperarle su altri piani e in altre forme nell’epoca del “dopo Cristo”. Debbono cioè impostare un piano globale di redistribuzione del reddito da chi più ha a chi meno ha.

    Lo spostamento può avvenire in vari modi, manovrando soprattutto il fisco (ma non soltanto); sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e sulle famiglie e finanziando la redistribuzione con maggior carico tributario sulle rendite, sui patrimoni e sui consumi opulenti.
    Un piano di questo genere non può essere considerato un progetto dettato dall’emergenza poiché non di emergenza si tratta, bensì di un movimento, appunto, epocale. E per gestire un progetto del genere è necessario ripristinare quel metodo della concertazione tra le parti sociali e il governo che diede ottimi frutti tra il 1993 e il 2007, consentendo di abbattere l’inflazione, far scendere i rendimenti dei titoli pubblici e il disavanzo delle partite correnti.
    Ci vuole insomma una politica a lungo raggio che rafforzi la coesione sociale, diminuisca le diseguaglianze, renda sopportabile il livellamento delle condizioni di lavoro compensando quei sacrifici con agevolazioni massicce anche in tema di servizi pubblici efficienti e gratuiti, finanziati da chi possiede mezzi in abbondanza.
    Questa è a nostro avviso la linea da seguire, “buscando el levante por el ponente”, cioè mettendo a carico della società opulenta una parte dei sacrifici che la guerra tra poveri scarica sui deboli di casa nostra.
    * * *

    C’è un filo diretto che lega queste riflessioni suscitate da quanto sta accadendo a Pomigliano con la politica deflazionistica imboccata dall’Eurozona sotto la guida della Germania. Questa politica, sulla quale ci siamo intrattenuti varie volte, arriverà domani all’esame del G8 e del G20 appositamente convocati. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha lanciato un messaggio ai capi di Stato dell’Eurozona affinché affianchino alla manovra di stabilizzazione dei rispettivi debiti una politica che sostenga i redditi e la crescita.

    Un secondo l’ha lanciato alla Cina affinché proceda ad una rivalutazione della propria moneta rispetto al dollaro per accrescere le importazioni e per tale via sostenga la domanda globale.

    La Cina ha già risposto positivamente; l’Europa e la Germania finora sembrano voler persistere nella politica di deflazione. Questa posizione è semplicemente insensata.
    Dal canto suo il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha posto ieri ai paesi dell’Eurozona le seguenti domande: “Il mondo intero è destinato a sprofondare a causa dei problemi dell’Eurozona in una recessione che rischia di essere recidiva? Può la ripresa dei mercati emergenti bilanciare i cali che si verificano altrove? Stiamo finalmente emergendo come i sopravvissuti a un uragano, per valutare l’entità del danno e i bisogni dei nostri vicini? Oppure ci troviamo piuttosto nell’occhio del ciclone?” (La Stampa del 19 scorso).
    Non si può esser più chiari di così. E anche qui il tema si risolve attraverso un grande programma di redistribuzione delle risorse tra paesi e tra classi all’interno dei paesi. Non c’è altro mezzo per equilibrare libertà ed eguaglianza, la necessaria crudeltà della libera concorrenza e la coesione sociale che si proponga il bene comune.
    * * *
    Su questi argomenti di capitale importanza il governo italiano tace, la sua afasia è totale. Tiene invece banco la modifica costituzionale dell’articolo 41 della nostra Costituzione.
    Quell’articolo, che fu voluto da Luigi Einaudi e da Taviani, proclama la piena libertà di impresa purché non crei danni sociali. Questa dizione non piace a Berlusconi e a Tremonti. Di qui la proposta di modificarla sostituendola con la libertà totale, anche nel settore delle costruzioni e dell’urbanistica, in modo che si aggiungerà scempio a scempio nel paese dell’abusivismo di massa.
    Snellire le procedure burocratiche è un obiettivo sacrosanto, più volte preannunciato e finora mai attuato. Si può e si deve fare con provvedimenti di ordinaria amministrazione. Mettere in Costituzione l’abolizione di ogni regola rinviando i controlli ad una fase successiva è semplicemente una bestemmia costituzionale che svela l’intento di stravolgere l’architettura democratica del patto sociale.

    Eguale chiacchiericcio del tutto inutile lo ritroviamo nella proposta italiana all’Unione europea di valutare i debiti pubblici aggiungendo ad essi la consistenza dei debiti privati. La Commissione di Bruxelles ha accolto la proposta: non costa nulla e il nostro governo l’ha sbandierata come un grande successo. Nessuno ha fatto osservare che il debito pubblico è la sola grandezza che determina il fabbisogno, gli oneri da pagare e il disavanzo che ne risulta.
    Siamo ancora tutti nell’occhio del ciclone e il nostro governo inganna il tempo con annunci inutili che servono soltanto a gettar fumo negli occhi degli sprovveduti.

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