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Il capitalismo solidale di Federico Rampini

Da Repubblica — 30 agosto 2010 Leggi

NEW YORK «L’ ultimo censimento demografico - dice il sindaco di New York Michael Bloomberg - ha rivelato che almeno 40 milioni di americani vivono sotto la soglia della povertà, più del 13% della popolazione. Stremate dalla recessione, le nostre città devono affrontare la sfida più difficile da mezzo secolo in qua». Il suo allarme riecheggia da una costa all’ altra degli Stati Uniti. Proprio mentre la domanda di servizi sociali è resa più acuta dalla crisi economica, le finanze pubbliche sono in uno stato disastroso. Da New York alla California si licenziano insegnanti, si chiudono ospedali, si eliminano linee del metrò e servizi di autobus. È impossibile aumentare ancora il deficit pubblico, che ha raggiunto il 10% del Pil: un record storico dalla seconda guerra mondiale. È impraticabile, per ragioni politiche, aumentare le tasse. In questa impasse si fa strada una ricetta nuova, che unisce due leader diversi come Barack Obama e Michael Bloomberg: il presidente progressista e l’ ottavo uomo più ricco degli Stati Uniti. Al centro di questa terapia c’ è la figura dell’ “imprenditore sociale”. Un ossimoro, che unisce l’ efficienza del management d’ impresa, e l’ impegno per la lotta alle diseguaglianze, l’ aiuto ai più deboli, il miglioramento dei servizi pubblici. Chiamiamola la terza via del capitalismo. Non ha un colore ideologico: l’ ultimo convertito è David Cameron, il premier conservatore britannico. Il guru riconosciuto di questa nuova tendenza è lui stesso una figura mista, anomala e inclassificabile. Si chiama Stephen Goldsmith e a 64 anni ha avuto almeno tre vite diverse. (segue dalla copertina) Èun brillante studioso di scienze politiche e a m m i n i s t r a z i o n e pubblica, dirige un dipartimento dell’ università di Harvard. Anziché limitarsi alla teoria si è sporcato le mani andando a fare il sindaco di Indianapolis. Adesso Bloomberg lo ha nominato vice-sindaco nella metropoli più popolosa d’ America (8,3 milioni di abitanti) con una missione molto speciale: proprio mentre le casse di New York sono quasi alla bancarotta, lui deve migliorare i servizi pubblici e le infrastrutture collettive. Un compito che Goldsmith ha accettato senza esitare: «In una fase di crisi - dice - tutti sono capaci di tagliare i costi peggiorando la qualità dei servizi sociali. La vera sfida è fare l’ opposto, spendere meno e avere un ambiente più pulito, scuole migliori, trasporti che funzionano». Bloomberg è fiducioso che lui ci riuscirà: «C’ è tanta gente che parla di reinventare lo Stato, ma Goldsmith lo ha fatto». Come sindaco di Indianapolis si è conquistato una fama nazionale realizzando un exploit. Ha licenziato il 40% dei dipendenti municipali: ma si è concentrato sui quadri medioalti della burocrazia, lasciando intatto il personale che veramente svolge un’ attività di servizio al pubblico. Ha ridotto le tasse locali per ben quattro volte. Ed è riuscito a investire 1,2 miliardi nel miglioramento delle infrastrutture. Chiamando in causa proprio quella figura nuova: l’ imprenditore sociale. Un essere che sfugge alle categorie tradizionali. Si colloca all’ incrocio tra spirito d’ impresa, efficientismo manageriale, volontariato, vocazione no profit, spesso in una zona mista tra pubblico e privato. «E’ soprattutto un catalizzatore di innovazioni sociali - dice lo stesso Goldsmith - una figura che si emancipa dalle ideologie e dai vecchi modelli, sperimenta un futuro nuovo». I pionieri in questo campo sono stati Bill Gates e Muhammad Yunus. Il fondatore di Microsoft ha trasferito il suo genio imprenditoriale nell’ attività filantropica. Dalla sua Fondazione pretende la stessa efficienza che lo ha portato a dominare l’ industria del software mondiale. Un dollaro speso contro la malaria deve massimizzare il rendimento in quel campo, proprio come un dollaro investito nella ricerca da Microsoft per lo sviluppo di un nuovo sistema operativo. La sua Fondazione è diventata un modello, al punto che altri miliardari americani preferiscono affidargli le proprie donazioni in beneficenza, perché si sentono più garantiti sui risultati finali. Yunus è l’ inventore del microcredito (che gli è valso il Nobel della pace) e oggi lo applica perfino nel cuore di New York per aiutare le comunità più povere a riscattarsi da sole, creando piccole imprese, botteghe artigianali e attività commerciali, anziché aspettare l’ assistenza pubblica. Ormai gli imprenditori sociali in America sono centinaia. Si sono estesi in molti campi, e Goldsmith elenca i quattro filoni principali: «La scuola. La sanità. Gli alloggi popolari. Il risanamento dei quartieri degradati». In un libro che è diventato un bestseller sia negli Stati Uniti che in Inghilterra (”The Power of Social Innovation”) Goldsmith sostiene che l’ approccio alle diseguaglianze, il concetto di assistenza e di servizio pubblico sta entrando in una nuova fase storica. «Alle origini, all’ inizio del Novecento, aiutare i bisognosi (malati, anziani) era un compito affidato principalmente alle famiglie e alla carità, dei privati o delle chiese. Poi tra gli anni Trenta e il dopoguerra in tutto l’ Occidente la costruzione del Welfare spostò queste responsabilità sullo Stato. Una terza fase, negli anni Ottanta, tolse responsabilità allo Stato con il ricorso all’ outsourcing e alle privatizzazioni di tanti servizi». Goldsmith ci tiene a prendere le distanze da quella fase, reaganiana e iperliberista, che «fu quasi esclusivamente concentrata sui tagli dei costi». E’ in quell’ epoca infatti che affondano le loro radici alcuni mali dell’ America di oggi: lo stato penoso delle infrastrutture (trasporti pubblici, rete elettrica, autostrade) abbandonate volutamente al degrado. «Il quarto stadio», come lo definisce lui, è un’ altra cosa ancora. L’ intervento dei privati è benvenuto ma non “contro” lo Stato. Privato e pubblico, capitalismo e no profit possono farsi concorrenza o convivere. A due condizioni. La prima è «la priorità all’ innovazione, non conta l’ etichetta pubblico-privato ma la qualità dei risultati». La seconda condizione è che «sia il cittadino l’ ultimo giudice». Bisogna restituire all’ utente-contribuente la possibilità di spostare risorse verso chi fornisce il servizio migliore. Un caso emblematico è quello di Bill Milliken. Un imprenditore sociale perfettamente bi-partisan, che piace all’ Amministrazione Obama. Fu Goldsmith a scoprirlo quando ancora faceva il sindaco di Indianapolis. In quella città Milliken ha iniziato l’ esperimento delle Communities in Schools. E’ un programma simile a un dopo-scuola: affianca degli istruttori ai ragazzi che hanno ritardi di rendimento scolastico. Generalmente appartengono ai ceti sociali più sfavoriti, alle minoranze etniche. Se li si abbandona al loro destino saranno per sempre dei cittadini di serie B. Tra i giovani neri, per esempio, solo il 33% arriva al diploma di maturità. I maschi neri che lasciano la scuola senza finire la secondaria superiore hanno il 60% di probabilità di finire prima o poi in un carcere. Ora Communities in Schools mobilita 50.000 volontari in tutta l’ America, che forniscono tre milioni di ore di ripetizioni gratuite. Per il 75% degli studenti si registra a breve scadenza un miglioramento dei voti e un aumento delle promozioni. Obama ha cooptato l’ idea di Milliken dentro il suo Social Innovation Fund: i primi 11 investimenti di imprenditori sociali che hanno l’ imprimatur ufficiale della Casa Bianca. Per questi progetti il rapporto pubblico privato è significativo: 50 milioni di finanziamenti statali si “fondono” con 74 milioni di investimenti privati. Per Goldsmith non basta però che ci sia dietro la benedizione di Obama. Il talento effettivo degli imprenditori sociali va verificato nei fatti. Per questo lui vede come un ingrediente essenziale del suo esperimento la “mobilitazione civica”, il sondaggio costante dei cittadini perché votino sulla qualità dei servizi. Le nuove tecnologie possono servire anche a questo. «A Londra - spiega Goldsmith - il sistema AccessCity incoraggia tutti i residenti a segnalare con sms, foto dal telefonino e messaggi twitter, tutti quegli spazi pubblici che non offrono l’ accessibilità ai portatori di handicap. Ecco un caso in cui l’ interattività tecnologica consente al cittadino di segnalare un problema in tempo reale, e pretendere la soluzione». Questo quarto stadio nell’ evoluzione dei servizi sociali, come lo definisce Goldsmith, recupera pezzi di tradizioni precedenti. Il terzo settore, il movimento cooperativo, le chiese: ognuna di queste esperienze ha avuto qualcosa di positivo. Basti pensare alla rete mondiale di scuole di formazione professionale dei domenicani o i licei e università dei gesuiti, spesso di alta qualità. La novità che viene dagli Stati Uniti è la fusione tra le ispirazioni nobili del volontariato e della filantropia, con i livelli più avanzati dell’ efficienza d’ impresa. Quel che conta è il risultato. E comunque non è una sfida che si può rinviare. «La domanda di servizi pubblici - dice Goldsmith - continua a crescere inesorabilmente, proprio mentre le risorse dello Stato si fanno più scarse. Per ragioni economiche e per ragioni morali, non possiamo stare a guardare. Se restiamo immobili, una parte crescente della nostra società sarà lasciata indietro, abbandonata al suo destino». -

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FEDERICO RAMPINI

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1 Commento a "Il capitalismo solidale di Federico Rampini"

  1. Raffele Barbiero 15 ottobre 2010 21:09

    «Ricorda le ordinanze del sindaco Domenici contro i lavavetri fiorentini rom, giuridicamente risibili, ma sufficienti a fare allontanare i soggetti sgraditi? Ecco, anche nel recente caso francese le istituzioni hanno scoperto che nei confronti di gruppi socialmente deboli, e poco abituati all’uso degli strumenti di tutela, grossi effetti possono ottenersi minacciando l’applicazione di sanzioni che nessun tribunale convaliderebbe».
    Si è giocata sull’ambiguità del diritto e sulla forza della politica la partita tra Francia ed Europa sui rom secondo Alessandro Simoni, che di mestiere non fa politica ma insegna Sistemi giuridici comparati a Firenze, oltre ad essere membro italiano del gruppo di esperti indipendenti in tema di antidiscriminazione costituito dalla Commissione europea (per il quale ha preparato nel 2008 la messa in opera della strategia per l’integrazione dei rom in Kosovo).

    «Le iniziative contro i rom sono sempre vantaggiose, perché a rischio politico zero, specie quando gestite dalla destra. Per questo Berlusconi ha appoggiato Sarkozy. Un ipotetico elettore del Pdl pronto a cambiare orientamento per questioni relative ai diritti dei rom l’avrebbe già fatto, quindi il bilancio politico è garantito,
    almeno in pareggio».

    Sarkozy ha motivato l’allontanamento dei rom facendo leva sulle condizioni di vita. Ma si può espellere un gruppo di cittadini europei perché indigente?

    La politica di Sarkozy confligge in vari aspetti con il diritto comunitario. Occorre però non confidare troppo nella capacità di reazione del sistema giuridico europeo: una pronuncia della Commissione o della Corte di giustizia avrebbero valore solo simbolico, a parte i tempi. L’antiziganismo cerca di raggiungere gli effetti desiderati semplicemente alimentando la paura di azioni repressive, a prescindere dalla loro legalità. Si spiegano così le partenze “volontarie” dei rom rumeni, cittadini europei difficilmente espellibili per le vie formali, ma che si allontanano quando la pressione della polizia diventa insostenibile. Ma l’aspetto nuovo in
    questa vicenda è un altro.

    Quale?

    Da sempre, nel caso dei rom i meccanismi dello stato di diritto classico tendono ad andare in corto circuito quando per qualunque motivo l’antiziganismo trova una sponda politica. Ciò che colpisce ultimamente è che gli attori politici, francesi e italiani, non appaiono interessati a mantenere quelle finzioni e ipocrisie minime
    che comunque esprimono un sistema di valori condiviso; tanto che Sarkozy, invece di riferirsi a “cittadini romeni in stato di indigenza”, ha voluto parlare esplicitamente di “rom”, per garantirsi la rendita politica di breve termine che l’antiziganismo costantemente garantisce.

    Una rendita che fa leva su stereotipi ancora diffusi, come lo “zingaro ladro” ricordato per l’occasione da Bossi.

    Il legame tra azione politica e presunta delinquenza rom è sballato sul piano dei principi e sul piano empirico. Su quello dei principi, perché anche se scoprissimo che in un certo gruppo umano il 99% delinque un sistema giuridico civile non potrebbe trarre alcuna conclusione circa il suo agire verso il numero 100. Empiricamente poi, dire “i rom rubano” è un concetto che non ha nessun valore descrittivo. Alcuni specifici gruppi rom in certi momenti sono stati caratterizzati dal prevalere di certi tipi di reato (come certe regioni italiane hanno forme particolari di delinquenza). Ma il discorso politico è molto più generico. Comunque, da questo punto di vista la Francia è assai più avanzata dell’Italia.

    In che senso?

    L’antiziganismo è latente in tutte le società europee e gli stereotipi di cui si nutre sono duri a morire. Ma sebbene la Francia si comporti ambiguamente verso i rom, con effetti spesso discriminatori, le corti francesi sono state in molti casi attente a limitare eccessi di amministratori locali animati da furore antizigano e l’alta autorità contro le discriminazioni esercita una vigilanza attenta. Il nostro paese si caratterizza invece per norme che non hanno altra origine che il desiderio di rendere più complessa possibile la vita dell’immigrato, senza un corrispondente interesse statale da tutelare. Una peculiarità italiana è inoltre il linguaggio poverissimo usato anche dai vertici delle istituzioni, con il termine “nomade” usato come sinonimo da rom.

    Può fare un esempio?

    Andando a vedere i lavori preparatori del decreto sicurezza, si scopre che alcune norme vessatorie in tema di residenza, ora etnicamente “neutre”, sono ricalcate su precedenti proposte di legge mirate ai “nomadi”. Io stesso ne sono rimasto stupito. Non pensavo che il pregiudizio contro i rom andasse così a fondo nella macchina istituzionale.

    Che sviluppi intravede dopo questa vicenda?

    Sono convinto che paradossalmente il furore antizigano degli ultimi anni si ritorcerà contro se stesso, facendo emergere un problema che in precedenza era completamente trascurato al di fuori di pochi specialisti. Intanto, a chi grida al pericolo rom, in Italia e in Francia, ricordo un volumetto del 1914, autore un altrimenti oscuro magistrato, Alfredo Capobianco, dal titolo Il problema di una gente vagabonda in lotta con le leggi, dove si proponeva l’introduzione di una legislazione di severo controllo degli zingari, corredata da
    sanzioni pesantissime. Considerando cosa successe in quell’anno e in quelli a seguire, si può dire che quello dei rom fosse il pericolo principale? (reset)

    Claudio Arlati

    Responsabile formazione e dipartimento sv. sostenibile
    USR CISL Emilia Romagna

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