Comunicazione e cultura
“Comunicazione e cultura”……è un incarico impegnativo ma ho accettato e quindi ci proverò.
Lo farò con spirito critico e creativo
Lo farò avendo ben presente una massima del filosofo Bertrand Russel che ho letto in questi giorni sul mio quotidiano “se non sei socialista a 20 anni vuol dire che non hai cuore, se non sei conservatore a 50 vuol dire che non hai cervello”. Essendo andato ben oltre i 50 ritengo doveroso anche abbinare cuore e cervello.
Al partito che ho sempre sognato ed alla cui fondazione ho partecipato con entusiasmo, ai democratici che con me hanno condiviso questo impegno vorrei dare qualcosa. Vorrei offrire il mio mattoncino per la grande costruzione comune.
Come ho detto ci proverò e cercherò di farlo partendo da quella che, secondo me, è una premessa fondamentale: bisogna mettere i Circoli ed i Valori al centro.
Bisogna farlo per superare l’autoreferenzialità attuale del partito, di una struttura chiusa su sé stessa, sulle sue lontane e numerose Fondazioni, sulle apparizioni televisive, sulle sterili e ripetitive polemiche.
Il partito è infatti chiuso su sé stesso a Roma ( e dintorni…) con le Fondazioni, correnti, giornali: in sintesi con le provenienze e con gli interessi personali e/o di gruppo.
A Reggio non è molto diverso.
Abbiamo recentemente assistito ad altre esemplari manifestazioni di chiusura nelle recenti elezioni (con tutti gli eletti schierati da una parte) e nelle conseguenti assemblee, dove si sono susseguiti interventi di amministratori o incaricati, ricchi di lodi, ringraziamenti e commozioni…. ma assolutamente privi di proposte.
Assurdo per un partito “democratico”, cioè di popolo, e “nuovo”, cioè da strutturare con contenuti aggiornati, se non addirittura originali, e condivisi.
Con un partito così rappresentato era ovvio che i Circoli fossero considerati (come sono stati e sono ancora considerati) come dei comitati elettorali, sedi di riferimento per gruppi corporativi di “basso potere” e quasi sempre chiusi e/o inattivi.
Risulta perciò impudente ed ipocrita il lamento continuo di “mancanza di identità e contatto col territorio” e l’affermazione costante di “necessità di mettersi in ascolto” e di “fare sintesi”.
Ma quale contatto se i Circoli non vivono, quale sintesi se nei Circoli non si parla, quale progetto o identità se non si propongono e non si fissano, condividendoli, “i fondamentali” di un sogno comune, di un nuovo grande partito?
I motori per una identità vera e chiara li possiamo e dobbiamo avviare noi cittadini convinti della nostra Carta fondamentale (la nostra Costituzione) e del nostro Stato repubblicano, noi cittadini democratici appassionati di politica vera ed alta, ricca di comunità e socialità e perciò fondatori di questo partito nuovo.
Mettiamo allora i Circoli al centro sviluppando :
a) un “progetto riorganizzativo”, che porti la struttura direttiva (provinciale e comunale) del partito sul territorio, distribuita nelle stesse sedi dei Circoli ;
b) un “progetto di intercircolarità”, che realizzi la messa in rete di tutti i Circoli per farli comunicare fra loro e con le strutture direttive del Partito e per dare la possibilità ad iscritti ed elettori di esprimere valutazioni e/o decisioni sulle questioni più importanti e coinvolgenti.
Mettiamo i Valori al centro nelle attività dei Circoli individuandone i più importanti ed adottandone uno per Circolo su cui accentrare attenzione, risorse, studio e dibattito al fine di “produrre” proposte innovative.
Facciamo diventare i nostri Circoli tante moderne fabbriche per la conservazione e sviluppo dei valori comunitari.
Con queste finalità
a) al nostro Circolo propongo l’approfondimento e rielaborazione del valore lavoro, il primo e
più significativo di tutti i nostri valori costituzionali e quindi fondamentale per l’identità
soggettiva e sociale;
b) alla nostra città ed alla sua storia, simbolicamente rappresentata nella “sala del tricolore”, propongo una giornata di approfondimento di questo basilare valore costituzionale da abbinare ai festeggiamenti della “giornata del tricolore”, da arricchire gradualmente per rinverdire antichi meriti e caratterizzare la nostra comunità per la cultura democratica oltre che per l’educazione scolastica.
Coinvolgiamo attorno al lavoro l’intera città, per ridare importanza alla sua storia.
Reggio Emilia infatti ha già espresso, col suo dinamismo politico, economico e sociale, profondi valori nel campo del lavoro in tutte le sue espressioni ed ha tutti i requisiti per essere sede di un grande confronto di esperienze, idee e proposte che aiutino il cammino delle nuove generazioni.
Si può cominciare con semplici incontri, conferenze e dibattiti ma bisogna coerentemente mirare ad un obiettivo alto, all’organizzazione di un Festival del Lavoro a Reggio Emilia.
Agli altri Circoli suggerisco di fare altrettanto, adottando simbolicamente altri valori, altrettanto importanti, ma sempre con l’obiettivo di fondo di favorire la produzione di proposte concrete e possibilmente innovative.
Così si ridurranno i costi ed i Circoli vivranno.
Si evidenzieranno le esigenze reali del territorio e si produrranno idee e…. sogni.
Nei Circoli si potranno sviluppare e sintetizzare progetti, si potrà creare reale identità.
Reggio Emilia - agosto 2010 Angiolino Di Pietro
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Scuola elementare pubblica - La fine di un mito italiano
Un saggio racconta le colpe di un declino culturale che sancisce la fuga nelle private. Nel 1985 erano stati varati nuovi programmi che insistevano sulla didattica. Era il punto di forza dell’educazione pubblica italiana: ma ora anche l’istruzione primaria è al collasso
di BENEDETTA TOBAGI ( padre Walter Tobagi giornalista ucciso dalle BR nel 1980) ha presentato il suo libro “ come mi batteva forte il tuo cuore “ in cui parlava del padre in TV da AUGIAS questo inverno)
Da quei banchi passano tutti i futuri cittadini. Difficile evitare la retorica del “pilastro della democrazia”: lo è per davvero. In più la scuola elementare conserva nell’immaginario qualcosa di romantico, dal libro Cuore in poi. Nell’Ottocento il maestro aveva un ruolo sociale definito, accanto al gendarme e al prete. A questa missione civilizzatrice e conservatrice si sovrappone, con l’avvento della Repubblica, l’icona del maestro di frontiera, possibilità di riscatto per i figli dei diseredati, schiacciato tra la Costituzione e le sperequazioni profonde di un paese arretrato, mentre le elementari restano quelle uscite dalla riforma Gentile, verticali e nozionistiche.
E oggi? Nessuno osa discutere la centralità della scuola e la sua missione educativa, tanto più in una società in piena crisi (economica, politica, di valori). Ma in cosa consista questa missione, e su come realizzarla, c’è molta confusione. Chi non ha bambini, difficilmente sa cosa succedesse dietro il portone di una scuola primaria dopo la riforma del ‘90. Poi nel 2008 il governo comincia a predicare il “ritorno al passato” come panacea contro tutti i mali. Chi ha più di vent’anni è cresciuto a pane e maestro unico e può rimanere facilmente sedotto dall’effetto-nostalgia: che male c’era nel vecchio sistema? Insegnanti, genitori e dirigenti invece protestano, sono amareggiati, indignati, preoccupati (provate a scorrere le centinaia di testimonianze su Repubblica.it). Sono davvero tutti dei conservatori miopi e politicizzati? Che cosa sta succedendo, davvero, dentro la scuola pubblica dei bambini italiani?
Ci aiuta diradare le nebbie il nuovo saggio di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti (minimum fax, pagg. 338, euro 15) “E’ necessario combattere una battaglia per le “precise parole”, per l’esattezza”, dichiara. Allora decodifica i “frames” concettuali dietro gli slogan con cui il centrodestra ha mascherato la realtà brutale dei tagli di bilancio alla scuola pubblica e analizza con scrupolo i numeri - solo apparentemente obiettivi - del Ministero e dei rapporti internazionali. Ma soprattutto, inserisce i problemi italiani nel quadro più ampio di una crisi (cioè un momento di potenziale evoluzione, non un’”emergenza”) dell’educazione in atto da decenni a livello globale.
La scuola è chiamata all’arduo compito di preparare bambini e ragazzi a muoversi in una società più complessa, fornendo, oltre alle nozioni, metodi per “imparare a imparare”, anche fuori dai banchi. Non è più affiancata nell’opera educativa da soggetti forti come parrocchia o famiglia, ma assediata da una “società diseducante” i cui modelli contraddicono valori e comportamenti che l’insegnante cerca di trasmettere. De Michele intreccia questi problemi coi dati allarmanti sull’”analfabetismo funzionale” che affligge 2/3 degli italiani, e li rende prede facilmente manipolabili nella società dell’informazione, o sulla mobilità sociale quasi inesistente per i giovani italiani. Una visione ampia, articolata, che mostra la funzione essenziale della scuola pubblica in una democrazia che voglia essere veramente tale.
In questo discorso, il caso della scuola primaria è illuminante. L’Italia, eterna pecora nera, affrontò costruttivamente la “crisi educativa”, con esiti addirittura eccellenti. Dopo decenni di confronti tra politici e specialisti di pedagogia e didattica, nell’85 la scuola elementare si dota di nuovi programmi che mettono al centro il “saper fare” accanto al conoscere, per una “progressiva costruzione delle capacità di pensiero riflessivo e critico e di una indispensabile indipendenza di giudizio”, le competenze relazionali, la capacità di ascoltarsi e stare insieme, oltre alla disciplina. Su queste basi, nel ‘90 si avvia una riforma, che ha passato il vaglio della Corte dei Conti, la stagione di lacrime e sangue pre-ingresso nell’euro e un rodaggio faticoso, per regalarci una posizione di eccellenza nelle classifiche internazionali (TIMMS 2007 per la matematica e PIRLS 2006 per la lingua). Con buona pace di chi sostiene che servì solo al sindacato per moltiplicare i posti.
Cosa offriva la primaria pubblica del nuovo millennio? “Modulo” o tempo pieno, ossia due o tre maestri, specializzati in aree disciplinari diverse: ben venga un’attenzione specifica per l’area logico-matematica, in cui l’Italia è sempre indietro. Programmazione collegiale, cioè più teste che concordano la didattica e rispondono alle esigenze dei bambini: più sguardi pronti a cogliere i loro disagi come i talenti. Ore di compresenza: indispensabili per gestire la presenza di bimbi stranieri che non padroneggiano l’italiano, per il recupero di chi resta indietro, specie nelle aree più disagiate, ma anche per gite e laboratori.
Tempo scuola più lungo (da 27 a 40 ore) e più ricco: al pomeriggio non c’era più il vecchio doposcuola, merenda e compiti, ma lezioni e laboratori, cioè apprendimento attivo. Una ricchezza per i bambini, una necessità per i genitori che lavorano. A parità di maestri incompetenti e lavativi, che non mancano mai (la Gelmini parla di premi al merito, ma nessuna misura è stata varata), il sistema offre più risorse e garanzie. La primaria pre-Gelmini rispondeva alle esigenze di una società profondamente mutata con spirito democratico: molto per tutti i bambini e speciale cura per i più deboli.
Bello, no? Bene, lo stanno demolendo. Il Ministero raccomanda maestro unico, 4 ore mattutine e taglia i posti. Ma i genitori chiedono le ore e la qualità del tempo scuola lungo e i dirigenti sono chiamati all’impossibile quadratura del cerchio. Regna il caos. Classi affollate, patchwork di maestre per coprire i buchi (alla faccia del bisogno di continuità rassicurante). I maestri, sottopagati e sotto pressione, ancorché occupati, di sicuro non lavorano sereni (si parla di merito e mai di motivazione).
Lo scenario tracciato da De Michele è inquietante: c’è un disegno politico per smantellare la scuola pubblica, per foraggiare il business delle scuole private, perché l’ignoranza rende le persone più controllabili. Anche chi non condividesse questa tesi, sarà costretto a domandarsi il perché di una politica così dannosa. Non è “la solita storia”. Disperdono un patrimonio, picconano la base sana della piramide educativa. Danneggiano i bambini e le loro famiglie e la società in cui dovranno vivere, non gli “insegnanti fannulloni”. Almeno, la smettano di mentire.
L’Unità – Tre proposte per la diffusione
Bene la mobilitazione per salvare le cronache locali dell’Unità, bene il risultato raggiunto che ne ha evitato la chiusura il 15 di ottobre. Ma non mi pare di aver visto, fin qui, molte proposte che affrontino il cuore del problema: perché nella regione dove il PD ha la massima rappresentatività sociale si vendono in tutto non più di 12.000 copie? Tutti ben sappiamo che le due maggiori fonti di entrata dei quotidiani derivano dalle vendite e dagli introiti pubblicitari, come sappiamo che la seconda voce, per L’Unità, è inadeguata. Quindi ogni simpatizzante, socio, dirigente del PD, dovrebbe essere conscio che la parità economica del proprio giornale si basa tutta sulle edicole e gli abbonati e dovrebbe personalmente farsene carico. Sappiamo bene che non è così, la stragrande maggioranza di noi ha in tasca un altro quotidiano, non L’Unità. Passi per gli elettori e simpatizzanti, non possiamo certo costringerli a leggere l’house organ di un circolo al quale non sono iscritti, possiamo solo consigliarglielo. Certo che se lo vedessero più spesso circolare fra militanti e dirigenti, forse sarebbero più invogliati essi stessi. Dalle mie esperienze empiriche di anni di militanza valuto che, nelle riunioni di circolo, il rapporto tra il nostro giornale e l’altro sia circa di 1 a 4, in quelle delle direzioni e nei gruppi consigliari temo peggiori in 1 a 8. Non tutti i circoli sono abbonati e rarissimamente qualcuno offre un abbonamento al locale pubblico più frequentato della zona. Mi sembra il più perfetto segnale della crisi di identità dalla quale stentiamo tanto ad uscire. Mi espongo, quindi, in alcune proposte per risalire la corrente.
- In regione ci sono oltre 650 Circoli, tutti dovrebbero avere almeno una bacheca dove affiggere il giornale, inoltre tutti dovrebbero sottoscrivere uno o più abbonamenti annuali da offrire per la lettura ai locali pubblici più frequentati nella zona, bar, centri sociali, biblioteche …
- In regione ci sono circa 360 assemblee consigliari, presumo, a spanne che esistano almeno 3600 consiglieri del PD, se aggiungiamo i nostri rappresentanti negli enti di secondo grado superiamo certamente i 5000, non vedo nessuna ragione per cui non debbano avere nella tasca della giacca il nostro giornale, se non come lettori almeno come testimonial…
- Anche le Unioni potrebbero fare un sforzo sostituendo parte delle montagne di volantini o pieghevoli, spesso mal distribuiti, con copie del giornale da piazzare strategicamente (stazioni, aeroporti, ospedali …)
Credo che un po’ di copie in più salterebbero fuori facilmente e senza fare neppure sforzi eccessivi. La nostra identità, comunque, ne uscirebbe certamente irrobustita.
Paolo Serra