A proposito di Romagna…
Periodicamente, soprattutto in prossimità di importanti appuntamenti elettorali, viene riproposta la questione della “Regione Autonoma di Romagna”.
Lo scorso 4 febbraio nel corso di un incontro pubblico tra il Sindaco di Forlì Roberto Balzani e il coordinatore dell’opposizione Alessandro Rondoni organizzato da Marino Bartoletti, Balzani ha rilanciato la proposta alternativa delle province unite romagnole.
Questa dichiarazione ha riacceso la discussione sulla stampa locale.
Anche questo blog vuole dedicare un “forum”, uno spazio di confronto sul tema della Romagna e dell’identità regionale a partire da una nota di Thomas Casadei.
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La Regione Emilia-Romagna: tra identità comune e spinte autonomistiche*
Thomas Casadei
(ricercatore assegnista in Filosofia del diritto - Università di Modena e Reggio Emilia)
Premessa
Questo contributo ruota attorno ad un quesito centrale: come una regione “speciale”, per certi versi “esemplare” (definizione alla quale, laicamente, possiamo mettere anche il punto interrogativo), e come un partito politico che è il Partito Democratico che governa da decenni - e bene - sia a livello di territori provinciali sia a livello di regione, fa i conti con un problema, lato sensu politico, che è quello di far fronte a spinte autonomistiche o separatiste. La questione assume decisiva importanza poiché in questa regione, si sta facendo strada ormai da molto tempo, spesso nel silenzio delle forze del centro-sinistra, una spinta separatista che prossimamente potrebbe approdare anche ad un referendum: un referendum che proporrà la separazione della Romagna dall’Emilia e dunque la rottura di un’identità comune.
1. Un presupposto teorico per impostare il discorso regione in modo corretto
La regione è, nella storia dell’Italia unita, anzitutto una ripartizione statistica. Una scelta fatta dai primi amministratori italiani per meglio poter catalogare, studiare e ripartire le informazioni provenienti dai differenti territori del nuovo Stato (si doveva fare il primo censimento…).
Contrariamente a quel che si crede – cosa ben messa in evidenza da Lucio Gambi, grande geografo romagnolo recentemente scomparso – il disegno regionale fatto alla metà dell’800 non rispecchia le ripartizioni amministrative dell’età di Augusto, ma è soprattutto il frutto delle rielaborazioni cartografiche di alcuni grandi letterati del Rinascimento (Biondo Flavio e Leonardo Alberti, per esempio).
Questo non vuol dire che le regioni siano solamente dei “manufatti amministrativi”.
Da questo punto di vista pare utile introdurre la distinzione tra processi di regionalizzazione (ovvero, processi di razionalizzazione dei processi organizzativi e decisionali; di costruzione di strutture e di enti atti a governare un dato territorio) e forme di regionalismo (ovvero, processi di tipo culturale-politico, che propongono forme di organizzazione che si ritengono più sensibili alle volontà popolari e alle esigenze “identitarie” delle popolazioni di un dato territorio). Ed è forse utile ricordare come nel nostro paese esistano multiformi “regionalismi”.
Il regionalismo autonomista si manifesta in maniera molto forte in aree in cui è meno sentito il collante della nazionalità, come nelle regioni mistilingue di confine o dove l’Unità si è accompagnata all’emarginazione (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta e tutto l’arco alpino orientale).
Esigenze di ripensamento dei confini regionali, tuttavia, sono state espresse anche da territori non di confine, per motivi di migliore organizzazione economico-strutturale, come nel caso della Lunigiana-Emilia occidentale; oppure del possibile accorpamento tra provincia di Terni e Alto Lazio, o per motivazioni etno-culturali, come – aspetto che ci interessa precipuamente in questa sede – nel caso delle rivendicazioni romagnole, espresse in seno all’Assemblea Costituente da Aldo Spallicci.
L’esperienza dimostra come occorra cercare di armonizzare queste due esigenze, regionalizzazione e regionalismo, come del resto è opinione largamente condivisa che il Titolo V della Costituzione abbia saputo fare (1).
2. Le ragioni dell’eccezionalità della regione Emilia-RomagnaSe si affronta la storia della regione Emilia-Romagna in modo superficiale non si può che rilevare le tante “incongruenze” esistenti rispetto ad un modello regionale “compatto”:
1) si tratta di un territorio storicamente molto frammentato dal punto di vista politico-statale (nella parte occidentale vi erano molti ducati indipendenti; nella sua parte orientale la stessa ripartizione scelta dallo Stato della Chiesa divideva nettamente, fino al 1796, Legazione di Bologna. Legazione di Ferrara e Legazione di Romagna );
2) alla grande direttrice interna costituita dalla via Emilia (vera strada che costruisce il territorio) si contrappone una parte consistente di territori che gravitano su zone esterne alla regione (si pensi al Piacentino, che guarda alla Lombardia; al Parmense, che guarda ai porti della Toscana attraverso la Cisa; al rapporto tra Ferrara e le province del Delta Veneto; alle profonde interconnessioni tra montagna forlivese e Toscana oltre che tra Riminese e Pesarese);
3) la policentricità della regione, con due “capitali” a tutti gli effetti – Modena e Parma – che contendono a lungo il ruolo alla capitale “pontificia” (Bologna). Una questione, quella della capitale regionale, che sarà risolta dalla decisione delle ferrovie di impiantare il nodo vitale per il sistema di comunicazioni nazionali proprio a Bologna.
Tuttavia, la regione Emilia-Romagna presenta anche formidabili “storie di unità” interna, che alla lunga hanno avuto decisamente la meglio sulle spinte centrifughe. Anzi, si può dire che l’Emilia-Romagna rappresenti un caso ben riuscito di “regionalizzazione amministrativa” capace di dare vita a uno spazio della realtà.
Da questo punto di vista occorre riconoscere i meriti che, in questa regione, la politica – di qualsiasi colore, occorre sottolinearlo, per lo meno fino ad un decennio fa – ha storicamente avuto.
La politica ha, anzitutto, alimentato un circuito virtuoso di partecipazione civica e di disponibilità a impegnarsi nell’associazionismo.
Inizialmente tale predisposizione all’impegno pubblico fu favorito dal policentrismo accentrato, poiché negli spazi urbani piccoli fu più semplice costruire un tessuto fitto di confraternite, associazioni, società di mutuo soccorso o clubs.
Poi fu il precoce radicarsi in regione della politica moderna – cattolicesimo democratico, repubblicanesimo, socialismo – ad alimentare la civicness regionale .
Non è neppure un caso che proprio appoggiandosi ai primi partiti politici di tipo moderno sia andato costruendosi il sistema economico cooperativo, altra grande caratteristica precipua del territorio regionale .
Insomma, tra fine ‘800 e anni Venti del ‘900 si andò costruendo un “carattere” regionale emiliano-romagnolo. Nel dopoguerra tale “carattere” regionale si sarebbe arricchito di ulteriori elementi, fino ad assumere le caratteristiche di un vero e proprio “modello emiliano-romagnolo”, fortemente riconoscibile anche fuori dalla regione.
3. I tratti di un’identità comune
Occorre, a questo punto, interrogarsi su quali siano i caratteri di questo modello, caratteri profondamente introiettati dai cittadini della regione fino a costituire i tratti di una vera e propria identità comune. Se ne possono individuare almeno tre:
1) In Emilia-Romagna lo sviluppo economico-sociale è stato sostanzialmente armonico. Inizialmente esso si è basato sulla capacità della mezzadria, straordinariamente diffusa in regione, di sapersi trasformare in piccola imprenditoria. Questa piccola e media impresa diffusa ha saputo giovarsi delle politiche appositamente messe in campo da amministratori attenti e ha saputo utilizzare le potenzialità di un sistema educativo locale attento al sapere tecnico (un esempio significativo a questo riguardo è quello dell’Istituto Aldini-Valeriani a Bologna). La crescita economica è stata quindi una crescita “senza fratture sociali”. Parte essenziale di tale modello è stata la capacità di amministratori pubblici e categorie professionali di garantire stabilità dell’ambiente produttivo locale. Tale caratteristica storica – crescere insieme, senza fratture sociali – ha finito per essere fatta propria fortemente dai cittadini del territorio regionale; ancor’oggi i cittadini emiliano-romagnoli rifiutano, nella loro maggioranza, i modelli culturali aggressivi, ipercompetitivi e iperliberisti che vengono continuamente proposti a livello nazionale. Ed è questo un punto decisivo su cui far leva per rappresentare concretamente un’alternativa rispetto ai modelli proposti dalla destra e dalla Lega che si stanno radicando in maniera sempre più profonda anche in Emilia-Romagna .
2) In Emilia-Romagna il tradizionale “buon governo” ha finito per modellare l’identità stessa della regione. Per alcuni decenni, e tutt’ora, l’Emilia-Romagna ha goduto di un’enorme fama, assurgendo essa stessa a modello di una possibile crescita basata su piccole e medie imprese familiari, tuttavia competitive e in grado di competere a livello internazionale. Elemento costituente di tale modello è la fiducia in autorità locali considerate in grado di provvedere servizi ai cittadini, tali da aumentare il senso di appartenenza delle persone alla comunità locale e nel contempo ridurre i costi stessi delle imprese industriali (la collettività si assume i costi di formazione, comunicazione, informazione).
3) In Emilia-Romagna, in virtù della sua particolare storia, esistono dunque gli anticorpi in grado di combattere la malattia che sta attanagliando la società italiana contemporanea, ovvero, quello che un’analista attento dei processi sociali come Giuseppe De Rita descrive come “disfacimento” dei nessi che normalmente legano i diversi gruppi (al punto che il paese è oggi letto come una “poltiglia sociale”). La fiducia nella forza dell’azione comune, della capacità degli amministratori, dell’abilità pragmatica e riformatrice fa sì che non si sia ancora scivolati nella pratica per la quale ogni singolo gruppo rivendica aggressivamente benefici per sé anche a scapito degli interessi degli altri gruppi.
4. Spinte regressive, nuove sfide, bisogno di interdipendenza
L’affermazione dell’Emilia-Romagna come modello da invidiare all’esterno, come esempio della capacità dei partiti che l’hanno governata di fare funzionare le cose, costituisce senza dubbio un topos retorico efficace, specialmente perché si rivolge anche ad una base di cittadini e militanti che ha contribuito (con i suoi sforzi e il suo impegno civile) a costruire il cosiddetto “modello riformista” di questa regione.
E tuttavia, da qualche tempo, questo modello è posto sotto attacco. Occorre, infatti, segnalare che tale “superiorità” emiliana non è affatto riconosciuta fuori dalla regione. Forse lo era negli anni Settanta-Ottanta del Novecento, quando il nostro territorio regionale produsse davvero uno sforzo enorme di riflessione e di applicazione sul terreno amministrativo delle riflessioni fatte, dando vita ad uno dei pochissimi esempi di autentico pensiero istituzionale regionale concretamente realizzato nel nostro paese . In molte zone del territorio settentrionale, si guarda alla Lombardia, che, grazie a una stabilità amministrativa ormai simile a quella emiliano-romagnola, ha impostato un modello di welfare e di servizi senza dubbio alternativo al nostro. Ma l’attacco viene sferrato anche da diverse zone del territorio regionale e strategicamente proprio a partire dalla Romagna.
La filiera di argomentazioni addotta per rompere l’unità regionale cementa le due questioni menzionate all’inizio: quella culturale e identitaria – il regionalismo – che in Romagna, tra l’altro, affonda in un’autentica tradizione di invenzione della tradizione romagnola (e qui gli studi di Roberto Balzani dovrebbero essere il punto di riferimento per comprendere anche questo aspetto mitico di costruzione di una supposta regione ); l’altra è quella più propriamente amministrativa (o della razionalità amministrativa concernente il processo di regionalizzazione). Chi avanza in maniera anche prepotente, poderosa, la richiesta di separazione della Romagna dall’Emilia – la Lega Nord, le altre forze del centro-destra, ma soprattutto da decenni ormai il MAR, il Movimento per l’Autonomia della Romagna, fondato da Servadei, già onorevole e segretario regionale del PSI – fa leva su alcune difficoltà relative anche al piano della razionalità amministrativa. E cementando questi due livelli – grazie anche a strumenti che fanno opinione come i quotidiani locali (“La Voce” in primis, ma anche “Il Resto del Carlino”) – emerge una proposta di separazione che, a partire da un nucleo duro di consensi per così dire “ideologici”, può acquisire credito anche tra fasce ampie di cittadini.
Credo sia giunto il tempo di non ignorare il problema, di elaborare risposte puntuali, e quindi di mettere in atto sia una battaglia politica e culturale nella società e nei territori, sia anche richiamando tutto ciò che di positivo si è fatto sul piano amministrativo in questa regione per legare i vari territori, anche romagnoli (dalle politiche relative al decentramento universitario al progetto di “sistema integrato” in materia di sanità). E credo che le risposte – e qui ovviamente mi fermo perché l’intento fondamentale di questo contributo è porre con la maggior precisione possibile un quesito sulla base del quale poi generare intenzione politica – richiedano una creatività e in qualche modo anche uno sforzo progettuale di elaborazione nuova. Tale sforzo deve toccare sia il livello, appunto, dell’identità regionale sia, dall’altro lato, quello degli interrogativi riguardanti l’efficienza dell’organizzazione amministrativa e del coordinamento dell’interdipendenza tra i territori; e, sotto questo profilo, affrontare la questione del coordinamento tra le province della Romagna entro il contesto regionale (e progetti concreti potrebbero essere avviati, in tal senso, sui temi della mobilità sostenibile). A questo proposito, l’idea delle Province unite della Romagna – avanzata dai docenti universitari Giliberto Capano e Roberto Balzani (ora Sindaco di Forlì) – merita di essere presa sul serio e discussa nel merito, ragionando insieme da emiliano-romagnoli. Potrebbe essere questo un modo concreto per costruire una nuova “storia di unità” interna e per vincere, ancora una volta, regressive spinte secessionistiche.
* Questo contributo deve molto ad un dialogo sviluppato nel corso degli anni – anche grazie a momenti informali di incontro tra componenti dell’Istituto Gramsci di Forlì e dell’Istituto Gramsci di Ravenna – con Andrea Baravelli, che ringrazio sinceramente.
(1) Su questo aspetto si veda il contributo di Chiara Bologna.
(2) Dopo la crisi del sistema napoleonico, le Legazioni divennero quattro: Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì (1816). L’uso di Romagne si affermò durante la Restaurazione, quando, in seguito ai movimenti costituzionali e indipendentistici del 1831-32 e del 1848-49, la pubblicistica dell’epoca, italiana e straniera, tese a riassumere nel termine al plurale una posizione politica e amministrativa comune all’intero territorio, decisamente più radicale rispetto al resto dello Stato pontificio. Per una testimonianza coeva dell’uso assai complesso e plurimo di Romagna/Romagne, si veda l’illuminante saggio di Carlo Frulli, Del nome geografico delle Legazioni. Principali vicende storico-fisiche di questa contrada, Bologna, Tiocchi, 1851.
(3) A questo proposito si veda il classico studio di R. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano, Mondadori, 1997; dello stesso Putnam, insieme a Robert Leonardi, Raffaella Y. Nanetti, si veda anche La pianta e le radici: il radicamento dell’istituto regionale nel sistema politico italiano, Bologna, Il mulino, 1985.
(4) Per un esempio emblematico si veda Un secolo di cooperazione di consumo a Ravenna (1861-1980), a cura di Andrea Baravelli, Ravenna, Longo, 2009.
(5) Utili spunti sulle ragioni di questa espansione sono stati offerti, recentemente, in S. Salsedo, La Lega, il PD, gli elettori…:http://www.pdbologna.org/Blog-Democratico-MultiBlog/Blog-Utenti/La-Lega-il-PD-gli-elettori.html
(6) In genere, infatti, si ritiene che tutte le regioni a statuto ordinario create nel 1970 siano comparabili sotto il profilo dell’impianto e dell’identità, riservando l’analisi delle differenze all’efficacia delle politiche. Mi permetto di dissentire. Esistono regioni, in Italia, che probabilmente non sono mai nate davvero, nel senso che – al di là del conglomerato brurocratico-amministrativo fisicamente statuito come centro di spesa – non hanno in realtà prodotto alcun discorso pubblico istituzionale proprio, né immagini del territorio, né mentalità. In questo senso, il tentativo dell’Emilia-Romagna è doppiamente importante: sul versante delle attività e su quello, più difficile, del pensiero istituzionale.
(7) R. Balzani, La Romagna, Bologna, il Mulino, 2001.
Svolgo alcune osservazioni a partire dagli spunti offerti da Thomas.
Sotto il profilo politico, e anche della campagna elettorale, credo che bisogna individuare in nuovi processi di regionalizzazione (citati nell’ultima parte dell’articolo) l’elemento dinamico capace di sfuggire alla morsa : “attacco all’esistente – difesa dell’esistente”.
Anche se non è da sottovalutare l’elemento cosiddetto identitario (il romagnolismo); sempre, in momenti di crisi e di incertezza, la rivendicazione dell’identità tende a coprire vuoti di idee e debolezza di contenuti. Resta l’altro, tuttavia, il punto principale. Mi sembra allora che la prima cosa da assicurare sia l’ottica fermamente regionale da impugnare su tutto il territorio romagnolo.
Es: i candidati sono candidati a dirigere la regione Emilia-Romagna, non a rappresentare la Romagna dentro la regione; il programma da presentare nelle circoscrizioni deve essere di rango regionale in tutti i suoi aspetti, perché l’affermazione degli interessi locali importanti può realizzarsi solo a questa altezza, e così via.
L’idea di un coordinamento fra le provincie romagnole può rappresentare qualcosa di nuovo, se però è sostenuta da grande chiarezza sui contenuti, cosa che a sua volta richiede una costante capacità di leadership da parte della regione. Per es: il decentramento universitario si è sviluppato non senza competizione fra le città romagnole, ma sarebbe stato un caos senza la determinazione - da parte del Senato accademico e della Regione in primis - che di decentramento si trattava e non di autonomia.
In effetti, come si riconosce nell’articolo, negli anni ‘70 e ‘80 i processi di regionalizzazione in Romagna ebbero un impulso decisivo. Ne nacquero iniziative (vedi l’acquedotto) e progetti di importanza vitale. Ma c’era un pendant politico: il nuovo rapporto che si costruì fra la sinistra e il partito repubblicano e che portò alla prima Giunta Pci-Psi-Pri a Forlì nel 1980: un’autentica svolta del quadro politico romagnolo.
Oggi tocca al PD esprimere la propria vocazione progettuale, creare innovazione ideale e trovare anche su questo terreno le ragioni della propria natura di partito di governo.
Quindi bene il coordinamento fra province, ma attenzione a non limitarsi alla sola forma istituzionale, che potrebbe persino, per una sorta di “effetto paradosso”, fornire una sorta di semilavorato alle spinte autonomistiche.
[...] A proposito di Romagna… [...]
Regionalismo, separatismo: centro, periferia
Sono molti gli spunti che suggerisce lo scritto di Thomas e le riflessioni di Angiolino, a queste vorrei aggiungere alcune mie osservazioni.
Regolarmente, ad ogni tornata elettorale, riaffiora il tema del regionalismo – o meglio – del separatismo romagnolo, di volta in volta con venature e sfumature diverse, ed oggi, con le destre al governo del paese, ed in particolare con la Lega con il vento in poppa, l’argomento potrebbe diventare oggetto di quesito referendario con tutti i problemi conseguenti nella difficile comunicazione politica: non è facile spiegare alle genti di Romagna l’inutilità del frazionamento della nostra Regione!
Vorrei provare a modificare leggermente l’angolo di osservazione: il “vero” problema non è dividere la Romagna dall’Emilia, ma, come sempre, il tema è centro e periferia; in questo caso centro è la ricca Emilia in confronto alla più disagiate Romagna, in altri casi è il capoluogo e la sua periferia (certe volte coincidente anche con zone, definite, di montagna).
Assurdamente se il ruolo fra i territori fosse rovesciato, se una ricca Romagna si contrapponesse ad una più disagiata Emilia, gli emiliani chiederebbero anche loro il distacco? Probabilmente si, e se ciò fosse vero rafforzerebbe l’idea che il vero nodo è l’integrazione dei territori.
La Regione Emilia Romagna con il PTR (piano territoriale regionale) si è posta l’obiettivo di passare da un sistema policentrico basato sulla crescita e valorizzazione delle città, alla Regione Sistema.
La competitività richiede territori organizzati con capacità di fare sistema.
Il PTCP (piano territoriale di coordinamento provinciale) evidenzia attraverso indicatori, come le città di Forlì e Cesena, se considerate separatamente presentino una situazione insoddisfacente nella competitività socio-economica e nella dotazione di attrezzature di livello regionale, classificandole di rango inferiore, mentre l’aggregazione in un unico polo di riferimento per il territorio provinciale le farebbe assurgere a ruolo di città regionale di livello superiore.
Dentro questa prospettiva Forlì, unitamente a Cesena, per rafforzare la competitività del sistema territoriale provinciale, deve continuare ad investire in infrastrutture, logistica, insediamenti produttivi, innovazione, ricerca scientifica e tecnologica, qualità delle risorse umane, ambiente.
Forlì e Cesena devono affrontare questa sfida unitamente ai Comuni del proprio territorio, passando – definitivamente – da Provincia bipolare a Provincia integrata.
Preventivamente, cioè prima che il processo di unione delle Provincie della Romagna possa prendere reale consistenza istituzionale, un utile strumento per la programmazione e finanziamento in area vasta, potrebbe essere il Patto Istituzionale Romagnolo che, in ossequio alla legge 662/96 art. 2 commi 203 e seguenti, rappresenterebbe nel rispetto dei diversi livelli Istituzionali lo strumento per la definizione di scelte strategiche prioritarie per lo sviluppo infrastrutturale ed socio-economico, ambientale, nonché il miglioramento del sistema della Pubblica Amministrazione nel territorio Romagnolo.
Proviamo a ragionarci su!
Bruno Biserni
ANCORA SULLA ROMAGNA
Sulla Romagna ha gia’ detto e scritto il Sindaco Balzani con la severita’ e oggettivita’ dello storico di valore, cui tutti dovremmo fare riferimento; mi limito percio’ ad alcune riflessioni.
E’ vero che la Regione ha una sua peculiarita’ fin dalle lontane origini: da una parte i territori di Bisanzio dall’altra il Regno Longobardo; ma nulla di rilevante, la frattura avviene con la cessione della Romagna alla Chiesa di Roma da parte dell’Imperatore come compenso per il sostegno datogli nella lotta contro i Longobardi, nasce cosi’ lo Stato Pontificio, le cui Legazioni sono governate da Cardinali con poteri di vita e di morte sui sudditi; da qui la profonda separazione del territorio, a ovest l’Emilia dei Ducati a est la Romagna delle Legazioni Pontificie.
Dove stanno allora le origini della diversita’?
Non sono certamente antropologiche e neppure psicosomatiche, alla Lombroso, ma tutte dentro la politica nei suoi aspetti economici, sociali e culturali.
Partiamo dall’economia: l’agricoltura era l’attivita’ dominante. Nella Romagna delle Legazioni domina la Mezzadria, col contadino servo della gleba costretto a subire soprusi, ad annullare ogni possibile creativita’ imprenditoriale, dominato dall’analfabetismo e dalle superstizioni; non saranno pochi i giovani che preferiranno uscire dalle famiglie contadine per diventare braccianti o operai agricoli e condurre una vita piu’ libera e dignitosa. Nell’Emilia dei Ducati si afferma la Fittanza Agraria; qui il contadino sara’ libero di investire risorse e intelligenza creativa per produrre, trasformare e commerciare i suoi prodotti; queste spiccate imprenditorialita’, non mortificate dal peso padronale, spingeranno molti giovani, di fronte alla prima rivoluzione industriale a trasformarsi in imprenditori o commercianti.
La seconda origine della frattura sta nell’assenza in Romagna di un’Universita’; e’ ben vero che la Chiesa ne gestiva una a Cesena, ma fu presto soffocata dagli scandali e dalla corruzione; il Papa ne decreto’ la chiusura per la vergogna, Napoleone non ebbe il coraggio di riaprirla e la Chiesa di Roma al suo ritorno non ritenne opportuno darle nuova voce. Esemplare il caso del giovane G. B. Morgagni studioso di anatomia costretto a emigrare in Padova, nella Repubblica di Venezia, poiche’ la Chiesa gli proibiva di sezionare cadaveri per capire le cause di determinate malattie, completare gli studi e solo allora diventare uno scienziato di fama mondiale. Nell’Emilia ogni Ducato ha la sua Universita’, legata al territorio, fucina di generazioni di operatori culturali, scienziati e imprenditori.
Anche sul piano gastronomico notevoli le differenze: in Emilia si afferma la suinicoltura portata dai Longobardi, la cui produzione ricca e altamente nutritiva si accompagna a un alto valore aggiunto, in Romagna invece si pratica la pastorizia piu’ modesta, povera e di scarso valore.
Sono sufficienti questi esempi per capire quanto profondo e per certi versi drammatico fosse il divario di partenza; in cinquant’anni di duro e solidale impegno di tutte le migliori energie i romagnoli hanno saputo colmare quel profondo fossato, oggi la Regione e’ piu’ unita che mai e le sue diversita’ sono una ricchezza. Le eccellenze romagnole non sono inferiori a quelle che si registrano in altri territori regionali, sono significative e strategiche e concorrono alla crescita della Regione. Anziche’ continuare nelle litanie della Romagna succube di Bologna, e’ bene far lavorare la nostra mente per elaborare e proporre progetti validi; la storia, anche recente, dimostra che quando li abbiamo presentati e sostenuti questi sono stati vincenti.
Concludo con un esempio negativo: tempo fa l’Alitalia, attraverso la consociata ATI, chiese di poter utilizzare l’aeroporto forlivese, l’unico attivo e funzionante nella nostra regione, per farne la sua base operativa in una regione strategica per i collegamenti nord-sud come l’Emilia-Romagna, ma gli fu risposto di no, perche’ si preferi’ attendere che l’Itavia, societa’ in stato prefallimentare, riprendesse la sua attivita’ sul Ridolfi. La compagnia di bandiera ripiego’ quindi su Bologna, inventandosi un nuovo aeroporto su di un’area desertica ai margini del Reno, utilizzata come aeroclub. Nella storia certe opportunita’ non si presentano due volte.
Angelo Satanassi.
P.S. In Europa le regioni col trattino sono le piu’ ricche per le diversita’ che si integrano e completano: Emilia-Romagna, Alsazia-Lorena, Baden-Wurttemberg, Oder-Neisse e altre; anche ai tempi dell’Impero Austro-Ungarico una delle regioni piu’ ricche fu il Lombardo-Veneto.
A PASQUETTA BICI GRATIS SUI TRENI DEL TRASPORTO REGIONALE DI TRENITALIA
L’iniziativa promossa ogni anno da Trenitalia e Fiab (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) in favore della mobilità eco-sostenibile
Sono circa 200.000 gli italiani che annualmente scelgono la combinazione “treno+bici” per le proprie vacanze, sottraendo alla strada circa 135.000 auto.
Bici gratis il prossimo 5 aprile, Lunedì di Pasqua, su tutti i treni regionali e interregionali di Trenitalia che effettuano il servizio di trasporto biciclette al seguito. Un’iniziativa promossa da una decina d’anni da Trenitalia e dalla Federazione Italiana Amici della Bicicletta (Fiab), a favore della mobilità eco-sostenibile. Un contributo al decongestionamento di strade e autostrade, proprio in un giorno “di punta” del traffico automobilistico.
Si prevede che il giorno di Pasquetta saranno circa 6.000 le persone che utilizzeranno il servizio treno+bici. Acquistando il biglietto per il solo viaggiatore si potrà salire su tutti i treni regionali contrassegnati dall´apposito simbolo della bici e aderire alle tante escursioni, organizzate dalla Fiab, sui percorsi ciclo-turistici meno battuti dai flussi di massa.
Per informazioni sull’iniziativa, è possibile consultare il sito http://www.ferroviedellostato.it o http://www.fiab-onlus.it. Il trasporto gratuito della bici al seguito sarà consentito anche agli abbonati.
Le regioni più gettonate dai clienti abituali del servizio “bicintreno” sono il Veneto, la Toscana, l´Emilia Romagna, la Lombardia e la Puglia. Circa 200.000 italiani, ogni anno, utilizzano la combinazione treno+bici per trascorrere le proprie vacanze, i weekend fuori porta e le gite in compagnia, sottraendo alla strada circa 135.000 auto¹.
Per usufruire del servizio basta scegliere la località di destinazione, individuare uno dei 6.000 treni regionali segnalati sull’orario ufficiale e acquistare - anche presso le biglietterie self-service - un supplemento “bici al seguito” valido 24 ore dalla convalida. Si ricorda, infine, che riponendo la bici in una sacca di dimensioni non superiori a cm. 80×110x40 è possibile trasportarla anche sui treni Intercity ed Eurostar.
REGIONE ROMAGNA SI O NO? SPUNTA LA TERZA VIA
su Corriere di Romagna del 22/5/2010 di Giampaolo Castagnoli
Leggi
ON.PINI “REGIONE ROMAGNA PER RIDURRE I COSTI”
Secondo quanto pubblicato su “Il Corriere di Romagna -Ed.Ravenna” del 8/6/2010, l’On.Pini sostiene che la costituzione della Regione Romagna consentirebbe di ridurre i costi perchè “comporterebbe la RIDUZIONE DELLE PREFETTURE DA DUE A TRE, l’eliminazione degli organi della Provincia e la candidatura di Ravenna a capoluogo di Regione”. Per leggere l’articolo http://www.latuastagione.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/06/corriere20100608.pdf
Devo dire che l’On.Pini ha sicuramente un pregio: non finisce mai di stupire!
Oltre a lanciare grandi scoop mai seguiti da fatti concreti, ora reinventa anche la matematica e decide che tre è minore di due.
Si vede che in Padania funziona così!
E inoltre, a Ravenna, è andato a dire che il capoluogo della fantomatica Regione Romagna sarà proprio Ravenna.
E a quelli di Forlì cosa dirà? Che sarà Forlì?
E a quelli di Cesena, Bagno di Romagna e via via per le decine di comuni interessati cosa dirà?
Voglio dedicare all’On.Pini un celebre motto del famoso assessore Palmiro Cangini di Roncofritto “Fatti, non pugn***e!”
“Romagna provincia” le ragioni di una proposta
“Qui” 29 febbraio 2010
“Romagna provincia” è una battaglia politica, culturale ed etica che va ben oltre i confini di una sub regione.
Comincia con la rivendicazione di una migliore autonomia locale, ma, soprattutto, è una precisa richiesta di razionalizzazione dei servizi attraverso la fusione di tre province: Forlì, Ravenna, Rimini.
Lotta allo spreco, esigenza di alleggerire il peso dei bilanci pubblici, efficienza, efficacia escono finalmente dal limbo delle “fumosità” del gergo “politichese” per concretizzarsi attraverso questa semplice proposta, adatta ai tempi e alle tecnologie disponibili; lontano dalle logiche “poltronaie” delle vecchie caste. Nello specifico dovrebbero essere soddisfatti coloro che sognavano una Romagna identificabile come un “unicum” territoriale e culturale senza ricadere nella tentazione, costosissima, di creare l’ennesima nuova, piccola (e perdente) regione, moltiplicatrice di “posti” e burocrazia. Una vera rivoluzione, insomma, ma, pure, un laboratorio, un esempio di federalismo pratico teso non a dividere ma ad unire, semplificando.
L’idea è stata lanciata in grande stile da Roberto Balzani, eletto recentemente sindaco di Forlì. Non è frutto dell’improvvisazione, ma di studi pluridecennali seri e rigorosissimi, condotti in primo luogo proprio dallo stesso Balzani: professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Bologna (sede di Ravenna) prestato alla politica per scelta civica e civile. Non può, dunque, essere elusa col solito muro di gomma, né con le tergiversazioni, o con i giudizi sommari e spocchiosi di “impraticabilità”.
Non v’è dubbio però che si tratti di un progetto dirompente, che taglia trasversalmente gli schieramenti. Come risponderà il Partito democratico (nelle cui file Balzani milita)? Resterà ancorato a vecchi schemi politici, o si porrà alla testa di un movimento capace di scandire le nuove dimensioni e le nuove geografie amministrative non in base alla fame di posti di famelici partiti, ma secondo le esigenze concrete in tema di trasporti, collegamenti, infrastrutture, spesa pubblica, valorizzazione del territorio, crescita economica, flussi turistici e così via? E che dirà il PDL berlusconiano, che in campagna elettorale aveva promesso l’abolizione delle province? Troverà almeno il coraggio di accettare questa prima concreta proposta di riduzione del numero? E la Lega? Resterà schierata con gli intransigenti fautori della Romagna Regione ispirati più da pregiudizio politico ideologico che da specifiche esigenze economiche e culturali? Ma come si giustificherebbe, poi, l’ennesima moltiplicazione della spesa pubblica sotto forma di lauti stipendi ad amministratori, presidenti, consiglieri?
Si può dire che “Romagna city” nasce dal solco della tradizione cattaneana e mazziniana; ma oggi irrompe nella politica italiana ed europea con la forza di un movimento nuovo. Un processo con cui dovranno fare i conti le realtà politiche e territoriali, non solo italiane, che vogliono evitare le egoistiche tentazioni secessioniste, razziste tenendo viva la ricerca democratica di nuove dimensioni partecipative a misura d’uomo come risposta alle sfide “globali”.
Sauro Mattarelli
Una grande, unica metropoli
“Qui” 27 agosto 2010
Qualche tempo fa, su queste stesse pagine, il semplice gesto di dare risalto all’idea del sindaco di Forlì Roberto Balzani per la “Romagna provincia” ha prodotto il silenzio. Troppi “posti” che potrebbero sparire, troppi interessi a rischio. Il mondo della politica che conta preferisce scontrarsi fra due proposte vecchie e superate, ma appariscenti: mantenere lo status quo, oppure proclamare la “Romagna Regione”. L’idea di concepire questo territorio come un’unica metropoli non sfiora nessuno. Allora accantoniamo, per il momento, i motivi di divisione con una proposta indolore: una forte “unione di fatto” attraverso i trasporti, l’economia, la cultura. Ravenna capitale della cultura, se vorrà avere un barlume di speranza di riuscita, dovrà pur esprimersi almeno su questo punto. Nessuna carica pubblica posta in discussione.
Immaginiamo che una silenziosa e veloce metropolitana leggera colleghi Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini; che passi per Mirabilandia trasportando frotte di turisti che sbarcano negli aeroporti vicini con voli low cost o attraccando alle banchine di Porto Corsini, della darsena ravennate, cervese, di Cesenatico. Immaginiamo che, grazie a questo nuovo investimento, si riduca il traffico locale del 10 -30 - 40% (dipenderà dell’efficienza della “rete”) rendendo meno congestionati quegli assurdi e sanguinosi agglomerati di asfalto e lamiera che sono la A14, le statali Adriatica, Romea e molte circonvallazioni locali.
Il “metrò”, in futuro, potrà “infittirsi”, toccando Faenza, Russi, Lugo, Ferrara… con impatto ambientale basso,anche perché queste linee all’aperto dovrebbero essere affiancate da tratti di piste ciclabili, proporre fermate presso parchi, valli, campi, zone di interesse ambientale, culturale, gastronomico, storico. La Romagna acquisterebbe, come per incanto, un valore turistico di rilevanza mondiale. Diverrebbe, al di là del mantenimento di tre province, una città meravigliosa, baciata dal mare, adagiata su splendide colline, costellata dei più suggestivi siti archeologici del mondo e dei migliori percorsi naturalistici. Luogo ove il divertimento e l’effimero si sposano con l’interiorità, diventando religione civile. In nessun altro luogo le vestigia romane si maritano con una cristianità che si fa passaggio tra Oriente e Occidente e, a sua volta, si incrocia con un’idea laica di società scrivendo una storia capace di unire in un sol crogiuolo Dante con Garibaldi, le cooperative con Fellini, il lieve sapore del sale marino con l’aspro odore delle pinete e delle piante palustri.
Ma, soprattutto, tutti gli abitanti, anche gli ultimi arrivati, si sentiranno cittadini di una grande, unica, metropoli. Resteranno i campanili, ma saranno solo quartieri, tradizioni di un territorio che sa serbare la memoria guardando al futuro.
Sauro Mattarelli