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Riceviamo e pubblichiamo: appello per una moratoria sull’ex Eridania
Il 12 ottobre latuastagione si è occupata dell’area ex Eridania come vicenda emblematica di scelte politiche del passato, che condizionano il presente e che possono impegnare il futuro, secondo logiche che sono rimaste incredibilmente immutate, sopravvivendo alle confliggenti e differenti esigenze insorte nel tempo, e nel contempo paradigmatica del programma urbanistico ed edilizio della Forlì di domani.
Si è con ciò voluto coinvolgere la cittadinanza nell’individuazione di una soluzione che riesca a risolvere i difficili problemi che ruotano attorno all’area, problemi che, già creati da poco felici scelte politiche del passato, con il passare del tempo si sono aggravati fino ad incombere ora sulla città come una minaccia, che sempre di più viene avvertita come pericolosa, quanto inaccettabile. C’è il serio rischio che il degrado, conseguente all’attuale abbandono, possa cedere il posto ad un più devastante e, questa volta, irrimediabile guasto; che si realizzi, cioè, una totale e definitiva compromissione di qualsiasi interesse pubblico; che si debba assistere, sdegnati, ma impotenti, ad uno straordinario scempio urbanistico, per il quale un’area inedificabile, già destinata a verde pubblico, sarebbe perduta per sempre, deturpata da una immane colata di cemento.
Alla segnalazione della questione si accompagnava l’invito a dedicare alla vicenda una particolare attenzione in vista delle prossime scadenze elettorali ed a porla al centro del programma del futuro candidato all’incarico di Sindaco della città, al di là ed a prescindere da alcuni torbidi contorni di una serie di avvenimenti che hanno accompagnato tanto il sorgere, quanto l’evolversi delle capacità edificatorie di questa vasta area.
Sono seguiti, sempre su latuastagione, interventi politici e tecnici di Valter Bielli, Marina Foschi e Raoul Benghi ed è apparso sul Corriere di Romagna del 18 dicembre un bell’articolo di Elio Garzillo dal titolo “L’ex Eridania: fra archeologia del lavoro e governo dei mutamenti”, articolo che, per la sua importanza, ritengo opportuno riportare a parte, raccomandandone la lettura soprattutto a chi è attualmente onerato della gestione politica ed amministrativa della città.
Il 23 dicembre la Sezione di Italia Nostra di Forlì ha anche tenuto sempre sul problema dell’area ex Eridania, una conferenza stampa per mobilitare l’attenzione della popolazione su questo emblematico ed assai singolare caso.
Il dibattito appena decollato potrebbe però rivelarsi inutile, perché stoppato sul nascere da un accordo tra proprietà privata ed amministrazione comunale che, se la notizia apparsa sul Resto del Carlino del 24 dicembre scorso fosse vera, sarebbe tanto improvvido ed infelice, quanto estremamente grave.
Alla massiccia edificazione concessa tempo addietro alla proprietà con anticipazione di variante al PRG, si accompagnerebbe ora, secondo le intenzioni del Comune e del privato, la trasformazione del monumento, tutelato come bene culturale, quale testimonianza dell’archeologia industriale, a sede e Caserma delle Forze dell’Ordine. Il verde sarebbe per sempre cancellato ed in più l’imponente fabbricato sarebbe stravolto e sconvolto per il soddisfacimento di un evidentissimo interesse privato e di un impalpabile ed improbabile interesse pubblico.
Non solo i cittadini verrebbero, ancora una volta, espropriati di loro fondamentali diritti (e per l’area ex Eridania sono già stati espropriati di parte delle loro potenzialità edificatorie, ridotte per l’appunto per consentire al fortunato proprietario di quell’area di costruire più di quanto è oggi loro concesso), ma il futuro sindaco e la nuova giunta si vedrebbero costretti a dover rispettare obblighi assunti in limine mortis da chi li ha preceduti, loro lasciati in eredità passiva.
Ancora una volta l’esperienza del passato sembra maestra inascoltata.
Plurimi sono purtroppo i casi in cui infelici o comunque assai discutibili scelte urbanistiche, che nel momento della loro concreta realizzazione si mostravano in problematico rapporto con l’interesse pubblico, ovvero si rivelavano insoddisfacenti, o persino assurdamente antieconomiche, sono state purtuttavia realizzate da chi si è sentito obbligato a dover rispettare le relative delibere assunte dalle precedenti giunte.
Gli attuali strumenti che consentono un più immediato rapporto con la popolazione e rendono possibile ed utile il coinvolgimento preventivo di quest’ultima su questioni che la riguardano direttamente, possono però ora rivelarsi determinanti per cercare di sottrarre il caso Eridania a questo inaccettabile modo di agire del passato.
E’ necessario che la cittadinanza si mobiliti per lanciare un appello ad una moratoria sulla questione dell’area ex Eridania.
L’attuale compagine politica, che per molti anni non ha fatto nulla, si risparmi il paventato colpo di reni finale, capace solo di pregiudicare definitivamente la soluzione di un delicato e difficile problema che la stessa ha mostrato di non sapere o volere governare. Pazienti ancora i pochi mesi che mancano alle prossime elezioni amministrative, durante i quali sarà possibile portare a conclusione il cammino avviato sul tema in questione.
Fausto Baldi
Una politica per la città. Innovare: a destra o a sinistra?
Una politica per la città. Innovare: a destra o a sinistra?
di Lorenzo Ciapetti
Il possibile candidato del centro-destra, Prof. Valerio Melandri, nel dichiarare la propria disponibilità a correre per la prossima campagna elettorale come candidato sindaco, ha affermato che si tratta di superare destra e sinistra, puntando sui problemi soprattutto economici della città. Ci ha ricordato in altre parole ciò che può fare la differenza ”è l’economia, bellezza!”.
E’ una provocazione forte. Che a molti è sfuggita ma su cui vale la pena fare una riflessione.
Forlì è una città di medie dimensioni. Inserita in una regione con i più elevati tassi di crescita in Italia (dati Unioncamere presentati la scorsa settimana) la cui base economica al di là delle specializzazioni storiche ha beneficiato del posizionamento e delle reti informali attivate sul territorio regionale.
Non è una città che ha bisogno di sviluppo nel senso quantitativo del termine. Per intenderci non deve risolvere nessun deficit di reddito pro capite con il resto d’Italia come se fosse un territorio del mezzogiorno.
E’ una città che però ha espresso negli ultimi anni un disagio crescente nella possibilità di conferire innovazione alle gestione di talune politiche territoriali (ambiente, viabilità, cultura). Ed è una città che sta risentendo della crisi finanziaria e reale in modo molto acuto (rimando ad una altra nota la descrizione dell’intensità della crisi attuale a livello locale che peraltro a Forlì si accumula ad una crisi strutturale di taluni settori che è ormai pluriennale e non contingente).
Il risultato di domenica scorsa, al di là di polemiche sul tipo di appoggio esterno, è soprattutto la vittoria del malessere sulla soddisfazione. Ora lo scarto è ridotto e dunque la riflessione va posta soprattutto in termini di riconciliazione di queste due anime della città.
Per affrontare subito il tema del confronto elettorale di giugno vale la pena porre la domanda se questa riconciliazione deve avvenire a destra o sinistra.
Generalmente, le politiche economiche che riconciliano la crescita con la coesione sociale stanno a sinistra.
Il fatto che sia emersa, proprio nella sinistra della città, una nuova domanda di politiche non deve indurre a pensare che il percorso di conciliazione tra crescita e coesione era sbagliato, semplicemente che quel tipo di conciliazione veniva realizzato all’interno di politiche considerate superate, più rivolte alla preservazione che all’innovazione.
Potrebbe la destra offrire una risposta allo stesso tempo di conciliazione e di innovazione?
Se dobbiamo prendere a riferimento le attuali politiche nazionali, difficilmente sarebbe una agenda di conciliazione efficace. Non possiamo valutare adesso l’impatto della finanziaria e del pacchetto di interventi straordinari di questo scorcio di 2008 (che tuttavia appaiono lacunosi su molti punti). Se il 10% delle famiglie italiane detiene il 50% della ricchezza nazionale, cade anche il quadro di un paese il cui risparmio privato ci mette a riparo dallo tsunami finanziario. Il 10% degli Italiani è al riparo. Il 90% semplicemente non lo è!
Diverso invece il tema dell’innovazione delle politiche. Qui la destra, soprattutto la componente leghista ha ormai fatto una bandiera della capacità di sintonizzarsi con problemi locali. Ho avuto modo di confrontarmi con alcuni piccoli imprenditori che erano rimasti estremamente ben impressionati dalla competenza sulle politiche di settore esibite dalla Lega attraverso una lettera inviata a molti cittadini prima delle elezioni del 2008. La rinomata capacità di ascolto della Lega è qualcosa di molto tangibile e questo deve fare riflettere.
L’agenda di innovazione della destra è soprattutto incentrata sul tema della sicurezza. Eppure come ha dimostrato la recente ricerca Itanes sui risultati elettorali del 2008, in realtà è l’agenda economica che interessa e preoccupa i cittadini italiani. Sarà a maggior ragione cosi soprattutto nel 2009. Su questo il Prof. Melandri ha ragione.
Tuttavia pensare che innovare le politiche di una città significhi andare oltre alla destra ed alla sinistra nella gestione dei problemi è a nostro avviso uno scenario molto debole.
La politica di cui ha bisogno Forlì è una politica di riconciliazione tra sviluppo e coesione, in continuità con ciò che avvenuto negli ultimi anni; ma soprattutto di innovazione delle politiche urbane; non nei termini della destra, bensì di creazione di percorsi partecipativi e di laboratorio cittadino che abbattano il muro delle paure e non lo erigano per giustificare un nuovo consenso.
L’Emilia Romagna non ha ancora raggiunto il livello di rancore che Aldo Bonomi ascrive all’ascesa del fenomeno leghista al nord. Il malessere non è ancora rancore e va adesso ridiretto verso un programma di sviluppo, di coesione sociale e di profonda innovazione.
Un programma che è geneticamente nelle corde della sinistra. E che è soprattutto nelle corde del PD. Anzi è la vera missione del PD! (sulla cui piena attuazione a livello nazionale, va ammesso con franchezza, qualcosa non sta funzionando).
A meno di una trasformazione genetica della destra o di trasformismi locali rispetto agli assetti nazionali, è molto complesso costruire a Forlì da destra (e da zero) un programma che contempli contemporaneamente sviluppo, coesione ed innovazione.
Non significa che la strada del PD locale sia tutta in discesa. Al contrario, come affermato la strada sull’innovazione è complessa perché si tratta di iniettare nuove formule e nuovi scenari anche all’interno del PD locale. Però preservando le politiche di coesione su cui si basa una agenda di sinistra.
L’affascinante scenario di una visione liberal delle politiche locali e urbane evocato dal Prof. Melandri, dove le differenze di agenda sociale tra destra e sinistra si azzerano è uno specchio per le allodole. Non dovrebbe far dimenticare che lo sviluppo è soprattutto un processo di riconciliazione (tra crescita e coesione ad esempio) che ha ed avrà sempre più nei prossimi anni, bisogno di politiche e di Politica. E di scelte anche di parte ben più coraggiose ed incisive di quelle dimostrate dalla destra in questi otto mesi di governo. Che non significa però scelte ideologiche. Uno dei temi di innovazione del PD dovrebbe proprio essere, su questo orizzonte, di rendere l’innovazione delle politiche di coesione una scelta per stare dalla parte dei cittadini e delle comunità locali, svincolandosi da obsolete rappresentazioni ideologiche. Solo così si combatterebbe con una certa destra sul fronte dell’ascolto dal basso.
Lo scenario nazionale non deve compromettere la realizzazione di un tale agenda a Forlì. Ovvio che molto ora dipende dagli elettori del PD e da Roberto Balzani.
Nessun commentoriceviamo e pubblichiamo : Centro storico - Il cuore della città deve tornare a pulsare
Se desideriamo il rilancio di Forlì dobbiamo senz’altro essere convinti che questo può avvenire solo immaginando e dando vita ad una rinnovata stagione della pratica politica ed amministrativa.
Ma ogni programma innovativo non può prescindere dall’obiettivo di restituire al centro storico il ruolo insostituibile di cuore pulsante della nostra Comunità; è insieme il simbolo della memoria, della sua tradizione e della sua cultura, ma anche il luogo della Polis deputato all’incontro dei suoi cittadini, all’espressione della sua vita civile; accogliente, per obbligo sempre, per chi visita, abita, lavora, studia, governa la città.
Per tanto, forse troppo tempo tutto ciò non è più stato, malgrado l’insoddisfazione ed il disagio espresso da molta parte dei forlivesi.
Diversi sono stati i cambiamenti che hanno modificato le sue funzioni principali.
E’ cambiato il sistema del commercio imperniato sulla grande distribuzione collocata in periferia.
Sono sopraggiunte le indispensabili restrizioni alla mobilità veicolare privata per limitare gli effetti dell’inquinamento atmosferico.
Si è verificata una sostituzione consistente dei residente locali con popolazione immigrata straniera che si concentrata soprattutto nelle zone di maggior degrado del tessuto edilizio, abbiamo assistito ad una nuova importante presenza di studenti universitari dopo l’insediamento di facoltà di notevole interesse accademico.
Poi la realizzazione e l’avvio del polo museale nel complesso recuperato di S. Domenico, ed altro ancora.
Ognuno di questi eventi richiederebbe un suo adeguato approfondimento, ma è possibile fin d’ora affermare che è evidente la necessità di rideterminare un nuovo equilibrio funzionale attraverso la ricerca della qualità urbana basata su corretti principi di sostenibilità ambientale e di reale sicurezza dei cittadini.
Ciò significa ricreare le condizioni affinchè la residenzialità ritrovi i servizi di base e l’ambiente idonei all’abitare, le attività di commercio e di artigianato possano svilupparsi con maggiore riguardo a criteri di qualità dell’offerta ed al recupero del lavoro tradizionale d’impresa, di cui si sente sempre di più gran bisogno, attraverso la capacità di ripercorrere storie antiche con modalità moderne ed efficaci.
Ma anche maggior riguardo a sistemi, metodi e spazi, mirati a favorire l’integrazione dei nuovi arrivi (stabili o di passaggio) e ad innescare comportamenti responsabili sia individuali sia di gruppo, cercando così di non addossare più tutto il carico dell’inevitabile impatto e del disagio alle preesistenze forlivesi.
Il recupero della parte storica della nostra città assume in maniera sempre più evidente i connotati emblematici della sfida globale che siamo chiamati ad affrontare per il nostro futuro.
Il passo avanti decisivo sarà la capacità della nostra Comunità di far sistema con sincero spirito democratico, al fine di utilizzare al meglio le sue energie umane migliori, quelle delle giovani generazioni, e praticare i metodi più idonei per metterle a frutto.
Per ora siamo chiamati a scegliere il candidato sindaco di Forlì del Partito Democratico: certamente le idee espresse con forza da Roberto Balzani rappresentano in modo molto convincente lo stimolo che serve alla società forlivese per confrontarsi con i suoi problemi, soprattutto con cuore aperto e spirito fiducioso.
Già l’esito di questo passaggio sarà determinante per comprendere se il processo di rinnovamento potrà essere intrapreso con grande decisione.
arch. Tonino Gardini
2 commentiRiceviamo e pubblichiamo: Forli, la polis che vorremmo
La città che desideriamo è moto dell’anima, è aspirazione profonda dell’individuo e perciò è idea stessa di progresso in cui è possibile rispecchiarsi.
Per queste motivazioni diventa espressione dell’Essere, singolare e plurale, palestra prima dell’esercizio democratico.
La nostra città, riassume in sé caratteristiche e condizioni che potrebbero consentire ai suoi cittadini di eleggerla a luogo ideale.
Invece Forlì rappresenta l’emblema della “città invisibile” – come ebbi già modo di sottolineare in interessanti iniziative ed articoli sulla città (Istituto Gramsci e rivista “Il Melozzo”) - perché raccoglie presenze ed energie spesso straordinarie che restano sotterranee, quasi per prassi, inespresse nella loro potenzialità .
Il momento presente non lascia più margini a ricerche incerte della sua identità, il processo di innovazione deve avviarsi senza alcuna indecisione.
Orientare la sua trasformazione per salvaguardarne le sue peculiarità più importanti implica la consapevolezza che il cambiamento deve riguardare sia il suo aspetto fisico, quello delle attività, della sua economia, ma anche quello della sua stessa Comunità.
Così dobbiamo interrogarci ancora sul significato che è ancora possibile affidare al termine “PUBBLICO INTERESSE”, come riprendere i contatti con “IL SENSO COMUNE”, come interpretare e far contare i processi di formazione della “OPINIONE PUBBLICA”.
Ora non è più sufficiente, anche se indispensabile, riqualificare la sua fisicità, il suo ambiente e le sue funzioni primarie, non basta renderla più accessibile, accogliente, solidale, più inclusiva e più aperta al mondo della cultura.
Progettare il futuro della nostra città significa progettare in primo luogo il modo per innescarne i meccanismi in grado di trasformarla.
Soprattutto occorre aprire l’agenda degli obiettivi futuri alla creatività, alla progettualità.
L’ascesa di una fase creativa riesce a determinare effetti a doppio senso: la città può contribuire a creare le condizioni per lo sviluppo del potenziale creativo delle persone che vivono lavorano e studiano sul suo territorio, nel contempo in questo modo mettere in moto circoli virtuosi di sviluppo e trasformazione urbana: ed i soggetti principali di questo processo devono essere soprattutto le giovani generazioni.
Sul tema dei piani urbanistici di riqualificazione di intere parti di città quello che era uno degli obiettivi principali, l’integrazione dei diversi settori d’intervento che possono influire sulla qualità urbana, si sta realizzando solo parzialmente: uno dei motivi va di certo ricercato nella carenza del processo partecipativo che, anche se richiesto dagli strumenti attuativi regionali, non si è tradotto in una efficacia concertazione pubblica delle proposte ed in una condivisione allargata delle scelte.
Anche la recente attività promossa dall’Amministrazione comunale riguardante il territorio del Centro Storico, pur meritevole nelle sue finalità, sta mostrando però per le medesime ragioni tutti i suoi limiti metodologici legati ai criteri di approccio, purtroppo inadeguati rispetto agli importanti obiettivi dichiarati.
E’ ormai di tutta evidenza che non sono possibili semplificazioni che evitino una attività attenta, continua, coerente, di lungo respiro e quindi molto impegnativa, per superare le nostre difficoltà.
Lo sguardo deve volgersi con attenzione alle questioni territoriali di Forlì senza però mai perdere di vista quelle del proprio territorio di appartenenza, area più vasta che la integra e la completa.
Per la città democratica che in tanti desideriamo, nuova Polis del XXI secolo, deve prendere vita uno strumento finalmente adeguato di ricucitura fra le Istituzioni e la società civile, da modellare sulle esigenze del momento:
- luogo permanente di analisi e di approfondimento delle tematiche urbane, aperto al mondo della cultura, della ricerca universitaria e dei giovani;
- rete e collegamento delle diverse materie e discipline attraverso un coinvolgimento efficace degli strumenti di rappresentanza democratica decentrati già presenti sul territorio;
- contenitore adatto all’elaborazione delle idee e delle soluzioni su questioni interdisciplinari, utile alla loro divulgazione;
- momento aperto di partecipazione e di confronto dei cittadini riguardanti il futuro del proprio territorio, utile anche alla composizione dei conflitti;
- supporto indispensabile all’Amministrazione Pubblica per decidere correttamente; vetrina utile per la promozione di se stessa.
Può servire anche per Forlì ciò che viene definito, là dove già da molti anni funzionano (in Italia e in grandi città europee e americane) “casa per la città”, anche “laboratorio urbano”, oppure “urban center”.
Questa modalità si configura certamente come la prima delle “Buone Pratiche di Cittadinanza”, perché può costituirne il forum ideale per elevarle a metodo costante di lavoro.
Se pensiamo che sia necessario seguire questo percorso, abbiamo l’obbligo di riflettere sui meccanismi che lo devono sovrintendere per renderlo efficace e non velleitario.
Il laboratorio democratico deve articolarsi su tre principali soggetti: il cittadino che vive la sua città, gli esperti capaci di interpretare le istanze utilizzando al meglio l’ingegno tecnico del sapere, l’Istituzione rappresentante della Comunità in grado di cogliere le proposte meritevoli d’interesse generale e trasformarle in atti di governo.
Così la Comunità può ritornare attrice delle scelte strategiche attraverso un’azione diretta dell’Amministrazione pubblica negli ambiti di maggiore rilevanza, senza delegare impropriamente le sue prerogative principali.
Ma soprattutto può ripartire il processo di ricomposizione del vivere comune, indispensabile per ogni percorso di progresso reale e durevole.
La politica deve ora assumersi la responsabilità di scegliere, per determinare un modo rinnovato di governare: la candidatura di Roberto Balzani alle primarie del PD per le prossime elezioni del nuovo Sindaco ed il movimento che la stessa candidatura ha determinato in seno alla società civile forlivese e nel partito di cui Balzani fa parte, danno finalmente corpo e speranza concreta a questa prospettiva attesa a lungo.
Non ci resta che aprire fin da subito la nostra “OFFICINA PER FORLI’ ”, così forse la città invisibile potrà rendersi evidente anche ad ogni sguardo incredulo.
Tonino Gardini (Direttivo Circolo PD Centro storico – componente Assemblea Comunale PD)
8 commentiRiceviamo e Pubblichiamo: Che fare dell’ex Eridania?
Uno dei maggiori meriti che attribuisco a latuastagione è l’attenzione dedicata al ruolo che il Pd ha riservato al cittadino in generale ed al cittadino elettore in particolare.
La centralità del cittadino nel quadro di relazioni democratiche è affermazione di principio ed obiettivo politico che si staglia già nell’atto fondativo del partito. Da principio ispiratore e scopo dell’agire politico, occorre che il ruolo assegnato al cittadino diventi pietra angolare per la costruzione del partito, ma anche di una società a maggiore partecipazione democratica, nella quale le scelte siano il naturale e logico risultato di una continua interazione tra gli eletti ed i cittadini e si configurino come condivisa soluzione di problemi attentamente studiati, come adeguata risposta ad esigenze ed interessi vissuti in concreto e non solo interpretati. Se il ruolo assegnatogli deve diventare strumento politico, occorre assicurare al cittadino i concreti modi di espressione e di azione.
Nel rapporto politico trovano realizzazione esigenze ed interessi complessi ed eterogenei.
I titolari delle situazioni sostanziali oggetto di composizione hanno finora avuto possibilità di esprimersi solo in forma mediata, ovvero tramite rappresentanza. Sono pochi eletti ad agire nell’interesse di molti.
Spostare verso il basso, ovvero verso “i molti” l’azione del partito e della vita politica del paese, è una delle imprese più impegnative ed affascinanti che il Pd si è assunto fin dalla sua nascita, ma è anche obiettivo il cui perseguimento è di per sé strumento di garanzia per la nostra democrazia. Un cittadino non solo cosciente ed informato, ma anche politicamente attivo in termini concreti ed efficaci, è il miglior baluardo rispetto ad innovazioni autoritarie, che, per lo più e non a caso, si reggono sulla valorizzazione del secondo polo del rapporto politico, quello dell’alto e dei pochi, con conseguente maggiore distacco dalla vita reale ed in funzione sempre più autonoma e distante dei partiti e della politica dagli elettori.
Il principio di legalità, al quale non tanto occorre ambire quale aspirazione di massima, o affermare come petizione astratta, ma perseguire in concreto e con il massimo rigore, deve trovare nel cittadino un soggetto attivo responsabile, quanto intransigente.
Il rispetto assoluto della legalità, che non può ammettere deroghe, disattenzioni o attenuazioni, così come è presupposto del valido ed efficace agire politico delle istituzioni, deve esserlo anche per il cittadino che vuole e deve assurgere ad arbitro effettivo della vita del paese e, prima ancora, del partito.
Soggetto non ricattabile, adescabile o comunque condizionabile.
Deve diventare patrimonio di tutti credere e vivere nel rispetto dei principi e delle regole che liberamente ci diamo. Se siamo assolutamente liberi di pervenire alle opzioni più differenti, di scegliere cioè le regole, i principi e le norme nella maniera che più ci aggrada, persino se mossi da esigenze, motivazioni e spinte non propriamente etiche o legali, dobbiamo, poi, comunque rispettare il risultato cui è stato possibile pervenire. Possiamo anche scegliere di non darci alcuna regola, ma se invece la adottiamo dobbiamo sentirci vincolati.
Le regole si cambiano con gli strumenti che ci consente l’ordinamento, non si violano e neppure si aggirano.
L’argomento è meno banale di quanto potrebbe apparire. Un esame appena più approfondito della vita delle istituzioni ci consegna una realtà che, personalmente, ritengo emblematica di una tanto evidente, quanto gravissima violazione del principio di legalità che è alla base del nostro Stato, ovvero della regola fondamentale e basilare della divisione dei poteri, principio cardine sul quale si regge l’intera impalcatura della carta costituzionale e si fonda l’equilibrio della nostra democrazia.
Solo in tempi recenti, pare che l’attenzione di alcuni politici si sia destata sul tema in questione, peccato però che chi si è ora accorto del problema, in passato non si sia comportato in maniera troppo diversa da quella ora criticata ed abbia anzi concorso, sia pure con strappi di minore quantità e clamore, alla medesima violazione dei principi.
Anche nel richiamo alla “costituzione materiale” od al “diritto vivente” si annida il pericolo di una sottovalutazione dell’importanza che riveste il principio di legalità.
Ho ritenuto opportuno accennare, sia pure in maniera superficiale e generica, all’importanza del rispetto del principio di legalità, quale premessa dell’argomento che mi interessa portare all’attenzione dei cittadini che latuastagione riesce ad intercettare, nella speranza questo argomento possa diventare, in un futuro che mi auguro ormai prossimo, tema politico da sviluppare anche nel circolo telematico.
Trattasi di questione tanto concreta e specifica, quanto straordinariamente emblematica della vita politico-istituzionale locale, sulla quale appare opportuno che si confrontino e si pronuncino tanto i candidati alle primarie, quanto colui o colei che ne uscirà vincente, per la definizione del programma che vorrà sottoporre agli elettori.
Quale soluzione si intende dare, nell’interesse pubblico, al problema dell’area ex Eridania?
La vicenda di questa area è singolare e si presta, in maniera esemplare, ad essere presa in esame quale caso emblematico e paradigmatico.
Gli aspetti che possono venire a rilevo sono moltissimi. Non intendo illustrarli e neppure esporli adesso, né analizzare i singoli momenti nei quali si staglia un agire politico che appare in ogni caso complicato e, per molti versi, ancora oscuro.
E’ sufficiente per il momento tener conto di pochi dati:
- l’area è di proprietà privata, per essere stata acquistata dalla gestione liquidatoria dello zuccherificio Eridania da un gruppo di imprenditori, che a tal specifico fine hanno costituito una società immobiliare;
* l’acquisto è avvenuto a seguito di revoca del Comune di Forlì di una precedente deliberazione con la quale aveva deciso di concorrere per la realizzazione di un pubblico interesse ed aveva anche stanziato il relativo onere di spesa;
* l’area era in precedenza destinata a verde ed attività culturali;
* a seguito di anticipazione di variante di PRG, si stabilì di consentire alla società privata che aveva acquistato l’area di potervi realizzare un’imponente attività edificatoria, previa cessione gratuita al Comune dell’edificio storico;
* una serie di vicende connesse sia alla destinazione futura dell’edificio storico, che avrebbe dovuto passare in proprietà del Comune prima dell’edificazione da parte della società proprietaria (ed anzi la previa cessione -giova ribadirlo- era fatto che condizionava la possibilità di edificazione), sia alla bonifica dell’area dall’amianto, hanno portato all’attuale situazione;
* lo stallo che si è determinato appare inspiegabile; non è, però, assolutamente vero, come invece in qualche occasione è stato affermato da taluno, che l’edificazione sia stata impedita dal procedimento amministrativo con il quale è stato dichiarato l’interesse culturale particolarmente importante dell’edificio storico e neppure dalle vicende giudiziarie che sono seguite alle demolizioni eseguite la settimana di ferragosto 2002, nella pendenza del procedimento dichiarativo dell’interesse culturale;
* anche nei giorni che sono immediatamente seguiti alla demolizione ed alla denuncia fatta all’A.G., la società venne informata dall’amministrazione preposta alla gestione del bene culturale che la costruzione degli edifici nelle aree destinate alla lottizzazione non sarebbe stata impedita, né ostacolata per spirito “ritorsivo” e che anzi qualsiasi progetto, purché compatibile con il pregio del bene, sarebbe stato prontamente autorizzato. Di più ancora, l’architetto di fiducia della proprietà elaborò persino un progetto di massima che, esaminato nell’ottobre del 2002, incontrò il favorevole avviso del Soprintendente regionale, il quale non si limitò ad esprimere il proprio assenso, ma suggerì addirittura utili accorgimenti per una concreta e rapida soluzione.
Lo stato di abbandono dell’area appare inspiegabile, sia per le ragioni commerciali-economiche perseguite dagli investitori privati, sia per il disinteresse mostrato dal Comune, che dopo aver “regalato” una rilevante opportunità edificatoria, altrimenti preclusa da un tanto evidente, quanto importante interesse pubblico (verde ed attività culturali), non ha preso in ulteriore esame la questione.
La via d’uscita appare complessa.
La compagine proprietaria nel tempo è variata; i vecchi proprietari, che non hanno costruito -assai verosimilmente- per ragioni interne, ovvero per contrasti insorti tra di loro, pare che abbiano venduto le proprie azioni ad altri. E’ però logico presumere che chi si è accollato un onere economico di rilevanti dimensioni abbia tutta l’intenzione di concludere il percorso avviato fin dal momento del remoto acquisto e del mutamento di destinazione dell’area (resa edificabile), riempendo così il vuoto (ruderi e verde incolto) che ancora contraddistingue il paesaggio locale, riversandovi sopra tonnellate di cemento.
E, pertanto possibile che la situazione sia destinata addirittura a peggiorare. Se lo stato di attuale abbandono non è entusiasmante, la massiccia edificazione che si potrebbe venire ad abbattere nella zona, in una città che già soffre di eccedenza edificatoria, potrebbe rovinare il paesaggio urbano ed aggravare il surplus edilizio esistente.
Il recupero dell’edificio storico, in assenza di progetti di utilizzo e, soprattutto, dei mezzi finanziari per potervi fare fronte appare impensabile. Questo è il verosimile motivo del disinteresse mostrato dal Comune.
E’ possibile ipotizzare che le ragioni speculative del compratore finale e le preoccupazioni finanziarie del Comune possano approdare ad una revisione dell’accordo iniziale (per il quale la comunità forlivese aveva rinunciato ad una vasta area interamente destinata a verde ed ad attività culturali, consentendo un’attività edificatoria speculativa, in cambio della proprietà di un importante fabbricato da poter disporre per il perseguimento di pubbliche finalità), affidando al privato investitore anche l’onere di recuperare l’edificio storico e dargli lui una destinazione che renda nel contempo maggiormente remunerativa l’edificazione dell’area finitima, affrancata da un apparente degrado che potrebbe pregiudicare la commercializzazione del nuovo edificato, realizzando in tal modo un guadagno per così dire doppio.
Si sarebbe compiuto con ciò un percorso perfettamente inverso a quello iniziale. Il regalo fatto agli imprenditori privati ed il sacrificio delle potenzialità edificatorie imposto a tutti gli altri cittadini forlivesi, che si sono visti ridurre l’indice di edificabilità delle loro aree per consentire un’edificazione maggiore in quella ex Eridania, resterebbe privo di contropartita, a meno di non considerare pubblico interesse l’eliminazione di un problema avvertito con fastidio dalla classe politica locale e dall’apparato amministrativo dell’ente comunale, perché non in grado di risolverlo.
Eppure altre soluzioni sono possibili; come è pure giuridicamente possibile rinegoziare ab imis il progetto iniziale e risparmiare alla città un degrado che potrebbe essere maggiore e peggiore (perché irreversibile) di quello consegnato dalla situazione attuale.
Il caso Eridania è, dunque, emblematico di remote scelte politiche del passato, che condizionano il presente e che possono impegnare il futuro, secondo logiche che restano incredibilmente immutate e sopravvivono alle confliggenti e differenti esigenze nel frattempo insorte.
Il caso Eridania è però anche paradigmatico del programma urbanistico ed edilizio della Forlì di domani che gli aspiranti sindaco vorranno elaborare e presentare ai cittadini.
Ritengo indispensabili le riflessioni politiche su ciò che è avvenuto, perché la capacità di progettare il futuro non può ignorare i fatti che hanno causato la situazione attuale, ma al contrario presuppone una conoscenza approfondita, piena ed attenta, indispensabile per poter responsabilmente predisporre quanto è necessario per l’interesse pubblico e, se possibile, rimediare i guasti del passato.
I tasselli che compongono il mosaico della questione Eridania sono tantissimi, tutti assai rilevanti in termini di prospettive politiche. Mi sono volutamente limitato a segnalarne solo pochissimi, che comunque ritengo utili per poter introdurre il tema.
Mi riservo, peraltro, di illustrare in seguito, ove se ne dovesse ravvisare l’utilità, altri elementi che pure paiono di rilevante interesse politico e di approfondire avvenimenti e fatti, come pure segnalare straordinarie opportunità inspiegabilmente ed immotivatamente abbandonate, dopo una prima condivisione addirittura entusiastica. Occasioni formidabili, che purtroppo si sono perdute per sempre.
Fausto Baldi
3 commentiLa città porosa. Il luogo rivela i conflitti tra conservazione e innovazione
Quando la città dialoga, come nel caso del Cittàterritorio Festival di Ferrara appena conclusosi, gli stimoli a ripensare il paesaggio non mancano. A partire dalla definizione del termine. E’ più facile definire il paesaggio dicendo quello che non è: né il giardino, né l’ambiente. E non basta nemmeno guardare fino alla linea dell’orizzonte per comprenderlo, ma bisogna andare oltre lo spazio, il tempo e considerare come elementi del paesaggio anche i mutamenti storici ed antropologici (Cfr. Magnani 2008).
Potrebbe essere rilevante quindi riferirsi al Paesaggio urbano partendo dalla relazione che intercorre tra la città e il cittadino che la abita, dalla sua evoluzione in età moderna e contemporanea; questa è una relazione contraddittoria: le città sono sempre più accelerate e inarrestabili ma cresce il lamento unanime rivolto alla qualità della vita all’interno di esse. Città e cittadini stanno diventando estranei le une agli altri anche se continuano a cercarsi. Sono aumentati oggi i rischi della disgregazione sociale: è forte il pericolo che la rappresentazione virtuale prenda il sopravvento sulla realtà. Se da una parte la città moderna offre maggiori opportunità, dall’altra crea situazioni di solitudine crudele. I cittadini utilizzano lo spazio urbano, ma non si riconoscono in esso, eppure mai come in questo momento sono stati costruiti tanti “pezzi” di città (Cfr. Gregotti 2008).
Il concetto di città va evidentemente reinterpretato. Stiamo assistendo ad un disassemblaggio dell’urbanità, ogni città ne contiene tante altre, e se non si riesce a mantenere la comunicazione tra tutte, si genera violenza e disuguaglianza. Ci sono tuttavia anche degli esempi positivi di interazione come il caso (soggetto di studio di Sassen S.) di un ghetto di Chicago dove i musulmani di colore hanno stretto rapporti con gli emigrati palestinesi dai quali ricevono insegnamenti religiosi, dando in cambio lezioni di rap (Cfr. Sassen 2008).
Flavio Milandri
3 commentiLa città infinita, realtà urbana del terzo millennio?
La città è diventata un punto essenziale nell’agenda politica ed economica di una classe dirigente che aspira a governare i cambiamenti, invece che subirli. Il progetto, la forma, il paesaggio, l’ambiente, gli stili di vita in Emilia-Romagna si terranno quattro giorni di incontri per capire dove siamo e cosa ci aspetta. Il Cittàterritorio Festival di Ferrara (dal 17 al 20 aprile) è un evento innovativo. Per la prima volta infatti il tema della città sarà oggetto di un’appassionata riflessione pubblica da parte di esperti di discipline eterogenee: dagli architetti agli storici, dagli urbanisti agli economisti, dai geografi agli studiosi di estetica, dai sociologi agli antropologi, dai geologi agli agronomi, fino agli scrittori e ai poeti.
Cittàterritorio Festival è promosso da Comune di Ferrara, Regione Emilia-Romagna, Università di Ferrara, Iuav di Venezia e organizzato da Laterza Agorà e Ferrara Fiere il festival durerà tre giorni, da venerdì a domenica, con inaugurazione il giovedì pomeriggio. Tema di questa prima edizione è Centro e periferia. Non è un caso che la salute, lo sviluppo, l’energia, la mobilità, il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo, dipendano proprio dal rapporto fra città e territorio. Tutti temi, questi, che coinvolgono o dovrebbero coinvolgere in prima persona. È la “nuova soggettività territoriale”: una forma diffusa di sensibilità che, da una ventina d’anni a questa parte (l’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl, nell’aprile del 1986, potrebbe essere considerato l’evento spartiacque), induce sempre più persone a preoccuparsi se il clima dia segni di impazzimento ma anche se un’area verde sotto casa viene trasformata in parcheggio.
Nell’ottobre di quest’anno si svolgerà anche il IV Forum Mondiale dell’abitare della Commissione Onu-Abitare (un-habitat.org) per questo allargando lo sguardo l’occasione è importante anche per riflettere su chi governa i fenomeni “glocali”? La politica o il mercato? E che cosa accade nella città se questa assume anche la caratteristica di essere il terminale o lo snodo di una rete globale? In questo contesto come si inquadrano i centri storici e le periferie tradizionali? Che ruolo ha il welfare? Quale lo sviluppo, con quale energia e quale sostenibilità? Intrecciare linguaggi diversi, persino opposti, nella convinzione che il confronto intellettuale sia uno dei mezzi più efficaci perché le posizioni si mettano in chiaro, si precisino e si arricchiscano è negli obiettivi di questa prima edizione Cittàterritorio Festival.
Flavio Milandri
Nessun commentoLa città, gli spazi pubblici, i beni comuni
I termini usati per definire questo incontro ci suggeriscono già l’obbiettivo fondamentale di un dibattito sulla città del nostro tempo, cioè il recupero di una concezione democratica dello spazio pubblico e della città (intesa anche semplicemente come comunità locale) come principale campo di esercizio di una cittadinanza attiva e responsabile.
Ma parlare di città implica ormai la necessità di allargarsi ad una dimensione mondiale, senza la quale sfuggono i fenomeni maggiori.
Il nostro mondo urbanizzato, descrizione del fenomeno, dati quantitativi generali
Partiamo da due notizie recenti:
1° - a livello mondiale, la popolazione urbana è ora, prima non era così, numericamente superiore a quella rurale, la città ha superato la campagna anche quantitativamente.
2° - due giorni fa, 2 miliardi di persone sono state coinvolte, in vario modo, dal concerto “Live Earth”, evento unitario benché svolto nei palchi di 9 città distribuite in tutti i continenti.
Cosa è “mondo”, cosa è “città”, quale fenomeno stiamo osservando?
Un grande, appassionato osservatore del mondo, Ryszard Kapuscinski, recentemente scomparso, osservava questo dato di fatto traendone queste considerazioni:
<<…. guardiamo due mappe del mondo: inizio ‘900, pochi stati indipendenti, una decina di imperi coloniali, colonie, 90% della popolazione mondiale risiede nelle campagne; fine ‘900, 180 stati indipendenti (almeno formalmente), decolonizzazione totale (seppure sovvertita da orme di controllo complesse e meno visibili); questa trasformazione ha aperto la strada ad un nuovo processo di civilizzazione, ad una migrazione dalle campagne alle città di proporzioni planetarie, oggi il 50% della popolazione mondiale risiede nelle città. Ci sarà una nuova stratificazione del mondo: gli abitanti dei paesi ricchi, con servizi ben strutturati; quelli dei paesi poveri, alla cui fame non si trova soluzione; una nuova categoria di individui o società, i “new gipsies” (quelli privi di radicamento territoriale), che vivranno parassitariamente sulle opportunità della civiltà tecnologica, che sfrutteranno in modo aggressivo, aculturale, nell’ottica del puro scambio.. L’equilibrio fra queste condizioni è instabile, già è in atto la marcia dei popoli dei paesi poveri verso la società affluente. Comprendere la trasformazione è difficilissimo: tutto avviene troppo in fretta, non sedimenta; tutto ciò che fa dato da trattare aumenta smisuratamente, le informazioni, in particolare, sono in dosi tali che è impossibile utilizzarle razionalmente; gli scenari evolutivi sono irti di contraddizioni e irrazionali; mancano criteri di giudizio dei fenomeni, le ideologie in crisi non sono state rimpiazzate da gerarchie di valori riconosciute e generalizzate.>>
In sintesi, negli ultimi 50 anni sono successi fenomeni politici e sociali di entità mai prima registrata, in un contesto di impossibilità di gestire il fenomeno e di inquadrarlo razionalmente in un modello consolidato.
In termini quantitativi e approssimati: oggi nel mondo siamo circa complessivamente 6.6 md di persone contro i 2.5 md di 50 anni fa (2.6 volte in più); la popolazione urbanizzata è quindi oggi di poco oltre i 3.3 md, 50 anni fa era meno di 800 ml (4.1 volte in più).
Il fenomeno riguarda soprattutto i paesi in via di sviluppo, che a inizio ‘900 fornivano il grosso del 90% di popolazione rurale, e di conseguenza abbiamo che dalla classifica delle 20 città più popolate del mondo escono molte grandi capitali europee e entrano megalopoli dell’America Latina, di Cina e di India.
I nostri modelli di mondo, città, ambiente rurale, di paesi affluenti e di paesi in via di sviluppo vanno chiaramente rimodulati sulla nuova realtà (a rischio di non essere abbastanza svelti a seguire i cambiamenti): pensiamo un attimo cosa significa che 2 md di persone (30% della pop mondiale, ma oltre il 60% della popolazione urbana, quindi con una incidenza che denuncia un travalicamento del rapporto città/campagna), abbiano seguito in contemporanea, per 24 h, una unica serie di concerti svolti concretamente in varie parti del mondo, ma comunque resi accessibili in qualunque parte del mondo, fra l’altro socialmente, culturalmente e territorialmente decontestualizzati.
Caratteristiche del fenomeno: le principali città, le problematiche energetiche, il controllo politico
La sociologia urbana era riuscita a definire la città, grosso modo, in base ad alcuni parametri socio-culturali: densità e compattezza della popolazione, eterogeneità sociale, stile di vita più colto e, se vogliamo, più “laico”, predominanza culturale ed economica sul territorio circostante.
Vediamo cosa succede in questa città mondiale, in cui questi parametri scompaiono, anzi, certi parametri che la contraddistinguono sono paradossali. Cito i dati prodotti in occasione dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia (si potrebbero citare altri dati, più catastrofici – pensiamo che tipo di anagrafe può esistere in certi contesti – ma ho preferito una fonte omogenea e già filtrata).
Tokyo, 35.2 ml, sorge per il 40% del territorio su terreni colmati utilizzando i rifiuti urbani, produce una isola di calore che modifica il microclima, è servita da 18 aeroporti.
Mumbai, 18.2 ml, fra 50 anni dovrebbe avere 40 ml ab, il 92% del lavoro è informale, il 50% degli alloggi è senza servizi igienici.
Shanghai, 14.5 ml, +5 ml di popolazione fluttuante, ha un tasso di sviluppo economico incontrollabile, ha costruito 3000 grattacieli negli ultimi 10 anni.
Barcellona, 4.8 ml, ha un programma di 100.000 alloggi in 10 anni, in 15 anni ha incrementato il trasporto pubblico del 46%.
Londra, 8.5 ml, 700.000 nuovi arrivi entro il 2015, già oggi il 95% degli abitanti arrivati nell’ultimo decennio non è nato in Inghilterra.
Johannesburg, 3.3 ml, 16% famiglie vivono in una unica stanza, è contornata da insediamenti informali di cui la sola Soweto conta 4 ml ab.
San Paolo, 18.3 ml, 66% della popolazione ha età <20 anni.
Caracas, 2.9 ml, il 40% vive nelle baraccopoli abusive.
Città del Messico, 19.4 ml, abusivismo edilizio al 60%.
Los Angeles, 12.3 ml, 20% sotto la soglia della povertà, 80% usa il mezzo privato per gli spostamenti quotidiani.
Il Cairo, 11.1 ml, 60% vive in strutture abusive, 100.000 persone abitano la “città dei morti”.
Istambul, 9.7 ml, è cresciuta di 9 volte in 50 anni, e avrà 1.5 ml in più entro 10 anni.
Le città italiane non concorrono in queste classifiche, c’è però un dato interessante riguardante Milano: in 4 ore di treno o di aereo, oggi può essere al centro di un territorio (con le relative implicazioni economiche) di 30 ml ab; basterebbe completare il sistema TAV previsto perché Milano diventasse uno dei centri focali di un territorio di 80 ml ab, nella parte più ricca e avanzata dell’Europa.
E’ chiaro che una città mondiale di queste dimensioni implica problemi di igiene, di sicurezza e di gestione democratica enormi, ed è anche mangiatrice di energia in gran parte proveniente da fonti non rinnovabili.
Per dare una idea del problema energetico, ricordiamo che allo stato attuale, se si portasse l’Africa ad usufruire di un livello italiano dei consumi elettrici procapite (che sono meno della metà di quelli USA), il fabbisogno energetico mondiale aumenterebbe di 5 volte.
Il bipolo mondo/città, globalità/identità, alcuni parametri per il futuro
Essendo questo il quadro di riferimento, se ne ricava che il mondo E’ nelle nostre città, siamo all’interno di un bi-polo interattivo della città intesa come luogo delle relazioni, che ha un estremo nella dimensione della globalità (internet, migrazioni, nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale, uso delle risorse energetiche, capillarità e complessità delle comunicazioni, degli scambi commerciali, livello di impatto degli avvenimenti anche lontani …) e l’altro in quella della specificità, quindi della identità.
Come ogni organismo vivente, la città ha bisogno di riconoscersi, di avere un sistema di riferimento forte che faccia dei propri spazi, dei propri miti, della propria cultura sociale, così come si sono stratificati nel tempo, un elemento di competitività e di presenza peculiare (deve godere di un “genius loci”).
Nello scenario della globalità, la città evolve in termini positivi se riesce ad attuare meccanismi di contaminazione/inclusione dello “straniero” (persone, culture, tecnologie), se riesce, anche tramite gli apporti esterni, a rifunzionalizzare costantemente il sistema delle relazioni entro città.
Si tratta di riscoprire gli spazi pubblici come luogo dei riti collettivi, di gestire il “conflitto” come fonte di opportunità e non di scontro, di instaurare un rapporto leale fra autorità e cittadini; e di dare spazio a quelli che saranno i cittadini di domani.
Una lettura: “le città invisibili” (1972)
Le città e la memoria: Diomira – pag15
Non si può non citare “le città invisibili” in una occasione come questa. Diomira è una cità della memoria, in cui si può essere riconosciuti, e in cui le esperienze precedenti “stratificano”.
In una intervista dell’epoca, alla domanda sulla metropoli, Calvino risponde: “E’ su questa immagine che il libro gravita, ne è il punto di partenza, nel senso che se mi sta tanto a cuore parlare della città è perché la vita urbana è diventata talmente disagevole che si sente il bisogno di interrogarsi su cosa è o dovrebbe essere la città per noi. E se la megalopoli non significhi proprio la fine della città, il suo contrario. Nel libro sfioro la futurologia apocalittica, ma il mio discorso è un altro. Una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice; le città future sono già contenute nelle presenti come insetti nella crisalide”.
Giuliano Preda, 10 luglio 2007
Nessun commentoEcologia urbana nel governo dei processi di trasformazione
Sono avvenuti e sono in corso dagli anni ’80, anche nella nostra città, profondi mutamenti dell’assetto urbano e territoriale: parti che si stanno caratterizzando come polarità funzionali (parco, ospedale, università, ecc.), rifunzionalizzazione di aree dismesse, nuove infrastrutture viarie, cambiamenti d’uso nelle componenti del centro storico … ed insieme a questa trasformazione fisica si forma un diverso paesaggio sociale .
Un paesaggio urbano che muta e che si forma anche come prodotto sociale di particolari trasformazioni umane e l’esito dell’interazione sociale dei diversi gruppi della comunità.
Quanto questo paesaggio, rappresentazione di entità spaziali, culturali e sociali, viene percepito come dimensione appartenente alla sfera dei beni comuni?
Quanto è presente la consapevolezza dei profondi mutamenti avvenuti anche nel saper “riconoscere” le diversità e le qualità dei paesaggi ereditati dal passato come arricchimento della conoscenza della città e del territorio, della sua identità ambientale – paesaggistica, culturale – architettonica, storico – sociale?
La città di Forlì, come le altre città, vive criticamente questa fase della seconda modernità.
La città quale configurazione unitaria, strutturata e definita nella sua composizione (dalla casa al quartiere ai luoghi collettivi), sembra non esistere più nel suo essere sentita come bene comune, come espressione civile di un “patto” elaborato consapevolmente dai cittadini trasformati, in questa fase storica di globalizzazione economica dei flussi, in utenti, sudditi, sconvolti da una dimensione individualistica e consumistica e da rapporti vissuti come insicurezza e minaccia, ai quali reagire con i recinti e legittimando anche la difesa armata e violenta nelle relazioni internazionali .
La sfida impegnativa è riuscire, invece, ad immaginare e rielaborare, nella fase della modernità post novecentesca, la città come città “planetaria” (Ernesto Balducci) capace di “riconoscere” le differenze, l’alterità, nella relazione non escludente e non assimilante, di ricostruire senso di responsabilità dell’essere umano rispetto al proprio ambiente di vita.
Comunicazione, partecipazione, relazione, cittadinanza attiva, sono parole chiave che caratterizzano il concetto di “ecologia urbana” adeguato ad esprimere l’impegno civile verso la complessità dell’abitare, rispetto alla vulnerabilità dei cambiamenti climatici , in una città e nel suo territorio (il “ terzo paesaggio” così definito dal paesaggista francese Gilet Clement) da vivere e da ripensare come spazio vitale di incontro, accogliente e solidale, accessibile a tutti, laboratorio creativo multifunzionale, cantiere sociale di biodiversità umana e naturale, di equità, di salute e di bellezza.
Arch. Giampaolo Bassetti
4 commentiIl respiro dell’abitare
Ciò che appare allo sguardo del viaggiatore come identità unitaria e specifica di un luogo è in realtà la traccia sovrapposta di numerosi conflitti di diverso livello rimasti segnati nella pietra, nel cemento, nell’asfalto. A differenza di altri territori, il paesaggio urbano si caratterizza per la compresenza – nel tempo e nello spazio- di identità e poteri in conflitto e dei loro segni o meglio dei loro sogni edificati.
Ogni presenza, ogni manufatto, ogni colore, odore, segnale, ogni struttura dice qualcosa circa la propria appartenenza in concorrenza con altre presenze, con altri segnali. Il conflitto urbano è prima di tutto semantico, realizzato non solo a livello dei singoli messaggi, ma immediatamente anche di codici.
Come debba essere il paesaggio urbano, che cosa rappresenti e quale sia il suo senso è oggetto di confronto, scontro o mediazione di interessi e culture diverse. Le città del futuro in ogni caso non sembrano quelle distese di vetro e acciaio immaginate da generazioni di architetti, urbanisti e pianificatori ma ammassi di legno di recupero, plastica riciclata, sterpaglie secche e mattoni crudi.
Il Duemilasette peraltro rappresenta per il pianeta un punto di svolta: per la prima volta nella storia dell’umanità la popolazione che vive nelle città (3.303.992mila) ha superato quella insediata nelle campagne (3.303.866mila). A partire dall’idea della glocalizzazione cognitiva, così come albeggia in questi ultimi mesi, si concretizzano forme nuove di protagonismo del paesaggio urbano rispetto a precedenti esperienze che devono essere almeno spunto di riflessione.
Da questo punto di vista il paesaggio urbano è qualcosa di estremamente vivo e cambia sia materialmente sia nel senso che proietta. Il futuro della città come progetto collettivo suggerisce un modello di Ente locale che pone al centro delle proprie azioni politiche –urbanistiche, economiche, sociali, sanitarie- intersettoriali le persone, le loro capacità di stabilire relazioni reciprocamente, di interagire positivamente con l’ambiente urbano, di costruire/ricostruire l’identità stessa della città, di rigenerare il Capitale sociale nel secolo della comunicazione globale.
Per queste ragioni è importante approfondire le pratiche di governance. Ancor più oggi perché si avverte nelle democrazie contemporanee un numero limitato, ma crescente, di scelte pubbliche che vengono compiute attraverso processi che presentano notevoli somiglianze con la situazione descritta dai teorici della democrazia deliberativa. Le esperienze a cui si fa riferimento si verificano quando le Istituzioni pubbliche scelgono di affidare o lasciare la soluzione di un problema al confronto diretto tra i soggetti interessati e di fare “un passo indietro” rimettendosi in “qualche misura” alle opzioni che scaturiranno da tale confronto.
Ovviamente l’essenza dell’affidamento può essere di natura diversa. Quello che importa è che la definizione del problema e la ricerca di una soluzione sono esplicitamente demandate all’interazione tra una pluralità di attori che rispecchiano gli interessi e i punti di vista rilevanti per la questione sul tappeto.
Arene neocorporative, Patti territoriali, Consensus conferences, Giunte di cittadini, Sondaggi deliberativi, Agenda 21, Piani strategici e Bilanci partecipativi hanno a che fare con la frammentazione sociale e della rappresentanza, con i processi di decentramento e di autonomizzazione dei governi locali, con la crisi dei partiti politici. In queste condizioni le Istituzioni pubbliche si trovano nella necessità di reperire legittimità volta per volta allo scopo di accompagnare singole politiche o singole decisioni: la creazione di arene inclusive, deliberative, può costituire una delle risposte possibili in quanto iscritta nelle più ampie forme della partecipazione.
Flavio Milandri
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