Archivio per 'Dibattiti (questioni e sfide globali)' Categoria
Riceviamo e pubblichiamo: il discorso di Obama
La svolta c’é. Netta. Nel discorso di Obama, la presa di distanza dalla nefasta stagione del neo liberismo é inequivocabile. Basta con le “false promesse” e con i “dogmi logori”, basta con le “cose infantili”, bisogna “rifare l’America”. Ambizioso programma. Certo.
Ma sarebbe errore imperdonabile non comprendere la vastità e la profondità dell’impegno che, con Obama, le classi dirigenti statunitensi si assumono di fronte al mondo. Il neo presidente ritiene che chiedersi se “il mercato sia una forza per il bene o per il male ” corrisponde a un interrogativo ozioso, poiché ciò che davvero conta é “che un paese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi”.
Beh, siamo di fronte a qualcosa che pochi, o forse nessun uomo di governo, in America, aveva mai avuto l’ardire di affermare. Clinton compreso. Lo stesso vale per l’affermazione secondo cui :”respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali”.
Le implicazioni, in politica estera, di un tal approccio sono effettivamente di notevole spessore. Particolarmente verso il resto del mondo l’idea che “la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare” ribalta letteralmente la teoria, imbecille e sciagurata dei neocon, della cosiddetta proiezione di forza.
Basta rileggere il documento sulla sicurezza nazionale presentato al congresso (se non sbaglio nel settembre del 2000) da Bush per comprendere l’entità della svolta. In sostanza l’America, scegliendo Obama, si é resa conto, nella crisi in atto, che il proprio declino era già iniziato da molto tempo. Per la verità i neocon per primi avevano compreso l’urgenza di una risposta impostando una controffensiva a tutto campo. Il consolidamento ulteriore e radicale dell’idolatria del mercato e la scelta della violenza più estrema dovevano servire a mettere in riga i riottosi in America e nel mondo, realizzando progressivamente, all’insegna della “guerra al terrorismo”, un vero e proprio colpo di stato nei confronti di ciò che rimaneva della democrazia americana accentuando oltre misura la sua tendenza plutocratica, oligarchica e militarista. Adesso si prende apertamente atto del fallimento di teorie politiche e dottrine economiche che, basate su di una visione imperialistica e neocoloniale, hanno finito per incentivare ogni sorta di crimine, nel mercato e fuori di esso.
Nel discorso di Obama non vi é però solo soft power inteso come un passo indietro imposto dalla dura necessità. O al limite come generico maquillage. S’intravede qualcosa di più e di molto meno scontato: un progetto alternativo di ampia portata nel quale il richiamo continuo ai Padri Fondatori appare come utile rassicurazione proprio di fronte all’entità del cambiamento che ci si propone. Staremo a vedere. Noi. L’Europa, invece, non può permettersi di assistere passivamente. Ma qui inizia un altro discorso.
Mauro Zani
http://www.democraticiesocialisti.eu/
4 commentiLa moralità del welfare. Contro il neoliberismo populista
La Fondazione Lelio e Lisli Basso organizza un seminario di riflessione sui temi trattati nel libro di Laura Pennacchi:
La moralità del welfare. Contro il neoliberismo populista
(Donzelli, 2008)
Introduce e coordina Giacomo Marramao
Intervengono:
Stefano Rodotà, Giorgio Ruffolo, Gabriella Turnaturi
Sarà presente l’autrice
Mercoledì 14 gennaio 2009, ore 17.00, Sala conferenze Fondazione Basso Via Dogana Vecchia, 5 – Roma
Tel. 06.6879953 – Fax 06.68307516
basso@fondazionebasso.it - www.fondazionebasso.it
Nessun commentoTecnologia, Formazione, Partecipazione, Integrazione
.
Vorrei dare un piccolo contributo di idee sull’importante tema della partecipazione dei cittadini alla vita politica, sociale e culturale di Forlì, ma vorrei anche toccare la componente tecnologica oramai necessaria per favorire questa partecipazione (le opportunità fornite dalla tecnologie attuali, così semplici per i nostri figli adolescenti, ma così lontane dal mondo del palazzo, incapace spesso di “usarle” in modo costruttivo e democratico).
Il mio intento è di suggerire al candidato sindaco Roberto Balzani, o al candidato del PD alle prossime elezioni amministrative Comunali, una filiera di azioni semplici, ma a mio avviso straordinariamente efficaci, per superare il “gap” culturale che ancora persiste ed ostacola il processo di partecipazione.
Credo che l’obiettivo della partecipazione della popolazione alla vita sociale, politica e culturale non sia disgiunto da quello della Informazione e della Formazione; ritengo anzi che sia fondamentale per una amministrazione pubblica come il Comune educare alla partecipazione e all’uso degli strumenti per esercitarla.
Oggi nell’era di internet e della “larga banda”, con una popolazione altamente scolarizzata e con una presenza universitaria molto significativa non sembra comprensibile come sia così scarsamente usata “la rete” da parte delle pubbliche amministrazioni per proporre le occasioni della partecipazione. Il gap è certamente culturale, non per carenza di strumenti tecnologici (nel senso che questi ci sono o si possono comunque attivare facilmente e a costi tutto sommato accettabili). Certo ci sono vetrine internet degli enti pubblici (Comune, Provincia, ecc) ma sono vetrine dove non vi sono ambienti di confronto (seppur virtuale) sui temi caldi che toccano la vita cittadina: le problematiche ambientali, il modello di raccolta dei rifiuti, il traffico, ecc. , nulla che permetta ai cittadini di dire la loro sui problemi e di provare a costruire (dal basso) una filiera di relazioni per giungere a veri momenti di ascolto “non solo formale”. Forse è questa la causa di una disaffezione ai problemi: il fatto che si parla poco e comunque - vedi caso raccolta differenziata porta a porta a Forlì - anche se si parla, si ha l’impressione che le scelte siano già state prese comunque si dibatta.
Questa disaffezione da parte dei cittadini alla partecipazione democratica anche con strumenti di “democrazia elettronica” appare chiaramente nelle statistiche delle frequentazioni nei blog di interesse politico locale. Io credo che a Forlì non si siano ancora dispiegate al meglio le energie positive della comunicazione e della partecipazione democratica per la costruzione dei processi innovativi di coinvolgimento attivo (fondamentale anche per favorire la valutazione dei risultati di tali processi).
Certo rispetto ad un anno fa la presenza a Forlì del blog www.latuastagione.it e poi il blog www.forliperbalzani.it ha portato ad un primo importante salto di qualità . Almeno si è dimostrato che “si può fare!”.
Ritengo comunque che grandi passi in avanti siano necessari e proprio il Comune debba svolgere un ruolo di guida culturale, organizzativa e di stimolo sul fronte dell’utilizzo degli strumenti di DEMOCRAZIA ELETTRONICA PARTECIPATIVA (portali tematici, rete civica cittadina, FORUM, BLOG, NEWSLETTER, SONDAGGI).
Questi ambienti - oramai noti alle giovani generazioni -sono fondamentali per allargare la base della cittadinanza coinvolta, ma soprattutto per dare ai giovani, già abituati a muoversi in complessi ambienti interattivi, ambienti virtuali di gioco, ecc, forme oramai “naturali” per partecipare attivamente (senza necessità di incontri estenuanti) anche alla vita politica di una comunità.
In questi anni attorno a noi, a Bologna, a Modena, a Ravenna e altre città sono sorte e si sono radicate forme di “reti civiche” più o meno attraenti, luoghi di INFORMAZIONE e di interazione tra le persone; in alcuni casi anche ambienti innovativi di discussione, partecipazione e di interazione costruttiva con le istituzioni (la rete Bolognese IPERBOLE è stata la prima in Italia).
Noi a Forlì, partendo dalle esperienze vicine, chiaramente anche con un approccio critico, dobbiamo rapidamente realizzare un modello di partecipazione nuova, originale ed efficace.
L’obiettivo è organizzare una rete diffusa di comunicazione tra le persone, in cui le informazioni/contenuti siano fruibili da un pubblico vasto di cittadini. Lo sforzo deve essere fatto per organizzare le informazioni, catalogarle, aggiornarle facilmente. Occorre creare i momenti di partecipazione alla costruzione dei processi decisionali usando luoghi di dibattito virtuali, FORUM tematici, accesso a gruppi di interesse sui temi importanti per la città, restare in ascolto (sulla rete, ma anche su altri canali comunicativi) delle istanze, stimolare il dibattito.
Occorre inoltre che le informazioni e gli spazi di comunicazione/interazione siano disponibili in ogni momento (anche quando ci si muove in autobus, o si prende il sole al parco urbano) e quindi si dovranno incentivate tutte le iniziative che portino alla copertura del territorio con tecnologia “radio”, il cosiddetto WiFi, coprendo ad ombrello piazze cittadine, scuole, parco urbano, aeroporto, ecc, connettendole insieme in una grande rete digitale ove sia possibile accedere a informazioni, accedere a corsi di formazione on-line, giocare in rete, ecc.
Ma probabilmente questo non basterà per dispiegare appieno questo importante modello di partecipazione democratica e di condivisione delle informazioni; occorrerà certamente investire in modelli di formazione per la cittadinanza, giovani e anziani.
L’acculturazione all’uso degli strumenti della partecipazione deve essere svolta principalmente nella scuola (fin dalle elementari), non solo per i ragazzi, ma anche e soprattutto per i genitori dei ragazzi. In questo, la presenza dell’università con studenti molto preparati sulle frontiere della tecnologia e nello specifico nella tecnologia della comunicazione, può essere determinante e certamente va vissuta come una grande opportunità.
INTERNET POINT FORMATIVO : Le biblioteche Comunali devono diventare luoghi di FORMAZIONE permanente per tutti, Italiani ed extracomunitari. Proprio la popolazione extracomunitaria in particolare potrà trovare in biblioteca il luogo adatto per la formazione (in particolare utilizzando l’approccio formativo a distanza : E-LEARNING) sulla lingua Italiana, sulla nostra storia, usi e costumi, sulla ns. cultura, ma anche formazione più mirata alla salute nel posto di lavoro (626), ecc, ma anche punto di supporto per giovani. Questi strumenti formativi, - che non necessitano della presenza del formatore - per gli stranieri extracomunitari e non, potrebbero essere introdotti per facilitare anche il raggiungimento di un livello minimo, ma necessario, di conoscenza e per accompagnare/e certificare il percorso di crescita e per la conquista dei modelli di cittadinanza (una specie di patente a punti del cittadino).
La Biblioteca Comunale diventa così luogo di formazione continua e anche luogo di socializzazione e di contaminazione tra le culture; fondamentale per l’integrazione tra le diverse culture e per una garanzia di maggiore sicurezza per tutti.
In questo umus nuovo appare più rassicurante pensare ad un futuro di partecipazione democratica estesa a tutti, anche per i nuovi cittadini Forlivesi.
Sandro Mazzotti
20 commentiDossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes 2008
Area pianificazione strategica La città solidale e del capitale sociale
Politiche per l’integrazione, l’inclusione, la convivenza
Comune di Reggio Emilia
Presenta:
Il dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes 2008
Mercoledì 10 Dicembre 2008, dalle ore 9.30 alle ore 12.30, Università degli studi di Modena e Reggio Emilia (Aula 1), Viale Allegri 9, Reggio Emilia
Verrà presentato anche il Dossier 2008 a cura della Caritas Diocesana di Reggio Emilia - Guastalla
Partecipano:
Franco Corradini Assessore Coesione e Sicurezza sociale del Comune di Reggio Emilia
Barbara Guarniero Osservatorio Famiglie del Comune di Reggio Emilia
Gianmarco Marzocchini Direttore Caritas Diocesana di Reggio Emilia - Guastalla
Franco Pittau Coordinatore Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes
Andrea Stuppini Responsabile Servizio Politiche per l’accoglienza e l’integrazione sociale della Regione Emilia Romagna
I “Dossier” verranno distribuiti gratuitamente ai partecipanti fino ad esaurimento scorte
Per informazioni Giavarini Liliana tel. 0522 456746 - e mail giava@municipio.re.it
Nessun commentoBeni comuni (da “Una Città” n. 158)
L’equivoco di far coincidere l’ideologia della decrescita con un periodo di crisi economica. La delusione di un terzo settore sempre meno fattore di cambiamento e il paradosso di una Banca Etica che investe in Borsa. La tradizione, dimenticata anche dai sindacati, del mutualismo. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.
Lorenzo Guadagnucci, giornalista, ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo mutualismo, Feltrinelli 2007, e Dalla parte sbagliata del mondo, un libro-intervista a Francesco Gesualdi, Terre di Mezzo 2008.
In questa fase di recessione sempre più si sente parlare della decrescita come possibile soluzione. Tu preferisci il concetto di economia della sobrietà.
Il tema della decrescita viene fuori perché c’è un rallentamento dei meccanismi di sviluppo del sistema. Credo però che sia assolutamente improprio abbinare il concetto della decrescita alla situazione attuale. I teorici della decrescita su questo sono stati sempre molto chiari: non bisogna confondere una crisi economica con un discorso in positivo di una società della decrescita che invece si affranca dalla logica dello sviluppo quantitativo. Noi non stiamo vivendo una fase di decrescita, ma di crisi economica.
Detto questo, io ho la sensazione che la decrescita, così come è stata proposta qui in Italia, resti un concetto avvolto da un alone di ambiguità. A me convince di più il concetto di un’economia della sobrietà. L’approccio della decrescita mi sembra sia troppo parziale, astratto, insomma velleitario; mi sembra che non sia un modello praticabile, nel senso che non pare considerare tutta una parte di economia che a mio avviso non può che essere gestita attraverso una gestione pubblica. Ovviamente questo discorso vale anche pensando all’organizzazione di un’economia della sobrietà: l’idea di affidarsi alla buona volontà di alcuni imprenditori e alla buona volontà di alcuni cittadini attraverso scelte di vita e di consumo (alimentare, energetico, della mobilità) non basta a costruire un altro modello di società.
La questione è molto importante all’interno dei movimenti dell’altra economia. La crisi finanziaria in corso riguarda l’insieme delle economie mondiali e investe le risorse energetiche, le materie prime, gli stessi prodotti alimentari. Ciò che sta avvenendo pone per le economie alternative uno scenario nuovo, interessante anche, perché può essere l’occasione di mettere in campo alcune pratiche, come la rete delle economie solidali, l’esperienza delle monete locali, l’autogestione. E’ chiaro che non mi auguro una crisi come quella dell’Argentina, perché sarebbe una tragedia per milioni di persone, ma in qualche modo credo che la questione delle alternative si presenterà nei mesi e negli anni prossimi. Se questo è lo scenario, il concetto di decrescita ha una sua attualità. Io credo che la transizione da questo sistema ad un altro passi attraverso una rivalutazione dell’economia pubblica. Ma non voglio essere frainteso. Ci sono vari modi di intendere l’economia pubblica: c’è il modello statale, ma c’è anche un modello che si affida ad altre forme di tipo mutualistico. L’economia della sobrietà deve fare i conti con la scarsità di risorse e quindi c’è da scegliere come utilizzare queste risorse e come raggiungere l’idea di un’economia di giustizia. Quindi la differenza con il concetto di decrescita, così come viene proposto oggi in Italia, sta nello spazio attribuito al pubblico. Non si può parlare di superamento dell’economia della crescita, senza affrontare questo tema delle economie pubbliche.
Il movimento per la decrescita propone la creazione di distretti di economia solidale.
I distretti dell’economia solidale in Italia sono in uno stato embrionale. Anche qui siamo in un territorio un po’ ambiguo: i distretti di economia solidale partono da un’idea giusta che è quella di avvicinare produttori e consumatori, è un’estensione, se vuoi, dei Gruppi d’Acquisto Solidale, per cui la rete si allarga: non solo i consumatori, ma anche i produttori, e non solo i produttori di merci, ma anche di servizi…
Chi si colloca in questi ambiti è accomunato da uno spirito di condivisione, di relazioni, anche di assunzione di responsabilità rispetto al proprio ruolo nel mondo. Siamo in una fase della riflessione che forse non è così avanti, però credo che la costruzione di reti di economia solidale sia uno dei modi in cui un’economia della sobrietà si può affermare. Il limite, di nuovo, lo vedo sul piano dell’economia pubblica. Attualmente nell’ambito dell’economia solidale si tende a privilegiare il rapporto con il produttore, con la piccola impresa e meno con le comunità, le amministrazioni locali, il quartiere, i piccoli comuni, magari anche a livello progettuale. In questa direzione esiste già qualche esperimento, come “Cambieresti” promosso dal Comune di Venezia. Credo che questo modello sia compatibile con una priorità attribuita all’economia pubblica.
In effetti molte di queste nuove realtà sembrano avere un rapporto difficile con le istituzioni pubbliche. Forse questa diffidenza nasce dalla paura di essere cooptati, vista anche la crisi del terzo settore, che ha finito per essere assorbito e neutralizzato.
In questo momento il terzo settore non sembra essere un fattore di cambiamento verso un altro modello di economia e di società. Per carità, ci sono le eccezioni, però pensiamo al ruolo che il terzo settore ha avuto, suo malgrado, nell’indebolimento dello stato sociale. Troppo spesso è stato utilizzato per smantellare funzioni pubbliche, con tutte le dinamiche di indebolimento dell’autonomia del terzo settore. Se c’è una dipendenza dal potere pubblico per i finanziamenti dei progetti, alla fine non sei più un fattore di cambiamento. Ti devi adattare a scelte fatte da altri in un sistema di cui diventi dipendente. Sicuramente il rapporto con l’istituzione pubblica è molto complicato perché tu vai a confrontarti con qualcuno che non ragiona nei tuoi stessi termini, non ha lo stesso linguaggio, né le stesse prospettive, quindi diventa rischioso perché gli obiettivi sono diversi. La cautela è d’obbligo in questa relazione. Però credo che il rapporto con il potere a livello locale resti strategico, perché se questo modello di altra economia riuscirà ad affermarsi, lo farà dal basso, attraverso un radicamento locale, avendo però ben chiari i limiti e i rischi da correre, compreso quello di essere usati.
Penso che una possibile soluzione sia quella di porsi come attore propositivo nella relazione. Non si può accontentarsi di andare a colmare un vuoto, un ritiro delle amministrazioni pubbliche. Bisogna costruire un rapporto in cui si chiede qualcosa al tuo partner: un cambiamento e non solo una concessione di soldi o altro.
Da questo punto di vista l’esempio di “Cambieresti” è significativo. C-ambie-re-sti è l’acronimo di consumi, ambiente, risparmio energetico, stili di vita. E’ un progetto interessante perché la pratica del consumo critico che di solito è individuale, in questo caso è stata sviluppata da un’amministrazione pubblica -il Comune di Venezia- nell’ambito di un progetto di revisione dei conti e di contenimento dei consumi energetici. Un’operazione abbastanza complessa che ha coinvolto mille famiglie, con la partecipazione di tutte le associazioni specializzate sui vari temi, con un’attività di formazione, di incontro, di relazione molto intensa. Ed è significativo che a un certo punto alcune delle famiglie partecipanti abbiano espresso la loro insoddisfazione verso l’amministrazione, che non faceva sue le pratiche che proponeva: la riduzione dei consumi, la filiera corta, l’uso dei mezzi pubblici. Ecco, questo è un piccolo esempio di come dovrebbe funzionare un rapporto: se io faccio un progetto sul consumo critico con l’amministrazione pubblica, la prima cosa che le chiedo è che la pratichi anche lei. Che non sia una cosa riservata alle persone di buona volontà.
Su questo delle volte ci sono degli equivoci, specie fra chi pratica il consumo critico: si parla solo del cittadino consapevole, responsabile, del lavoro che va fatto per responsabilizzare tutti. Bisognerebbe pretendere di più anche dalle amministrazioni pubbliche. Se queste esperienze di buone pratiche hanno senso, devono poter diventare scelte di tutti. Allora l’amministrazione pubblica diventa lo strumento di questa visione: scelte per tutti e non concessioni o atti di buona volontà. Questa dovrebbe essere la relazione. Su alcune cose si potrebbero pure imporre delle scelte e vietare cattive consuetudini. Non penso che le lampadine a basso consumo debbano essere solo una scelta individuale. A Firenze il Comune ha deciso che non si usa più l’acqua minerale, ma quella del rubinetto…
Tu sostieni che gli apparati pubblici stentano ad intercettare i nuovi bisogni perché hanno una logica burocratica che si rifa al welfare state di tipo risarcitorio…
E’ così: tu sei un lavoratore e allora do a te l’indennità, poi c’è un sistema sanitario e previdenziale che opera allo stesso modo. Ecco, questo sistema funziona male quando arrivano migliaia di persone straniere in una città, quando c’è il problema dell’assistenza, della cura, dell’istruzione per i bambini, dell’inserimento dei nuovi arrivati, il problema della casa. Si tratta evidentemente di scelte politiche. Questioni enormi.
Ovviamente il modello mutualistico comporta un ribaltamento nelle scelte in campo economico, sociale e così via. Anche il rapporto con i servizi pubblici viene influenzato in questa direzione, perché non si tratta più di chiedere al Comune i soldi per finanziare nuovi servizi, bensì di investire sulle persone per costruire nuovi servizi. E’ tutta un’altra cosa. Non è una rivendicazione classica all’interno di un certo sistema, ma il ribaltamento di quella logica, all’insegna dell’autorganizzazione, per cui l’abitare, l’istruzione, la cura dei bambini e degli anziani vedono il coinvolgimento dei cittadini.
Qui è importante tutta la riflessione che fa Francuccio Gesualdi sull’uso del tempo invece che del denaro. Oggi ai cittadini si chiede solo denaro, le tasse. Questo funziona in una logica della crescita quantitativa: più si produce, più si distribuisce reddito, quindi tanto più si prendono tasse e si organizzano i servizi. Così, tuttavia, quando cominciano a scarseggiare la produzione e il reddito, rischiano di sparire anche i servizi.
Alle persone però si può chiedere anche un altro tipo di rapporto con il pubblico: si può chiedere un “servizio sociale”, oppure appunto del tempo. Io vedo decisivo un recupero dello spirito del mutualismo. Se si riuscisse a dare dignità di “servizio pubblico” a queste forme di autorganizzazione, credo che avremmo reinventato un altro modo di concepire i servizi sociali.
Ad esempio la Regione Toscana sta promuovendo l’idea del condominio solidale. In provincia di Arezzo, in un un ex-convento ristrutturato hanno trovato casa una ventina di famiglie con diversa composizione demografica e sociale. Un progetto che prevede una condivisione di alcuni servizi, come la portineria, in cui prevale lo scambio di tempo su quello del denaro. Si potrebbero riorganizzare i servizi di un quartiere senza chiedere soldi a nessuno.
Esiste anche un rischio di autoemarginazione in alcune pratiche. Nel libro parli di “eccellenti sperimentazioni” che non si integrano…
Questo è tipico di chi vive esperienze appunto controcorrente, fuori dal sistema: chi fa parte di un Gruppo d’Acquisto Solidale non è che stia facendo la rivoluzione, però in qualche modo si autoesclude da certe dinamiche, per esempio non va più più al supermercato (che in una società dei consumi diventa una scelta quasi eretica!). Allora, c’è chi persegue questi obiettivi con un atteggiamento da missionario o da rivoluzionario, e quindi opera in maniera separata. C’è sempre quest’idea per cui non si devono avere rapporti con il sistema, trovando un proprio spazio ai margini.
Nella realtà tutte queste esperienze convivono con il sistema, che è sufficientemente flessibile da lasciar loro spazio, fino a che stanno ai margini. Casomai, quando crescono, prevale il tentativo di assorbirle. Esempi ce ne sono tanti, dal biologico al Commercio Equo e Solidale. Ogni volta che tu cresci e diventi significativo in termini quantitativi o di credibilità per l’opinione pubblica, arriva la Nestlè che fa la linea equo e solidale, tanto per fare un esempio concreto.
Qual è il rapporto tra altra economia e finanza. In questi anni sono sorte la Banca etica, le Mag. Esiste anche un mutualismo finanziario?
Nel primo mutualismo l’aspetto finanziario è stato fondamentale, le casse rurali e l’autofinanziamento hanno svolto un ruolo decisivo nello sviluppo di tutto il movimento cooperativo. In Italia sono stati probabilmente la salvezza dei ceti popolari, nella costruzione delle reti di protezione, di promozione di un certo modo di vedere la società.
Nell’ambito dell’altra economia, le Mag e poi Banca Etica perseguivano un po’ il medesimo scopo, quello di essere il polmone finanziario di queste pratiche alternative. In buona parte le esperienze di mutualismo finanziario sono nate insieme a quelle del commercio equo, che ha una specifica necessità di pre-finanziamento dei produttori. Il commercio equo si è posto da subito il problema della creazione di reti di gestione del denaro. Banca Etica, promossa dalle Mag, nasceva su quest’onda: l’idea di avere una banca al servizio dello sviluppo delle reti di altra economia. Il problema è che nel corso del tempo questa missione si è un po’ trasformata, per cui, per esempio, la Mag di Torino si staccò quasi subito da Banca Etica intravvedendo un tradimento dell’idea della mutua vera e propria, fatta quindi di relazioni orizzontali e di controllo del basso. L’accusa era di star cedendo a forme più gerarchiche e visioni non così coerenti con lo spirito delle Mag. Effettivamente con il passare del tempo Banca Etica ha trasformato un po’ la sua azione, secondo me fallendo in parte la sua missione, per cui ha fatto scelte che l’hanno portata ad essere più vicino ad una banca normale che non alle Mag.
Banca Etica oggi è una delle fonti di finanziamento del terzo settore classico piuttosto che delle esperienze di base più innovative. La sua elaborazione culturale è più vicina a quel contesto; probabilmente se andiamo a vedere da vicino i dirigenti hanno quell’estrazione. Sicuramente ha accumulato dei difetti dovuti a vari fattori. Ha perso l’elemento di partecipazione (i soci oggi partecipano pochissimo alla vita di Banca Etica). Anche il modello organizzativo, che all’inizio vedeva un decentramento con un coinvolgimento locale dei vari soggetti, si è molto ridimensionato. I dirigenti hanno formato un gruppo abbastanza chiuso dove si entra sostanzialmente per cooptazione e non c’è ricambio. Il presidente è lo stesso da dieci anni e da quello che si vede il ricambio sarà interno a quel gruppo. Ma ancora più grave, secondo me, è che la barra di Banca Etica è sempre meno protesa verso la sperimentazione di formule di cambiamento sociale.
Tutta la vicenda dei fondi d’investimento è emblematica…
Lì c’è stato un grosso passaggio. Banca Etica ad un certo momento ha deciso -con un dibattito interno piuttosto aspro- di creare una propria linea d’investimento sui fondi, Etica Sgr, in partnership con altri soggetti, per offrire ai risparmiatori l’occasione di un investimento etico in tutti i campi possibili.
In sostanza ha detto: visto che viene offerta la possibilità di avere un libretto di risparmio, un conto corrente, perché non avere anche una linea di fondi etici d’investimento? La tesi sostenuta è che in questo modo si “contamina” il sistema. Ecco, francamente trovo quest’idea di contaminare il sistema assolutamente velleitaria.
Io semplicemente non credo che esistano dei fondi etici, perché il tuo campo di scelta attraverso l’investimento è limitato a chi è in Borsa. Mi sembra che in tutto siano 270 società ed escluderei che siano quelle che si stanno impegnando per favorire un cambiamento del sistema economico in generale. Intendiamoci, io sono un correntista di Banca Etica, non è che non mi rendo conto di quali siano i rapporti di forza, le dinamiche, però è certo che quella scelta ci ha allontanato dalle esperienze che sembrava fossero il terreno privilegiato d’azione.
La cosa è diventata ancora più grave con i fondi pensione. In questa scelta -compiuta con il consenso di Confindustria, del sindacato e delle principali forze politiche- emerge molto chiaramente quale sia la visione dominante della società e dell’economia. Questa operazione rappresenta, a mio avviso, un elemento gravissimo di finanziarizzazione della previdenza. In pratica si è detto alla gente che da qui in avanti almeno una parte della sua pensione non sarà più garantita dal sistema pubblico, bensì investita in Borsa. Tra l’altro, con un’operazione di propaganda di bassissimo livello, si è addirittura cercato di convincere le persone che la fetta di pensione affidata alla Borsa avrebbe presentato rendimenti maggiori. In realtà basta fare un confronto con il rendimento pubblico, che è fissato per legge su un indice di valutazione che tiene conto dell’inflazione (a differenza di quello della Borsa), per capire l’inganno.
Non a caso, le tabelle pubblicate per dimostrare questo fantomatico rendimento maggiore dei fondi pensione si basano tutte sul passato. Nessuno di noi può prevedere cosa ne sarà fra trent’anni di un investimento fatto oggi. L’investimento in un fondo pensione è una scommessa non una previsione. C’è poco da fare. Quindi l’operazione si fonda su uno spostamento del rischio: mentre prima con la pensione pubblica era lo Stato che si faceva garante del rischio, con la pensione privata è il singolo che rischia. Sono due modelli completamente diversi. Ora, a me pare che il mondo dell’altra economia dovrebbe stare dalla parte della costruzione di un nuovo modello di sicurezza sociale, non della finanziarizzazione delle pensioni.
Questo non vuol dire che non si possa discutere della forma della pensione pubblica. Qui ritorna il tema del mutualismo, perché si potrebbe comunque discutere e decidere assieme quale potrebbe essere il modo migliore per utilizzare le risorse accantonate per le nostre pensioni, se affidarle allo Stato o se impegnarsi, ad esempio, sulla questione energetica (lo proposero Mattioli e Scalia). Potrebbe essere un investimento redditizio; il solare, per dire, dovrebbe essere in grado di garantire anche esiti finanziari significativi. Quindi, a mio avviso, si può discutere di come organizzare le pensioni pubbliche, ma non certo affidandole alla Borsa e agli investimenti privati. Ecco, per concludere, a me pare che in questa partita Banca Etica si sia trovata dall’altra parte della barricata, anche coerentemente se vuoi, nel senso che ha proseguito sulla strada intrapresa con i fondi d’investimento.
Hai parlato di pensioni. L’invecchiamento della popolazione rischia di far precipitare una situazione già critica sul piano del welfare. Pensiamo all’Inps…
Io sono dell’avviso che questo discorso sia tutto da verificare. L’Inps non versa in una situazione tragica: lo ha spiegato molto bene, fra gli altri, Luciano Gallino. E comunque io non credo si debba escludere in linea di principio un’opzione di tipo diverso. Sono scelte politiche. Si potrebbe decidere di destinare risorse alle pensioni attraverso la tassazione generale. Insomma, mi sembra una questione malposta: dovrebbe avere a che fare più con i bisogni che con questioni finanziarie.
E’ vero, c’è un invecchiamento della popolazione per cui sta cambiando la composizione demografica e quindi i servizi sociali e sanitari sono in difficoltà perché sono stati pensati negli anni ’60 quando il problema erano le scuole e gli asili. Oggi la popolazione è invecchiata, per cui il welfare lo garantiscono le badanti che si sono infilate in un bisogno che le famiglie sono state costrette a “risolvere” (tra molte virgolette) da sole. In realtà lo ha risolto chi ha avuto le risorse per farlo. E’ evidente che il sistema statale sta avendo difficoltà a riorganizzarsi e questo è uno dei limiti e dei problemi più gravi. Tra l’altro la situazione si sta ulteriormente complicando. La nuova generazione di bambini stranieri sta a sua volta facendo emergere nuovi bisogni. Ma, lo ripeto, sono tutti problemi sociali, politici, non finanziari. Tornando al discorso dei fondi pensione, sinceramente io ho trovato deludente che anche i sindacati abbiano applaudito a questa scelta, magari invitando a scegliere i loro fondi pensione. Gestiti sempre secondo le logiche della Borsa e non secondo le logiche del sindacato, quindi con un progetto politico. E’ pur vero che c’è un controllo da parte dei lavoratori perché il fondo pensione ha un organismo rappresentativo ed elettivo tra gli stessi rappresentanti dei lavoratori, magari il fondo pensione della Cgil ha la cautela di scegliere profili d’investimento meno rischiosi rispetto a quelli di una banca privata, però i meccanismi sono quelli.
Paolo Andruccioli ha dedicato un libro a queste tematiche, La trappola dei Fondi Pensione, in cui appunto spiega come alla fine i fondi pensione, con qualche eccezione, vengano sempre gestiti da esperti finanziari.
Ecco, io credo che se il sindacato fosse un soggetto attivo, con una sua visione strategica, grazie alla sua forza d’urto avrebbe potuto impegnarsi nella sperimentazione di una strada diversa.
Il sindacato, per la verità, sembra essersi lasciato sfuggire diverse occasioni di cambiamento in questi anni. L’impressione è che non si lasci molto contaminare, che sia quasi impermeabile…
Nella logica dell’economia della sobrietà le persone non sono solo lavoratori e certo non può prevalere una visione “operaista”. Il cittadino è visto nella sua varietà di relazioni sociali. Io immagino che in un’economia più sobria si lavori di meno, e quindi ci sia più tempo per le relazioni.
Penso a una società che produce meno beni materiali e più relazioni, anche per le ragioni oggettive -l’inquinamento, le risorse limitate- che dicevamo prima.
Invece il sindacato mi sembra ancora immerso nella visione otto-novecentesca della produzione quantitativa: aumento del reddito e aumento dei consumi, un sistema che sta andando in crisi. Dentro quella logica, infatti, mi sembra impossibile assicurare un mondo di piena occupazione. Non ci sono più le risorse per farlo. E’ una visione che anche sul piano politico sta diventando residuale, perché non ha proposte da fare e quindi non ha alcun ruolo da svolgere, nonostante il sindacato abbia milioni di iscritti e la conseguente forza potenziale. Qui c’è proprio un limite culturale e politico.
Una rappresentazione fisica di quanto dico risale ad un anno e mezzo fa quando il gruppo sindacale di Cremaschi organizzò un incontro a Roma nella sede della Cgil per discutere di quale fosse la strada da prendere -anche a livello teorico, di pensiero- nella situazione contingente. A quell’incontro, oltre a economisti più classici di area marxista, c’erano alcuni eretici, come Bruno Amoroso, un allievo di Federico Caffè, che da tempo sta ragionando intorno al tema dei beni comuni, uno studioso quindi vicino ai movimenti che si battono per una nuova dimensione pubblica e partecipata; c’erano anche Tonino Perna, la direttrice di Altreconomia e il sottoscritto.
Bene, ci sono due cose che mi hanno colpito durante quell’incontro: da un lato l’impossibilità di dialogare con gli economisti marxisti per un rifiuto assoluto, da parte loro, dei nostri argomenti: la sobrietà, la decrescita… Per questi economisti le elaborazioni e le esperienze di altra economia sono fenomeni “di nicchia”, se non puri divertimenti per piccoli gruppi o addirittura teorizzazioni da “nemici di classe”.
Si continua insomma a ragionare del bisogno di aumentare il reddito dei ceti popolari aumentando la produzione, senza la minima curiosità per altre prospettive. Si continua a pensare che la Fiat sia l’azienda trainante dell’economia italiana. L’altro elemento di quella giornata, per me, è stato un paradosso che aveva una dimensione molto concreta: per entrare nella stanza in cui si teneva l’incontro, si passava attraverso un corridoio pieno di vecchie bandiere di fine Ottocento, inizio Novecento -bellissime!- delle Società di Mutuo Soccorso… Un’eredità storica esibita sui muri ma dimenticata nei fatti. Il sindacato è ormai incapace di disegnare qualsiasi progetto per il futuro, irrigidito sulla iperprotezione dei suoi iscritti, che sono solo uno spicchio dei lavoratori, e comunque non sono le nuove generazioni. Così facendo, e questa è la cosa più grave, non vuole guardare o non vede le sue stesse radici. Nel passaggio dal mutualismo al welfare statale, quindi verso i modelli socialdemocratici, è prevalso sul piano ideologico il socialismo statalista. E così si è persa tutta una dimensione preziosissima. Il partito comunista ha vinto e ha azzerato tutte le esperienze di socialismo libertario che invece oggi avrebbero molto da insegnarci.
A questo proposito, all’indomani delle ultime elezioni sono scomparse dal Parlamento alcune forze, penso a Rifondazione e ai Verdi, che erano state un riferimento per alcuni movimenti ed esperienze di base. E’ sembrata una vera sconfitta culturale. Cosa ne pensi?
Il giorno del voto, la domenica, io ero a Milano alla fiera “Fa’ la cosa giusta”, forse la migliore occasione per incontrare alcune esperienze di base, secondo i vari filoni: energetico, gruppi d’acquisto, produzione biologica, cohousing, ecc. E’ una fiera che quest’anno ha visto una grande partecipazione: 50.000 persone circa. Tra l’altro per entrare si paga, quindi c’è già un certo livello di motivazione rispetto, che so, a Terra Futura di Firenze che è gratuita.
Ecco, la riflessione che ho fatto è che quel mondo lì, portatore in qualche modo, magari ancora non coordinato, di un progetto di trasformazione radicale della società, non era minimamente rappresentato sulla scheda elettorale. Potendo, sarebbe interessante andare a verificare.
Ora, “Fa’ la cosa giusta” è una delle tante espressioni del movimento che ha cominciato a darsi una visibilità con i forum di Porto Alegre e poi Genova e via via.
Quel mondo sul piano politico ha avuto dei contatti con la sinistra classica, che però si sono rivelati infruttuosi sia sul piano culturale che su quello politico, perché il partito che più ha investito su queste realtà è stato Rifondazione Comunista, che però di quei movimenti o non ha capito niente -che pure è una possibilità-, oppure in qualche modo ha cercato di usarli, e forse è la stessa cosa.
Di questi movimenti è stato colto prevalentemente, se non esclusivamente, l’aspetto dell’antagonismo, per cui siamo “contro” il G8, siamo “contro” l’economia di sfruttamento, tutte cose condivisibili. Però è completamente mancata l’attenzione a quello che secondo me è l’aspetto più rivoluzionario e promettente di quest’altra visione dell’economia e cioè l’abbandono del paradigma dello sviluppo quantitativo, dell’ideologia della crescita, tutti miti a cui la sinistra storica si è aggrappata e che continua a coltivare.
Purtroppo non c’è stata questa apertura culturale e anche nel post elezioni mi sembra si sia continuato a ragionare secondo i vecchi schemi. Certo, sarebbe stato meglio avere un Parlamento più vivace visto l’attuale conformismo dell’opposizione parlamentare, per cui non sono contento, ma sarebbe lecito chiedere alle forze politiche extraparlamentari uno sforzo d’innovazione culturale più coerente con i tempi.
D’altra parte, i movimenti scontano anche una cultura talvolta carente sul piano dell’azione politica…
Sicuramente i movimenti hanno difficoltà a ragionare secondo gli schemi del partito. Pur avendo individuato alcune delle domande giuste del nostro tempo e avendo anche cercato di costruire delle risposte, effettivamente la relazione con i partiti è stata un loro punto di debolezza.
Il rapporto con Rifondazione è stato incerto, e anche gli spazi che sembravano essersi aperti non sono stati colti. Quando Bertinotti parlò della nonviolenza poteva essere l’occasione per mettere alla prova quel partito: parlare di nonviolenza significa cambiare totalmente rotta rispetto alla tradizione del partito comunista e di tutte le sue filiazioni. Applicare la nonviolenza avrebbe completamente stravolto la logica del partito e anche la sua visione piuttosto tradizionale dell’economia. Purtroppo è una sfida che né Rifondazione né i movimenti hanno avuto il coraggio di portare in fondo. Peccato, perché a quel punto si sarebbero aperti degli spazi per avere linfa e vita nuova.
Eppure le questioni che si ponevano nel 2001 (l’anno forse più decisivo sotto il profilo della visibilità, della creatività del movimento, anche della massa critica, penso soprattutto al primo forum sociale di Porto Alegre) -le relazioni di giustizia tra Nord e Sud, la questione del debito, dell’esaurimento delle risorse, il discorso sull’acqua e sull’energia- sono più attuali di allora. I temi sono ancora quelli. Pensa al corteo dei migranti a Genova, durante il G8 del 2001, e all’intuizione che esprimeva: l’idea di un’alleanza stretta fra “chi sta sotto” nel Nord e i “nuovi schiavi” che vengono dal Sud, e in prospettiva fra i “senza potere” dei paesi ricchi e le popolazioni di quelli poveri. Questa è una risposta strategica alla crisi delle democrazie e un’ipotesi di lotta rispetto al sistema economico oggi dominante. Questa idea è rimasta embrionale. Alla qualità dell’elaborazione, non è corrisposta un’azione politica adeguata.
In questi anni forse la battaglia più efficace è stata quella sull’acqua, contro le privatizzazioni e a favore della gestione pubblica. Lì il modello d’azione non è stato puramente antagonista. Il movimento mondiale per l’acqua e la sua versione italiana hanno dato vita ad una azione di contestazione, ma anche di proposta. Oggi, grazie a queste battaglie, l’idea di bene comune comincia ad avere una sua credibilità sul piano culturale e politico. Il movimento sull’acqua si è posto anche il problema dei limiti, delle inefficienze del sistema pubblico. Insomma ha dato l’esempio di un buon modo di fare azione politica.
Purtroppo in questa fase di tracollo, la sinistra sembra veramente moribonda. Anche la sconfitta elettorale è stata a mio avviso affrontata in modo davvero deludente, e la credibilità complessiva della sinistra politica ne ha risentito ulteriormente. Io sono sempre più convinto che il punto di ripartenza -anche a livello strettamente politico- sia la dimensione locale. Bisognerebbe tornare a guardare alla tradizione del socialismo municipale. Sono esperienze già fatte in passato e questa è una grande chance, perché non è irrilevante poter fare riferimento ad una tradizione storico-culturale che c’è, che si può recuperare. Certo, con i dovuti aggiornamenti e su nuovi presupposti, a cominciare da quello che dicevamo all’inizio: la necessità di immaginare un’economia di giustizia che faccia i conti con risorse limitate e la necessità di superare l’ideologia dello sviluppo.
(a cura di Luciano Coluccia)
Nessun commentoRiceviamo e pubblichiamo: famiglia o famiglie?
Tra i vari gruppi proposti per le aree di lavoro uno in particolar modo suscita la necessità di una riflessione: famiglia e volontariato.
Sorvolando sull’originale accostamento di due argomenti che possono si avere punti di collegamento, ma ben differenziati campi di applicazione e problematiche, la questione fondamentale si pone su di una lettera, quella finale.
Una lettera che fa molta differenza, poiché è difficile anche solo pensare che un partito moderno ponga la questione famiglia al singolare. Sarebbe quindi meglio parlare di famiglie, argomento che deve abbracciare la sempre maggiore presenza di nuclei famigliari per cosi dire “atipici”, non solo in riferimento a coppie dello stesso sesso ( che tra l’altro sono la minoranza), ma a unioni che vedono la convivenza, il reciproco sostegno di famigliari o amici tra i quali non intercorre un legame sessuale e anche il limbo giuridico in cui si trovano le seconde mogli di nuovi cittadini provenienti da paesi in cui la legislazione prevede matrimoni multipli.
Pluralità di situazioni che non può essere non riconosciuta poiché largamente diffusa e con un trend in forte espansione.
Sarebbe d’altra parte un errore delegare alla sola amministrazione nazionale tali argomenti, spesso spinosi per interferenze anche da parte di stati esteri, e che vedono a oggi il completo vuoto amministrativo sull’argomento ponendo il nostro paese come fanalino di coda delle libertà individuali.
Ma anzi le famiglie sono argomento fortemente territoriale, in una regione che a livelli di unioni extra matrimonio maggiori della media nazionale, e che dovrebbe pensare ad esempio l’aiuto alle giovani coppie senza vincolare quest’ultimo al matrimonio, nel pieno rispetto delle liberta individuali.
In conclusione è bene notare come quest’argomento è uno dei tasselli che fanno la differenza .
Differenza tra una destra e una sinistra che negli ultimi anni si è sempre andata assottigliando nella percezione comune spesso a favore del centrodestra.
Matteo Valtancoli
12 commentiRiceviamo e pubblichiamo: Viviamo nel tempo della malafede
Due terzi dei pensionati Inps hanno una pensione inferiore agli 800 euro, il potere d’acquisto dei salari è uguale a quello del 1993, l’80% dei lavoratori dipendenti ha uno stipendio che non supera i 1300 euro. L’ha detto il Governatore della Banca d’Italia Draghi pochi giorni fa. Grazie all’Euro l’Italia non è alla bancarotta, ma grazie all’assenza di controlli sul cambio dell’euro una grande parte del reddito si è spostato dalle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati a quelle dei grandi industriali. Un terzo del nostro paese non riesce a decollare perché gli abitanti di intere regioni sono taglieggiati dalla mafia, dalla camorra, dalla ‘ndrangheta e il lavoro nero è sempre più diffuso. Questa è la realtà.
Ma viviamo nel tempo della malafede. Persino la realtà viene ignorata. Ci sono stati tempi nella storia, anche recente –e c’è tra noi chi ancora li ricorda- in cui la menzogna detta e ripetuta ha portato il sonno della ragione nella mente di interi popoli. L’invenzione del capro espiatorio è sempre stato lo strumento privilegiato del potere per ingannare i cittadini.
E così ogni giorno dobbiamo fare i conti con la “Grande Bugia”: convincere gli italiani che il problema sono i Rom e gli extracomunitari. Deviare il rigore della legge e la rabbia della gente contro nemici immaginari è due volte criminale: perché aizza l’odio irrazionale e non scalfisce minimamente le vere cause dei problemi. Non c’è nessuno che fa venire gli extracomunitari. Vengono da soli. In base a leggi elementari, le stesse che hanno spinto milioni di italiani a riempire le miniere del nord Europa o a solcare tutti gli oceani solo un secolo fa.
E l’Italia non può farne a meno. Che ci piaccia oppure no, che siamo d’accordo oppure no.
Centinaia di migliaia di famiglie hanno la necessità estrema di persone che prestino servizi di cura per anziani non autosufficienti o soli o in precario stato di salute. Migliaia di ditte edili e di industrie di ogni tipo chiuderebbero in 24 ore senza la mano d’opera straniera. La nostra popolazione, invecchiata e con pochi figli, non è in grado da sola di far fronte alle necessità di un paese industriale. Senza l’immigrazione la decadenza dell’Italia sarebbe rapidissima in ogni campo. E’ una verità semplice, è scritta nei dati, è verificabile nei fatti.
Chi vuol convincere l’opinione pubblica a credere che si possa fare a meno dei lavoratori di altri paesi racconta una grande bugia e promette cose stupide e impossibili. L’immigrazione non può essere fermata. Ed è contro l’interesse del nostro paese fermarla. L’immigrazione va governata. I nuovi cittadini che abitano, lavorano e vivono in questo paese insieme a noi devono vedere riconosciuti i loro diritti e devono rispettare i loro doveri.
Rispetto a questi processi le buone prassi di cittadinanza del nostro territorio, oltre la logica dell’emergenza, dovrebbero avere ancora più sostegno da parte delle istituzioni e maggiore risalto sui mezzi di informazione: esse sono l’esempio che è possibile coltivare la speranza anziché seminare paure.
Thomas Casadei (Ist. Gramsci Forlì), Michele Drudi (Pres. Arci Forlì), Raoul Mosconi (Vice-Pres. Acli Emilia-Romagna), Luciano Ravaioli (Pres. Acli Forlì-Cesena), Massimo Tesei (mensile “Una Città”).
10 commentiEuropa, Mondo e Relazioni Internazionali
Mercoledì 11 Giugno 2008 alle ore 20,45 presso la sede del PD in Via Dragoni, 57
avrà luogo una riunione aperta a tutti gli aderenti e a tutti i cittadini elettori per la costituzione di un Forum sul tema
Europa, Mondo e Relazioni Internazionali
Il referente per la costituzione del Forum è Lamberto Zanetti lazanet(chiocciola)tin.it
Considerata l’importanza dell’argomento, si raccomanda la massima partecipazione.
Cordiali saluti,
Roberto Borroni
4 commentiUn nuovo partito per l’Europa
di Giorgio Ruffolo
Il salvataggio del Trattato di Lisbona non può nascondere lo sfinimento dell’impresa europea. Quel salvataggio ha impedito il fallimento del più grande disegno politico che il secolo XX ha lasciato in eredità al XXI. Come tale deve essere accolto con
sollievo. E ha ragione Giorgio Napolitano a sollecitarne la ratifica.
Ma è un fatto che la diplomazia sta esaurendo le possibilità di un sostanziale rilancio di quella grande impresa.
Quello che è in crisi, in Europa, è proprio il progetto europeo, nato dopo la guerra da motivazioni forti largamente condivise. Come si disse allora: il ricordo tremendo di Hitler e il terrore immanente di Stalin. A quelle subentrò presto una grande spinta economica: il successo ottenuto dall’abbattimento delle frontiere economiche nazionali, accompagnato - non bisogna dimenticarlo - dal sostegno decisivo del Piano Marshall. C’era anche, certamente, l’utopia concreta di Spinelli, confinato da Mussolini a Ventotene, che diede all’avventura europea un respiro storico. Ma senza quelle spinte “neurovegetative” quel disegno non avrebbe acquistato la forza che gli permise di superare le resistenze tenaci del nazionalismo e del protezionismo.
Sempre più ì vantaggi della progressiva integrazione economica hanno determinato le successive fortune di questa impresa per molti aspetti sorprendente e rivoluzionaria. La quale però non è stata accompagnata da un parallelo processo di legittimazione politica.
Questo divario è dovuto, sostanzialmente, alla debolezza di legittimazione sostanziale democratica, che la grande innovazione del Parlamento europeo è stata in grado di scongiurare solo in parte.
Il successo dell’integrazione, d’altra parte, ha creato una massa di beni comuni, una res publica sulla cui gestione i cittadini
dovrebbero esercitare una sovranità democratica. Ma non esistono strumenti di mobilitazione politica, partiti europei capaci di promuovere organizzare e rappresentare concretamente questa sovranità. Così l’Europa è apparsa sempre più, non una passione ma una convenienza.
Questa crisi di legittimità sostanziale non potrà risolversi attraverso nuovi sforzi diplomatici. C’è bisogno della pressione
vigorosa e costante di una nuova forza politica transnazionale.
Per molto tempo ho creduto e sperato che questa forza potesse essere il partito socialista europeo. Devo prendere atto del fallimento di questa speranza. Mi chiedo ora se il “bisogno” d’Europa non possa essere tradotto in domanda politica concreta da una formazione politica europea più vasta che raggruppi, oltre alle forze socialiste, quelle liberali democratiche e riformiste. E, rovesciando consapevolmente la mia posizione iniziale, mi chiedo se ciò che i socialisti non hanno saputo fare, fissati in un passato nazionalstatalista paralizzante, può farlo una forza più vasta che abbracci, nel Parlamento europeo un’area socialista liberale democratica e riformista. In tal caso la novità del partito democratico italiano, anziché una sottrazione, potrebbe essere una occasione di sviluppo di una più ampia forza politica transnazionale capace di riunire tutti coloro che si riconoscono nel progetto di una Repubblica europea, così come auspicato da Stefan Collignon in un suo libro recente.
Questa nuova formazione o coalizione o partito europeo potrebbe costituirsi in vista delle elezioni europee del giugno 2009. Essa potrebbe iscrivere come impegno concreto del suo programma comune una radicale riforma dell’Unione al di là di Lisbona affidata al Parlamento europeo in quella funzione costituente che fu auspicata nel 1979 da Altiero Spinelli e Willy Brandt.
Si aprirebbe così finalmente un percorso democratico per «scioglierel’antico nodo di contrastanti visioni del progetto europeo e far emergere una nuova volontà politica comune» raccogliendo così l’invito di Giorgio Napolitano davanti alla Università Humboldt di Berlino.
Tale riforma dovrebbe prevedere tra l’altro l’investitura diretta del Presidente della Commissione da parte dell’Assemblea sulla base dei risultati elettorali e l’accordo successivo del Consiglio dei ministri rovesciando in senso democratico la struttura costituzionale dell’Unione. La nuova formazione dovrebbe proporre il suo candidato alla Presidenza della Commissione prima delle prossime elezioni europee del 2009.
Qualora la proposta di riforma ed il metodo costituente per elaborarla ottenessero un voto popolare consistente o addirittura maggioritario, esse sarebbero investite di una legittimità ben più potente di qualunque stremata e faticosa convenzione intergovernativa. Si tratta di un approccio tipicamente “spinelliano” che consegna di colpo all’istituzione più
democratica dell’Unione, il Parlamento europeo, un ruolo politico centrale. E essenziale che il nuovo gruppo democratico del
Parlamento europeo abbia alle spalle un vero partito transnazionale dotato di una struttura e di una strategia.
La struttura. Una organizzazione permanente capace di irraggiare attorno a sé una vasta area di consenso, di formulare proposte, di governarne la gestione, di promuovere campagne, di organizzare le elezioni ma anche e soprattutto, di realizzare la costruzione di reti nei più diversi campi della realtà sociale: lingua, scuola, università, viaggi, informazione, arte, cultura. Insomma, la nervatura di una società europea inscritta nella coscienza e nelle opere dei cittadini europei.
La strategia. Una serie di proposte intese al riordinamento della governance mondiale: come, ad esempio, quella diretta ad affrontare il disordine monetario mondiale.
Da qualunque parte si proceda si incontra comunque, se si vuole rilanciare questa grande impresa storica, l’impasse del governo politico democratico.
Occorre dunque accumulare una massa critica di volontà capace di affrontare questa impasse. Un secondo messaggio di Ventotene? Non ci sono più Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, rinchiusi allora nell’isola del vento in un’Europa travolta dalla tempesta. Ci sono però, in un’Europa felicemente prospera e libera, persone dotate di prestigio intelligenza e volontà tali da lanciare credibilmente in un manifesto l’appello alla formazione del nuovo partito della repubblica europea.
14 commentiQuando arriva la badante (riceviamo e pubblichiamo)
BADANTI E ANZIANI -DUE DEBOLEZZE CHE SI INCONTRANO
Il territorio Forlivese, con 14 comuni, ha un’alta parte di popolazione anziana, frutto sicuramente di una buona qualità della vita, di una sanità che, nonostante qualche attesa di troppo, fornisce un servizio qualificato e, quanto occorre anche tempestivo; di servizi sociali e sociosanitari che rispondono con una certa efficacia ai bisogni dei cittadini, della rete dei centri sociali, dei circoli ricreativi, dei centri sportivi, dei circoli Arci, Acli, Endas,del volontariato, della radicata presenza sindacale.
Grazie alla longevità della popolazione nel 2007 i residenti nel distretto Forlivese dai dati provinciali dell’1-1-2007, su un totale di 180.623 abitanti,si contavano 43.113 ultra 65enni e di questi oltre 10.000sono ultra 80enni: non tutti abbisognano di assistenza , ma dopo una certa età il rischio della non autosufficienza è elevato e molti ne sono colpiti.
Se fino a qualche tempo fa la persona bisognosa di assistenza entrava serena in casa di riposo …. oggi desidera stare a casa con i figli che cercano di soddisfare questo desiderio.
Ogni anno vengono erogati dal Comune e dall’Azienda Sanitaria servizi e contributi che, se pur molto importanti per l’anziano o per la sua famiglia, non bastano; spesso si richiede un’assistenza a tempo pieno, per tutta la giornata e anche per la notte.
Sono così arrivate le Badanti che chiameremo assistenti familiari.
Il ricorso degli anziani alle assistenti familiari (la cui percentuale è sempre in continua crescita), è ormai un fenomeno diffusissimo, che ha bisogno di una regolamentazione e che non possiamo ormai ignorarne l’esistenza.
La rete assistenziale riesce a garantire servizi (tra case protette, residenze sanitarie assistite e assistenza domiciliare) a una parte molti di loro restano quindi fuori .
La cura dei quali è esclusivamente a carico delle famiglie, ed è proprio in questo vuoto che negli anni si è andata inserendo e sviluppando la figura delle cosiddette “badanti”. A Forlì le assistenti familiari sono presenti in parecchie migliaia? , ma non si sa in realtà quante siano. Quel che è certo è che la maggior parte di loro lavora in nero Se non ci fosse stata questa forza lavoro, la pressione delle famiglie sul pubblico sarebbe enorme.
1. Serve effettuare un monitoraggio per quantificare l’entità del fenomeno
2. Una formazione specifica e qualificata delle assistenti familiari
3. Un luogo pubblico che consenta di regolare il mercato della domanda e dell’offerta (sottraendo le assistenti familiari al mercato nero e al caporalato)
4. Aprire sportelli sociali per rispondere anche a questa esigenza
5. Serve un sostegno pubblico per le famiglie che ricorrono alle badanti la cui regolarizzazione spesso rischia di rappresentare un vero e proprio salasso per il bilancio familiare.
Ciò non toglie che le badanti abbiano dei diritti che spesso vengono completamente ignorati: da una giusta retribuzione fino alle tutele previdenziali e assistenziali.
Non va dimenticato che quelle che chiamiamo “badanti” sono persone che nel loro paese svolgevano altre professioni.
Sono state costrette dalla povertà ad emigrare in un paese di cui non conoscono la lingua, le leggi e i giusti canali per la ricerca di un lavoro.
Dall’altra parte spesso anche le famiglie e gli anziani non sono informati e, a volte in buona fede o perché non possono permetterselo, finiscono per pagare la badante in nero, rischiando così di finire in contenziosi che nella maggior parte dei casi li vedranno perdenti. Due debolezze che prima si incontrano e a volte si scontrano.
Serve sempre di più una tutela, un’informazione che li orienti nei passaggi delicati dell’instaurazione del rapporto di lavoro fino alla sua interruzione finale.
Questa infatti è la spina nel fianco delle famiglie. Se la badante apre (con il supporto della propria categoria) una vertenza e reclama compensi arretrati, la conclusione è sempre la stessa: la badante incassa e la famiglia paga, creando una squilibrio serio nel rapporto.
PER QUESTA RAGIONE LO SPI – CGIL di FORLI’
Ha predisposto e pubblicato un piccolo vademecum, con il quale che proverà ad indicare alcuni consigli utili per essere buoni datori di lavoro quando si ha la necessità di assumere una badante (o assistente familiare).
Una eventualità che ricorre sempre più frequentemente e che ormai coinvolge parecchi nostri anziani e anziane e le loro famiglie, molti di questi iscritti allo Spi.
Lo ripetiamo chi assume un’assistente familiare, diventa un datore di lavoro (è costretto a diventarlo dalle circostanze), che dal suo “investimento” non ricava profitto, ma sacrifici, a causa della mancanza di risposta dal sistema dei servizi.
Per di più di solito non si hanno grandi somme a disposizione e, in queste condizioni, improvvisarsi datori di lavoro non è facile né privo di problemi.
A volte il bisogno è tale che non consente di seguire e avere tutte le cautele necessarie.
Così si assumono badanti non in regola con il premesso di soggiorno, a volte pagate in nero e spesso è la badante stessa che non vuole essere regolarizzata per non pagare contributi né Irpef.
I contratti sono complessi, richiedono conoscenze specifiche e per questo è facile sbagliarsi.
In molti di questi casi alla fine del rapporto di lavoro si incorre in un contenzioso con la richiesta di pagamento di somme elevate e il nostro “datore di lavoro forzato” quasi sempre è costretto a pagare quelle somme.
Per aiutare i pensionati e le famiglie come SPI – CGIL di Forlì abbiamo predisposto un piccolo vademecum che verrà distribuito ai pensionati , perché tutti le pensionate e i lo possano leggerlo, utilizzarlo e , conservarlo.
Nel quale si possono trovare alcuni consigli e suggerimenti per diventare ed essere buoni datori di lavoro.
Un consiglio fondamentale che vi diamo nel caso abbiate bisogno di una badante o di qualsiasi altra cosa: Lo SPI – CGIL , il Sindacato dei Pensionati è sempre a vostra disposizione per ascoltarvi, assistervi, offrirvi opportunità e tutela.
E per battersi perché le condizioni delle persone anziane a Forlì, in tutto il territorio forlivese e nell’intero paese possano migliorare e consentire una vita dignitosa e serena.
SPI – CGIL – FORLI’
3 commenti