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Riceviamo e pubblichiamo: Riflessioni sulla ricerca e sulla cultura scientifica

Giovedì 27 novembrevalle ore 20,30 presso il Centro Studi della Fondazione Garzanti, corso della Repubblica, 117 Forlì

Riflessioni sulla ricerca e sulla cultura scientifica

presentazione del volume “Politica della Scienza?” di Walter Tocci, Ediesse, Roma

introduce Pietro Greco (giornalista scientifico e direttore del Master in Comunicazione della Scienza, SISSA, Trieste)

interviene l’autore Walter Tocci (direttore del Centro per la Riforma dello Stato e deputato del Partito Democratico)

coordina Carlo Giunchi (cooordinatore dell’Area tematica Cultura, Turismo e Sport dell’Unione Territoriale del PD di Forlì)

I coordinatori dell’Area Cultura, Turismo e Sport Carlo Giunchi e Lara Mengozzi

Il coordinatore dell’Area Formazione. Scuola, Università Giorgio Ravaioli

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nuova Civiltà delle Macchine di Forlì

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Piero Calamandrei sulla la scuola nazionale

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, Che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale, però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.

Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.

L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto, rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà.

Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”

Piero Calamandrei, discorso al III° Congresso in difesa della Scuola nazionale (Adsn), Roma l’11 febbraio 1950

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Riceviamo e pubblichiamo: L’Università di Pisa contro la legge 133/2008.

È accaduto qualcosa di inatteso nell’ateneo pisano. Dopo una lunga estate fiacca, che sembrava prolungarsi stancamente in un settembre immobile, i primi segnali di vita sono giunti un paio di settimane fa.

All’improvviso, dal basso (espressione spesso retorica, ma in questo caso “fisicamente” concreta), ha assunto consistenza un moto di reazione alle legge 133. a scuotere il mondo universitario dal torpore sono stati gli anelli deboli della catena: i precari e gli studenti. e non è cinico aggiungere che non c’è molto da stupirsi se, a fronte di organi istituzionali inclini a subire una blochiana “strana disfatta”, la fanteria esposta in trincea ha deciso di reagire. Non c’è da stupirsi perché la legge 133 colpisce con violenza proprio loro: precari e studenti.

Come ormai in molti sanno infatti, la legge 133 non contiene una riforma dell’Università. La legge 133 non impone nuovi criteri di finanziamento; non prevede interventi selettivi per ridurre gli sprechi; non modifica gli assetti della governance; non interviene sui parametri di valutazione; non introduce nuovi meccanismi concorsuali. La legge 133 prevede un taglio indiscriminato e progressivo delle risorse e il blocco del turn-over al 20% per 4 anni (ogni 5 pensionamenti un solo nuovo ingresso).

Le conseguenze saranno la drastica riduzione del personale docente e tecnico-amministrativo, la contrazione dell’offerta didattica e dei servizi agli studenti, la necessità di reperire risorse aumentando la contribuzione studentesca. In alternativa, l’improbabile possibilità di trasformazione in fondazioni di diritto privato. Molti ricercatori precari che per anni hanno affrontato una dura gavetta, pubblicando, tenendo corsi, dando un contributo sempre più prezioso e indispensabile al funzionamento dell’Università, vedranno le porte chiudersi indefinitamente.

La ricerca subirà un duro colpo, non fertilizzata dalle energie più fresche; la didattica si immiserirà, con un rapporto docenti-studenti sempre più deficitario. L’Università pubblica, in sostanza, sarà destinata a emulare le sorti delle teaching university di provincia del mondo anglosassone. Per queste ragioni, precari e studenti si sono uniti; hanno definito un piano comune; hanno prodotto uno sforzo di mobilitazione impressionante. I risultati sono arrivati.

L’8 ottobre, un’assemblea che avrebbe dovuto tenersi nell’aula magna del polo didattico d’ateneo, si è trasformata in un immenso raduno nella storica piazza dei cavalieri. Al cospetto di 3000 persone, il comitato promotore ha proposto e ottenuto l’approvazione di un documento che contiene i termine dell’opposizione alla legge (vedi il blog precariunipi.wordpress.com). l’8 ottobre ha rappresentato uno spartiacque, producendo un effetto contagio.

Molti consigli di facoltà hanno assunto la mozione di piazza dei cavalieri come punto di riferimento e così le forme di contrasto alla legge si sono moltiplicate: sospensione della didattica, sostituita da momenti di confronto sulla legge con il coinvolgimento attivo degli studenti; rinuncia da parte dei ricercatori in ruolo agli incarichi non imposti per legge; adesione alle iniziative di lotta anche da parte di molti docenti. Il rettore ha convocato un’assemblea di ateneo all’aperto, che si è tenuta il 15 ottobre nel grande parco della facoltà di scienze. Questa volta non più 3000, bensì 6000 persone presenti. Una partecipazione eclatante, che si è conclusa con l’estensione del coinvolgimento anche a livello istituzionale.

Domani difatti si terrà un senato accademico straordinario e per la prima volta avranno diritto di parteciparvi anche rappresentanti del personale precario. Qualche Solone ha già sentenziato: non si può dire solo no, è necessario aprirsi al dialogo, essere propositivi, l’università va riformata. Come ricercatori precari sottoscriviamo, aggiungendo però un interrogativo: non occorre essere in due per dialogare?

È curioso il metodo seguito dal governo, che chiede al mondo della formazione e della ricerca senso di responsabilità e disposizione al confronto dopo aver approvato una legge capestro. Non ci si può sedere ad alcun tavolo da morti. In realtà i richiami al buon senso nascondono ormai un più o meno palese complesso di inferiorità che attraversa larga parte di quella che un tempo era l’intellighenzia di questo paese.

Soprattutto la classe intellettuale di sinistra sembra paralizzata dal consenso tributato al governo in carica e al suo operato. Pisa è un esempio illuminante. Il suo corpo docente è per tradizione politicamente orientato. E ora tentenna e vacilla, assume fino a interiorizzare gli argomenti dell’avversario culturale (o ex avversario culturale?). Tutto ciò è preoccupante e ancora più preoccupante è il fatto che tale inclinazione emerga anche tra le fila dell’opposizione politica. Essere riformisti non significa rassegnarsi alla remissività. Essere riformisti non significa ripiegare quando l’onda neo-conservatrice avanza. Essere riformisti non significa sacrificare un valore fondamentale oggi per sperare di vincere domani.

L’attacco alla scuola e all’università colpisce un’idea di paese e molti di coloro che questa idea cercano di difendere. Un partito riformista dovrebbe capire che tagliare brutalmente le risorse al sapere significa annientare gli anticorpi residui al conformismo dominante. Molti giovani insegnanti e ricercatori verranno falcidiati; alcuni si ritrarranno sconfitti, altri andranno all’estero. Questo paese sarà ancora più arido e decaduto. A chi giova? A qualcuno giova.

Carmelo Calabro’ (Ricercatore presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa)

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Dare fiducia alla nostra scuola

Il Partito Democratico di Forlì promuove un incontro rivolto agli insegnanti, ai dirigenti scolastici, agli operatori della scuola, ai genitori, ai cittadini interessati, per affrontare i temi della scuola e della formazione in occasione delle prossime elezioni politiche del 13-14 aprile 2008.

DARE FIDUCIA ALLA NOSTRA SCUOLA:

GLI IMPEGNI DEL PARLAMENTO PER LA PROSSIMA LEGISLATURA

MARTEDI’ 8 APRILE 2008

Ore 17,00-19,00

Presso la Sala Incontri dell’Hotel della Città

C.so Repubblica – FORLI
Intervengono le candidate al SENATO della Repubblica in Emilia-Romagna per il PARTITO DEMOCRATICO:

MARIANGELA BASTICO, Vice Ministro della Pubblica Istruzione

Un bilancio di legislatura: le premesse per una scuola di qualità per tutti

LIVIANA ZANETTI, insegnante, Assessore Comune di Forlì

La scuola come risorse per l’innovazione, la cittadinanza, le pari opportunità

MARIA JOLE PELLICCIONI, dirigente scolastico, Rimini

Dare un senso vero all’autonomia scolastica

NADIA BERTOZZI, pedagogista, responsabile centro famiglie, Forlì

Servizi educativi, sostegno alle famiglie, qualità della vita… da zero a tre anni e oltre…

Partecipano

Loretta Lega, Assessore alle politiche educative del Comune di Forlì.

Margherita Collareta, Assessore all’istruzione e formazione professionale, Provincia di Forlì

Patrizia Barducci, Insegnante scuola dell’infanzia, Forlì

Denio Derni, Insegnante elementare, Forlì

Gianfranco Zacchini, Insegnante di scuola media, Forlì

Giuliana Branzanti, Dirigente scolastico scuola secondaria superiore, Forlì

Jaime Amaducci, Dirigente scolastico, Centro Territoriale Permanente, Cesena

L’incontro vuole raccogliere domande, esigenze, aspettative del mondo della scuola, per approfondire ed arricchire il programma del PARTITO DEMOCRATICO per le elezioni politiche del 13-14 aprile 2008.

UN’AGENDA PER LA SCUOLA: …SI PUO’ FARE

  1. Un impegno più forte, per una scuola “utile”.

La marginalità della scuola (per essa si spende troppo poco rispetto ai nostri partner europei) rischia di indebolire il nostro paese. Occorre promuovere riforme concrete, capite e condivise dagli insegnanti e dall’opinione pubblica, che incidano positivamente sulla vita quotidiana della scuola. Dalle dichiarazioni di intenti si deve passare a decisione concrete ed a segnali visibili nelle leggi finanziarie, nelle norme legislative, nei contratti di lavoro, nella ordinaria gestione amministrativa. Molto possono fare gli Enti locali, ma lo Stato deve fare la sua parte, aumentando le risorse per la scuola, la ricerca, l’innovazione, la cultura.

  1. Compiti educativi più chiari e condivisi

Vanno recuperati serietà e rigore degli studi (qualcosa si è cominciato a fare), vanno chiariti i compiti della scuola (che non può sostituirsi a tutte le altre agenzie educative), vanno precisati i traguardi e gli obiettivi di apprendimento in modo semplice ed essenziale (in sintonia con le nuove Indicazioni), va rilanciato il valore formativo delle discipline di studio. Al centro devono stare le persone, il loro diritto alla conoscenza, la promozione di competenze di base (a partire da quelle linguistiche, matematiche e scientifiche), un “nuovo umanesimo” che ricomponga cultura umanistica e cultura scientifica, l’educazione e la pratica di una cittadinanza ispirata ai valori della Costituzione e aperta all’Europa.

  1. Autonomia della scuola, responsabilità, professionalità da premiare

L’autonomia della scuola va sostenuta, per non trasformarsi in un “fai da te” senza risorse. Nuove regole devono consentire un effettivo autogoverno degli istituti, in una logica di rete di scuole, promuovendo forme intelligenti di cooperazione con il territorio, le imprese, le istituzioni culturali. In questo quadro un discorso innovativo va fatto per riconoscere la professionalità e l’impegno dei docenti e dei diversi operatori, con diritti e doveri meglio evidenziati, superando il tabù della carriera, del merito e della valutazione.

  1. Una moderna scuola di base, per un efficace diritto allo studio

Nel nostro territorio esiste una convinta cultura sulla centralità dell’infanzia, sul suo diritto a qualificati servizi educativi, sull’idea di una scuola di base (infanzia, elementare, media) capace di offrire il massimo delle opportunità a tutti i bambini. Vanno riscoperti i punti di forza di una scuola per tutti (i curricoli in continuità, i tempi distesi, il lavoro collaborativi tra i docenti), ma vanno affrontate anche le nuove emergenze (la presenza di alunni di altre culture, le disabilità, il disagio sociale), partendo dagli spunti aperti delle nuove Indicazioni per il curricolo (DM 31-7-2007) che sostituiscono quelle precedenti imposte dalla Moratti.

  1. Dalla scuola superiore al lavoro: obbligo, alternanza, formazione permanente

Occorre elevare i livelli di istruzione dei giovani, ecco perché l’estensione dell’obbligo fino a 16 anni (vedi Linee Guida, 27 dicembre 2007) è una questione decisiva, per contrastare la dispersione, il disagio, il mancato apprendimento dei ragazzi. Servono concrete misure di accompagnamento, per promuovere soluzioni innovative ed efficaci di partecipazione dei ragazzi all’esperienza formativa. Poli formativi, progetti di alternanza, bienni integrati, forme di protagonismo giovanile: sono tutti punti da sviluppare, per “rafforzare” la preparazione dei nostri ragazzi, dare un senso al loro impegno, renderli competenti, attrezzarli ad affrontare con convinzione il mondo del lavoro, gli studi universitari, la loro vita futura.

Va pensato un sistema di formazione permanente in rete, che offra opportunità (anche agli adulti) di: aggiornare e rinnovare conoscenze, coltivare interessi culturali, acquisire titoli di studio e certificazioni (lingue, qualifiche, ecc.), promuovere forme di partecipazione attiva allo sviluppo personale e del territorio.

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Appello per la ricerca

Dal programma del Partito Democratico per le prossime elezioni: “Per il sistema universitario, occorre fermare la proliferazione delle sedi, favorire l’autonomia dei valutazione dell’Agenzia nazionale, ed internazionalizzare le nostre università, puntando sull’eccellenza. Vanno istituite borse di studio spendibili in qualsiasi università e bisogna rendere il progetto “Erasmus” veramente accessibile per tutti. Il Pd propone infine di garantire a 1000 giovani ricercatori italiani ad alto potenziale di lavorare “liberi” attorno alle loro idee”.

La storia degli ultimi due decenni ci presenta uno scenario internazionale in cui le economie mondiali hanno spostato il baricentro verso prodotti e processi ad alto contenuto di conoscenza, di fatto rendendo di primaria importanza il ruolo della ricerca e dell’alta formazione.

Le risorse investite in questi settori in tutti i Paesi evoluti ma anche (e persino in misura maggiore) in quelli cosiddetti emergenti (India, Cina, Brasile, etc.) sono aumentate in modo esponenziale e danno conto di una tendenza allo sviluppo di qualità ormai non più controvertibile realizzando quella che viene definita l’Economia della Conoscenza.

Per questo in Italia, forse per la prima volta dall’Unità politica del 1860, il problema dell’alta formazione e della ricerca scientifica si presenta non solo strettamente ma anche inestricabilmente connesso con quello del rilancio della propria competitività economica. Da più di quindici anni tutti gli indicatori mostrano non solo una progressiva flessione dei livelli
di crescita che, nella fase di trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale, avevano ridotto il divario tra il nostro Paese e le altre nazioni industriali europee, ma addirittura prospettano una tendenza al declino che ogni anno porta l’Italia ad allontanarsi sempre più dagli altri paesi Europei (che pure non rappresentano la punta dello sviluppo mondiale).

Quale ruolo possono giocare in questo scenario i protagonisti dei settori interessati? Scienziati, ricercatori e intellettuali quanto devono sentirsi coinvolti, e in quale modo possono provare a contribuire al recupero del nostro Paese su questo versante tanto delicato per le prospettive future di tutti noi?

In altri periodi della sua storia l’Italia ha visto il contributo fattivo di alcuni dei suoi scienziati. Dopo l’Unità d’Italia, quando, per esempio, un gruppo di matematici contribuiva a creare la rete della struttura pubblica di ricerca oppure quando un matematico fondava il Politecnico di Milano. All’inizio del secolo scorso, quando una personalità di spicco come Vito
Volterra, con una visione quanto mai attuale, delineava (assieme ad altri) la realizzazione di Istituzioni di Ricerca fortemente inserite nel contesto scientifico europeo e, allo stesso tempo, orientate e sensibili all’influenza e all’interconnessione con il mondo produttivo.

Analogamente, dopo i disastri della seconda guerra mondiale, scienziati come Edoardo Amaldi delineano un sistema ricerca moderno e aperto verso le ricadute di tipo produttivo.

Esperienze importanti che hanno avuto il merito di mantenere il nostro Paese a ridosso delle grandi nazioni europee nell’ambito dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni, ma che non sempre hanno trovato politiche rispondenti capaci di mettere a sistema le molte iniziative sparse.

Non è più tempo di politiche deboli nel settore della conoscenza. Il declino che oggi si intravede per il nostro Paese è figlio essenzialmente di questa incapacità di rendere prioritario un settore che in tutto il mondo è ormai riconosciuto come il settore strategico per eccellenza.

Non possono più bastare le iniziative dei singoli di valore e di buona volontà.

La politica deve assumersi tutta la responsabilità che le compete. E’ necessario che il Paese cambi il suo modello produttivo puntando sull’alta tecnologia e sostenendo tutti i settori che costituiscono la filiera che va dalla conoscenza di base alla produzione di innovazione.

Per questo è necessario uno sforzo di sistema in cui tutti gli attori si sentano coinvolti e indispensabili, incentivati a interagire e a concorrere. E tuttavia la parte preponderante tocca a chi ha la responsabilità di mettere in moto l’intero sistema.

Sul versante della scienza e della cultura è necessario che queste nuove politiche riconoscano che per produrre nuova conoscenza con il massimo di efficacia esistono alcune indispensabili e fondamentali regole di base. Per questo si devono concentrare energie per portare a compimento il modello che vede nell’indirizzo strategico il ruolo fondamentale della politica, nell’autonomia della ricerca la condizione essenziale per rendere al meglio il proprio straordinario contributo e nella valutazione terza la leva fondamentale per tenere il sistema in equilibrio e lontano dai rischi dell’autoreferenzialità e della inefficacia. E’ su queste basi che anche il sistema complessivo dell’innovazione e dello sviluppo economico e sociale del Paese potrà disporre dei necessari fattori di competenze e di qualità.

In questo quadro, gli scienziati e i ricercatori italiani hanno il dovere di chiedere alle forze politiche che si apprestano alla sfida per il Governo del Paese un impegno convinto e irrinunciabile per portare la Nazione fuori dai rischi del declino e restituire alle nuove generazioni un futuro che a tutt¹oggi appare ipotecato dalla miopia delle scelte che hanno relegato la
conoscenza ai margini dello sviluppo.

Primi Firmatari:

Pablo Amati (Università di Roma “La Sapienza”)
Aldo Amore Bonapasta (Istituto Struttura della Materia, ISM-CNR Roma)
Giorgio Bernardi (Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli)
Carlo Bernardini (Università di Roma “La Sapienza”)
Edoardo Boncinelli (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano)
Sergio Bruno (Università di Roma “La Sapienza”)
Marcello Buiatti (Università di Firenze)
Cristiano Castelfranchi (Università di Siena)
Elena Cattaneo (Università Statale di Milano)
Marcello De Cecco (Scuola Normale di Pisa)
Rino Falcone (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, CNR, Roma)
Stefano Fantoni (SISSA Trieste)
Sergio Ferrari (ENEA - Roma)
Renato Funiciello (Università di Roma III)
Pietro Greco (SISSA Trieste)
Giovanna Grimaldi (Istituto di Genetica e Biofisica, CNR, Napoli)
Angelo Guerraggio (Università dell’Insubria - Varese)
Margherita Hack (Università di Trieste)
Francesco Lenci (Istituto di Biofisica, CNR, Pisa)
Giovanni Marchesini (Università di Padova)
Rita Levi Montalcini (Premio Nobel per la Medicina)
Lucio Luzzatto (Istituto Toscano Tumori, IIT - Firenze)
Pietro Nastasi (Università di Palermo)
Elisa Molinari (Università di Modena e Reggio Emilia)
Giorgio Parisi (Università di Roma “La Sapienza)
Franco Pacini (Università di Firenze)
Giulio Peruzzi (Università di Padova)
Caterina Petrillo (Università di Perugia)
Settimo Termini (Istituto di Cibernetica “E. Caianiello”, CNR, Napoli)
Guglielmo Tino (Università di Firenze)
Glauco Tocchini-Valentini (Istituto di Biologia Cellulare, CNR Roma)
Carlo Umiltà (Università di Padova)
Giorgio Vallortigara (Università di Trento)

Per sottoscrivere:
www.osservatorio-ricerca.it

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La “fuga dei cervelli”

Mario Capecchi, di origini italiane, da una vita negli Stati Uniti, vince il Nobel 2007 per la medicina. Fino ad ora erano 17 i premi nobel italiani (10 in ambito scientifico, 6 per la letteratura e 1 per la pace). Non so se Mario Capecchi potrà essere considerato il diciottesimo. Sta di fatto che, se consideriamo solamente i nobel italiani in abito scientifico, su 10 vincitori (Rubbia, Fermi, Giacconi, Giorgi, Modigliani, Montalcini, Marconi, Natta, Dulbecco e Luria) solo 2 (Camillo Giorgi per la medicina nel 1906 e Giulio Natta per la Chimica nel 1963) hanno lavorato prevalentemente in Italia.
Prendo spunto da questa considerazione, se vogliamo un po’ banale e non molto significativa, per fare alcune riflessioni ed introdurre un argomento sul quale il Partito Democratico credo dovrà probabilmente lavorare molto: la ricerca scientifica in Italia. Essendo l’argomento molto vasto, mi voglio soffermare su un aspetto in particolare, che però ritengo cruciale: la cosiddetta “fuga dei cervelli” (non solo dalle Università, ma anche dalle imprese, dai giornali, in politica, e più in generale dai luoghi di produzione del sapere).
La “fuga dei cervelli”, in realtà, non è un problema nuovo, è una storia antica. Ma negli ultimi 10-15 anni è cresciuta in modo esponenziale, al punto da trasformare persino il carattere stesso dell’emigrazione italiana all’estero. Il numero di italiani che emigrano in altri paesi è rimasto stabile intorno alle trentamila unità all’anno, ma la composizione demografica e la tipologia dell’emigrazione italiana si è profondamente modifica negli ultimi anni. Volendo semplificare, una volta emigravano i ristoratori, oggi gli ingegneri. Negli anni novanta il numero di laureati che ogni anno hanno spostano all’estero la propria residenza è aumentato di quasi 5 volte (circa 1000 laureati nel 1990 contro quasi 5000 nel 1998) e il dato è in crescita anche negli ultimi anni. Esportiamo sempre più talento. In modo sistematico stiamo perdendo tutte le ipotesi di classe dirigente che il nostro Paese è riuscito a costruire negli anni. Allo stesso tempo non riusciamo ad attrarre laureati stranieri. L’Italia in ambito Europeo (fra le nazioni più sviluppate: Francia, Germania, Spagna e Inghilterra) è contemporaneamente il Paese con il massimo tasso di emigrazione intellettuale e quello con la più bassa capacità attrattiva.
A tutto questo si unisce, o forse ne è causa, l’inesorabile invecchiamento di buona parte dell’attuale classe dirigente. Oggettivamente esiste una “questione generazionale” che non riguarda solo la politica ma anche le imprese, l’università, ecc. ecc. Per fare un semplice esempio, la percentuale di docenti universitari con età inferiore ai 44 anni era pari al 60% nel 1990 mentre è circa il 29% nel 2004! (fonte: vision) Questa situazione si riflette inevitabilmente in scarse prestazioni della ricerca, ma anche nello sviluppo sociale ed economico del nostro Paese nei confronti internazionali. Certo l’esperienza, le conoscenze acquisite e le capacità dei professionisti più anziani e meritevoli deve essere valorizzata, ma la gestione e l’indirizzo delle attività devono essere trasferite ai giovani, che sono maggiormente dinamici e intellettualmente produttivi. L’invecchiamento della classe dirigente e l’impossibilità da parte dei giovani di accedere a ruoli di responsabilità conduce immediatamente al problema della “fuga dei cervelli”!
A questo punto però bisogna tenere conto di una cosa. Non si può considerare di per sé negativo il fatto che i migliori “cervelli” italiani emigrino all’estero. La possibilità di effettuare una esperienza internazionale rappresenta un’occasione importante di crescita e sviluppo delle proprie conoscenze e competenze. Allora, paradossalmente, questa massiccia emigrazione intellettuale può diventare uno straordinario vantaggio competitivo per l’Italia nei confronti degli altri paesi. Se sapremo creare una rete di rapporti, di risorse e di strutture di eccellenza che possono favorire il “rientro” e il “ritorno”, più o meno definitivo, allora potremmo trasformare un problema in una opportunità. Creare una classe dirigente estremamente competitiva ed attrezzata per affrontare le sfide del futuro: dallo sviluppo sostenibile e alla globalizzazione con tutte le difficoltà, i vantaggi e i problemi che introduce. Un esempio lo abbiamo anche qui da noi: l’IRST di Meldola, di fresca inaugurazione, può avere anche un obiettivo di questo tipo. Ma l’ambito sanitario non è l’unico settore nel quale possiamo competere, bisogna lavorare per promuovere e favorire l’insediamento sul nostro territorio di strutture ed aziende, pubbliche e private, ad elevato contenuto tecnologico ed intellettuale. Più nello specifico cosa possiamo fare, e cosa NON dobbiamo fare, per favorire la costruzione di questa rete e fornire una possibilità di rientro per questa classe dirigente “mancata” nel nostro Paese? Possiamo ragionarci assieme, però permettetemi di dare due indicazioni o suggerimenti:
1) dobbiamo evitare le assunzioni di massa, come quelle avvenute in passato, che non siano basate su procedure altamente meritocratiche;
2) non possiamo pensare che siano sufficienti incentivi monetari per stimolare il “rientro”, bisogna dare la possibilità, a chi rientra e a chi ha mostrato talento, di incidere realmente nelle scelte, nel governo delle strutture di ricerca, delle imprese e anche del Paese in generale.

Samuele Branchetti

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