La tua stagione

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Archivio per 'Voci dal mondo' Categoria

Riceviamo e pubblichiamo: Come un uomo sulla terra

Dopo decine e decine di proiezioni in tutta Italia
Dopo il grande successo della campagna IO NON RESPINGO:

COME UN UOMO SULLA TERRA
finalmente in onda sulla RAI
9 LUGLIO 2009
RAI 3 ore 23.40 (trasmisisone DOC3)

Per la prima volta in un film, la voce diretta dei migranti africani sulle brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori, su richiesta e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa.
Un occasione di civiltà e informazione per tutta l’Italia.

Chiediamo alle migliaia di persone che da oltre 6 mesi sostengono il film, di diffondere ovunque la notizia: con il passaparola, nei mezzi di informazione, via mail e con il Volantino che potete scaricare sul sito del film:

http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

Qualche giorno dopo la messa in onda chiuderemo la raccolta delle firme per la petizione e organizzeremo la consegna.
Siamo già a 10mila firme. Con la messa in onda e l’aiuto di tutti possiamo crescere ancora.

Grazie a tutti
Autori e Produzione COME UN UOMO SULLA TERRA
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

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Riceviamo pubblichiamo: salviamo la legge Gozzini

Testo dell’appello, informazioni supplementari e petizione disponibile a questo indirizzo web. Indichiamo qui di seguito una breve presentazione della problematica attraverso il testo dell’appello.

Il Disegno di legge “Berselli” (n. 623), che mira a ridurre drasticamente i “benefici penitenziari”,
abolendo la liberazione anticipata, vietando la semilibertà per gli ergastolani e, in generale, rendendo più
difficile l’ammissione a tutte le misure alternative, a nostro avviso rappresenta un pericolo gravissimo per
il reinserimento dei detenuti, per il governo delle carceri e, infine, per la sicurezza di tutta la società.
Ha senso rinunciare, in un momento in cui al centro dell’attenzione di tutti c’è la voglia di vivere
più sicuri, a una legge che da anni contribuisce proprio a creare SICUREZZA?

Si respira, nella società libera, sempre più paura e ansia per la sicurezza e per la qualità della propria vita,
e in carcere intanto, tra le persone detenute cresce l’ansia che nessuno “fuori”, abbia più voglia di
riaccogliere chi ha commesso reati, ma ha anche iniziato un faticoso percorso di reinserimento. C’è una
legge, così importante, che permette a chi sta in galera di avviare un lento rientro nella società fatto di
piccoli passi, che vanno dai permessi premio alle misure alternative alla detenzione, e di coltivare in ogni
caso la speranza che ci sia sempre un’altra possibilità nella vita, ed è la legge Gozzini. Una legge che
vogliamo difendere con forza, perché in questi anni ha permesso a migliaia di persone di ricostruirsi un
futuro decente dopo il carcere.

Dicono che tenere le persone più tempo in galera garantisca a chi sta fuori in libertà, una vita meno
esposta a rischi. Non è così, non è affatto così. Ci sono i numeri a dire il contrario, a dire che, tra chi si fa
la galera fino alla fine, il 69% torna a commettere reati, e tra chi invece esce prima, ma gradualmente con
le misure alternative, la recidiva è del 19%.

E comunque, al di là delle statistiche, dovrebbe essere il buon senso a far capire, se raffreddiamo i toni e
torniamo a ragionare, che una persona che cominci un percorso di rientro nella società, controllato e con
tappe chiare, sarà meno incattivita, spaesata, priva di riferimenti di una, scaraventata fuori dalla galera a
fine pena, a fare indigestione di libertà e di solitudine.

Il recupero a una convivenza civile di chi ha commesso reati rappresenta senza ombra di dubbio il miglior
strumento di tutela della società, mentre tenere in carcere una persona fino alla fine della condanna
produce un apparente ed illusorio senso di sicurezza, quando in realtà il problema è soltanto rimandato:
un giro di vite alla legge Gozzini non comporterebbe quindi la diminuzione dei reati, ma semmai un quasi
sicuro aumento.

Il problema è che si fa sempre un gran rumore quando un detenuto in semilibertà commette dei reati, e
sono davvero eventi rari (lo 0,24 %), mentre non si parla quasi mai delle centinaia di persone che proprio
grazie alle misure alternative al carcere, come la semilibertà, sono riuscite a lavorare, a formarsi una
famiglia e a costruirsi una vita dignitosa nella legalità.

Il sospetto è che, quando si parla di certezza della pena, si faccia un grande errore. Si dice che bisogna
tenere le persone in galera fino all’ultimo giorno, ma in questo modo si vuole impedire di fatto ai
condannati di ritornare gradualmente nella legalità. Mentre secondo noi certezza della pena deve
significare processi più rapidi e che abbiano una fine certa.

Bisognerebbe allora avere l’onestà di chiedere per tutti certezza della giustizia, e dei suoi tempi, e non
certezza della galera. E bisognerebbe anche avere il coraggio di fare un bilancio serio, e di dire che il
senso di umanità verso i condannati, anche quelli col “fine pena mai”, è una garanzia per tutti: certo, lo è
per noi che stiamo in carcere, e per i nostri famigliari, che spesso sono le nostre prime vittime, ma lo è
anche per i cittadini “per bene”, perché vivere in una società che sa riaccogliere è una scuola di umanità,
di equilibrio e di serenità che, alla lunga, costituisce una garanzia di maggior sicurezza per tutti.

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Birmania libera (Free Burma) International Action on 4th october 2007

Da tutto il mondo si sta organizzando un’azione indipendente per supportare i manifestanti Birmani: si tratta di dare un segno di libertà e di appoggio a tutte quelle persone che stanno combattendo contro un regime crudele ed armato.

Per partecipare lasciate tutti quanti un intervento il 4 ottobre, comunicando anche ai vostri conoscenti l’iniziativa. Tutte le informazioni a riguardo: qui.

Free Burma!

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Scende il silenzio sulla Birmania…

Riportiamo questo post pubblicato oggi dal giornalista Alessandro Gilioli sul proprio blog per mantenere alta l’attenzione riguardo le vicende attualmente in corso in Birmania.

Per non passare subito oltre.

Da “Piovono Rane“:
“Incursioni notturne dell’esercito nei templi. Monasteri abbandonati per il terrore. Monaci nascosti nelle case dei civili. E una censura che non permette più di sapere che cosa sta succedendo in queste ore in Birmania. Ho tradotto e sintetizzato qui di seguito l’impressionante articolo di Aung Zaw, del sito dissidente Irrawady.org, basato in Thailandia. Qui la versione originale e completa.

«Tra la settimana scorsa e questa sembra cambiato tutto nella redazione di Irrawaddy. Una settimana fa, i nostri giornalisti erano impegnatissimi e le linee telefoniche intasate: ricevevamo chiamate da tutto il mondo con decine di richieste di interviste. Eravamo talmente presi da pranzare sempre in redazione, anche perché seguivamo a tempi pieno i cortei dei monaci, le sparatorie, le news di Bbc, Cnn e Al Jazeera.

Le notizie si susseguivano molto velocemente, le notizie arrivavano ai nostri redattori e potevamo dire al mondo a che cosa stava accadendo all’interno del nostro paese.

Poi però il regime ha dato il via anche alla guerra dell’informazione, per impedire che le notizie e le immagini arrivassero al mondo esterno. Nel pomeriggio di venerdì scorso, mentre la repressione aumentava, i capi militari hanno tagliato i collegamenti telefonici via cellulare e Internet. Il flusso di informazioni era vitale per testimoniare il movimento di protesta e per il lavoro dei giornalisti che seguivano gli eventi.

Così questa settimana è diventato difficilissimo ottenere notizie e immagini dalla Birmania. Contemporaneamente, sui media internazionali i titoli sul nostro Paese sono slittati, sostituiti dalle elezioni in Ucraina, dal dialogo tra le Coree e dagli eventi in Iraq.

Sembra dunque che il regime birmano abbia avuto successo nei suoi sforzi di censura.

Ma le poche notizie che riceviamo da Rangoon - grazie alla telefonia fissa, che rimane l’unico contatto con l’esterno - parlano di violente incursioni notturne dell’esercito nei monasteri. Un nostro collega a Rangoon ci ha detto che «c’è una caccia al monaco, e i religiosi devono nascondersi». Pare che diversi monasteri siano stati abbandonati e che molti civili offrano rifugio e nascondiglio ai monaci.

Il famigerato carcere di Insein e i centri provvisori di detenzione sono stati riempiti di monaci e di civili. I monaci imprigionati rifiutano la carità e il cibo, e molti hanno già problemi di denutrizione.

A quanto sappiamo anche il lavoro dei pochi giornalisti presenti si è fatto impossibile. Uno di loro ci ha detto di essere continuamente seguito e controllato. Parlandoci per telefono, ha ironicamente ringraziato il poliziotto che sicuramente lo stava intercettando per non aver tagliato, almeno, le linee di telefonia fissa.

Altri colleghi giornalisti hanno paura a telefonare all’estero: uno che conosco ha messo giù appena ha sentito la mia voce.

Durante la rivolta del 1988, circa 3.000 dimostranti sono stati uccisi dall’esercito fra marzo e settembre, mentre milioni di birmani manifestavano per strada. Ma allora la comunità internazionale, i cittadini del resto del mondo, sapevano a malapena dove si trovava la Birmania.

Questa volta, il nostro Paese ha ricevuto l’attenzione completa dei mezzi d’informazione all’estero, dei leader politici stranieri e dell’opinione pubblica mondiale. Questo è avvenuto grazie a Internet, alle macchine fotografiche digitali, ai blog, alle mail e ai telefoni cellulari. Sapendo che il mondo li poteva guardare, i manifestanti si sono fatti forza e hanno avuto il coraggio di sfidare la dittatura.

Adesso invece sulla Birmania è di nuovo calata l’oscurità».”

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Myanmar: appelli e iniziative di Amnesty International

La Sezione Italiana di Amnesty International, con l’obiettivo di mobilitare opinione pubblica e governi della comunità internazionale per fermare la violenta repressione delle manifestazioni in corso a Myanmar, ha indetto due sit-in a Roma e a Milano e ha lanciato un appello on line in favore di un gruppo di parlamentari, monaci e artisti arrestati nelle ultime ore a Yangon, a Mandalay e in altri centri del paese.

I sit-in si svolgeranno venerdì 28 a Roma (dalle 17.30 di fronte all’Ambasciata di Myanmar, in via della Camilluccia 551) e sabato 29 a Milano (dalle 16.30 in piazza della Scala).

Da Myanmar arrivano ad Amnesty International notizie estremamente preoccupanti: le uccisioni e gli arresti di manifestanti delle ultime 24 ore fanno temere che possa ripetersi il bagno di sangue del 1988, quando vennero uccise circa 3000 persone.

Per scongiurare questo esito, Amnesty International continua a sollecitare il Consiglio di sicurezza a inviare con la massima urgenza una propria missione a Myanmar, che chieda al governo di garantire la libertà di manifestazione, porre fine all’uso della forza nei confronti dei dimostranti e liberare tutti i prigionieri politici, oltre 1160 alla fine dello scorso anno, compresa Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, privata della libertà da 17 anni.

Da oggi è inoltre possibile sottoscrivere on line l’appello di Amnesty International in favore di oltre 300 persone arrestate ieri sera, tra cui il noto attore comico Zargana (noto anche come Ko Thura) e diversi parlamentari, esponenti dell’opposizione politica e monaci.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 27 settembre 2007

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

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Appello per salvare Pegah Emambakhsh dalla lapidazione in Iran

Aggiornamento 25/08/2007: trovate qui gli ultimi sviluppi

Sono una delle tante cittadine italiane indignate e che non può tacere di fronte ad una tale atrocità: il mancato rispetto di un semplice diritto umano. Perché questo è ciò che viene negato a Pegah Emambakhsh rifugiata a Sheffield in Inghilterra che rischia la pena di morte (eseguita in modo atroce ) nel suo Paese d´origine : Iran perché omosessuale.

Lancio quindi un appello perché le venga concesso asilo politico definitivo.

Ed inoltre che venga rispettato da tutti i Paesi Europei la direttiva approvata come emendamento che prevede: l´asilo per tutte le persone che in patria sarebbero condannate solo in base all´orientamento sessuale. L´esistenza di tale emendamento è stato espressamente dichiarato dal Senatore Gianpaolo Silvestri.

Marilena Tesei - Forlì (Emilia Romagna)

Per sostenere a vostra volta l’appello per Pegah Emambakhsh vi consigliamo di scrivere qualche riga di vostro pugno, di firmarla e di inviarla a uno o più dei seguenti indirizzi:

RomePoliticalSectionEnquiries@fco.gov.uk
InfoRome@fco.gov.uk
Social.Enquiries@fco.gov.uk
relazioni.pubblico@esteri.it
dalema_m@camera.it

Per maggiori informazioni sul caso e sulle modalità di partecipazone invece, vi rinviamo alle seguenti pagine web:

Repubblica

Openmind

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Pena di morte?

Per non limitarsi al ristretto territorio del locale:

 

 

La storia

La sera del 14 agosto 1996, Mauriceo Brown uccise Michael La Hood, figlio di un ricco e famoso avvocato bianco. Kenneth, afro-americano, allora neanche ventenne, era alla guida dell’auto sulla quale assieme a lui viaggiavano Brown, Julius Steen e Dewayne Dillard. Insieme, in precedenza, avevano compiuto diverse rapine. Kenneth, però, quella sera non intendeva farne un’altra.

Sulla loro strada, da una macchina parcheggiata di lato, una donna, Mary Patrick, fece loro dei cenni e i quattro si fermarono. Solo Brown, però, scese dalla loro auto e inspiegabilmente, all’improvviso, sparò dei colpi di pistola al compagno della donna, Michael La Hood, uccidendolo sul colpo. Kenneth e gli altri due rimasti con lui, oltre a non essere stati gli autori dell’omicidio, hanno sempre giurato di non sapere che Brown intendesse uccidere, né tanto più lo hanno aiutato a farlo. Nel processo che seguì, Brown ammise la sua colpevolezza, confessando di essere stato l’unico autore del delitto.

Ciononostante, anche Kenneth fu condannato a morte. Lo fece la Corte Federale d’Appello del Quinto Circuito che annullò la precedente sentenza di un giudice che aveva per lui escluso la pena capitale, in quanto Kenneth, affermò il giudice, “non aveva avuto l’intenzione di commettere il reato”. Tale sentenza è contraria sia ad un precedente pronunciamento della Corte Suprema degli Stai Uniti, che esclude la pena capitale per un imputato che non abbia materialmente compiuto un omicidio, sia alla texana Law of Parties, che impone all’Accusa di provare la presunta intenzione di più imputati di cospirare ad un omicidio. Brown fu messo a morte il 19 luglio 2006.

L’esecuzione di Kenneth, uomo innocente, è tragicamente fissata il 30 agosto 2007.

 

 

 

Scrivo la mia profonda preoccupazione in merito alla sentenza che ha condannato a morte il sig. Kenneth Foster, nonostante sia evidente la sua innocenza in quanto egli non è stato l’esecutore materiale del delitto, non ha aiutato il vero autore a compierlo, né sapeva del suo proposito omicida. Inoltre, secondo la Law of Parties, non è stata provata la sua presunta intenzione di aver cospirato al crimine con gli altri suoi complici.

Esorto ad intervenire affinché sia scongiurata tale crudele e disumana punizione.

Imploro affinché tale crudele e disumana sentenza non venga eseguita.

Con deferente rispetto

Rispettosamente

(Data e firma)


Testo in inglese – da inviare 

 

Dear Governor, Excellencies

I am writing to express my deep concern over a ruling that sentenced to death Mr. Kenneth Foster, even though his innocence is unmistakable, as he was not the actual author of the crime, did not help the real executor to carry it out, nor he knew about his purpose to kill someone. Besides, according to the Law of Parties, Mr. Foster’s alleged intent of having conspired to the crime along with his accomplices was never proved.

I urge you to intervene on his behalf to prevent this cruel and inhuman punishment from being meted out against him.

I implore you to ensure that this cruel and inhuman sentence is not carried out.

Respectfully Yours

 

                                                                        Texas Governor Rick Perry

Office of General Counsel

P.O. Box 12428

Austin, Texas 78711-2428

Fax: 001 512 4631849

Form/Modulo: www.governor.state.tx.us/contact#contactinfo 

rickperry@rickperry.org 



Texas Board of Pardons and Parole - Executive Clemency Section

8610 Shoal Creek Blvd

Austin, Texas 78757

Fax: 001 512 4638120

bpp-pio@tdcj.state.tx.us

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