La tua stagione

Insieme. Per l’ambiente, l’innovazione, il lavoro.

Contatti

  • Iscriviti, cliccando sulla seguente icona, al nostro feed per essere sempre aggiornato sulle ultime discussioni e novità:

Iscriviti

  • Iscriviti, compilando il seguente campo, alla nostra mailing list per essere sempre aggiornato sulle ultime discussioni e novità:
Inserisci qui il tuo indirizzo email:

Via FeedBurner


  • Iscriviti al nostro servizio di aggiornamento via sms grazie a Twitter.com seguendo il link sottostante:

segui gli aggiornamenti di Latuastagione. Iscriviti su http://twitter.com

  • Contattaci, direttamente al nostro indirizzo email (info@latuastagione.it), per collaborare con noi, darci suggerimenti e partecipare attivamente

15 Commenti a "Contatti"

  1. franco piazza 4 settembre 2007 15:53

    La politica mi ha sempre interessato ma non mi sono mai impegnato, se non come attento elettore. Da pochi mesi ho aderito ai ds ma soprattutto alla palestra nella quale mi sento in sintonia con tante persone. Il discorso del lingotto mi ha appassionato. Ora è necessario eleggere dei costituenti credibili e che credano veramente nel partito democratico. Che credano, oltre che al programma abbozzato da walter, alle primarie, alla non cumulabilità degli incarichi, al fatto che due mandati siano sufficienti, ecc. Il rischio è di farci rappresentare da camaleontici professionisti della politica. Come fare se nelle liste troveremo assieme persone che ci paiono affidabili assieme a convertiti dell’ultima ora? Si potranno esprimere preferenze? Proposta: che pensate a rivotazioni di medio termine per confermare o meno gli eletti?

  2. Matteo Teodorani 4 settembre 2007 16:03

    Purtroppo non sarà possibile esprimere le preferenze, per questo è importante che almeno noi si dia un segnale forte di discontinuità con una lista 100% “eticamente sensibile” e competente.
    Credo che ci troviamo tra due fuochi: da una parte i “camaleonti” della vecchia politica che parlano di rinnovamento senza farlo e senza cedere lo scettro, dall’altra il populismo-demagogico che fa allontanare dalla politica e crea nuovi guru alla Beppe Grillo.
    Qualcuno (non mi ricordo chi) sabato scorso ha detto che per cambiare le cose bisogna governare ed è verissimo, è molto facile fare del populismo catastrofista, molto più difficile è fare buone proposte e governare le cose.

  3. raffaele barbiero 13 maggio 2008 14:51

    HO letto con preoccupazione che contro Travaglio ele sue dichiarazioni alla trasmissione “Che tempo che fa” ci sono stati attacchi “bipartisan”. Vi invio il commento che ho mandato alla trasmissione e mi preoccupa molto l’attacco 2bipartisan2 alla libertà di espressione e di stampa.

    per la redazione di “Che tempo che fa” e per il presentatore Fabio Fazio,

    questo è il messaggio che ho inviato al Presidente Rai Petruccioli e che invio anche a lei per conoscenza. Se in trasmissione sua venisse una persona che offende, ingiuria con parolacce, ecc. non ci sono problemi. Se invece viene un giornalista che racconta dei fatti giornalistici, da appurare poi se sono veri (ma ci sono le sedi opportune per questo) tutti si “scaldano” e lei è costretto alle scuse pubbliche come in Russia -l’autocritica-. La libertà di espressione, se si dicono fatti e non parolacce o ingiurie DEVE esistere, se poi uno dice il falso ne pagherà le conseguenze penali e civili, ma triste è la “democrazia” dove si dà sempre ragione a chi commanda e non si può toccare il “manovratore”.

    Distinti saluti

    Ecco il messaggio mandato a Petruccioli: Al Presidente Petruccioli,

    Ho inziato subito con la questione più scottante perchè le vorrei dire che se Travaglio ha scritto cose false l’on. Schifani ha tutti gli strumenti per difendersi e per chiedere che gli sia dato stesso spazio in Tv, una volta che avrà dimostrato-a seguito della querela- la sua estraneità dai fatti, per difendere la sua onorabilità. Non capisco tra l’altro perchè non l’abbia querelato prima essendo queste cose, come scritto sopra, pubblicate in libri stampati e pubblici.
    In ogni caso non capirei sanzioni a Fazio e/o alla sua trasmissione: il sig. Travaglio non ha infatti offeso, insultato. Ha detto quelli che lui ha definito fatti accaduti, ed ha tutto il diritto di dirli anche e soprattutto in RAI TV che è di stato e quindi di tutti. Se poi non sono veri, ripeto, ne pagherà le conseguenze da uomo adulto, ma farlo tacere o dare sanzioni perchè così i presentatori dopo di lui “sanno cosa devono fare” mi sembra solo ascrivibile ad un termine: CENSURARE. Ed è ancor piu’ pericoloso perchè è censura politica, della serie “chi governa ha sempre ragione e va obbedito”.
    Le ripeto (è la seconda volta che la disturbo e spero di non essere costretto a farlo più): “Perchè non si censura Vittorio Sgarbi che offende, insulta con parolacce ed epiteti ingiuriosi le persone che lo contraddicono o che non la pensano come lui, perchè invece di censurarlo si fa a gara nell’invitarlo alle trasmissioni e nessuno si scandalizza?”. Perchè sento parlare in questi giorni di riprendere in RAI manager come Agostino Saccà, con l’unico merito di dire di sì a personaggi politici rilevanti che chiedono favori per loro attrici o per trasmissioni televisive?

    Distinti saluti

    raffaele barbiero, forlì, 13 maggio 2008

  4. luciana tampieri 13 maggio 2008 15:59

    Ottimo intervento sulla libertà di opinione e sulla Tv di stato.
    Su Travaglio comunque vale la pena di leggere l’art. di
    G.D’Avanzo “La lezione del caso Schifani” che distingue “giornalismo di opinione”da “giornalismo di informazione”.
    E’ su La Repubblica online,sezione Politica, adesso.

  5. Energie Nuove 12 novembre 2008 19:49

    Cari amici democratici
    ci piaceil vostro sito. lo abbiamo lincato al nostro:
    http://www. energie-nuove.com

  6. collinelli Andrea 12 novembre 2008 23:28

    Traggo spunto da un articolo apparso oggi su Romagna Oggi.

    I forlivesi non si fidano degli organismi di controllo come Arpa ed Hera, e tendenzialmente se questi dicono una cosa, la prima reazione in citta’ e’ rispondere ‘non e’ vero’: il vero problema e’ che dobbiamo essere sicuri in materia ambientale e il primo elemento e’ chi ci certifica la sicurezza”: e’ quanto ha detto martedì pomeriggio Roberto Balzani, il candidato alternativo a Nadia Masini per le primarie del Pd a Forlì, parlando ai giovani sostenitori riuniti al circolo ‘Valverde’.
    Tanti i giovani presenti all’iniziativa, assieme ai quali Balzani ha parlato delle opportunità per i giovani, spazi d’incontro, integrazione, ma anche di ambiente. Argomento sul quale Balzani ha esplicitato il problema: la credibilità degli enti di controllo dove, dice Balzani, “esistono reti di commistioni e rapporti poco chiari” con i soggetti controllati.
    “In generale, sull’ambiente sono per un ‘porta a porta’ generalizzato, ma sto ancora studiando”, ammette Balzani, che in serata ha partecipato anche ad una iniziativa organizzata a Villa Rotta. Da qui il candidato ha spiegato di aver scelto di candidarsi a sindaco per “contribuire alla crescita del nostro partito”, ma anche per “dimostrare che lo strumento delle primarie funziona”.

    Quanto affermato da Balzani, purtroppo, corrisponde al vero. I cittadini non solo diffidano dai partiti politici ma anche dalle istituzioni e dagli enti che dovrebbero certificare la sicurezza. Sicuramente, come si ama dire di questi tempi, è solo una percezione, ma nelle recenti elezioni politiche nazionali si è visto che sulla “percezione” ci si gioca la credibilità e pure il governo del paese!
    Questo “problema” deve essere assolutamente risolto ed un Sindaco può fare molto in questo senso. Già prendere atto della cosa è rilevante per la città di Forlì e bene ha fatto Roberto Balzani a sollevare il problema. Credo inoltre che un Buon Sindaco, come potrà essere Roberto, possa fare molto per ridare fiducia ai cittadini.
    Non nascondo di essere entusiasta dell’apertura fatta sul Porta a Porta. Dalla mia esperienza forlimpopolese sono sicuro che anche i forlivesi apprezzeranno queto tipo di raccolta. Ma tornando all’introduzione si dovranno fare i conti con HERA, la società che gestisce la raccolta dei rifiuti. Non sarà facile, ma la strada intrapresa è giusta. Andiamo avanti e sempre vicini ai cittadini.

    Collinelli Andrea
    Assemblea Territoriale PD

  7. Carlo Giunchi 13 novembre 2008 09:54

    Abbiamo improvvisamente scoperto, attoniti per la notizia, che l’assessore Franco Marzocchi sostiene Nadia Masini. Ce lo ha fatto sapere lui stesso con una lettera al Resto del Carlino, nella quale lamenta che chi aveva fatto l’articolo sulla presentazione del candidato non sembrava essersene accorto, tanto che non lo aveva citato.
    E allora, con una puntualizzazione quantomeno patetica: guardate che c’ero anch’io!
    Ma Marzocchi coglie l’occasione della lettera per dirci qualcos’altro, per esempio che lui, che non solo in generale c’è, ma che quando c’è vuole che si sappia, in realtà non ama il presenzialismo (sic).
    Che la Masini l’ha scelto per le sue competenze in Federsolidarietà, solo che è stato messo ad occuparsi non di welfare, ma di cultura, università e turismo.
    Dice che lui è un “cooperatore prestato alla politica” e che “nel suo futuro non c’è l’ambizione di una carriera politica”: cose che ci riempirebbero tutti di tranquillità per il nostro di futuro, se non fosse che quando gli interessi sui prestiti, anche se di natura politica, diventano troppo alti, rischiamo di cadere nell’usura.

  8. Michele Drudi 8 gennaio 2009 09:41

    Apello per Gaza - Non si può rimanere a guardare

    Buongiorno

    Invito tutti a firmare sul sito http://www.arciforli.it la petizione on.line promossa da ARCI, ACLI, LEGAMBIENTE, CGIL, AUSER, LIBERA, RETE LILLIPUT e tante altre associazioni, cittadine e cittadini.
    Grazie per l’attenzione.

    Michele Drudi
    Preasidente Arci Forlì

  9. Chiara Mazza 8 gennaio 2009 23:19

    Il sacrificio dei bambini
    di ADRIANO SOFRI

    QUANDO i grandi giocano alla guerra, i bambini muoiono. Da Gaza, le immagini dei bambini ammazzati, mutilati, terrorizzati invadono i mezzi di comunicazione. Al Jazeera le trasmette in continuazione, inframmezzate a servizi e commenti. A sinistra, Hilmi al Samuli piange accanto ai corpi di due figlioletti e di un nipote. A destra, il corpo di una bimba emerge dai resti della sua casa a Zeitun.

    Le redazioni dei giornali le accumulano, e si chiedono se metterle in pagina o no, e come. La risposta è facile quando l’esitazione è legata alla crudezza eccessiva, che può ferire lo spettatore. Ma già il verbo “ferire”, impiegato nel suo senso traslato in un contesto simile, fa vergognare di averlo pronunciato. Siano pure feriti, gli occhi distratti e illesi degli spettatori: l’eccesso di crudezza non è dei fotogrammi, ma della realtà. Alla realtà si può scegliere di aprire o chiudere gli occhi, chi abbia la provvisoria fortuna di starne alla larga: ma vedere è una condizione per decidere meglio come destinare la propria voce pubblica, o la propria privata preghiera, o anche solo il proprio pianto. Bisogna risparmiarne la vista ai bambini, si avverte giustamente. Tuttavia c’è un doppio inciampo. Il primo: che ci si adopera per sottrarre bambini alla vista di bambini. Il secondo: che i bambini, anche i più premurosamente protetti, vengono sempre a sapere, per certe loro vie misteriose, le cose dalle quali i grandi vogliono ripararli, e ricevono e custodiscono in silenzio la notizia che nel mondo scoppiano guerre che uccidono e spaventano i bambini.

    Più complicata è la decisione di chi fa i giornali quando si sa che sui bambini, sul loro dolore e il loro spavento, si combatte una guerra di propaganda brutale quanto quella delle armi. Basterebbe allargare l’obiettivo per inquadrare, attorno al primo piano di una vittima bambina, la ressa delle macchine fotografiche e delle telecamere. Morte amputazione e pianto di bambini vengono esibiti per guadagnare un consenso alla propria causa e una ribellione alle ragioni del nemico.

    E non ci si limita all’esibizione: si può spingersi, come volontari terzi e disperati confidano in privato, a esporre deliberatamente all’azzardo peggiore i bambini della propria stessa gente, e perfino a ostacolarne il soccorso per rincarare la rendita del lutto e della commozione universale. Il cinismo politico e il fanatismo religioso cospirano alla lugubre venerazione del martirio dei bambini. Fra gli uomini che ostentano i piccoli corpi esanimi ce ne sono che hanno auspicato e provocato l’orrore che si va consumando. Tutto questo si sa, nelle redazioni dei giornali. A tutto questo si pensa. Ma non può bastare. Non può indurre a tenere per sé gli occhi rossi e accantonare le fotografie che spezzano il cuore. Una di queste fotografie l’ho appena ricevuta, attraverso la posta elettronica, e chi mi ha avvisato dell’inoltro non ha potuto trattenersi dall’avvisare: “E’ tremenda”. Le guerre, quelle vere e orrende, e quelle orrende che ne usurpano il nome, si trovano sempre qualche viso, qualche corpo infantile a ricordarle e deprecarle. C’è una ragione mista, di angoscia soffocante e di compiacimento della brutalità, che spiega la fortuna enorme di un tema come la strage degli innocenti nelle arti figurative.

    La strage di Erode: non ci fu, probabilmente. Se ci fu, calcolano i demografi sulla base della popolazione presunta di Betlemme, uccise una ventina di bambini sotto i due anni. La demografia di Gaza diventa agghiacciante, quando suona la sirena delle bombe. La maggioranza della popolazione ammassata in quel fazzoletto di terra è composta di bambini e ragazzini: un giardino d’infanzia in un miserando zoo umano.
    Non c’è nessun Erode geloso a mandare aerei e carri sulla striscia di miseria e rancore. Gli israeliani vogliono davvero ridurre al minimo le vittime civili. Non possono essere così disumani né così imbecilli da mirare a colpire i bambini. Ma quando si interviene con un simile spiegamento di forza in un enorme giardino d’infanzia, tanti (quanti?) bambini moriranno, resteranno feriti e mutilati, e, quelli che sopravviveranno, non lo dimenticheranno più, e assicureranno altre generazioni al trionfo dell’odio e della vendetta.

    La gente di Israele e i suoi governanti ha un (provvisorio, minacciato, odiato) vantaggio nelle risorse possibili della forza e della ragione. Hamas bersaglia da anni case, scuole, strade di una popolazione civile israeliana cui è impedita una normale vita quotidiana. Hamas giura la distruzione di ogni cittadino di Israele e di ogni ebreo sulla terra. Hamas addestra ed esalta gli assassini suicidi. Hamas si serve vilmente degli scudi umani, predilige bambini donne e vecchi, tramuta moschee e pareti domestiche in ripari di armi e mine. Ma lo spregevole cinismo di Hamas libera Israele dalla responsabilità verso quelle donne, quei vecchi, quegli uomini, quei bambini? Che il mio nemico si nasconda dietro scudi umani mi autorizza a colpire? Potrò guardare quelle fotografie diffuse e ostentate dal mio nemico - una testa di bambina ingoiata dai detriti della sua stanza, gli occhi chiusi, la nera bocca spalancata a inghiottire la terra; tre piccoli cadaveri deposti su un pavimento di obitorio fortunoso, fratellini di Zejtun come messi a dormire vicini dopo una giornata di giochi, se non fosse per il sangue che ne allaga le vesti - con una commozione compensata dalla persuasione che non è colpa mia? Molti altri pensieri, molte altre emozioni contrastanti e laceranti suscitano queste immagini. Con una sola cosa certa: che bisogna pubblicarle.

    (da Repubblica 7 gennaio 2009)

    Ogni ulteriore commento mi sembra superfluo, se non per constatare ancora una volta la “banalità del male”.

    Per contribuire al lavoro umanitario di Medici senza Frontiere o Save the Children: http://www.msf.it
    http://www.savethechildren.it

  10. Massimo Dellavalle 14 gennaio 2009 15:20

    “….l’intera missione sacerdotale del Cardinale Pio Laghi si è consumata al diretto servizio della Santa Sede.”

    Con queste parole Ratzinger saluta il suo cardinale, tenendo personalmente l’omelia durante le esequie, e alla luce della storia di Pio Laghi queste parole assumono un tono sinistro.
    Ma chi era Pio Laghi?

    Il conterraneo Pio Laghi è Nunzio Apostolico dal 1974 al 1980 nell’Argentina governata dal Progetto di Riorganizzazione Nazionale, dalla giunta militare di Videla, Massera e Agosti.
    Per chi non lo ricorda durante questa dittatura oltre 30.000 persone (tra i quali operai, studenti, professori universitari, sindacalisti, giornalisti, attivisti politici, operatori umanitari, religiosi terzomondisti e madri alla ricerca dei figli scomparsi) furono rapiti, torturati ed assassinati dopo sommari processi; mentre altri 50.000 trascorsero anni nei centri di detenzione illegale della dittatura, subendo torture, sevizie ed umiliazioni. Molte donne sequestrate incinte furono fatte partorire dai loro torturatori prima di venir assassinate, i bambini furono dati in adozione a persone conniventi col regime.
    Nonostante il suo ruolo chiave di rappresentate del Vaticano in Argentina non condannò i fatti criminali di cui era sicuramente a conoscenza e anche in seguito non ha mai rilasciato nessuna dichiarazione, se non quella di non essere a conoscenza dei programmi dell’Esma. Pio Laghi è stato anche visto giocare a tennis con l’ammiraglio Massera, responsabile della Marina militare e direttore dell’Esma, pranzava spesso a casa di Massera e ha sposato le figlie e battezzato le nipoti. E’ lo stesso Massera che lo riferisce a Emilio Mignone, padre di desaparecidos e fondatore del Centro di studi legali e sociali, sostenendo di giocare con il nunzio ogni 15 giorni. In sua difesa Pio Laghi dice di aver giocato con lui solo 4 volte in sei anni. Insomma, ci giocava a tennis.
    Di fatto Pio Laghi è sempre stato ben informato sui programmi di rieducazione dell’Esma. Aveva accesso alle liste degli scomparsi tramite Massera, ma anche successivamente, tramite contatti con il successore l’ammiraglio Armando Lambruschini.
    Pio Laghi è stato denunciato dalle Madres de Plaza de Mayo alla Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone con due testimonianze (n. 1276 e n. 0440) in Argentina nel 1983 e una seconda volta allo Stato Italiano il 19 maggio del 1997. Una denuncia che non ha mai avuto valore ufficiale perché può essere inoltrata solo attraverso il Ministero di grazia e giustizia e il cardinale godeva dell’immunità che può essere revocata solo dal Papa. Le madri, comunque, accusano Pio Laghi di aver collaborato, attivamente con i membri sanguinari della dittatura militare essere diretto e indiretto complice morale dei sanguinari della dittatura militare”. Nella denuncia riportano numerose testimonianze, tra cui quella stupefacente dell’ammiraglio Horacio Zaratiegui, ex segretario generale della marina militare in cui afferma che Pio Laghi ha approvato e firmato la cessione di un’isola nel Delta del Tigre di proprietà della Curia di Buenos Aires per destinarla a centro clandestino per i desaparecidos. Qui, nell’Isola “El silencio”, vennero raccolti una quarantina di desaparecidos che non dovevano essere visti all’arrivo in Argentina della Commissione Interamericana per i diritti umani dell’Oea. Nell’isola, afferma Verbitski, si riunivano regolarmente per il barbecue ogni fine settimana il cardinale primate di Buenos Aires Juan Carlos Aramburu e Pio Laghi.
    Anche María Ignacia Cercos de Delgado, moglie del giornalista Julián Delgado, scomparso nel giugno 1978, afferma nella denuncia delle madri di Plaza de Mayo che: «Il Nunzio apostolico Pio Laghi era a conoscenza di tutto quello che accadeva nella Scuola di Meccanica della Marina, poteva verificare i nomi dei sequestrati lì trattenuti e il comandante in capo della Marina, Armando Lambruschini, lo consultò se dovesse lasciare in vita un gruppo di 40 detenuti che aveva ricevuto, quando aveva assunto l’incarico, dal precedente Comandante della Marina, Emilio Eduardo Massera».
    Nella stessa denuncia delle madri di piazza di maggio si afferma che Laghi è menzionato due volte di fronte alla Commissione Nazionale sulla scomparsa di persone (Conadep)e dal novembre del 1984 è inserito nella lista dei repressori.
    Il cardinale si è difeso dalle accuse con molta naturalezza dicendo che “Le affermazioni di questo gruppo di donne argentine sono soltanto diffamatorie e prive di qualsiasi contenuto e fondamento, sia per quanto concerne i fatti, sia sul piano etico e giuridico”. Atteggiamento che le madri della piazza di maggio hanno interpretato con sdegno: “Se Laghi è un uomo decente – ha affermato la capo gruppo Hebe de Bonafini – dovrebbe rinunciare volontariamente all’immunità”.
    Non è successo. Laghi era già stato proclamato cardinale da Papa Giovanni II nel 1991, godendo dell’immunità giudiziaria, all’apice di una lunga carriera svolta all’estero con il ruolo fondamentale di diplomatico del Vaticano. È morto con il titolo di prefetto emerito dell’educazione e cardinale patrono dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

    Un bel servizio per la Santa Sede, non c’è che dire.
    Vorrei notare che nessun politico e nessun intellettuale ha preso posizione sui media a proposito.

    Potete trovare le testimonianze di cittadini argentini su Pio Laghi al sito http://isole.ecn.org/asicuba/articoli/madres.htm

  11. Sandro 14 gennaio 2009 18:11

    Intanto un saluto a tutti i partecipanti al blog “La tua stagione”. Vorrei portare alcune considerazioni: Il mondo sta affrontando varie sfide minacciose ” vedi crisi economiche,guerre,cambiamenti demografici,problemi ecologici- ambientali,insensibilità a ciò che ci capita attorno, e alltri grandi problemi di portata secolare”., Tuttavia a tutto questo, vi sono anche nuove speranze, e se si vuole essere un pò positivi come auspico che sia ,nonostante tutti questi grandi problemi ,ci sono ancora persone e coscienze che hanno hanno fatto della consapevolezza una ragione per dare un contributo al cambiamento.Tutto questo disfattismo ha portatocome punto prioritario la consapevolezza che bisogna arrestare questo processo di involuzione del nostro vivere.Perciò hanno deciso di metterci la “faccia “e non solo ma le proprie energie e le proprie competenze e tutto questo a disposizione a della collettività ,per poter dare un contributo al cambiamento. E’ urgente cambiare o almeno tentare cambiare questo processo che sembra inarrestabile.,
    si deve cambiare o sarà l’ecatombe dell’essere umano. Ci sono persone che hanno messo come principi prioritari la propria persona e i propri valori, per dare un contributo a questo cambiamento; “vedi Obama per quanto riguarda le politiche mondiali, oppure nel nostra città Roberto Balzani un nuovo modo di governare e amministrare una città e rappoortarsi ad essa”. Naturalmente ciò non vuole dire fare dei paragoni perché non fa parte del ragionamento complessivo.. Dunque parlando di Roberto Balzani come futuro sindaco di Forlì nel dibattito politico fatto in varie sedi , porta con forza un nuovo modello di affrontare e rapportarsi ai problemi politici e amministrativie questo vale , sia nel centro-sinistra che nel centro -destra .Se si vogliamo possiamo dire che stiamo entrando in un periodo di mutamento storiciodel vivere civile. Le risposte che sono emerse con l’elezione di Obama negli Stati Uniti come nuovo Presidente, o per le primarie avvenute il 14 dicembre a Folì di Balzani vincitore ( e non si tratta solamente dei 44 voti in più), ma dalle risposte- domande fatte dagli elettori/ci e dei cittadini/ne. Il mondo sta cercando una forza unitaria di cittadini comuni che costituisca il cardine per la creazione di una società migliore .Le chiavi di volta per trasformare un sistema caratterizzato dalla prepotenza e dalla sopraffazione, un modello che ora mostra tutti i suoi limiti e sta crollando dalle sue fondamenta. Nel mondo di oggi si sommano tutti gli errori portate avanti nel tempo. Le relazioni umane sono sempre più superficiali e temporanee. Abbiamo la necessità di creare una nuova comunità, costruendo una rete di amicizia e di fiducia intessuta di considerazione e di sostegno reciproci. Invece di ritirarsi nel proprio guscio, ognuno di noi deve uscire allo scoperto e contribuire attivamente alla prosperità e al cambiamento della società. Sandro - Romiti

  12. barbara bovelacci 31 gennaio 2009 15:47

    carissimi, invio di seguito un testo d’interesse per riflettere in modo ampio sulla complessità e le interconnessioni tra i problemi sociali della contemporaneità, e per saper individuare soluzioni eque ed efficaci.
    Si tratta di una lettera che Rosalba Casella, direttore del Carcere di Forlì, ha inviato il 9 gennaio 2009 al periodico “Corriere Cesenate”

    Per la pace e la giustizia sociale… tra guerra e carceri
    di Rosa Alba Casella (Direttore della Casa Circondariale di Forlì)

    Corriere Cesenate, 9 gennaio 2009

    La giornata mondiale della pace, che dal 1968 la Chiesa celebra il primo gennaio di ogni anno, è certamente l’occasione per ricordare tutti i popoli che ancora vivono e soffrono gli orrori della guerra, in Africa, in Asia come nel Medio Oriente. Ne siamo bene informati, in quanto i mass media ci hanno abituato ad avere notizie di quello che accade in qualsiasi parte del mondo in tempo reale ed in questo bombardamento mediatico ci siamo quasi assuefatti a guerre, che comunque non ci toccano.
    Certo ci indignano, ci preoccupano, ma solo per alcuni minuti o per alcuni giorni dell’anno. Per il resto restiamo indifferenti, quasi rassegnati all’ineluttabilità dell’homo lupus homini. Sappiamo che il male alberga nell’uomo e quindi abbiamo imparato a conviverci, forse senza impegnarci adeguatamente per vincerlo, senza sentirci responsabili di quello che accade intorno a noi.
    Allo stesso modo diamo per scontata la pace alla quale siamo abituati da oltre cinquanta anni, senza considerare che si tratta di un bene prezioso ed allo stesso tempo molto fragile, in quanto nel mondo globalizzato in cui viviamo gli effetti di un conflitto si riverberano direttamente o indirettamente sugli altri paesi, non solo su quelli geograficamente vicini.
    Quasi sempre le guerre si originano da desideri di ricchezza e di egemonia, ma non meno frequentemente dall’esigenza di affrancarsi dalla povertà, che rende tragiche le condizioni di vita di alcuni rispetto al benessere di altri, come ci ricorda il tema di questa giornata.
    Nonostante il mondo in cui viviamo abbia raggiunto livelli di opulenza senza precedenti, la quantità di beni, cibo e servizi disponibili a livello globale sia superiore a quella di qualsiasi altra epoca, 862 milioni di persone, secondo le più recenti stime della Fao, sono sottonutrite, soprattutto nell’ Africa sub-sahariana e in Asia meridionale, perché non riescono ad accedere al cibo necessario per sopravvivere. Si tratta di persone che non hanno il potere di acquisto per ottenere la quantità di alimenti di cui hanno bisogno, talmente tanto povere da rischiare la loro sopravvivenza, così come quella dei propri figli ai quali non riescono a garantire una aspettativa di vita.
    Le statistiche dicono che la povertà si è ridotta, ma è ben lontana dall’essere sconfitta e di conseguenza continua a mietere le sue vittime soprattutto tra i bambini e i malati, la cui sopravvivenza dipende dagli aiuti del cosiddetto mondo ricco, che in genere promette, ma non mantiene. Così nonostante i buoni propositi non si riesce ad invertire la rotta, a colmare il divario tra le diverse condizioni di vita degli uomini, che abitano lo stesso pianeta.
    Giovanni Paolo II scriveva che il problema della disparità tra ricchi e poveri “si impone alla coscienza dell’umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offendere la nativa dignità e da compromettere conseguentemente l’autentico ed armonico progresso della comunità mondiale”.
    Oggi il problema della povertà sappiamo che investe anche parte della popolazione italiana, che vive in condizioni precarie. Nella nostra Italia ricca e benestante i poveri sono già il 5% e tale percentuale è destinata ad aumentare man mano che la crisi economica farà sentire gli effetti, provocando la perdita di nuovi posti di lavoro e quindi la fonte primaria di reddito. Il divario tra ricchi e nuovi poveri si amplia, generando situazioni di crisi all’interno delle famiglie indebitate, che possono anche sfociare in gesti violenti inconsulti, oltre che provocare tensioni sociali, quando la disperazione prende il sopravvento
    Il cardinale Tettamanzi, che nell’omelia di Natale ha compiuto un grande gesto concreto di solidarietà, ha sottolineato che l’origine della crisi sta a monte dell’economia, perché la produzione e la distribuzione delle risorse implicano sempre un aspetto etico e non può dirsi etica un’economia che non metta al centro l’uomo, ma il profitto da perseguire ad ogni costo.
    La povertà, infatti, non è soltanto la mancanza di risorse economiche, ma anche la carenza di valori, l’indifferenza verso gli altri, l’individualismo che ci corazza e ci impedisce di vedere i bisogni dell’altro, in una parola quello che oggi viene definito “sottosviluppo morale”. E questa povertà mette a rischio la pace, non meno di quella economica.
    La rincorsa del “bene-avere” ha oscurato spesso l’esigenza del “bene-essere”, portando al disimpegno ed all’individualismo, a favorire gli interessi di alcuni a danno degli altri, alla frammentazione di progetti sociali e politici, radicati in prospettive di valori differenti e contrastanti. Si assiste ad una corsa generalizzata all’accumulazione, all’appropriazione delle risorse comuni sulla base della legge che il più forte ottiene di più, con conseguente ribaltamento di ogni logica retributiva e distributiva.
    Nella nostra società in cui conta soltanto il benessere, cercato sconsideratamente, ed in cui ognuno cerca di allontanare da sé tutto ciò che dà fastidio o crea problemi, coloro che non riescono ad uniformarsi agli standard previsti dal consumismo e dal mito del successo vengono scartati e fatti sparire in quella discarica che è il carcere. Si tratta di extracomunitari, tossicodipendenti, senza fissa dimora e disabili mentali, la fascia degli outsider sociali, che si prestano a catalizzare le nostre ansie di sicurezza.
    Don Ciotti oltre 10 anni fa, parlava del carcere come una specie di moderno lazzaretto, chiamato a contenere fasce di povertà culturale e materiale, di disagio e malattia e la situazione non è cambiata.
    Su 58 mila detenuti in Italia, il 38 per cento è costituito, infatti, da stranieri e non certo perché l’immigrazione è la causa principale della criminalità, in quanto l’aumento dei reati commessi dagli stranieri non riguarda tutte le attività illecite, né tutti i livelli in cui vengono svolte: nel sistema di stratificazione sociale gli stranieri si trovano ancora nei gradini più bassi, per cui sono esclusi dalla possibilità di commettere determinati tipi di reato, che coinvolgono invece i ceti più elevati. L’alta percentuale di stranieri in carcere si spiega con le difficoltà di adattamento e di integrazione: si tratta, infatti di persone che in genere hanno progetti migratori finalizzati all’acquisizione del tenore di vita pubblicizzato dai mass media e raggiunto da un gruppo di riferimento e la loro scelta dell’illegalità è spesso determinata dalla difficoltà di raggiungere la meta prefissata del successo economico.
    L’altro 30 per cento della popolazione detenuta è costituito dai tossicodipendenti: anche in questo caso l’incidenza non è legata allo status, ma alla commissione di reati in materia di droga, che in Italia costituiscono la prima causa di ingresso in carcere. Peraltro se molti dei tossicodipendenti sono imputati per reati di detenzione e spaccio, il 50 per cento di questi è incriminato per reati contro il patrimonio (furti, scippi e rapine), commessi per il bisogno di procurarsi la droga. Alla condizione di tossicodipendenza è collegata poi, anche se non esclusivamente la presenza di detenuti sieropositivi, e di persone affette da disturbi psichiatrici, spesso conseguenza dell’uso prolungato di sostanze, in particolare cocaina e droghe sintetiche.
    In nome della sicurezza sociale, cercata ossessivamente quasi che fosse possibile blindare il male, assistiamo ad un aumento dei tassi di carcerazione, con conseguente sovraffollamento della popolazione detenuta, tanto da far apparire necessaria la costruzione di nuovi carceri, di cui si parla frequentemente ed insistentemente.
    Il cardinale Martini alcuni anni fa affermava: “Preferirei che non si costruissero più carceri, ma ci preoccupassimo e ci impegnassimo nel costruire uomini, attraverso un’educazione fondata sul valore della persona”, ritenendo che il carcere, in mancanza di altre soluzioni può servire come momento di emergenza per rompere una catena di violenza, per ricondurre alla ragione chi si è lasciato travolgere dall’istinto, dalla paura, dall’aggressività, ma che “non ci si può più illudere di ripulire la società riempiendo le prigioni”.
    “Chi sbaglia deve pagare” è questo l’assioma radicato nella nostra cultura. È convinzione diffusa che per superare il problema della criminalità basti contrapporre il negativo al negativo: più dure e durature saranno le pene, meno sarà la delinquenza. L’esperienza, anche di altri paesi europei dimostra che le cose non funzionano in questo modo, così come i tassi di criminalità degli Stati Uniti, in cui i livelli i detenzione sono superiori a quelli europei ed è previsto l’uso della pena di morte, come forma estrema di intimidazione.
    Nel nostro ordinamento, l’idea di una pena esclusivamente retributiva, che risponda al criterio di “occhio per occhio, dente per dente”, di una pena fine a se stessa, basata sull’emarginazione e sull’esclusione è superata dal principio costituzionale della pena finalizzata alla rieducazione.
    La condizione si ne qua non per dare attuazione al dettato costituzionale consiste nel permettere al detenuto di mantenere la dignità, di preservare la sua integrità fisica e morale, di dare spazio alla scuola ed alla cultura, alle attività in comune ed al lavoro, considerati dall’ordinamento penitenziario come elementi del trattamento, attraverso i quali fornire al soggetto nuovi stimoli ed opportunità per modificare il proprio stile di vita, innescare processi di cambiamento.
    Pena rieducativa significa rendere la detenzione un’occasione di ripensamento della propria vita, di acquisizione di risorse, competenze, opportunità, relazioni utili ad emanciparsi e ad assumere un ruolo positivo: non si può tacere, infatti, che molti sperimentano solo durante la carcerazione un modo di vita normale, beninteso come può esserlo quello all’interno dell’istituzione.
    Il processo di rieducazione non può attuarsi senza il riconoscimento ed il rispetto della persona e della sua dignità, dell’inalienabilità dei suoi diritti e dei suoi bisogni. Comunemente abbiamo la tendenza a ridurre gli uomini, in particolare quelli che hanno sbagliato alle proprie azioni, senza riflettere che dietro azioni non condivisibili vi sono persone la cui storia non può risolversi nel gesto che hanno compiuto. “L’uomo della condanna è diverso dall’uomo del delitto, non è definitivamente congelato nel suo gesto.” Può peggiorare, ma anche migliorare.
    Una persona può se aiutata intraprendere un percorso diverso: ogni uomo ha diritto di riscoprire ed esprimere le proprie potenzialità, rivedere criticamente il proprio vissuto ed assumersene la responsabilità. Ma nessuno può cambiare se non lo si riconosce artefice del proprio cambiamento, se non è adeguatamente motivato a farlo, se non conosce atteggiamenti, modi di essere e di pensare nuovi con cui confrontarsi.
    La reale inclusione sociale è un processo di assunzione di responsabilità condivisa, che implica la partecipazione dell’intera collettività: non cambierà niente in carcere, se non cambierà qualcosa fuori dal carcere, se continueremo ad ignorare che all’interno ci sono persone, alle quali deve essere concessa una seconda possibilità.
    La realtà, anche quella rilevata da una recente ricerca sulla recidiva condotta nella provincia di Forlì-Cesena dimostra che l’esperienza del carcere marchia a fuoco, che la persona non si libera dello stigma di detenuto e quindi il ritorno nella società è caratterizzato da sentimenti di fatalismo, rassegnazione, sconforto, quando non addirittura segnato dalla paura del fuori. Ala pena si accompagna spesso anche la disintegrazione della famiglia, la perdita del lavoro, l’ impoverimento fino alla miseria, di conseguenza all’uscita dal carcere il cammino della vita assume una pendenza ancora maggiore ed il rischio di ruzzolamento diventa più elevato.
    Se al momento della dimissione la storia problematica che ha condotto una persona in carcere si ripropone tale e quale era prima della detenzione, genererà nuove colpe ed il problema sarà risolto con l’irrogazione di una nuova pena, più severa della precedente per la recidiva. A quel punto la detenzione sarà stata inutile e non avrà prodotto alcuna sicurezza sociale.
    Sicuramente non è semplice rompere l’anello principale della catena reato-carcere-reato, legato alle condizioni di esclusione sociale, di povertà economica e culturale: occorre un complessivo sforzo da parte della società in tutte le sue componenti (volontariato, mondo delle imprese, enti locali), ma anche lungimiranza politica e strategie coerenti per limitare il ricorso alla pena detentiva solo ai delitti più gravi, quelli di criminalità organizzata, quelli contro la persona e non per qualsiasi violazione di norme.
    A tal fine occorrerebbe incentivare le misure alternative, che come le statistiche dimostrano riducono i tassi di recidiva, gli interventi di mediazione penale e la giustizia riparativa per trasformare il desiderio di vendetta della vittima in qualcosa d’altro. Lo strumento della mediazione penale, che nel nostro ordinamento è stata riconosciuta attribuendo alcune competenze al giudice di pace per i reati che sono espressione di una conflittualità minore (ingiurie, danneggiamenti, lesioni personali), consente di far fronte alla situazione critica prodotta dal reato tra vittima e reo attraverso soluzioni riparatorie idonee a ricomporre il rapporto spezzato.
    Nel messaggio per la giornata della pace 2002 Giovanni Paolo II affermava che perdono e riconciliazione non costituiscono un’alternativa alla giustizia, ma risultano coessenziali all’idea stessa di giustizia, non nel senso di ignorare il delitto, ma nel senso che la giustizia non deve essere quella della bilancia, ma deve prevedere oltre al carcere anche altri strumenti tesi veramente al recupero.
    È indubbio che la realtà attuale, sia a livello mondiale che nazionale, non è foriera di pace. La pace può crescere solo se alimentata dalla cultura della differenza, della tolleranza, dell’inclusione e dell’accoglienza, se l’approccio ai problemi è anche di tipo solidaristico. La pace nasce e fiorisce sul riconoscimento della dignità personale di ogni uomo e quindi dei suoi diritti e dei suoi doveri. Si costruisce e si mantiene non sulla buona volontà di alcuni o di gruppi impegnati, ma sulla sensibilità diffusa. Richiede interventi di prevenzione a livello educativo-culturale, oltre che politico-sociale laddove sussistono problemi umani di emarginazione e di abbandono.
    Ciascuno di noi è responsabile, nel suo piccolo, della pace. Se la solidarietà fra le persone non si realizza nelle nostre case, nei nostri condomini, cosa possiamo pretendere dai grandi della terra? Se ignoriamo i bisogni dell’altro vicino a noi, come possiamo pensare che la povertà sia vinta? Occorre scompaginare la prospettiva come faceva don Benzi , diventare operatori di pace. La pace dipende anche da noi.

  13. Michele Bertaccini 13 febbraio 2009 18:55

    Sarà difficile archiviare la spietatezza,l’intolleranza e la volgarità di questi tempi.
    Parole indegne e un susseguirsi di episodi inqualificabili ma, una persona degna di tutto il nostro rispetto ci chiede silenzio.
    Il doveroso silenzio deve però essere accompagnato da un rinnovato impegno laico.
    Il presidente Berlusconi ha lasciato la l’libertà di scelta che in merito a questi temi lo aveva contraddistinto e preso una strada ben chiara, perciò, oggi mi domando come possano rimanere in silenzio i tanti laici che seguono il cavaliere dai tempi di Forza Italia?
    Come possono rimanere in silenzio i tanti liberali del pdl, quando il loro governo si batte per imporre la volontà dello “stato” anche nel più personale dei momenti come la morte?
    Le vicende di questi giorni hanno chiaramente messo in evidenza che alla stretta del chiodo, nel momento in cui realmente servirebbero regole e garanzie, ad esse in tanti scelgono la morale. Proprio come la dove il diritto è scritto sulle pagine dei testi sacri, tanti, hanno dimostrato che ad una legge sopra ogni cosa, preferiscono una legge subordinata alla morale. Credo che ora, in tanti, ci sentiamo più sudditi che cittadini, inermi,invasi, privi di difese o garanzie, purtroppo, ci siamo resi conto che vi sono morali che superano ogni nostro diritto
    Libera scelta signori, perché non vi è libera vita se non in una libera scelta.
    Il punto è questo, riaffermare che ognuno è libero di scegliere, scegliere di come vivere o morire, scegliere se credere che la vita sia un dono o se siamo noi stessi ad esserne padroni.
    La cultura della morte credo sia solo uno slogan azzeccato, nessuno sano mente è contro la vita. Qui il problema è, che mentre una parte vuole essere padrona della propria vita senza nulla imporre l’altra non si accontenta di vivere come meglio crede, ma vuole che tutti vivano e muoiano come da loro deciso .
    Il governo ha presentato il progetto di legge Calabrò , un progetto che come è emerso dalla discussione parlamentare nasce per la difesa della vita, un testo con cui si dice chiaramente che anche attraverso una dichiarazione anticipata di volontà non si potrà comunque scegliere se interrompere o meno l’idratazione e l’alimentazione forzata. Questa è l’ennesima truffa, proprio come la legge 40 una farsa, che di fatto ci condanna a norme inadeguate e dannose; ciò che serve, è si una legge sul testamento biologico ma fatta affinché in ogni momento sia possibile esercitare i propri diritti, affinché chiunque, proprio come fece papa Giovanni Paolo II, possa scegliere, se ci crede, quando affidarsi a Dio.
    Una volta lasciata la strada della libera scelta come traccerete il limite di cosa sarà possibile? L’unica risposta è quel terribile integralismo che combattiamo ma a cui tanti evidentemente s’ispirano.
    Il mondo laico, sparso e troppo diviso, deve ritrovare la forza, perché oggi da una lato c’è un vaticano sempre più integralista dall’altro il testamento biologico ed infine una costituzione, che certo può essere cambiata, ma non attraverso una vergognosa strumentalizzazione per colpire limiti entro cui qualcuno sta stretto.

    Michele Bertaccini

  14. Collini Stefania 14 febbraio 2009 09:54

    Condivido pienamente le considerazioni di Michele e da cattolica non praticante, penso che siamo di fronte ad una esasperazione integralista di segno cattolico che non è meno pericolosa di quella islamica. Non dialogo pacifico, ma prepotenti forzature legislative, come per la legge 40.-
    Contro tutti gli integralismi, concordo con la libertà di scelta di ciscuno individuo, il cui esercizio davvero deve essere difeso: liberi anche di sbagliare ma liberi di decidere,secondo la coscienza di ciascuno.
    Al catechismo non si imsegna ai bambini che gli eventi anche quelli più tristi, non sono condizionati dal Divino intervento, perchè l’uomo è lasciato nell’esercizio del libero arbitrio, e che delle sue scelte, buone o cattive ma libere, dovrà rispondere al cospetto di Dio?
    Bene, lasciateci esecitare questo libero arbitrio, secondo la nostra coscienza, giudizio, esperienza di vita. Oltretutto i paladini di questa dannosa, assurda e oscurantista crociata, sono i primi a dover rendere conto a loro stessi e a tutti gli italiani:in tanti hanno già disatteso e tradito alcuni dei principi cardine che la religione cattolica impone, ad esempio il sacramento del matrimonio. E ora che fanno?
    Laici quando fa comodo, integralisti quando fa comodo?
    L’attacco alla Costituzione è chiarissimo,questa è la nostra “tavola delle leggi” che nessuna maggioranza di governo deve permettersi di ritoccare al ribasso nei diritti inviolabili dell’uomo, non ultimo l’autodeterminazione e la libertà di scelta, anche di come morire o lasciarci morire. Non può lo Stato decidere a dispetto della volontà espressa e dichiarata nel testamento biologico da chi vorrà redigerlo: siamo, noi italiani, varia umanità da rispettare tutta. Basta con leggi camicie di forza integraliste che ci impongono principi etici e morali altrui, non rispettando l’autodeterminazione cui ciascuno ha diritto. Nessuno può permettersi di sfregiare e offendere la nostra Costituzione: sfregia e offende ciascuno di noi.
    Stefania Collini

  15. Andrea Baravelli 29 luglio 2009 13:03

    Serve ancora l’Università in Italia?
    Non ho ancora sentito i candidati parlare del ruolo della ricerca nell’Italia futura, specialmente se quell’Italia fosse - vivaddio - governata dal PD. Solamente Marino insiste sull’importanza della ricerca, se non altro perché è uno dei rappresenanti più qualificati e intelligenti di quel mondo. Il problema è serio ed è soprattutto culturale, perché nel nostro paese si è affermato un senso comune che considera l’istruzione come un “divertissement” di cui si può fare a meno; specialmente in tempo di crisi. Abbiamo sparato - e giustamente - sulle sciagurate scelte del governo Berlusconi in campo universitario e formativo; ma noi, come PD, cosa abbiamo fatto? Siamo andati oltre il rimprovero per i tagli perpetrati? Abbiamo elaborato una risposta organica alla domanda: “perché fare sacrifici oggi, in un periodo di vacche magre e senza che i frutti del sacrificio si possano cogliere prima della prossima scadenza elettorale?”. Io probabilmente non sono sufficientemente qualificato, però alcune grandi distorsioni le vivo quotidianamente sulla mia pelle. Ne posso quindi parlare e posso lamentarmi di come alcune delle storture più evidenti siano state introdotte dai governi dell’Ulivo. A partire dalla riforma Berlinguer, forse troppo ideologica e troppo poco meditata nei suoi riflessi sul territorio accademico (la riforma del 3+2 è, inutile negarlo, il motivo più forte della spropositata proliferazione dei corsi di laurea), per continuare con la consistente “mancia elettorale” elargita dal ministro dei beni culturali Melandri nel governo Amato, fino al silenzio della sinistra a proposito della necessità di verificare con attenzione come i soldi pubblici vengono spesi. Ma pensiamo alle cose che meglio possiamo verificare, ovvero la situazione accademica in Romagna. Possibile che nessuno dei nostri politici al governo locale abbia avvertito il pericolo connesso con la proliferazione delle sedi universitarie in Romagna? Tutti hanno partecipato alla corsa per avere qualche corso di laurea, senza informarsi prima sulla capacità di questi ultimi di impostare correttamente i propri curricula e di rappresentare un reale volano per le esigenze economico-imprenditoriali locali? Non può sfuggire il fatto che solamente la presenza, in sede locale, di una facoltà intera permette a questa ultima la sufficiente “massa critica” per impostare i propri programmi di studio. Che senso ha sparpagliare i corsi di laurea delle materie scientifiche-tecniche per la via Emilia e per la via San Vitale? Perché non pensare all’istituzione di un piccolo politecnico della Romagna che riunisca le forze? Indipendentemente dalla sede che tale istituzione deciderà di darsi! La stessa esigenza di programmazione e coordinamento (di fatto oggi inesistente) occorrerebbe per rafforzare le esili gambe dei poli di Ravenna e Rimini (oggi in pessime acque, con un numero di iscritti davvero troppo esiguo…) e per dare maggiore consistenza alle buone esperienze di Cesena e Forlì. Il problema è però tutto politico, di buona politica! Il sistema universitario, se non ha un interlocutore serio e preparato, finisce per scivolare nei suoi vizi peggiori (clientelismo baronale, espansione finalizzata alla semplice copertura di posti, mancanza di programmazione della ricerca, sfruttamento intensivo del precariato universitario, ecc….). Occorre una classe politica locale con le palle, che sappia mettere l’università con le spalle al muro. Pretendendo che l’Università renda conto dei cospicui investimenti fatti dalle amministrazioni e dalle comunità locali. Occorre una classe politica locale che sappia fuggire i campanilismi, tanto più stupidi dal momento che abbiamo la fortuna dell’omogeneità politica delle giunte in Romagna; perché solo coordinando gli sforzi e le risorse si può sperare di fare fruttare gli investimenti fatti. La Romagna è un territorio omogeneo e deve sapere puntare sulla creazione di un sistema infrastrutturale (quello della ricerca è un tipo di infrastruttura sempre più vitale…) in grado di rispondere alle sfide del presente e del futuro. Il discorso è POLITICO, perché dal tipo di sforzo metteremo nell’immaginare il futuro della nostra ricerca dipende il futuro stesso del nostro paese. Insomma… non vorrete che il paese continui ancora a pensare - capolavoro del berlusconismo e dell’antipolitica - che è più importante investire per rimanere leader mondiali nella produzione delle sedie piuttosto che mettere risorse nella formazione (anche di base)! Questo deve fare la politica, assai più che parlare di se stessa e su se stessa: IMMAGINARE IL FUTURO, ANTICIPARLO. Iniziamo con l’Università!

Scrivi un commento

220 Aruba FTP Server